Smart city
Introduzione
Il tema della smart city è importante perché mette a fuoco una dimensione implementativa di come l’innovazione digitale oggi stia trasformando la realtà sociale e in particolare le città. I media digitali stanno producendo effetti sulla realtà urbana sia sul piano materiale sia su quello immateriale.
Prima di parlare di smart city si deve fare una premessa, bisogna parlare di città, il contesto dentro cui nasce la riflessione sulle smart cities. Le città non sono delle entità omogenee e uguali fra loro, ciononostante esse tendono a soffrire degli stessi problemi dovuti all’urbanizzazione e al rapporto con l’ambiente (smaltimento dei rifiuti, sversamenti delle acque fognarie, approvvigionamento di energia, gestione della mobilità, manutenzione delle infrastrutture, gestione e conservazione delle risorse idriche).
Sempre di più le sorgenti sono a secco perché il cambiamento climatico prolunga i tempi di siccità e di mancanza di piogge e concentra soltanto in alcuni momenti un'enorme quantità di acqua che non consente ai bacini idrici di ricaricarsi. Abbiamo consumi crescenti, un uso spropositato e molto spesso non regolato anche a livello domestico.
Poi c’è la grande questione delle depurazioni, tantissima acqua viene sprecata, acqua potabile che per esempio viene usata per finalità agricole oppure che viene utilizzata per finalità organizzative se non propriamente industriali. Si tratta di problemi molto presenti e che ovviamente hanno un livello di alert in alcune zone che soffrono maggiormente.
L’inquinamento dell’aria, causato dalla mobilità, è concentrato particolarmente nei grandi centri urbani come Torino (che è risultata la città più inquinata di Italia, la città che per numero di abitanti è quella che subisce il maggior numero di giorni in cui gli indicatori che misurano l’inquinamento dell'aria superano i limiti consentiti, soprattutto per quanto riguarda le PM 10 e le PM 2,5, quindi il particolato che fra tutti gli indicatori è uno dei più rischiosi per l’insorgenza di tumori).
Questo è solo uno dei tanti aspetti che riguarda la mobilità, c'è un problema di mobilità per esempio nel connettere zone che fa di loro sono completamente sconnesse. Poi ci sono delle dimensioni culturali che influenzano le scelte, come ci spostiamo nelle città attraverso un mezzo privato o un mezzo collettivo.
Altri problemi che le città affrontano sono di natura sociale, ad esempio l’invecchiamento della popolazione (con le relative necessità in termini di servizi di welfare locale), la “commodification” (fenomeno per cui lo spazio della città è sfruttato intensamente a fini commerciali – ristorazione, turismo, per esempio l’invasione di turisti a Venezia).
Abbiamo un problema molto importante che viene definito “gentrificazione”, parola derivante da “gentry”, ovvero borghesia. È stata coniata dalla sociologa urbana Ruth Glass negli anni '60, per indicare un processo avvistato a Londra, per cui i quartieri occupati dalla classe operaia (la working class) venivano sempre più abitati dal ceto medio, quindi da imprenditori, commercianti e altre forme sociali con un reddito più elevato rispetto alla classe operaia.
Questo passaggio di popolazione ha per conseguenza l’aumento delle rendite fondiarie ma anche il prezzo d’acquisto o l’affitto degli appartamenti. Si vede un vero e proprio cambiamento della vita sociale, poiché la classe che tende a prevalere riproduce socialmente se stessa attraverso i suoi intrattenimenti, le sue necessità e i suoi modi di vita, provocando una selezione di ceto.
Il quartiere San Salvario di Torino è un esempio di gentrificazione, ma anche l’Isola a Milano, i quartieri San Lorenzo, il Pigneto a Roma sono quartieri riqualificati. Il processo di gentrificazione è immanente alla struttura urbana occidentale inserita in un’economia di natura capitalistica.
Altri problemi rilevanti sono quelli di natura economica, riguardano la disoccupazione giovanile, la polarizzazione della ricchezza, a discapito della classe media e del proletariato; e di natura civico-politica, legata al modo in cui le persone partecipano e danno un contributo alla loro comunità. Si parla in questo caso di civicness e di diritto alla città.
