Sunto di Scienze Documentarie, docente Vivarelli, libro consigliato Le dimensioni della bibliografia di Maurizio
Vivarelli
1- Luoghi della memoria
1.1 Mal di archivio
La bibliografia si configura come un interessante campo di indagine sia come teroia e tecnica della descrizione e della
indicizzazione di libri, sia come meta disciplina che lascia affiorare tendenze e tensioni universalistiche, anche dopo
che il libro gunthenbergiano + confluito oramai nel campo delle informazioni documentarie digitali. Per trovare tratti
comuni tra bibliografia e scienza dell’informazione è necessario analizzare i loro elementi arcaici e originali: il primo +
la fisionomia concettuale del luogo, fisico e interpretativo, in cui hanno sede le attività di ordinamento, e in cui
quell’ordine acquisisce una forma, come la lista, il catalogo o l’elenco. Lo scopo principale delle scienze
documentarie è infatti creare un modo e regole che permettano il recupero di contenuti informativi contenuti nei
cataloghi. Il senso di archivio per Deridda ha un senso unico, viene dall’archeion greco, la casa dei magistrati o
arconti, coloro che avevano il potere, conservavano anche i documenti ufficiali, di cui erano guardiani. L’archivio fin
dalle sue origini è connotato da una funzione topo-nomologica, nella quale l’ordine interpretativo viene garantito a
partire dalla specificità di un luogo. In questa fase fondativa si situa e si localizza il principio della scienza
dell’archivio. Deridda parla di male d’archivio, ovvero si crea, sin dall’antichità, una polarità tra cosa è archiviabile o
cosa no e soprattutto l’operazione di archiviazione precede la costituzione dell’archivio. In questa delicata fase entra
in gioco anche la “scritturalità”, il processo con cui le tracce sono radunate in un unico luogo dove su di esse nasce
l’esigenza di un ordinamento. Tutto questo da a sua volta origine alle discipline che si definiscono archiviali. Ma
queste tracce sono ancora mute, sono state staccate dai loro autori originali, ma ci sarà qualcuno in grado di
interpretarle e conservarle.
1.2 La forma della scrittura
Le complesse dinamiche connesse all’invenzione e alla diffusione della scrittura costituiscono fenomeno di
fondamentale importanza, radicati prima dei sistemi pitto-ideografici, poi nella scrittura cuneiforme (mesopotamia)
poi all’alfabeto grazie a fenici e greci. La scrittura ha trasformato la mente umana, esteriorizza il testo in un spazio
fuori della psiche e trasferisce in segni ciò che prima avveniva entro i confini dello spazio interiore. Per Platone però
la scrittura è una tecnologia che aliena il testo da sé stesso, mentre per l’antropologo Ong la scrittura ha un valore
inestimabile, perché innalza il livello di consapevolezza umana. Prima della nascita della scrittura l’umanità si era
avvalsa di strumenti di ausilio alla memorizzazione, come nodi su cordicelle, quali il quipu, utilizzato dai funzionari
inca per eseguire calcoli o le incisioni di tacche su rami e bastoni come i robos usati dagli slavi. Erano quindi già in
grado di trasmettere delle informazioni, ma solo se correlati a un contesto che ne garantisse la comprensione
condivisa. Ma in seguito la progressiva diffusione della scrittura permise l’affermazione di sofisticate tecnologie in
grado di favorire le attività di memorizzazione, come tabelle e elenchi utilizzati per catalogare le navi nell’iliade o gli
elenchi della bibbia per descrivere le genealogie. Quindi dalla cultura orale a quella fondata sulla parola; la mente
può ora disporre di una facoltà nuova per ritrovare, nelle parole, un’immagine di sé stessa. Anche la retorica classica
cambiò con queste trasformazioni: la retorica deve fondarsi sull’individuazione di soggetti da persuadere, entità
concettuali che venivano chiamati “luoghi” (topoi o loci), precisamente luoghi comuni. Questi luoghi comuni hanno
due interpretazioni: analitici, quando elenchi di termini specificano ciò che di un determinato argomento possa
essere detto (es. la sua definizione, la causa, l’effetto); cumulativi, ovvero raccolte di modi di dire correlati a diversi
argomenti. La scrittura esercita quindi una funzione fondamentale nel plasmare il pensiero, e le culture fondate sulla
scrittura hanno comunque mantenuto rapporti di continuità con l’oralità. In questo contesto nasce la stampa a
caratteri mobili nel 16 secolo, in un periodo in cui la percezione del testo è ancora fortemente condizionata
