Capitolo 1
Definizione e metodo della sociologia
La sociologia può definirsi lo studio dei fenomeni sociali con i metodi delle scienze empiriche. Per fenomeno sociale intendiamo qualunque manifestazione del comportamento umano, ripetuta nel tempo, che veda coinvolti due o più individui, siano essi consapevoli oppure no di tale manifestazione, a condizione che essa rimandi a cause, motivazioni o necessità di ordine collettivo. L’unità sociologica è costituita dall’interazione, per un periodo di tempo significativo, di almeno due persone tra loro. Da tale unità di base si passa poi ad un gruppo, sino ad arrivare ad intere popolazioni ed ai fenomeni sociali di tipo globale, come i grandi movimenti di massa o le migrazioni.
Max Weber ha spiegato che l’interazione tra due o più soggetti è tale se e quando i soggetti che vi partecipano attribuiscono senso e significato a tale interazione.
Origine della sociologia e i contributi di Comte e Spencer
Coniata da Auguste Comte, la sociologia poteva anche definirsi come “fisica sociale” entrando a far parte delle scienze positive, con l’obiettivo di occupare quegli ambiti di studio della società da sempre detenuti dalla filosofia, senza però che quest’ultima avesse utilizzato, sino ad allora, strumenti di ricerca empirica, e un metodo che, cercasse di mettere in relazione tra loro fatti collettivi, con cause e conseguenze di tali fatti. Il contributo di Comte può essere considerato un approccio di tipo organicistico allo studio della società, intesa appunto come un organismo. Le società umane sono costituite da parti comprensibili ciascuna in relazione a tutte le altre, sino ad arrivare all’umanità nel suo insieme. Come tutti gli organismi, anche le società si sviluppano a partire da uno stadio semplice per arrivare ad uno molto più complesso. Lo stadio finale di questo processo, prevedeva Comte, sarebbe stato costituito dalla società industriale. Secondo Spencer, tutte le società umane, al pari di organismi viventi considerati in rapporto al proprio ambiente, hanno inscritta la possibilità di evolvere da un’organizzazione nella quale all’inizio le parti sono poco differenziate tra loro, ad una nella quale esse aumentano di numero, differenziandosi e separandosi sempre più nettamente tra di loro.
Durkheim: divisione del lavoro e solidarietà
Durkheim non condivideva l’approccio evoluzionista spenceriano. Tuttavia, egli conveniva sul fatto che Spencer ha compreso che la classificazione dei tipi sociali non poteva avere un fondamento diverso dal passaggio dal semplice al composto. Nella spiegazione durkheimiana, due sono gli aspetti centrali che ne definiscono l’impostazione complessiva: il concetto di divisione del lavoro e il concetto di solidarietà. Quest’ultimo viene suddiviso a sua volta in quelli di solidarietà meccanica e solidarietà organica. Per Durkheim, il fatto che le società tendano verso una maggiore differenziazione delle funzioni, dipenda da un processo di lungo corso storico, che è dato dalla progressiva divisione del lavoro. A sua volta, la divisione del lavoro dipende dal fenomeno dell’aumento demografico delle popolazioni. Il fatto cioè di crescere di numero ha da sempre costituito un potente fattore di suddivisione dei ruoli per soddisfare le nascenti e sempre nuove necessità che di volta in volta si presentano, e che dunque tendono ad aumentare incessantemente di numero. In tutti i tipi di società deve esserci comunque una qualche forma di solidarietà, cioè di integrazione, che permetta alla società di stare insieme e di riconoscersi come tale. Di avere, cioè, coscienza di sé stessa. Mancando quest’ultima condizione, non si potrà parlare di società in quanto tale.
La solidarietà meccanica è quella che Durkheim denomina anche solidarietà per rassomiglianza. Infatti, essa è tipica della società primitiva o comunque poco sviluppata, dove tutti i ruoli all’interno di essa si assomigliano e sono poco differenziati tra loro. Il legame che tiene unite le persone e i gruppi in questo tipo di società è quindi un tipo di solidarietà che si genera grazie alla forte capacità di identificazione di ciascuno con i ruoli e i compiti degli altri, essendo tutti molto simili tra loro. Di conseguenza, al tipo di integrazione sociale fondato sulla solidarietà meccanica corrisponde un forte grado di coscienza collettiva. Con la progressiva divisione del lavoro, si attua il passaggio dalla solidarietà meccanica alla solidarietà organica. Quest’ultima viene definita da Durkheim solidarietà per differenziazione. La divisione del lavoro, generando interdipendenza tra i ruoli, e dunque tra gli individui e tra i gruppi, crea un tipo di solidarietà che si fonda sulla complementarietà di parti tra loro diversificata. Essa necessita quindi della presenza, tra le persone, di un tipo di coscienza individuale.
