Ipermondo: dieci chiavi per capire il presente
Ipermodernità
Oggi assistiamo all’intensificazione di quelle che da sempre contraddistinguono la società occidentale moderna e cioè:
- L’idealizzazione del nuovo, del progresso sociale e del futuro;
- La possibilità per l’individuo di svincolarsi dai legami sociali tradizionali e di sentirsi libero di esprimere la sua autonoma capacità di scelta.
È perciò giusto definire la società odierna “ipermoderna” in quanto non si assiste ad una sua nuova fase, ma piuttosto al suo essere portata all’eccesso in quanto soggetta ad un processo di accelerazione ed intensificazione dei principali fenomeni che da sempre l’hanno contraddistinta.
Lo sviluppo della modernità e del capitalismo
Se si può parlare di società ipermoderna è perché essa rappresenta l’ultima tappa di un periodo di evoluzione che è cominciato nel Quattrocento e che è stato caratterizzato soprattutto dalla formazione e dallo sviluppo del modello capitalistico di produzione, attraverso l’accumulazione e la diffusione del capitale nella società. Il capitale infatti, dato il suo esser capace di assumere qualsiasi forma, ha la peculiarità di riuscire a farsi astratto e di rendere astratta anche la società una volta penetrato profondamente al suo interno.
Dunque potrebbe sembrare che siano state le tecnologie digitali e biologiche comparse negli ultimi anni a rendere sempre più astratta la società, ma in realtà si può affermare che queste non hanno fatto altro che accelerare un processo di “spiritualizzazione” della materia che è in corso da quando è nato il modello capitalistico di produzione.
Ciò è dovuto al fatto che questo processo di astrazione riguarda il capitale stesso, che si concretizza sempre di più nella ricchezza economica, la quale però è cambiata e diventata sempre più mobile e leggera, sempre più capace di assumere diverse forme (credito, finanza, moneta elettronica). Come ha sostenuto Simmel, il denaro ha perso progressivamente ogni legame con i processi sociali che l’hanno generato e di conseguenza anche il suo valore materiale e specifico, che si è trasformato in valore astratto ed indistinto. Ciò tuttavia gli ha permesso di funzionare sempre meglio come unità di misura di tutte le cose, che livella le differenze qualitative e quantifica tutto per poterlo rendere facilmente scambiabile sul mercato.
In precedenza Marx aveva già applicato al lavoro quest’idea dell’esistenza di un’astrazione, ritenendo che questo abbia la capacità di farsi astratto per poter essere misurato e venduto. Nel percorso di progressiva astrazione del lavoro è importante ricordare il passaggio da sistema produttivo fordista al modello postfordista, avvenuto negli anni Settanta del ‘900. In seguito a questa trasformazione il lavoro si è fatto infatti più astratto, ma ciò gli ha consentito di svolgere meglio il suo ruolo centrale nel funzionamento del sistema capitalistico.
Nel corso dei secoli anche i beni hanno vissuto un processo di astrazione, che ha permesso loro di arricchirsi della capacità di produrre significati e sviluppare le loro componenti comunicative ed immateriali a scapito di quelle puramente materiali. Decisiva a tale proposito è stata l’introduzione a partire dell’Ottocento del concetto di design, che ha significato la possibilità di abbellire gli oggetti con decorazioni e forme spesso operanti in maniera indipendente dalla funzione primaria dell’oggetto. I progressi dell’elettronica hanno accentuato questo fenomeno di smaterializzazione degli oggetti, che sono divenuti sempre più ridotti e leggeri nella loro componente hard e sempre più evoluti nella componente software.
Nel contempo la disponibilità di nuovi metodi costruttivi e di materiali come il vetro e l’acciaio ha permesso all’architettura di manifestare astrazione, immaterialità e trascendenza. Il grattacielo è la costruzione che meglio incarna questo processo, con i suoi significati di crescita dell’economia e di energia che si sviluppa verso l’alto e dunque verso l’immaterialità del cielo. Di recente il vetro viene sostituito dai pixel degli schermi su cui vengono proiettate le immagini pubblicitarie e così gli edifici riducono in maniera sensibile la loro natura fisica.
