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Vanni Codeluppi: mi metto in vetrina

Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre "vetrinizzazioni"

Selfie dunque sono

Diversi sono stati i casi in cui la volontà di documentare la propria esistenza ha spinto gli individui a fotografarsi anche di fronte alla morte. È stato così per Daniela Poggiali, l’infermiera "killer" di Lugo di Romagna nel cui telefono sono trovati alcuni scatti di lei in posa con le sue vittime, per gli amici Chelsie e Jared che hanno deciso di fotografarsi di fronte all’amico morto per overdose o per Breanna Mitchell, che si è fotografata sorridente di fronte al campo di concentramento di Auschwitz.

La pratica del selfie sta ottenendo un successo travolgente, coinvolgendo persone comuni e non e di fatto configurandosi come moda di massa.

Il selfie come "monumento per tutti"

Benché la pratica fotografica dell’autoscatto esista da molto tempo, essa è sempre stata considerata una pratica privata. Ciò a cui si assiste oggi è invece la pubblicizzazione dell’autoscatto, che viene scattato con smartphone che l’individuo porta sempre con sé e che gli permette di documentare tutti gli eventi della propria vita. Importante è anche la presenza di un obiettivo interno che permette all’individuo che si fotografa di vedersi e quindi di sentirsi attivo perché può controllare l’immagine che sta producendo. Lo smartphone inoltre permette di modificare i propri selfie (es. Instagram) e di condividerli in tempo reale sui diversi social network.

Queste innovazioni tecnologiche stimolano l’impulso alla "vetrinizzazione" di sé delle persone. La vetrinizzazione è il frutto di quella impellente necessità che oggi le persone sentono di dover soddisfare al fine di costruire e gestire la propria identità. Gli individui cioè cercano di valorizzarsi e presentarsi al meglio agli altri, adeguandosi a quegli standard di rappresentazione sociale prevalenti nella società e mettendosi "in scena".

Il selfie consente dunque agli individui di vetrinizzarsi, di certificare la propria presenza nel web e la propria intera esistenza sociale. È così che le persone vengono riconosciute ed apprezzate dagli altri e quindi possono più facilmente costruire, sviluppare e rafforzare la propria identità. Tuttavia il selfie, benché si differenzi dall’autoscatto, è comunque una fotografia e come tale va considerato se si vuole comprendere appieno la sua funzione.

Innanzitutto occorre considerare la relazione che la fotografia ha instaurato con la morte. Da un lato essa offre infatti la possibilità di una specie di immortalità e dunque aiuta a convivere con l’idea della morte; dall’altro è proprio essa a ricordare agli esseri umani la loro necessità di un confronto con l’idea di morte. I sociologi classici, tra cui Werner Sombart, hanno spiegato come le comunità sociali tradizionali avessero trovato una soluzione al problema della convivenza degli esseri umani con la paura della morte perché attribuivano un senso di immortalità a chi ve ne faceva parte; la loro stabilità nel tempo dava all’individuo integrato la sensazione che far parte di esse significasse continuare a vivere simbolicamente anche dopo la morte. Il processo di modernizzazione ha sostituito la società a queste comunità e questa organizzazione di massa in costante cambiamento non è in grado di garantire un senso di immortalità agli individui. È stato pertanto necessario che si trovasse una soluzione a questo problema.

Nell’Ottocento un principio di soluzione è stato trovato dalla borghesia, che ha impiegato il monumento per mantenere in vita le persone di maggiore importanza, quelle reputate meritevoli di non scomparire dalla considerazione collettiva. A fianco del monumento era disponibile anche il ritratto pittorico. Nei secoli precedenti il ritratto era riservato a pochi, mentre a partire dalla seconda metà del Settecento si è diffuso notevolmente nei salotti delle abitazioni borghesi. È stata tuttavia la fotografia, nel secolo successivo, a diffondere in maniera significativa nella società la possibilità di immortalare la propria immagine, di fare una promozione pubblica di sé.