Riflessione occidentale: rivoluzioni e sociologia
Un ruolo fondamentale giocò la riflessione che accompagnò il pensiero occidentale europeo, sulle conseguenze devastanti che le due rivoluzioni di fine Settecento, Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese, stavano producendo sulla società, intesa come unità sociologica, comprendente al suo interno parti interconnesse, sino ad arrivare alla persona. Il fatto che quegli sconvolgimenti producessero effetti in tutti gli ambiti dell’organizzazione sociale costituì una delle spinte più forti affinché la riflessione filosofica e scientifica si ponesse definitivamente, e in modo sistematico, il problema della società in quanto tale. La sociologia si pose il problema di non essere solo scienza positiva, in grado cioè di dare spiegazione di fenomeni, ma di essere scienza normativa, cioè in grado di proporre soluzioni a problemi di ordine comune.
I pilastri fondamentali sui quali si è andato stratificando il sapere sociologico sono non solo il problema di come una società stia insieme (problema dell’ordine sociale), ma anche perché essa cambi e si trasformi (problema del mutamento). Occorre che gli autori di una determinata teoria sociologica siano in grado di offrire una spiegazione attraverso la quale possano riportare una serie di aspetti riconducibili a un determinato fenomeno sociale, entro una prospettiva esplicativa in grado di connettere e di mettere in relazione tra loro le unità sociologiche produttrici dei fatti e dei dati empirici che spiegano il fenomeno in questione, osservabile in una determinata società o in un insieme di società prese in considerazione (teoria di medio raggio, di Merton). A un livello ancora più avanzato, tali autori, possono con una teoria porsi anche l’obiettivo di ricondurre una molteplicità di fenomeni della società presa in considerazione ad una teoria complessiva sul funzionamento dell’intera società considerata (teoria generale, di Luhmann).
Concetti chiave nella comprensione sociologica
Per società possiamo intendere qualunque aggregato umano, dotato di codici comunicativi sufficientemente uniformi, che, organizzato su di un dato territorio, è in grado di soddisfare bisogni, interessi e fini propri, e dotato della consapevolezza e della coscienza di potersi autodefinire e riconoscere come tale.
Il criterio dell’accordo con i fatti e la enunciazione di una teoria attraverso asserti falsificabili costituiscono le due condizioni essenziali che connotano qualsivoglia metodo scientifico e qualsivoglia teoria scientifica. Lo spiegò Pareto: le scienze sociali detengono uno statuto di oggettività. Lo stesso Weber concordava con Pareto circa la possibilità di una oggettività conoscitiva anche nelle scienze sociali, si deve però anche a lui l’aver segnato uno spartiacque fondamentale tra scienze fisiche e naturali, da una parte, e scienze umane e sociali, dall’altra. Le scienze umane e sociali possiedono una caratteristica che le differenzia da quelle fisico-naturali: esse non hanno infatti il problema della scissione tra dentro e fuori; l’oggetto di studio delle scienze sociali è l’uomo stesso, e non una dimensione esterna ad esso, al di fuori di lui, come accade invece alle altre scienze. Dunque, non è sempre possibile convenire sulla indubbia oggettività degli asserti nelle scienze sociali. I comportamenti umani si prestano, molto più spesso rispetto ai fenomeni fisici e naturali, ad interpretazioni che possono dare luogo a controversie. È molto problematica pensare di distinguere tra senso soggettivo e senso oggettivo. A rigor di logica il senso, nell’azione umana, è sempre soggettivo.
