Cmp1 semiotica Sofia Mingardo e Stefano Calabrese: la comunicazione narrativa
Dalla letteratura alla quotidianità
1. Storytelling
1.1. Homo narrans
Contesto: Anni '60-'70: “Scuola di Parigi” by Barthes, Todorov e Genette.
- Le narrazioni vennero studiate in modo da identificarne le unità minimali e trovarne grammatica universale del racconto.
- Venne messo a punto strumenti di analisi per classificare la posizione dell’autore, il PdV e il rapporto tra tempo della storia e tempo del discorso arrivando a definire gli elementi ripetitivi.
Anni '90: Herman e teoria di pratiche narrative + Cognitivismo: la nostra mente si fonda sulla connessione crono-causale = correlazione degli eventi come cause ed effetti.
- Neuroscienze: quando osserviamo qualcosa, lo classifichiamo confrontandolo con un modello stereotipico, derivato da esperienze simili registrate nella memoria – a partire dai tre anni.
Storytelling = capacità di elaborare una narrazione derivata dalla vita vissuta.
Svolta narrativa: narratività in sistema di comunicazioni globali (+ politica e marketing). La narrazione è un processo di trasformazione, progettualità e cambiamento che coinvolge uno o più attori, in cui l'elemento prioritario non è il significato (statico) ma la direzione (dinamica).
J. Bruner, psicologo USA, fa uno studio sullo storytelling: distingue il pensiero paradigmatico (scientifico) e il pensiero narrativo (di tipo sequenziale, ovvero prevalgono correlazioni di tipo logico-temporali).
1.2. Schema e script
- Schema: ogni nostra nuova esperienza viene valutata sulla base di un confronto con un modello stereotipico esistente, derivato da esperienze simili registrate nella memoria – conformità o difformità rispetto a schema pregresso riferito a oggetti statici o relazioni. Il ricorso a uno schema è prerequisito cognitivo per la comprensibilità di un evento esperito/una situazione a cui si partecipa.
- Script: capacità di codificare quello che avviene; senza script non accade nulla. Si riferiscono a processi dinamici, ovvero al modo in cui si producono attese relativamente alla maniera in cui si verificano sequenze di eventi. Vari tipi situazionali, personali, strumentali.
Schema e script convivono! Uno schema dà il paradigma semantico; lo script ne costituisce l’articolazione semantica, classificando la rappresentazione mentale della situazione in cui si trova, colmando le lacune di informazione attraverso la memoria semantica (che registra gli schemata) e poi leggendo gli eventi che accadono grazie alla memoria episodica o sequenziale (che registra gli script).
La narrativa è strumento cognitivo in grado di fornire modelli di comprensione concettuale delle situazioni e di cooperare alla configurazione spazio-temporale dell’agire quotidiano; i concetti sono di per se stessi delocalizzati ed è la narratività a dare loro un’ambientazione spazio-temporale. La narrazione ha un nucleo di sette componenti essenziali:
- Setting
- Fattore causale (trasformazione iniziale del setting)
- Risposta interna (motivazione dell'attore a reagire)
- Obiettivo
- Intenzione
- Azione
- Reazione
Contrasto schema/script: Esempi di compresenza ludica di schema e script incompatibili:
- Pubblicità Post-it con uomo e donna sdraiati a letto, donna con un post-it sulla fronte con scritto “Jane”: si creano discrepanze interpretative. Schema: contesto (coppia di coniugi dormienti). Script: azione (più significati).
- Pubblicità Diesel: volontà di sovrapporre l'immagine dei propri prodotti a quella di contesti socio-ambientali discrepanti. Immobilità annulla gli script.
Insieme di cultura/natura. Teoria del comico: si ha effetto umoristico quando un testo descrive una situazione che si rivela compatibile simultaneamente con due schemata o script opposti.
1.3. Forme primarie
a) Fludernik & Hayden White – l’uomo osserva il mondo in forma narrativa per potergli assegnare un ordine; non ci sono oggettivamente narrazioni, ma soggettivamente pensieri narrativi: lo storytelling è un’esperienza filtrata dalla coscienza individuale. Sono i destinatari a costruire attivamente il testo con parametri cognitivi esperienziali.