La fotografia infatti, a partire dalla sua nascita il 7 gennaio 1839, avvenuta quando François Arago ha annunciato l’invenzione della dagherrotipia all’Accademia delle Scienze di Francia, si è fin da subito presentata come un "monumento per tutti", uno strumento che consente di lasciare una testimonianza durevole di sé e che dunque permette all’individuo di riappropriarsi della sensazione d’immortalità tanto cercata.

Non è un caso che il primo selfie della storia risalga proprio al 1839 e sia un dagherrotipo realizzato a Philadelphia da Robert Cornelius. Il medium fotografico sembra pertanto contenere al suo interno una naturale tendenza a spingere il fotografo a dirigere l’obiettivo non soltanto all’esterno ma anche verso se stesso.

Nell’Ottocento l’evoluzione delle tecnologie a disposizione della fotografia ha consentito un abbassamento dei costi, che ha a sua volta portato ad una diffusione del ritratto fotografico. È così divenuto una pratica di massa, anche grazie all’invenzione delle economiche cartes de visite, piccoli biglietti da visita fotografici brevettati nel 1854 da Adolphe Disdéri. In America invece l’ambrotipia (1854, James Ambrose Cutting) ha permesso di fotografare i soldati della guerra di Secessione, mentre la commercializzazione della macchina fotografica portatile Kodak ha reso la fotografia alla portata di tutti. È dunque per questo motivo che la fotografia è divenuta, come ha affermato Pierre Bourdieu, un’"arte media", in quanto collocata in una posizione intermedia tra i linguaggi artistici tradizionali e le forme espressive di basso livello. Ma anche un potente strumento in grado di documentare il vissuto quotidiano delle persone.

Il selfie contemporaneo non fa altro che sviluppare la capacità insita nella fotografia di attribuire durata e diffusione sociale ad eventi di natura personale, facendoli vivere attraverso la riproduzione stabile e consentendo agli individui di "eternizzarsi" autonomamente in un mondo in continuo cambiamento. Il fotografo "mediatore" non interviene più influenzando lo scatto con le sue scelte stilistiche.

Gli psicologi hanno spesso paragonato l’atto di fotografare a quello del cacciare in quanto entrambi sono espressione della volontà dell’essere umano di dominare la realtà. È così che si spiega come mai alcuni membri delle tribù primitive, di fronte agli scatti degli antropologi, temevano che l’essere fotografati potesse sottrarre loro l’anima. Il fotografo dunque si impone sul soggetto, uccidendolo simbolicamente. Come ha affermato anche Susan Sontag infatti fotografare equivale a trasformare l’individuo in un oggetto che può essere simbolicamente posseduto, a compiere un "omicidio sublimato".

Va tuttavia considerato che l’individuo può difendersi dallo scatto ad esempio mettendosi in posa, fabbricandosi al momento un altro corpo. Questa difesa è comunque blanda in quanto generalmente le persone non ritrovano un’immagine veritiera della rappresentazione che hanno di loro stesse nella fotografia.

La fotografia possiede dunque la capacità di fissare nel tempo, isolandolo, un singolo momento all’interno della continuità dell’esistenza, ma allo stesso tempo rende irreale ciò che si cattura perché simula una realtà che non è più tale nel momento in cui la si riguarda. Come ha sostenuto Roland Barthes infatti la fotografia mostra qualcosa che è esistito ma non esiste più; questo qualcosa non torna in vita una volta osservato attraverso lo scatto, ma rimane cadavere. È dunque questo il rapporto di natura dialettica tra la vita e la morte insito nella fotografia.

La fotografia dall’analogico al digitale

Il selfie viene realizzato con un apparecchio elettronico, è dunque una fotografia digitale. In quanto tale è un’immagine "viva", che può essere facilmente modificata: infatti la manipolazione dell’immagine digitale è una pratica pressoché abituale. Per questo motivo al suo interno il dubbio è sempre possibile e questa possibilità spaventa l’individuo; la paura viene superata dalla grande facilità di accesso e impiego degli apparecchi digitali. Inoltre sono proprio l’instabilità e la dubitabilità costanti dell’immagine digitale a rassicurare le persone perché queste sono portate a pensare che nell’universo digitale sia sempre possibile apportare modifiche e correzioni.