Max Weber afferma di discostarsi da Simmel per una più accentuata distinzione del senso intenzionato dal senso oggettivamente valido, che Simmel non soltanto non sempre separa, ma spesso fa di proposito coincidere l’uno con l’altro. Ma su questo punto Simmel ha pienamente ragione. Non è che esista un senso oggettivo. Esso è sempre l’incontro, lo scambio o lo scontro tra le angolature visuali di più soggetti, che si accordano su una lettura che più si avvicini a ciascuna delle diverse angolature visuali, o che creano conflitto in quanto tale accordo non c’è. Ci sono poi, certo, situazioni nelle quali il senso è immediatamente colto grazie a norme, valori simboli, i quali tuttavia non producono sempre l’identica lettura in ciascuno. “Stare in società” è già in sé stesso creazione di senso, costruzione di senso. E creare e costruire senso significa relazionarsi tra Ego e Alter, in una dinamica di accordo, di scambio o di conflitto, nell’attribuzione di significati e di senso. È proprio questo il punto che a Weber sembra sfuggire, e che Simmel coglie invece in pieno e pone di fatto come uno degli elementi centrali di tutta la sua costruzione teorica.
Oggettività nelle scienze sociali
Com’è possibile parlare di oggettività delle scienze sociali? A differenza delle scienze fisiche, la modalità attraverso la quale le scienze sociali presentano i propri risultati consta essenzialmente di enunciati e di asserti espressi attraverso l’utilizzo di parole appartenenti alla lingua scritta e parlata. L’utilizzo di questo tipo di codice comunicativo non è garanzia di oggettività. Tuttavia ciò non significa che non si possa giungere a risultati apprezzabili, in termini di oggettività, anche attraverso il linguaggio. L’oggettività della ricerca nelle scienze sociali risiede nell’essere in grado di fornire spiegazioni dei fenomeni sociali attraverso enunciati falsificabili, ottenuti con il metodo dell’accordo con i fatti. Tanto più, dunque, una ricerca sociale potrà essere definita oggettiva quanto più essa sarà espressa attraverso concetti e termini comprensibili, ben definiti, in modo da conferire ai suoi risultati un senso ed un significato condiviso da un numero sufficiente di appartenenti alla comunità scientifica, e sino a quando essa non sarà smentita da ulteriori e più recenti ricerche che producano, o siano la conseguenza di, una teoria in grado di falsificare quella precedente relativa al fenomeno in questione.
Affinché questa condizione si verifichi, il metodo delle scienze sociali deve disporre di alcuni paletti in assenza dei quali il perimetro di operatività del metodo stesso non sarebbe sufficientemente tracciato, con conseguente fallacia dei risultati ottenuti: l’esistenza di una teoria a monte che permetta al ricercatore di essere in grado di collocare il fenomeno che intende osservare entro un contesto grazie al quale formulare ipotesi chiare, e di presentare risultati altrettanto chiari e comprensibili; un utilizzo ed una definizione dei concetti che contenga tre elementi chiaramente ravvisabili e precisi: il termine usato, il significato connesso, e gli oggetti o referenti empirici a cui si applicano termine e significato; il ricorso alla comparazione tra elementi, fattori, unità di analisi, dati numerici è la condizione imprescindibile della ricerca empirica nelle scienze sociali (come ha scritto Durkheim, “il metodo comparativo è il solo che si addice alla Sociologia”); la disponibilità di dati empirici comparabili tra loro per caratteristiche e proprietà comuni; saper individuare cause, conseguenze e tipi di connessioni tra queste; utilizzare la formulazione condizionale degli enunciati.
Tecniche di raccolta dei dati
Le tecniche di raccolta dei dati possono essere suddivise in due grandi famiglie: tecniche di raccolta primaria e tecniche di raccolta secondaria. Con le tecniche di raccolta primaria, il dato empirico viene ottenuto direttamente dal ricercatore attraverso modalità che possono essere: somministrazione di questionari, interviste dirette, interviste in profondità, osservazione partecipante, ricercazione, analisi di rete, somministrazione di stimoli e sollecitazioni in piccoli gruppi di soggetti sottoposti a sperimentazione da parte del ricercatore. Le tecniche di raccolta secondaria vengono utilizzate nel caso in cui la ricerca in oggetto necessiti l’acquisizione di informazioni grazie a dati già precedentemente acquisiti da altri soggetti, ricorrendo dunque a fonti secondarie.
Metodi di controllo empirico
- Metodo statistico: Il metodo statistico viene utilizzato per ricerche di tipo quantitativo. Si tratta di indagini ad ampio raggio e dalle quali si intendono ottenere dati relativi a popolazioni molto ampie di studio. In questo caso avremo molti dati numerici ma poca profondità di analisi circa ogni singola unità. Il metodo statistico richiede un campionamento preventivo della popolazione che si intende studiare, visto che nella maggior parte dei casi risulta impossibile poter somministrare il questionario alla totalità della popolazione. Attraverso l’elaborazione dei dati, il ricercatore dovrà poi essere in grado di evidenziare le connessioni tra quei dati che possono essere considerati come causa e i fenomeni.