I processi di narrativizzazione consistono nel dare forma narrativa a un resoconto con lo scopo di facilitarne la comprensione dei fenomeni; imporre al materiale un format narrativo con inizio-medio-fine ben definiti e osservare eventi reali che abbiano coerenza, integrità e finitezza. Storificazione: trasformazione del materiale storico in forma di racconto.
b) Carlo Ginzburg – perché una narrazione sia tale è essenziale il contenuto, ovvero l'esistenza di un conflitto tra i desideri così che ogni evento possa avere valenze multifunzionali [es: Edipo Re].
c) Marie Laure Ryan: la situazione narrativa ideale si ha quando questa multifunzionalità si declina in una serie di storie virtuali.
d) Genette – definisce architesto una categoria “insieme delle categorie generali o trascendentali – tipi di discorso, modi d’enunciazione, generi letterari, ecc.. – cui appartiene ogni singolo testo”. Forme possibili di transtestualità (relazioni di testi con testi): architestualità (relazione testo/architesto), intertestualità, paratestualità, metatestualità, ipertestualità.
Folklore
- W. J. Thoms nel 1846 conia il termine folk [popolo] + lore [sapere, credenza]. Insieme di tradizioni popolari trasmesse oralmente.
- Jakobson nel 1929 sulle teorie di Saussure dice che langue = rappresentazioni extra-individuali e parole = rappresentazioni dell’individuo.
- Edward B. Tylor & Andrew Lang (metà XIX secolo): lo storytelling ha sin dall’inizio la responsabilità di cercare di risolvere i problemi esistenziali = RACCONTARE SIGNIFICA ESISTERE, ESSERCI.
- Axel Olrik: (scuola finlandese) lo storytelling svolge funzioni apotropaiche dotata della facoltà magica di tenere lontano l’influsso degli spiriti maligni e ha sviluppato caratteristiche formali ricorrenti:
- Inizio e fine quieti
- No descrizioni abbreviate
- Legge dei due personaggi sulla scena
- Contrapposizioni binarie
- Legge dei gemelli (piccoli e deboli)
- No intrecci
- Tutto intorno a una scena principale.
- André Jolles nel 1897: tutto ciò che appartiene al folklore è la trasformazione in immagine della realtà. Studiando lo storytelling originario, teorizza le FORME SEMPLICI che si sono generate spontaneamente in contesti comunicativi quotidiani, senza alcuna costruzione estetica consapevole; prospettiva circolare delle forme semplici:
- LEGGENDA (nasce nel XIII secolo per vita di santo = modello esemplare di cristianità),
- SAGA o LEGGENDA PROFANA (legato a clan, famiglie e stirpi [reincarnazione della saga nelle soap operas]),
- ORACOLO (con forza predittiva: dare risposte a domande),
- MEMORABILE (ricorso a dettagli concreti che garantiscano l’autenticità),
- FIABA (tutto in essa procede come dovrebbe se la vita fosse perfetta),
- SCHERZO (sovverte sistematicamente le restrizioni del linguaggio, della logica e dell’etica).
- Fiction televisiva: prodotto neofolklorico: uno script per diventare un serial televisivo deve superare un processo selettivo per il quale il pubblico diventa autore collettivo.
1.4. Lo storytelling mitico-rituale
- Mito: parola, discorso – ogni parola che contenesse la conoscenza di una realtà non immediatamente evidente fatta propria dalla cultura collettiva e dalla tradizione orale; il racconto orale vive nel momento della narrazione, ogni performance è unica e irripetibile in quanto ogni enunciazione costituisce una nuova ricomposizione del testo.
- Blumenberg: i miti sono storie con un alto grado di stabilità nel loro nucleo narrativo e con una variabilità marginale altrettanto marcata – rapporto “tema con variazione”.
Risemantizzazione & rinarrabilità:
- Aristotele: mythos + logos = intreccio + argomento.
- Tylor: I primitivi creano i miti per un deficit di pensiero critico – il mito spiega eventi che accadono nel mondo fisico ed è la controparte primitiva della scienza = risultato epistemologico.
- James George Frazer: il mito spiega e la spiegazione è un mezzo di controllo = risultato pratico; i miti sono spiegazioni erronee di fenomeni naturali e umani (in contrasto con fiabe – racconti inventati e tramandati oralmente su fatti assolutamente immaginari; in contrasto con leggenda – racconti che si riferiscono a personaggi del passato contestualizzati in località precise).
- Malinowski: le culture primitive usano il mito per riconciliarsi con gli aspetti inspiegabili o terrifici del mondo e per compattare la comunità sociale in termini di diritto e di legge.