Anche i corpi sono stati interessati da un processo di astrazione, basti pensare ai canoni di bellezza della figura femminile che da corpulenti si sono spinti verso la sottigliezza e la leggerezza e agli abiti sempre più ridotti e semplificati. Progressivamente rimedi per il dimagrimento hanno ottenuto sempre più successo e un inestetismo come la cellulite è divenuto un vero e proprio nemico da sconfiggere.
Appare dunque evidente come l’intera società abbia subito un processo di progressiva astrazione. Anche l’industria culturale si è sviluppata passando attraverso la creazione di strumenti che facilitassero questo processo, come ad esempio la diffusione di massa dei libri stampati e dei quotidiani, grazie ai quali i lettori hanno imparato ad operare una distinzione tra produttore della conoscenza e conoscenza stessa.
Oppure con la nascita della fotografia, che ha indotto il medico statunitense Holmes a pensare che tale mezzo potesse dar vita ad una decisa separazione tra la materia fisica e la sua forma espressiva, in quanto in grado di rendere l’immagine autonoma dalla realtà oggettuale che rappresenta, stabile nel tempo e facilmente trasportabile. La fotografia ha introdotto un processo di produzione meccanica dell’immagine che ha progressivamente indebolito il ruolo autoriale esercitato dall’individuo.
Il processo di astrazione ha potuto svilupparsi anche attraverso il cinema (che ha intensificato la forza comunicativa delle immagini ed è stato in grado di evocare un mondo di natura spirituale e onirica) e la radio (che ha introdotto un flusso di voci dove la realtà si trasforma in un mondo popolato da fantasmi, sebbene con una grande capacità espressiva). Con l’arrivo della televisione il processo è proseguito in quanto il punto di vista della telecamera (e perciò della collettività) ha sostituito quello del singolo. L’avvento di internet infine ha fatto ulteriormente avanzare questo processo, con la creazione di un grande cervello collettivo e globale indipendente dall’operato del singolo.
Una vita accelerata
Lo scrittore di fantascienza Verne nel suo romanzo ha descritto brillantemente la società odierna come un immenso insieme di flussi circolatori. Numerosi studiosi tra cui Lévi-Strauss hanno mostrato che le diverse forme culturali e societarie succedutesi nella storia hanno basato il loro funzionamento sulla capacità di mantenere attivi nel sociale i flussi di circolazione delle persone e soprattutto delle merci e delle relative forme di pagamento. Il sistema capitalistico ha trovato però in tali flussi la sua principale ragione d'essere perché ha cercato da sempre di creare un unico grande mercato in grado di consentire la libera circolazione e di migliorare progressivamente la sua resa produttiva accelerando tale circolazione e quindi il lavoro richiesto agli esseri umani.
Nel corso degli ultimi decenni questi flussi si sono ulteriormente intensificati anche grazie alla diffusione dei messaggi e dei significati che attivano il desiderio dei consumatori nei confronti delle merci e che dunque stimolano la circolazione di queste ultime. L'economia dei flussi immateriali tende così ad integrarsi con quella dei flussi materiali mentre il sistema comunicativo del consumo affianca quello tradizionale di distribuzione e circolazione delle merci.
È così che nelle società ipermoderne la cultura sociale accelera progressivamente la sua velocità e gli esseri umani si trovano a dover vivere una condizione paradossale nella quale non riescono più a comunicare e hanno la sensazione di essere in un istante ogni presente dove passato, presente e futuro tendono a fondersi e non è più possibile elaborare progetti a lungo termine, ma bisogna vivere al meglio ciò che ogni giorno si presenta, accontentarsi, accettare il "buono quanto basta".
Per comprendere i cambiamenti attualmente in atto nelle società occidentali avanzate è importante tenere conto delle modificazioni che riguardano la nostra capacità di orientarci rispetto al tempo e allo spazio. Infatti la modernità ha potuto svilupparsi proprio perché ha saputo attribuire uno statuto autonomo al tempo e allo spazio che per la prima volta sono stati teorizzati come categorie distinte tra loro e rispetto alle esperienze sperimentabili nell'ambito della vita quotidiana. Ciò è stato possibile soprattutto grazie alla diffusione dei moderni sistemi di trasporto e comunicazione che hanno consentito di superare la necessità di un'interazione caratterizzata dalla presenza nello stesso tempo e nello stesso luogo del soggetto e di creare una separazione del tempo e dello spazio rispetto al luogo.
