Forza senza legittimità: il vicolo cieco dei partiti
Introduzione
Senza partiti, non può esserci un sistema pluralista e democratico. Tuttavia, i partiti sono sempre stati bersaglio di molte accuse, tra cui quella di dividere il corpo sociale e di creare conflitti rovinosi. Nonostante più dei ¾ dei cittadini delle democrazie consolidate li consideri necessari, solo il 20% ritiene che siano capaci di rispondere alle domande dei cittadini.
I partiti sono associazioni volontarie che storicamente hanno avuto la funzione di nominare dei rappresentanti alle assemblee rappresentative che rispondessero ai partiti che li avevano scelti e quindi, per logica, anche ai cittadini che li avevano votati. La rispondenza è dunque un doppio vincolo: i rappresentanti devono sia riflettere le domande dei cittadini che tener conto del mandato ricevuto.
Ricerche recenti attestano che gli elettorati non valutano tanto retrospettivamente, bensì prospettivamente, cioè guardando al futuro. Essi vogliono ancora sperare, ma questa fiducia viene messa alla prova dal comportamento dei partiti e della loro classe dirigente, grazie al quale oggi domina il disincanto.
In Europa, la partecipazione elettorale e il sentimento di vicinanza ai partiti, soprattutto a partire dalla crisi petrolifera del 1973, sono scese ovunque, per poi arrestarsi negli anni 2000, come se fossero arrivate a un punto di non ritorno.
Il calo della partecipazione elettorale non è necessariamente dovuto alla pessima considerazione di cui godono i partiti. Esso è dovuto anche a un’assenza di alternative forti, a un restringimento delle opzioni che, secondo alcuni, ha portato al "trionfo del pensiero unico".
Infatti, anche se Anthony Downs, nella sua teoria economica della democrazia, ha sostenuto che gli elettorati si concentrano al centro dello spazio politico e che quindi i partiti adottano strategie moderate per conquistare porzioni di quel consistente bacino elettorale, i due grandi blocchi in competizione, socialisti e moderati, hanno sì ridotto la loro distanza ideologica, ma sono stati solo i socialisti a spostarsi verso il centro. I moderati, anzi, si sono spostati ancora più a destra.
La disaffezione al voto generata dalla mancanza di alternative forti, genera di conseguenza la crescita del consenso a partiti estremi, come i partiti populisti di estrema destra, che più di tutti gli altri minacciano i principi fondanti del sistema partitico e della democrazia rappresentativa. Infatti, il tasso di volatilità elettorale, cioè il cambiamento di voto da un’elezione all’altra, continua a salire dagli anni ‘90. Tra l’altro, dato che le democrazie più antiche, quali Gran Bretagna, Stati Uniti e Svizzera, hanno valori a loro volta molto bassi di affluenza alle urne (intorno al 50%), si può pensare che la mancanza di alternative, in altri casi, generi un consenso generalizzato, per cui gli elettori sono quasi indifferenti all’esito delle elezioni.
Sia dal lato dell’opinione pubblica e da quello degli stessi iscritti, è peggiorata (questa volta senza freni) anche la considerazione che i cittadini hanno dei partiti. Mentre nei paesi scandinavi e in Olanda la fiducia è più alta della media, nei paesi centro-orientali la disistima è diffusissima. Nei maggiori paesi europei, quali Italia, Spagna, Germania, Francia e Gran Bretagna, più dei ¾ dei cittadini non si fida dei partiti. Molti iscritti ai partiti si sono ritirati e un’indagine condotta sugli ex membri dei partiti olandesi ne ha individuato 4 tipologie:
- Un 40% per motivi personali (mancanza di tempo o energia) o per calo di interesse
- Un 20% per perdita di interesse perché non si sentiva più "considerato"
- Un 25% perché è rimasto profondamente deluso dalla politica
- Un 15% perché è entrato in conflitto con il partito su tutto (scelte politiche, scarsa democrazia interna)
È evidente che, di fronte a questa situazione critica, entra in gioco anche la legittimità dei partiti ad agire in nome e per conto dei cittadini, perché hanno perso sia consenso che partecipazione.