La civicness è un senso di riconoscimento dello spazio pubblico come un qualcosa di proprio, quindi si ha la capacità di riconoscere la propria identità personale nel collettivo e ha come conseguenza la fiducia, la coesione sociale, la solidarietà. Molto spesso la civicness si esprime in quei tessuti sociali che sono dotati di corpi intermedi solidi (protezione civile, associazioni ambientaliste, cooperative), strutture dove storicamente è sempre circolata la coesione territoriale.
Il diritto alla città è il diritto a decidere sul futuro della propria città. Viene definita da altri autori come Barbera o Barca la voice, ovvero la voce che consente di esprimere la propria opinione sul tavolo dei processi decisionali. Questi sono problemi ambientali, sociali, economici, politici che ruotano intorno al dibattito delle città.
È a partire dalla riflessione su queste questioni che si sviluppa il discorso sulla smart city, che non è una semplice applicazione della tecnologia alla vita cittadina, bensì una proposta di risoluzione di queste problematiche fondata su un ripensamento su base tecnologica della città.
La Smart City si presenta come un idealtipo di città che coniuga innovazione digitale e sostenibilità ambientale. Queste sono due novità relativamente recenti delle agende urbane locali. Ciò che avviene nella natura si ripercuote sull’ambito umano, il quale non può dunque continuare a sfruttare le risorse naturali in maniera incontrollata.
La “smartness” investe tutti gli aspetti della vita urbana, da quelli ricreativi a quelli infrastrutturali, affidando un ruolo centrale alla comunicazione dal basso da parte dei cittadini. La Smart City si fonda sul presupposto che la produzione e la ricezione d’informazioni utili per risolvere problemi urbani siano un diritto di cittadinanza e una base fondamentale per lo sviluppo di applicazioni.
Il mezzo è sempre un dispositivo di informazione, il fine è il miglioramento dell’ambiente e della qualità della vita. Tra gli indicatori di smartness più diffusi c’è la remunerazione del capitale investito, la flessibilità del mercato del lavoro, mentre proprio il diffondersi di ranking (classifiche) per stabilire quale sia la città più accogliente per l’organizzazione di un evento o per la fondazione di un progetto imprenditoriale, implica l’interiorizzazione di un valore di mercato come la competitività nella governance urbana.
La Smart City costituisce un fenomeno del mutamento sociale in atto, bisogna pertanto rivolgere l’attenzione sia al suo mondo ideale sia a quello materiale, sia alle rappresentazioni e ai codici con cui è plasmato il suo modello nel discorso sociale, sia alle infrastrutture e ai dispositivi organizzativi che incorporano il modello e qualificano la Smart City come una città unica nella storia.
La smart city va intesa come una visione (un insieme di idee, aspirazioni, desideri, convinzioni e credenze), incorporata in un modello di urbanizzazione. Nella smart city queste idee hanno l’occasione di diventare pratica sociale e materiale, perché si basano non solo su tradizioni culturali, aspirazioni e volontà, ma su fibra ottica, su sensoristica, su un apparato tecnologico e organizzativo: application, cloud systems, sistemi di stoccaggio delle informazioni.
La teoria dello spazio sociale può rappresentare una griglia di interpretazione con cui raccogliere e ordinare la complessità del fenomeno Smart City. L’autore principale e che l’ha esposta per primo è Henri Lefebvre, filosofo e sociologo francese che scrive negli anni del 68, in particolare dal 68 in poi è uno dei protagonisti del maggio parigino.
Prima di dedicarsi anche ad altri aspetti come la critica della vita quotidiana Lefebvre produce una trilogia sulla città, Il diritto alla città è il primo volume, La Rivoluzione Urbana il secondo e il terzo è La produzione dello spazio, il testo più complesso e anche più articolato, in cui la teoria dello spazio sociale viene elaborata in maniera più chiara. Questa teoria poi viene ripresa da Castells, da David Harvey, recentemente da Brenner, dalla sociologia urbana critica.
Lefebvre introduce il concetto di spazio sociale con una formula che lui stesso riconosce essere tautologica “lo spazio sociale è un prodotto sociale”. La città non è solo una “sede” di relazioni sociali, ma le produce essa stessa, attraverso l’elaborazione di architetture, istituzioni sociali, modalità organizzative.