Così sono stati standardizzati il tempo e lo spazio e l'organizzazione sociale del tempo è stata fatta corrispondere all'uniformità della misurazione del tempo introdotta dall'arrivo dell'orologio meccanico, mentre lo spazio è stato reso sempre più autonomo. Oggi si parla di "tempo reale", cioè un tempo reso possibile da internet, istantaneo, che impone agli individui di essere sempre attivi e connessi. Allo stesso modo il mondo del consumo impone in maniera crescente agli individui di essere sempre aperti e disponibili alle innovazioni che quotidianamente propone.
In precedenza tempo e spazio erano misurati a partire dall'esperienza individuale, ma ora entrambi vengono misurati e percepiti sempre più attraverso il sistema sociale. Sono dunque stati resi entità astratte che facilitano il funzionamento della società e dei mercati proprio perché non hanno necessità di intrattenere legami con un preciso contesto sociale. È così che la vita ha subito un'accelerazione che produce come conseguenza pesanti costi per l'ambiente naturale ed una compressione del tempo a disposizione degli individui. Gli individui tentano invano di inseguire i veloci ritmi della società, producendo un'alterazione dei cicli naturali dell'organismo che determina spesso l'insonnia.
In un'epoca in cui dominano l'ipercomunicazione e le tecnologie in grado di semplificare la vita, il cervello assume una posizione rilevante, venendo anche spesso utilizzato oltre il limite delle sue possibilità, mentre il corpo viene sempre più percepito come semplice oggetto di piacere da curare sul piano estetico.
La cultura ipermoderna
Alain Touraine ha affermato che le società occidentali sono state descritte nel corso dei secoli dapprima impiegando delle categorie politiche (disordine ed ordine, pace e guerra, re e nazione) e poi con lo sviluppo della modernità in termini economici e sociali (classe sociale e ricchezza, borghesia e proletariato, stratificazione e mobilità sociale). Attualmente queste categorie non sono più in grado di rendere conto delle specifiche caratteristiche che le società contemporanee hanno assunto perché sono state sostituite da quelle culturali.
È necessario però riflettere sul fatto che la cultura ha subito un'intensa modifica negli ultimi anni, un processo di intenso sviluppo ed è diventata un vero e proprio mondo. Questo mondo sempre più globale è dominato dal capitale delle multinazionali, ma anche in grado di funzionare secondo la logica della rete e dello spettacolo mediatico, è il mondo concreto e fisicamente sperimentabile del capitalismo, del consumo, della moda, di media e dell'industria culturale.
Un mondo che è in grado di trasformare radicalmente la vita quotidiana delle persone ed ambiti primari della società come la politica e il commercio. Probabilmente pensando proprio a questo mondo James Lull ha parlato di "spazio estetico deterritorializzato", intendendo uno spazio che presenta un aspetto confuso e frammentario, perché tende ad articolarsi secondo una molteplicità di dimensioni, la quale rende difficoltoso per gli individui il tradizionale processo di radicamento in un determinato gruppo sociale posizionato all'interno di un territorio. Dal momento che la società odierna si colloca confusamente tra locale e globale, tra il collettivo e individuale e tra le forme mediate e non mediate di esperienza, si tratta di uno spazio che opera prevalentemente in un ambito di tipo extra nazionale e potenzialmente globale ed è paradossalmente "senza spazio", in conseguenza di quel processo di movimento costante che caratterizza le merci, le persone e i messaggi.
La forza di questo spazio dunque risiede nella capacità di superare la limitatezza comunicativa della parola scritta e del discorso orale, adottando linguaggi simbolicamente più ricchi e meno analitici, basati sulle emozioni, come le immagini e la musica. Sfrutta cioè la dimensione estetica, chi è in grado di attivare la sfera sensoriale percettiva e dunque di coinvolgere maggiormente l'ambito della corporeità. Al suo interno hanno soprattutto importanza la novità dello stimolo prodotto, la differenza e l'eccentricità e non più la stabilità e la coerenza. È dunque caratterizzato da una continua rincorsa del nuovo, della varietà e dell'eccesso.