- Claude Lévi-Strauss (analisi del mito in prospettiva strutturalista): è modello politico, economico, morale e rituale – è oggetto semiotico; la fiaba e il mito sono due specie di un unico genere, realizzazioni differenti di un pensiero comune, grammatica di tipo composizionale: ars combinatoria. Introduce il concetto di MITEMA: unità costruttiva fondamentale del discorso mitologico; il significato di un mito non deriva dall’intreccio narrativo ma dalle relazioni a livello di struttura profonda tra le classi di mitemi nei quali esso può essere scomposto. La caratteristica distintiva del mito è risolvere o almeno mitigare i conflitti, creando una mediazione tra entità contrapposte.
- Barthes: funzione ideologica di consolidamento simbolico delle convenzioni sociali = il MITO serve a trasformare un fatto sociale e culturale storicamente determinato in un fatto naturale e universale.
Cognitivismo: teoria della “scoperta dell’agente”: processo intuitivo che presume l’intervento consapevole di un agente a prescindere dalla sua effettiva presenza = strategia di mitificazione. Il mito è solo un grande incubatore di narrazioni che tenderanno a declinare in forme discorsive e tematiche particolari. La funzione difensiva, apotropaica ed esplicativa del racconto mitico.
Il mito è un incubatore di narrazioni di diverso tipo, distinguiamo infatti:
- Epica da epos “parola”, “discorso”: inizialmente orale poi scritta è un lungo poema narrativo in cui l’eroe compie azioni imponenti, di solito in interazione con gli dèi. Sottogeneri: epica eroica (Iliade e Odissea), epica celebrativa di un popolo (Eneide), epica storica (Punica di Silio Italico), epica cavalleresca (I Nibelunghi, La Chanson de Roland), epica cristiana (Dante e Paradise Lost di Milton), epica allegorica (La Regina delle Fate di Spenser) ed epica satirica (Orlando Furioso). Le narrazioni epiche prendono corpo in fasi di declino storico = tendenza all’idealizzazione (ammirazione). Originariamente: DIZIONE FORMULAICA, presenza di formule esperimenti temi e motivi che si ripetono nella rigida cornice di uno schema metrico.
- Epica classica: genere lineare e teleologico (finalistico); gli intrecci formano un tutto unitario e concatenazione inizio-mezzo-fine; illusione che esista un modello e che ci sia un destino che deve adempirsi [manca l’avventura, tipica poi del romance]. Caratteristiche: invocazione alle Muse (per informazione, non per ispirazione), inizio in medias res, similitudine, alta incidenza del discorso diretto (nell’Iliade 45%; nell’Odissea 66%), cataloghi, l’ekphrasis (descrizione dettagliata di luoghi, oggetti..).
- Epica moderna: dimensione sovra-nazionale, “contemporaneo del noncontemporaneo” (Bloch), originalità, rarità, non-chiusura (perenne capacità di riaprirsi), passività (figura nuova dell’eroe che trova la sua essenza non nell’azione, ma nell’immaginazione, nel sogno), allegoricità, polifonicità.
- Dramma da drama “azione” nasce in Grecia tra fine VI e inizio V a.C. nelle sue tre forme:
- Tragedia: caratteristiche: errori fatali e decisioni sbagliate da parte del protagonista; ostacoli esterni che riflettono l’evoluzione interna dell’eroe; funzione sociale: catarsi.
- Commedia: caratteristiche: le azioni dell’antagonista sono gli ostacoli che l’eroe deve superare; inizia con difficoltà e si conclude con lieto fine; funzione sociale: divertimento.
- Dramma satiresco (atto religioso): genere intermedio dal quale si svilupperanno le forme ibride quali la favola pastorale, la tragicommedia e il melodramma.
1.5. Dopo il mito
a) Lo storytelling in una dimensione biografica, un format da rispettare:
- Agiografia: vita leggendaria di un santo, modello etico-religioso. Richiede una fiducia assoluta da parte del lettore nel narratore e reverenza statuaria verso il personaggio di cui si parla. Medioevo: ex San Francesco d’Assisi (Cinquecento: incremento per stampa e cultura della controriforma).
- Leggenda (lett: cose da leggere): può significare una narrazione tradizionale, sviluppata in contesti in cui predomina l’oralità, ma poi affidata alla tradizione scritta, la quale fornisce un’eziologia di qualche dettaglio locale straordinario; oppure un racconto relativo a una persona, un luogo, un evento come se fosse basato sulla realtà. Rivolta alla collettività, cui fornisce spiegazioni e propone modelli. Accesso alla tradizione comune = non richiede che il narratore sia un performer riconosciuto.
- Leggenda sacra: imitatio Christi (passio – sant’Eulalia – o vita – sant’Alessio) + oggettivizzazione della virtù = al fedele appare come figura irraggiungibile e modello da imitare. Perde validità alla fine del Medioevo con la Riforma Protestante.