Lo spazio sociale è allo stesso tempo: fisico perché implica la modalità con cui la città è infrastrutturata; e mentale, nella misura in cui contiene gli atteggiamenti e i comportamenti degli abitanti. La città si pone come fenomeno complesso, questa complessità si può riconoscere attraverso due processi, che si potrebbero definire come “sincrono” (che descrive lo spazio nei suoi aspetti a-storici, come se vedessimo in questo momento la città) e “asincrono” (diacronico, che descrive l’evoluzione storica della concezione di spazio, cerca di raccontare non solo come sia oggi lo spazio ma come lo sia stato in passato e come lo sarà in futuro, perché c’è la dimensione del tempo dentro).
Ogni processo ha tre livelli. La prima tripartizione prevede l’unione di tre spazi: concepito, percepito e vissuto. Dall’altro punto di vista abbiamo uno spazio assoluto, astratto e differenziale. Il primo è uno spazio simultaneo, il secondo è uno spazio socio-storico, il tentativo di applicare la teoria dello spazio sociale non solo alla città contemporanea ma alla storia della città nella sua interezza.
Spazio concepito
Analizzando la prima tripartizione, lo spazio concepito fa riferimento all'insieme di idee e di rappresentazioni che si formulano su una idea di spazio. Parlando di città si fa riferimento alle teorie che hanno plasmato l'idea di città, i modelli urbanistici, i modelli di urbanizzazione. Quindi questo tipo di spazio è “lo spazio dei pensieri sullo spazio”, cioè delle élite urbane.
Lo spazio concepito è tipico delle rappresentazioni, come arte, architettura, ingegneria, sociologia, urbanistica e altre discipline che hanno strutturato le visioni dello spazio e codificato le modalità per riprodurlo non solo fisicamente ma anche virtualmente. Esso è la rappresentazione di un certo spazio, vale a dire il modo con cui lo si concepisce e lo si progetta, è quindi un progetto preliminare che permette di visualizzare in maniera astratta la realtà per potere poi intervenire su di essa con gli strumenti a propria disposizione.
Per esempio, il modello cardo-decumano risponde a esigenze difensive e di organizzazione dei campi militari romani, le piazze ampie dei comuni medievali (Siena) trasmettono un tipico senso dell’Assoluto. Le città medievali si organizzano prevedendo delle stradine che si raccolgono fra di loro e sono molto strette, con palazzi affiancati tra di loro, improvvise piazze che si aprono e poi si chiudono; c’è molta irregolarità.
Lewis Mumford, urbanista e sociologo americano, nota come molto spesso le prime tracce dell’urbanistica medievale sembrano seguire i cammini dei pascoli, perché spesso si costruiscono proprio sulle asperità collinari o montane, che inizialmente vedevano unicamente la circolazione di animali. Quindi ne assumono anche in qualche modo le direzioni che sono completamente casuali.
Lefebvre mette in evidenza l’importanza della prospettiva e gli studi sulla prospettiva che si sviluppano nel Rinascimento non solo per l'elaborazione di architetture, ma anche di un’urbanistica, quindi non solo per l'elaborazione delle facciate delle chiese e dei palazzi, ma anche per il ripensamento di come gli schemi cittadini o urbani andassero rimodulati. Le cinture urbane delle città moderne rispondono alle necessità logistiche di chi lavora in quelle aree, lo spazio è organizzato per funzioni. Abbiamo sempre bisogno di fare riferimento ai valori ispiranti di un’epoca per capire come le città siano prodotte.
Spazio percepito
Lo spazio percepito della Smart City coincide con la sua urbanizzazione. Descrive l’organizzazione e la percezione fisica di uno spazio e, nell’ambito urbano, si riflette nelle opere infrastrutturali (materiali e immateriali) e nelle varie soluzioni tecniche, architetturali e organizzative (modelli di impresa, di governance, di ricerca) utilizzate per soddisfare e realizzare concretamente i bisogni, le priorità, le idee e i valori della propria epoca sia al livello dei servizi pubblici sia al livello dell’impresa privata.
È così che, per esempio, attualmente c’è stata la riconversione di fabbriche in centri culturali e di socialità, che si è installata la fibra ottica, che si sono sviluppate applicazioni per la consegna di generi alimentari d’asporto. Se lo spazio concepito è una riflessione, lo spazio percepito è il modo con cui quella riflessione prende piede e corpo attraverso i dispositivi che sono allo stesso tempo infrastrutturali e tecnologici, organizzativi e politici.