Con il digitale il mondo della fotografia si è esteso ed è divenuto luogo di esperienza di vita, ambiente sociale in cui è possibile sviluppare ed intrattenere relazioni. Non a caso la fotografia ha oggi allungato la propria esistenza, passando da semplice scatto a successione di fasi (scatto, editing, condivisione, interazione) che vengono compiute in autonomia. Questo non modifica tuttavia l’idea centrale con cui le persone si approcciano alla fotografia e cioè di voler ottenere un ritratto soddisfacente di sé e che sia stabile e duri per un determinato periodo di tempo. Ci si ritrova perciò ancora all’interno delle caratteristiche proprie del linguaggio fotografico.

Nel selfie acquistano importanza tutte quelle azioni che l’individuo compie per arrivare allo scatto. Con lo smartphone infatti egli non è più costretto a guardare nel mirino, ma può vedere ciò che sta immortalando su un ampio display; deve tenerlo ad una distanza tale da inquadrare ciò che vuole e muovere il braccio in cerca della prospettiva migliore. Diventa così un operatore che si muove nello spazio alla ricerca del risultato più soddisfacente, di fatto dando all’occhio esterno l’impressione che sia non soltanto l’occhio a fotografare ma l’intero corpo. Si produce così una vera e propria "estetizzazione" dei movimenti del fotografo che scatta il selfie, col risultato di riuscire ad ottenere una sua ulteriore valorizzazione pubblica.

Nel selfie si crea un legame diretto tra corpo e macchina, per cui l’immagine scattata si trasforma in un documento che viene percepito come parte di sé e che è pertanto sentita come una dimensione intima della propria vita, anche perché lo smartphone accompagna l’individuo costantemente.

È importante considerare inoltre che nella fotografia e nel selfie il soggetto può guardare negli occhi il suo interlocutore, ed è per questo che l’immagine viene sentita come profondamente vera. Diventa ancora più vera se scattata con uno smartphone perché spesso questo produce immagini dall’incerta definizione ma soprattutto perché esso è un mezzo sempre disponibile e che dà l’impressione di poter cogliere l’attimo della vita che si sta svolgendo. L’attimo colto è tuttavia limitato nello spazio perché nel selfie il focus viene posto sul viso e sul corpo, in primis perché è lì che nella cultura sociale tende a collocarsi la vera essenza della persona e poi perché il selfie mira principalmente a testimoniare la presenza dell’individuo in un determinato evento.

È anche per questo motivo che il selfie può essere paragonato al diario adolescenziale: come questo rassicura l’individuo circa la sua esistenza e ha bisogno di un riconoscimento da parte del prossimo. Entrambi presentano dunque un paradosso: di tratta di un’interiorità che per essere identificata in quanto tale deve farsi riconoscere all’esterno. Il selfie in particolare sfrutta le nuove tecnologie e il web che permettono una diffusione in tempo reale dell’immagine e rendono ancora più accentuata questa contraddizione. Il selfie impone quindi una cultura della visibilità ed impone la presenza di un interlocutore.

Va considerato inoltre che il diario o l’album fotografico tradizionale per quanto tenuti appositamente per poter stabilizzare e rivivere il passato, sono facilmente deperibili. Il selfie e la fotografia digitale invece non presentano questa deperibilità ed è proprio per questa ragione che le immagini in circolazione sono aumentate in maniera esponenziale e la capacità espressiva del singolo scatto è stata notevolmente indebolita. A tal proposito è significativo ricordare che su Facebook ogni giorno vengono caricate 10 milioni di immagini, con la conseguente minimizzazione dell’importanza data al singolo scatto. Inoltre gran parte delle immagini scattate vengono conservate su supporti digitali, con il risultato che assumono un carattere immateriale.

Selfie, identità e narcisismo

Attraverso il selfie e la sua diffusione nel web le persone tentano di costruire e rafforzare la propria identità, di stabilizzare loro stesse. Si tratta tuttavia di un’illusione in quanto vivere all’interno del mondo digitale comporta il ritrovarsi in una situazione in cui per gli individui diventa difficile distinguere i confini esistenti fra reale e virtuale, il che di fatto aumenta il livello di debolezza ed incertezza dell’identità individuale che ciascuno cerca di comunicare: le persone quindi fanno selfie per tentare di non sentirsi più dei fantasmi ma di fatto lo sono sempre di più.