Cap. 1 – In cerca della legittimità: un percorso lungo e accidentato
L’ostilità nei confronti dei partiti politici affonda le radici nel loro stesso nome. Infatti, "partito" deriva dal latino partire, cioè "separare", "dividere". Il sostantivo di partire, pars, significa "parte", "componente", "segmento". Dunque, partito significa parzialità, cioè qualcosa che è in aperto contrasto con lo spirito originario e fondante della civiltà occidentale, che esaltava appunto l’unità contro la divisione, il consenso contro il dissenso.
I filosofi dell’antica Grecia ricercavano, per dirla con le parole di Eraclito, "l’unità dei contrari", cioè il modo per superare le contrapposizioni e giungere a un’armonia superiore. Menenio Agrippa sosteneva che le singole "parti del corpo" svolgessero la loro funzione sociale per il bene comune. Se una di esse si fosse staccata, il corpo sarebbe morto. Dunque, l’unità armoniosa era il fondamento del vivere comune e, per esteso, della politica.
Nel XIII secolo, il filosofo-teologo Tommaso d’Aquino formalizzò il principio della supremazia della Chiesa sul principe, in quanto quest’ultimo doveva essere guidato dalla volontà divina, che di per sé è indivisibile.
A cavallo tra il XIV e il XV secolo, le città italiane del centro-nord cacciano i signori feudali ed eleggono i propri rappresentanti, dando inizio all’epopea delle città-repubbliche, che sarà ricordata soprattutto per le aspre lotte di fazione, che renderanno irrealistica la realizzazione del bene comune attraverso il "conflitto regolato". Le fazioni esistevano già nella storia antica, soprattutto nella Roma repubblicana e imperiale, ma è nelle città-repubbliche medievali che agiscono con così tanta violenza da diventare un simbolo negativo nei secoli a venire, in quanto fu proprio lo spirito settario e di fazione a portare al crollo della libertà e all’avvento delle signorie.
Oltre al fallimento delle città-repubbliche italiane, nel XVI e XVII secolo, le devastanti guerre di religione non fanno altro che offrire ulteriori solidi argomenti per considerare il pluralismo "l’essenza di tutti i mali".
Thomas Hobbes, in quegli anni, elabora una concezione del potere basata sulla difesa della sicurezza e dell’integrità fisica degli individui e della collettività. Il Leviatano, cioè lo Stato, dato che lo stato di natura umano è quello dell’homo homini lupus, deve spogliare i suoi sudditi delle loro libertà d’azione e sottoporli al suo potere superiore. Se gli uomini si riuniscono in partiti, essi diventano uno "Stato nello Stato", cioè il nemico interno più pericoloso per il Leviatano.
Il pensiero neoplatonico, soprattutto per quel che riguarda Marsilio Ficino, e l’umanesimo rinascimentale esaltano l’ideale di armonia, contro squilibri, alterazioni e divisioni. Nonostante il mondo da questi esaltato fosse meno cupo di quello descritto da Hobbes, esso a sua volta non ammette "deviazioni".
Solo verso la metà del XVIII secolo, quando le guerre di religione perdono il loro impatto terrificante, riaffiora l’idea che un partito possa essere accettabile. Sarà la Weltanschauung (cioè la visione del mondo e della posizione in esso occupata dall’uomo) liberale a legittimare, almeno potenzialmente, la divisione politica. Nell’Inghilterra di metà Settecento, per esempio, David Hume ed Edmund Burke riconobbero che i partiti potessero anche fondarsi su principi, e non solo su piccoli interessi. Essi riconobbero anche la possibilità dell’esistenza di più partiti in competizione tra loro, sempre a patto che essi fossero volti a perseguire il bene collettivo.
Nonostante ciò, proprio nelle due grandi rivoluzioni di fine Settecento, quella francese e quella americana, il sospetto e il timore nei confronti dei partiti prevalgono sul valore della libera associazione. Jean-Jacques Russeau, nell’Encyclopédie, distingueva tra fazione e partito, spogliando quest’ultimo di ogni concezione negativa. Voltaire, da ammiratore della politica inglese, considerava addirittura utile la presenza di due partiti in una repubblica, perché essi avrebbero "vegliato l’uno sull’altro". Tuttavia, i rivoluzionari francesi disprezzavano con troppo ardore i "corpi intermedi" che avevano caratterizzato l’ancien régime per arrivare a consentire che un organismo intermedio filtrasse il volere del popolo. Essi erano ispirati da un lato dalla visione atomistica della società, di cui esaltavano i diritti individuali ma svalutavano l’idea di una rappresentanza collettiva, e dall’altro dal Contratto sociale di Russeau, dal quale riprendevano l’idea del legame necessario tra individuo e corpo politico e il concetto di volontà generale.