dall’udito, dall’oralità. La stampa ha così radicato definitivamente la parola orale originaria. Lo spazio tipografico
diviene una struttura comunicativa che trasferisce informazioni. Si crea così quella che Ong definisce superficie
significante, ovvero una superficie (il libro) che riproduce nello spazio del testo, scritto e poi stampato, una
rappresentazione del pensiero nitida e netta. In questo spazio tipografico nascono anche gli indici, elenchi alfabetici,
dove reperire i luoghi in cui le informazioni sono contenute, dove sono localizzate. Il termine indice rimanda al
termine voce, che evidentemente è collegato con la forma uditiva. Sono quindi anche gli indici dei topoi dove si
attivano le funzioni delle memoria. 1
1.3 Archivio, memoria, testimonianza
La storia culturale della memoria costituisce uno degli elementi fondamentali della tradizione culturale occidentale.
Già platone individuava nella memoria due elementi, uno connesso alla ritenzione nella mente di tracce di eventi, il
secondo correlato alla capacità di far nuovamente affiorare alla coscienza queste tracce. Il primo elemento è la
“conservazione della sensazione”. Il problema di definire la memoria ha attraversato vari filosofi, fin dall’antichità.
Oggi la memoria viene sottoposta agli studi neuro-biologici e può essere definita la capacità di immagazzinare
informazioni alle quali attingere quando necessario. Esistono due tipi di memoria, quella a breve e quella a lungo
termine. La prima è capace di contenere una quantità limitata di informazioni per alcuni secondi; la seconda fa il
contrario, grandi quantità per lungo tempo. Nella memoria a breve termine si differenziano una componente verbale
e una visuospaziale. La funzione di quella verbale consiste nel facilitare e rendere possibile la comprensione delle
frasi; quella visuospaziale consente l’orientamento nello spazio. La memoria a lungo termine, invece, si distingue in
memoria dichiarativa e procedurale. La prima utilizzata in occasione di esperienze di contatto con la realtà
extramentale; la seconda l’apprendimento di procedure cognitive, come una lingua o un videogioco. Esiste anche
una memoria prospettica che consente di programmare il futuro; questa si contrappone a quella retrospettiva,
riferibile agli eventi passati. Le informazioni apprese attraverso diversi canali di comunicazione, invece, costituisce la
memoria semantica, ovvero la memoria attraverso categorie che raggruppano le rappresentazioni mentali in diverse
tipologie di oggetti, così da distinguerli. La memoria ovviamente non si indaga solo biologicamente, ma anche a
livello letterario, come Proust e le sue Madeleines. Il pasticcino attiva un meccanismo involontario di recupero del
ricordo. Anche a livello cognitivista si studia la memoria, pensata come un dispositivo di calcolo. La memoria è un po’
tutto quindi, ma è associata principalmente a esperienze psico-emotive, incapaci da riprodurre su una macchina
(test di turing). Questo breve excursus è necessario per comprendere i metodi di organizzazione storiografica della
memoria. Ci sono quattro metodi utilizzati per visualizzare il tempo secondo il filosofo Riceur: cronometria,
cronologia, cronografia, cronosofia. La cronometria è il tempo del calendario, quindi cicli brevi che ritornano; la
cronologia è il tempo che designa periodi lunghi; la cronografia sono episodi registrati, il loro tempo non è né ciclico
né lineare, bensì amorfo; la cronosofia, ovvero assegnare una significazione a determinati fatti. La testimonianza, in
questo contesto, consiste in una successione di passi che iniziano con la percezione di una scena vissuta, poi
continuano a livello della ritenzione del ricordo e infine approdano alla fase dichiarativa e nrattiva della restituzione
dei tratti dell’avvenimento. Nella testimonianza, secondo Riceur, è centrale la dimensione fiduciaria, cioè dare
credito alla parola altrui. Nella memoria collettiva quindi sono essenziali anche le cornici sociali della memoria,
quelle che Halbwachs definisce quadri sociali della memoria. Per lui la memoria individuale è fortemente legata a
quella collettiva e nell’elaborazione di questa nasce la memoria storica che da vita a sua volta all’archivio come
luogo, interpretativo e organizzativo, in cui i diversi tipi di tracce, storicizzate, si sedimentano e che arrivano a potersi
costituire come prova documentaria.