Questo avviene anche perché ciascun individuo cerca di disporre di un proprio pubblico, che però secondo Kierkegaard non è altro che un’astrazione; ed è proprio per lo stesso motivo che ognuno può avere l’ambizione di avere a disposizione un proprio pubblico. È probabile che in futuro a fianco dei selfie statici si diffonderanno i video perché in grado di offrire allo spettatore una rappresentazione più ricca e coinvolgente dell’identità del soggetto. Ma anche i "selfie in streaming", cioè il ricorso a strumenti come Periscope di Twitter, che permetteranno al singolo di prendere parte allo spettacolo planetario che si svolge sui diversi schermi che sono davanti ai suoi occhi, di sentirsi parte della rappresentazione mediatica della realtà.

Diverse critiche sono state addotte alla pratica del selfie, in primis che porti ad attuare comportamenti di tipo narcisistico. Fin dal 1859 tuttavia Charles Baudelaire si riferiva in termini di narcisismo alla fotografia. Non è quindi la fotografia o il selfie o addirittura i media in generale a generare ed alimentare il narcisismo. Il narcisismo nasce in quanto le società occidentali stanno divenendo sempre più individualistiche e dunque spingono le persone a preoccuparsi soprattutto di loro stesse e di come vengono percepite dagli altri. Gli smartphone con i quali vengono scattati i selfie non sono quindi creatori del narcisismo ma lo rendono semplicemente più praticabile.

Va considerato inoltre che il selfie nasce per essere condiviso e spesso non rappresenta solo il singolo ma esso insieme ad altri, e quindi è uno strumento relazionale, che riesce a far sentire l’individuo parte di un determinato ambito sociale perché permette di comunicare con gli altri. Anche per questo paradossalmente nell’era dei social e dell’enorme diffusione di immagini che consentono il contenuto di ciascuna fotografia tende a diventare scarsamente significativo perché la pratica della fotografia in sé e la possibilità di condividere i propri scatti con gli altri diventano più importanti rispetto al contenuto delle singole immagini inviate. Ciò che conta per gli individui è quindi sfruttare il selfie per rafforzare le proprie relazioni sociali e riuscire a trasmettere all’esterno l’immagine di sé desiderata.

Facebook, Twitter e YouTube: la vetrina digitale

Fatti di cronaca come quello riguardante una giovane madre francese che è stata arrestata nel 2014 per aver deliberatamente causato la morte del figlioletto di 18 mesi mettono in risalto come vi siano degli individui che pur di attirare l’attenzione altrui sui social network giungono a compiere degli atti efferati. Ovviamente la responsabilità di questi avvenimenti non è da attribuire unicamente a internet ed ai social network, ma è certamente vero che l’odierna ricerca spasmodica della visibilità è favorita dal fatto che online gli individui possono esporre facilmente loro stessi e la loro condizione di vita. Questa ricerca prende il nome di "selfbranding" ed è resa possibile dalla capacità del web di aiutare il singolo nella costruzione della propria identità sociale e rendere la propria esistenza una realtà d’interesse pubblico.

Basti pensare che gli utenti italiani attivi di Facebook raggiungono oggi i 25 milioni e che dunque la maggioranza degli italiani, così come anche degli abitanti di quasi tutti i Paesi, trascorrono diverse ore su questo e su altri social.

È dunque interessante indagare sul ruolo sociale svolto da questa particolare forma di vetrina digitale e per farlo è utile prendere in considerazione il concetto di trasparenza.

Il mito della trasparenza

Il concetto di trasparenza è fortemente connesso al passaggio avvenuto nelle società occidentali da una condizione di vita propria delle comunità ad un’altra propria della realtà urbana. Cioè si è passati da un ambiente sociale basato su conoscenza e fiducia ad un ambiente in cui ciascuno è per l’altro un estraneo, uno sconosciuto di cui ci si può fidare.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sohappily di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Codeluppi Vanni.
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