È così che ci si rende conto di trovarsi di fronte ad una vera e propria "ipercultura" che è propria dell'ipermodernità, nella quale realtà e immaginazione tendono a confondersi e dove si crea il "mediapolis", che è una realtà di secondo livello che viene creata dai media e che non sostituisce il mondo dell'esperienza concretamente vissuta, ma si sviluppa accanto al mondo reale, unendo ciò che proviene dai media con quello che è direttamente vissuto dagli individui.
La creazione dello spazio estetico deterritorializzato rende possibile la manipolazione e la mobilità dei significati dei simboli, facendo disgregare dicotomie consolidate (come ad esempio reale-virtuale) che saltano in compresenza di due processi: la mercificazione della cultura e la culturalizzazione della merce. Mercificazione della cultura perché essa si è fatta mercato, offerta di informazioni, immagini, suoni, prodotti e marche da consumare; culturalizzazione della merce perché è stata progressivamente arricchito la sua capacità di creare significati e valori e di farli circolare nella società, in quanto si propone sempre più come uno strumento in grado di generare messaggi e spettacoli.
In apparenza la situazione si presenta come paradossale perché il capitalismo ha bisogno di mantenere in vita l'autonomia della cultura, che gli permette di avere un ambiente affidabile dove il commercio può avere luogo. Dunque il capitalismo per produrre valore economico deve ricorrere al ruolo socialmente svolto dalla cultura, eppure tende nello stesso tempo a soffocarla e ad indebolire quelle fondamenta che rendono possibile le sue relazioni commerciali.
Lo sviluppo dell'ipercultura è un fenomeno recente, ma fondamentale, perché anticipa ciò che accadrà anche nell'industria capitalistica, che si trasformerà costantemente e produrrà grazie ad una rete composto da migliaia di piccole medie imprese.
L'analisi critica condotta dai filosofi Horkheimer e Adorno nel volume Dialettica dell'illuminismo degli anni Quaranta del '900 analizza l'industria culturale ed in particolare la relazione esistente tra la cultura e il sistema economico ed industriale. In essa i due filosofi hanno accusato la produzione di massa di essere imperniata su una logica di omogeneizzazione e standardizzazione, che rendeva i beni culturali e non sempre più identici ed effettivamente all'epoca gli individui si esprimevano mediante un gusto omogeneo di massa.
In anni recenti i sociologi inglesi Lash e Lury hanno aggiornato questa interpretazione compiendo una ricerca a livello internazionale sulle merci dell'industria culturale. Ne è derivata che merci come il film Trainspotting o Toy Story sono principalmente caratterizzate da un processo di differenziazione, in quanto nell'attuale industria culturale globale gli oggetti culturali sono indeterminati, perché si trasformano nel corso dei processi di circolazione sociale che li riguardano è proprio grazie a questa trasformazione possono acquisire un valore economico.
Pertanto essi sono dotati di una vita autonoma ed è possibile ricostruirne la biografia e gli spostamenti. Dunque secondo i due studiosi quello che in precedenza era un medium (una merce culturale) si trasforma in una cosa (una merce normale), mentre quella che era una cosa diventa un medium: è così ad esempio che i film danno vita ai videogiochi, le marche traducono le loro identità e loro loghi in ambienti fisici come gli spazi di vendita, mentre gli oggetti assumono una natura comunicativa sempre più evidente soprattutto attraverso il ruolo giocato dalle loro marche.
Ciò è possibile perché l'industria culturale globale odierna si basa sulle marche che sono capaci di comunicare, dare vita a relazioni sociali e di alimentare l'identità dei prodotti grazie alla loro peculiarità di possedere una storia e una memoria. Tuttavia esse si contraddistinguono soprattutto perché ciascuna opera per differenziazione e cioè produce valore economico grazie alla sua capacità di essere differente.
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