- Metodo comparativo: Il metodo comparativo è imprescindibile per qualunque ricerca sociologica. Anche il metodo statistico ricorre alla comparazione, in quanto compara dati numerici tra di loro. Le unità prese in considerazione, diversamente dal metodo statistico, essendo nella ricerca in questione in numero contenuto, permettono al ricercatore di aumentare molto la profondità di analisi per ciascuna unità studiata, e comparata per l’appunto con le altre.
- Metodo sperimentale: Il metodo sperimentale presuppone l’utilizzo di piccoli gruppi di soggetti, da sottoporre appunto ad esperimenti, consistenti nella somministrazione di stimoli o sollecitazioni, da parte del ricercatore, in grado di portare alla luce evidenze empiriche e di spiegarne i nessi causali. Ciò avviene attraverso la seguente tecnica: si formano due gruppi, denominati gruppo sperimentale e gruppo di controllo. Il gruppo sperimentale è quello che viene effettivamente sottoposto a stimoli, mentre il gruppo di controllo non viene investito di sollecitazioni di alcun tipo. Mettendo a confronto le condotte e gli atteggiamenti dei due gruppi, sarà possibile dedurre se, quanto e in che modalità gli stimoli somministrati al gruppo sperimentale siano in grado di sortire effetti di qualche tipo. Il metodo sperimentale ha il vantaggio, rispetto agli altri metodi, di permettere una più precisa e chiara individuazione dei nessi causali tra variabili. Lo svantaggio consiste nel fatto che tale metodologia può essere utilizzata solo con gruppi relativamente limitati.
Vocazione della sociologia
Una delle vocazioni originarie della sociologia è stata quella di aspirare a fornire una visione d’insieme, una spiegazione complessiva circa il funzionamento dell’intera società. La seconda motivazione che ci aiuta a comprendere le ragioni della sociologia è il problema della connessione tra i livelli micro e i livelli macro del vivere associato. La terza motivazione è attinente al fatto che la sociologia non sarebbe neppure immaginabile se non si ponesse il problema sia della spiegazione sincronica dei fatti sociali (quella che Comte chiamava statica sociale), cioè delle relazioni tra elementi e fattori sociali che spiegano gli assetti e l’organizzazione complessiva di una società in un dato momento, sia il problema della spiegazione diacronica (quella che Comte chiamava dinamica sociale), cioè dei fattori che determinano i principali cambiamenti, nell’arco del tempo, in una determinata società.
A-valutatività e oggettività
La questione della “a-valutatività” della Sociologia generale è stata affrontata da Max Weber. Egli non nega il fatto che l’interesse e la passione che muovono il cammino del ricercatore possano essere legati a valori. Ciò è non solo inevitabile, ma anche positivo, visto che motivazioni e interesse sarebbero inimmaginabili se non avessero, alle spalle, anche valori che li muovono. Non è però ammissibile che il ricercatore sia indotto ad emettere dei giudizi di valore. Si tratta di distinguere bene tra relazione ai valori e giudizi o valutazioni di valore. La prima espressione, utilizzata da Weber, si riferisce al normale e sano orientamento ai valori che muove l’interesse e le motivazioni alla ricerca da parte degli studiosi. La seconda, invece, indica l’esplicita presa di posizione a favore o contro determinati elementi, fattori o fenomeni, da parte del ricercatore.
Da ricordare la distinzione di Durkheim tra giudizi di realtà e giudizi di valore: i primi si limitano a esprimere determinati fatti o determinati rapporti tra fatti ugualmente dati, mentre i secondi concernono le qualità delle cose o il significato morale che loro si attribuisce.
Società e azioni degli individui
È la società che determina le azioni degli individui o sono le azioni degli individui che creano la società? In questo senso, sono venute emergendo due principali tradizioni di fondo: la tradizione positiva, o oggettiva, e la tradizione soggettiva. La prima facente capo al positivismo durkheimiano, la seconda alla tradizione comprensiva weberiana. Potremmo dire che a giudizio della prima delle due, è la società che fa l’individuo, mentre per la seconda sono gli individui che fanno la società.
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