Poggiando su questi presupposti teorici, Sieyès, in Che cosa è il Terzo Stato?, scriveva che l’assemblea della nazione avrebbe dovuto isolare gli interessi particolari e conformare le decisioni della maggioranza al "bene generale". Saint-Just, più radicale, scriveva che le fazioni erano "il più pericoloso veleno per l’ordine sociale" e che "ogni partito è criminale, similarmente alla fazione, perché divide la cittadinanza". Ancora, Robespierre richiamava a sua volta all’unità, appellandosi ai principi di "verità" e "ragione". Tuttavia, nonostante tutta questa ostilità per il partito-fazione, nel loro pensiero era insita una grande contraddizione: anche se osteggiavano il partito per la sua forza disgregante, allo stesso tempo proclamavano i diritti individuali come principi universali, e così facendo non avrebbero potuto condannare del tutto e per tutto la libera associazione. Tant’è vero che alcuni decreti dell’Assemblea nazionale arrivarono a consentire la libera riunione dei cittadini e la costituzione di libere società. Quando ciò accadde, le varie associazioni politiche si diffusero in tutta la Francia, comprese quelle dei giacobini, che erano quelli ideologicamente più sospettosi. Tuttavia, il timore della divisione faziosa prevalse ancora, e nel 1791 la legge Le Chapelier sentenziò che tra lo Stato e il cittadino non doveva interporsi nulla.
A peggiorare ulteriormente la considerazione che si aveva delle fazioni ci pensò poi la corrente contro-rivoluzionaria, che predicava una "buona società" organica e gerarchica, in cui la tradizione aveva il compito di interpretare il volere divino. In questa "buona società", ancora una volta, il potere doveva essere unico e indivisibile.
D’altra parte, i Padri Fondatori degli Stati Uniti condividevano con i rivoluzionari francesi l’insofferenza per le cosiddette "democrazie pure", in quanto in essi prevalevano i conflitti di interesse e di parte, nocivi per il bene comune. James Madison, ad esempio, definiva le fazioni come "gruppi di cittadini uniti da un comune impulso di passione o di interesse in contrasto con i diritti degli altri cittadini". I pensatori della Rivoluzione Americana distinsero tra parties of interests e parties of principles, perché erano coscienti del fatto che essi non si sarebbero potuti evitare, e che quindi avrebbero dovuto produrre regole e meccanismi per tenerli sotto controllo. In seguito, il conflitto tra repubblicani e federalisti li convinse che una divisione della società in partiti era naturale e addirittura utile a formare un’opinione pubblica che agisse da supervisore alle varie autorità del sistema costituzionale. Ad ogni modo, essi non arrivarono mai a teorizzare la piena legittimità del partito.
Sulla stessa lunghezza d’onda c’era Alexis de Tocqueville, che riteneva legittimi solo i "grandi partiti" (analoghi ai parties of principles), in quanto perseguivano gli interessi generali, a differenza dei "piccoli partiti", che invece erano associazioni mosse da interessi particolari, guidate da persone ambiziose ed egoiste che lui definiva spregiativamente "politicien". Comunque, per Tocqueville, il dispotismo dei partiti o l’arbitrio del principe potevano essere contrastati solo dalle associazioni volontarie.
Durante l’Ottocento, il partito comincia a conquistare legittimità, e lo fa sia per via parlamentare, con la nascita dei cosiddetti partiti di notabili (nati dall’aggregazione di eletti che progressivamente si riconobbero come portatori delle stesse opinioni e che crearono quindi dei partiti all’interno degli organi legislativi), sia all’interno della società, dove il processo di mobilitazione sociale indotto dall’industrializzazione concentra le masse dapprima disperse sul territorio.
A cavallo tra XIX e XX secolo, il partito incontra due nuovi potenti nemici: la nazione e lo Stato. La nazione, soprattutto in Francia e in Germania, identifica come unico ruolo dell’individuo quello di fondersi con la collettività, contrapponendosi al pluralismo e al multipartitismo. Soprattutto in Germania, la stessa ostilità permana dal concetto di Stato che, secondo una certa lettura dell’idealismo hegeliano, è universale e nulla gli si può contrapporre. Questi due concetti produrranno poi i loro "frutti avvelenati" nella stagione dei totalitarismi.