- Leggenda profana (o saga < isl. seja “dire”): in prosa, Islanda dal X secolo (abbiamo manoscritti dal XIII-XV sec), carattere storico o eroico; conservano la retorica tipica della composizione orale e NON hanno l’autore perché è tradizione anonima. Tre tipi di saga: islandese (colonizzazione dell’Islanda), dei re (personaggi regali in contesto familiare), del tempo antico (materia per colonizzazione Islanda) = concetto di famiglia e di vincolo di sangue; la storia esiste solo come serie di avvenimenti vissuti in famiglia, solo la famiglia fa storia. È connessa a popoli che si spostano.
- Parabola: metafore di un aspetto della vita morale o spirituale [parabole prototipiche] – fonte concreta che invita al confronto con un obiettivo che resta tuttavia implicito; orientate in senso morale e spirituale, tendono a focalizzarsi su azioni umane.
b) Lo storytelling in una dimensione temporale:
- Annalistica (registrazione di eventi reali e degni di nota ordinati cronologicamente secondo l’anno solare): Antichità e Medioevo: liste prive di intreccio e di un soggetto centrale, senza spiegazioni causali e senza conclusione > Modernità: organizzati intorno a un argomento singolo e omogeneo e mirano ad essere esaustivi.
c) Lo storytelling in una dimensione spaziale:
- Narrazione odeporica (resoconto scritto di un viaggio): viaggio è straniamento e allontanamento per ridefinire la propria identità. Narrazione lineare ed episodica: via di mezzo tra epica, romance di ricerca, romanzo picaresco, fiction utopica, fantascienza, romanzo d’avventura, Bildungsroman.. Spesso trattata come travelogue (narrazione strutturata con itinerario): diario di viaggio = in forma autobiografica, dichiarazione che il viaggio si è verificato realmente. Modelli di percezione culturali e individuali = mondi lontani o alternativi, a volte persino fantastici; scenario a viaggio spirituale, sentimentale o comunque interiore [Dante, Utopia di T. More 1516, I Viaggi di Gulliver di J. Swift 1726] – legata a UTOPIA: viaggio immaginario verso terre lontane e viene descritta una forma di vita ideale.
d) Lo storytelling in una dimensione etico-precettistica:
- Favola: narrazione breve in prosa o versi che fornisce un insegnamento morale o trasmette un PdV etico. Gli animali appaiono tipicamente umani. Si distingue dalla fiaba perché in questa non c’è la dimensione morale = esoforica (allontana l’uomo da sé). La favola è endoforica e dunque è volta al futuro e didascalica [in grado di orientare l’intelligenza pratica degli uomini]. Nasce oralmente. Esopo VI sec a.C. (proviene forse da area assiro-babilonese o area indiana): breve racconto in prosa con cronotopo generico, personaggi stilizzati, azione compiuta e commento di carattere morale.
- Fedro I sec d.C (la favola manifesta ambizioni letterarie): in senario giambico, brevitas, finalità didattico-morale + satira e promossa da molti retori per uso scolastico e pedagogico.
- Medioevo ha grande influenza il Fisiologo Tra il II e il IV sec d.C – trasferisce nella simbologia cristiana il patrimonio di conoscenze naturalistiche dell’antichità); XII sec. Maria di Francia traduce in versi ottosillabici favole di una raccolta anglosassone.
- Rinascimento: c’è convinzione rinascimentale che virtù è medietas stilistica e comportamentale; 1490-93 Leonardo Da Vinci scrive 54 favole.
- Seicento Jean de la Fontaine (rappresentazione psicologica dei personaggio, cronotopo concreto e società di corte).
- Settecento: Lessing scrive favole e studia le favole = rivolgendosi alla ragione, la narrazione favolistica anestetizza le passioni grazie a personaggi lontani dalla realtà quotidiana e crea un distacco cognitivo, che insegna verità universali attraverso casi particolari.
- Romanticismo è marginale per concorrenza con fiaba = la favola retrocede a genere per bambini.
- Novecento: Trilussa e Leonardo Sciascia POI Orwell (Animal Farm 1945: politica), Sepúlveda (Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare 1996: sociale).
Teorie della favola:
- Nøjgaard: forma binaria, ovvero personaggio che compie una scelta – valutazione morale, che può essere paradigmatica, parenetica (esortazione al lettore) o sarcastica.
- D. Lee Rubin: la favola ha una forma generale che subisce distinzioni funzionali e strutturali.
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