1.4 il dibattito sull’unità del sapere
nella prima età moderna si iniziano a ridefinire radicalmente i modelli di organizzazione del sapere ereditati dalla
tradizione medievale, come aveva intuito Foucault sin dagli anni 60. Il filosofo francese (basandosi sull’elenco di una
“certa enciclopedia cinese” di Borges, in cui l’ordine è incongruo, non vi è un ordine rassicurante e normativo, se non
per la classificazione alfabetica. Proprio questo disordine fa scintillare un gran numero di ordini possibili) conia il
termine eterotopia ed esempi calzanti di spazi etero topici sono proprio le biblioteche, i musei e gli archivi, dove si
giustappongono in un unico luogo reale diversi spazi, luoghi che sono tra loro incompatibili. È proprio in questo
contesto che nasce la bibliografia, ovvero l’esigenza di trovare una soluzione soddisfacente alle difficoltà che
insorgono alla organizzazione delle memorie artificiali. Le classificazioni costituiscono il metodo di cui avvalersi per
ordinare i concetti contenuti nei libri e nei documenti nonché i libri e i documenti che veicolano quegli stessi
concetti. Ogni oggetto è così rapidamente assegnabile alla parte che gli compere ma il problema è costituito dai
criteri in base ai quali un oggetto è fatto appartenere ad una certa classe, e questi criteri spesso possono essere
diversi e divergenti. Queste tensioni erano particolarmente sentite nell’europa della prima età moderna: uno dei
criteri utilizzati è quello che si donda sulla distinzione tra sapere dei filosofi (scienzia) e sapere pratico (Ars); un altro
oppone il sapere pubblico a quello privato detenuto da un gruppo o corporazione; un altro ancora distingue il sapere
liberale (basato su canoni latini e greci) da quello utile (collegato alle arti meccaniche come tessitura e agricoltura).
2
Tra 500 e 600 si apre il dibattito sull’universalità del sapere: i filosofi sono attratti dalla conoscenza assoluta e
totalizzante, ma i tentativi effettuati furono di natura babelica. Alcuni progetti, studiato da Eco, riguardarono la
riscoperta di lingue storiche come ebraico, egizio e cinese; la ricostruzione di lingue postulate come originarie, come
l’indo-europeo; costruzione artificiale di lingue e lingue più o meno magiche, riscoperte o costruite ex novo. Uno dei
protagonisti di questo periodo storico è il vescovo inglese John Wilkins ideatore di una lingua fondata su caratteri
“reali” basata sugli studi di George Dalgarno che nella sua Ars signorum idea una lingua le cui diciassette classi
fondamentali erano indicate con una lettera dell’alfabeto, le sottoclassi specificate con una seconda lettera e classi e
sottoclassi, con una tabella, erano convertibili in numeri. Wilkins cerca di costruire un alfabeto mitico leggibile da
ogni popolo nella sua propria lingua. Tentativi simili di precisa organizzazione furono effettuati anche nelle
enciclopedie dell’epoca, ulteriore strumento attraverso cui si offre una visione sistematica e onnicomprensiva del
sapere del mondo. Proliferano così numerosi schemi e modelli di ordine enciclopedico e anche metodi di
ordinamento bibliografico o
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