In sintesi, si può quindi dire che le basi teoriche dell’anti-pluralismo e dell’ostilità ontologica al partito hanno origini antiche e che, per quanto riguarda solo il pensiero politico moderno, sono 4 i principali filoni su cui si poggiano:
- Il filone controrivoluzionario, che richiamava alla divinità e al suo spirito ordinatore
- Il filone populista dei rivoluzionari giacobini, che vedevano nella "volontà generale" l’unica fonte di legittimità
- Il filone nazionalista anti-democratico, che vede la nazione come corpo organico e unitario
- L’idealismo hegeliano di destra, che idolatra lo Stato fino al punto da affermare che nulla si può contrapporre ad esso
Poi, con la prima ondata di democratizzazione a partire dagli anni ‘20, con l’estensione del suffragio, le garanzie dei diritti civili e politici e la responsabilità dei governi ai parlamenti, i partiti entreranno a pieno titolo nel circuito decisionale. Tuttavia, l’ostilità nei loro confronti non decade del tutto, bensì permane fino ai giorni nostri, non solo per la caduta di fiducia e stima a causa delle loro scelte e dei loro comportamenti, ma anche per la permanenza di un sentimento anti-pluralista.
Cap. 2 – Partiti di massa addio: ascesa e declino di un mito
Dunque, negli anni ‘20, il suffragio universale e l’estensione dei diritti politici azzerano le barriere all’accesso nell’arena politica. Nel periodo collocato tra le due guerre mondiali, i partiti passano dall’essere organizzazioni illegali e semilegali, o comunque marginali, ad essere il tutto, cominciando ad assumere un ruolo non solo centrale ma assoluto.
Il partito assoluto
In seguito, negli anni ‘30, in quanto anni dei totalitarismi, si assisterà a un singolare paradosso, perché il partito assumerà su di sé (quasi) tutte le funzioni dello Stato: così, il partito viene issato al centro della scena proprio quando il pluripartitismo viene cancellato. Adolf Hitler, al congresso di Norimberga del ‘34, affermò che non era lo Stato a guidare il partito nazista, bensì il contrario. Il fascista Roberto Michels, d’altra parte, affermava che l’obiettivo finale di un partito era proprio quello di controllare lo Stato. Giovanni Gentile, filosofo principe del regime, riteneva che il fine ultimo del partito fascista non era quello di rappresentare interessi settoriali, come avveniva per i partiti liberali, ma l’interesse dell’intera nazione. Nonostante queste dichiarazioni, però, solo il comunismo riuscì ad azzerare le strutture dello Stato, facendo del partito l’effettivo centro di tutto. Al contrario, sia in Italia che in Germania, il partito si affiancava delle strutture statali preesistenti e per questo quello che si profila in realtà è più che altro uno "Stato duale". Basti pensare al caso italiano, in cui il potere monarchico era ancora intatto e la Chiesa cattolica aveva ancora un ruolo-chiave nella formazione della mentalità. Se da un lato con la Chiesa cattolica Mussolini arriva a un concordato di nome e di fatto, con la monarchia il rapporto rimane freddo, tanto che il partito non riesce a fascistizzare le forze armate o a creare un corpo speciale come le SS tedesche. Ad ogni modo, in questi tre Stati il partito arriva ad avere un controllo monopolistico sulla politica e sulla società, e i primi ad accorgersene furono gli antifascisti di Giustizia e Libertà. Essi, che erano convinti che la nozione di partito presupponesse la libera e autonoma lotta politica, consideravano i partiti totalitari dei non-partiti, definendoli, più che altro, degli "Stati antiliberali e antipolitici". Nel 1941, il partito fascista inquadrava, direttamente o attraverso le sue organizzazioni parallele, quasi la metà della popolazione italiana. In Austria, nel ‘43, il 10% della popolazione faceva parte del partito nazista, mentre in Germania gli 8 milioni di iscritti erano affiancati da un milione di responsabili locali. Il partito totalitario infatti punta al reclutamento di massa, ma comunque con estrema sorveglianza per preservare l’omogeneità e lo spirito rivoluzionario.
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