L’application per ordinare il cibo da casa prevede che ci siano delle persone che iscrivono per fare i runner, dei ristoranti che si iscrivono e forniscono cibo e dei clienti che si iscrivono e spendono i soldi. Il runner con questo servizio riesce ad arrotondare lo stipendio. Il cliente comodamente riceve quello che vuole a casa, il ristorante senza neanche avere lo stress del tavolo e del cameriere vende comunque il cibo. C’è questo win-win-win almeno su carta, l’infrastruttura immateriale che regge la convenzione delle application.
Spazio vissuto
Infine, lo spazio vissuto è quello delle “esperienze”, creato dalle appropriazioni, dai soggetti che vivono degli spazi (reali o immaginari) e li interpretano in base ai propri bisogni. Questo tipo di spazio è anche quello delle “eterotopie” (secondo la definizione di Foucault le eterotopie sono dei contro-spazi, dei luoghi o insieme di luoghi in cui si crea un modo alternativo di fruizione e si concentra l’impubblicabile, l’osceno): il dominato usa immaginazione e mobilitazione per reinventarne il senso.
Per raccontarlo è necessaria una fenomenologia, cioè l’analisi dei punti di vista di chi è immerso nei fenomeni. Come si è visto nei cultural studies spesso è dal basso verso l’alto che si attiva il meccanismo culturale. Molte volte l’organizzazione politico imprenditoriale ha dovuto prendere atto di bisogni e di iniziative espresse dal basso.
Applicato alla società contemporanea è lo spazio del co-worker, del runner, che si iscrive alla piattaforma, del cliente che la usa, del telelavoratore, di colui che vive direttamente il modello urbano e lo pratica.
Modelli urbanistici
Nella seconda tripartizione (spazio assoluto, astratto e differenziale) si ragiona su come i modelli urbanistici che ci sono stati finora abbiano posto le basi per la smart city, la quale è la risposta ai limiti e ai problemi del modello di urbanizzazione precedente. Un secondo asserto fondamentale dell’opera di Lefebvre rileva che ogni modo di produzione determina uno spazio sociale.
Per dare un maggiore ancoraggio a questa teoria, egli prova a ricostruire una storia dello spazio sociale. Lo spazio assoluto è il modello di urbanizzazione delle città pre-moderne. Attribuisce all'architettura e alla natura un valore simbolico, che si può riscontrare e percepire in alcune città come Agrigento, al cui interno (ai tempi della Magna Grecia) erano stati costruiti 10 templi al fine (secondo alcuni) di spaventare i potenziali nemici che, vedendo queste grandi opere, avrebbero rinunciato a invadere o attaccare quella determinata zona (questa è già una dimensione simbolica dello spazio).
Altri, invece, ritengono che la spiegazione sia correlata all’organizzazione sociale interna della città di Agrigento. Si può notare, perciò, come vi è una correlazione fra verticalità e potere (l’Acropoli è situata sempre in alto), di profondità, oscurità e morte (l’Ade è sempre sottoterra). La colonna di Traiano, la sua verticalità è espressione di una società maschile, patriarcale, che concepisce il potere in maniera fallocentrica. Perciò i valori simbolici diventano gli ispiratori principali di dispositivi concreti.
Dunque, lo spazio assoluto è una città costruita per simboli. I giganteschi apparati architettonici romani sono effettivamente diversi rispetto a quelli che si potevano ammirare nelle città greche, poiché in Grecia lo spazio assoluto è il rapporto di armonia fra spazio e uomo; la cultura greca mette l’uomo al centro dell’universo simbolico e non l’idea. Il tempio greco è costruito sulla scala umana, le colonne sono alte mediamente tre uomini messi uno sopra l’altro, i templi romani che si trovano ancora oggi nel Foro o di alcune città romane sono molto più grandi, dal momento che simboleggiano il potere dell'impero dentro cui bisogna solo inginocchiarsi, hanno una funzione ideologica, ribadendo la grandezza dell’impero. Così sono costruite le basiliche, infrastrutture civili romane; la basilica di Massenzio, il Pantheon, la maggior parte delle chiese paleocristiane sono basiliche civili, che hanno funzioni amministrative e politiche, hanno spazi giganteschi.
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