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Riassunto esame scienza politica, prof. Hanau Santini, libro consigliato Forza senza legittimità Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di scienza politica e della prof. Hanau Santini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Forza senza legittimità, dell'università degli Studi di Napoli L'Orientale - Unior. Scarica il file in PDF!

Esame di Scienza politica docente Prof. R. Hanau Santini

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Cap. 1 – In cerca della legittimità: un percorso lungo e accidentato

L’ostilità nei confronti dei partiti politici affonda le radici nel loro stesso nome. Infatti, “partito”

deriva dal latino partire, cioè “separare”, “dividere”. Il sostantivo di partire, pars, significa

“parte”, “componente”, “segmento”. Dunque, partito significa parzialità, cioè qualcosa che è in

aperto contrasto con lo spirito originario e fondante della civiltà occidentale, che esaltava appunto

l’unità contro la divisione, il consenso contro il dissenso.

I filosofi dell’antica Grecia ricercavano, per dirla con le parole di Eraclito, “l’unità dei

contrari”, cioè il modo per superare le contrapposizioni e giungere a un’armonia superiore.

Menenio Agrippa sosteneva che le singole “parti del corpo” svolgessero la loro funzione sociale

per il bene comune. Se una di esse si fosse staccata, il corpo sarebbe morto. Dunque, l’unità

armoniosa era il fondamento del vivere comune e, per esteso, della politica.

Nel XIII secolo, il filosofo-teologo Tommaso d’Aquino formalizzò il principio della supremazia

della Chiesa sul principe, in quanto quest’ultimo doveva essere guidato dalla volontà divina, che

di per sé è indivisibile.

A cavallo tra il XIV e il XV secolo, le città italiane del centro-nord cacciano i signori feudali ed

eleggono i propri rappresentanti, dando inizio all’epopea delle città-repubbliche, che sarà

ricordata soprattutto per le aspre lotte di fazione, che renderanno irrealistica la realizzazione del

bene comune attraverso il “conflitto regolato”. Le fazioni esistevano già nella storia antica,

soprattutto nella Roma repubblicana e imperiale, ma è nelle città-repubbliche medievali che

agiscono con così tanta violenza da diventare un simbolo negativo nei secoli a venire, in quanto fu

proprio lo spirito settario e di fazione a portare al crollo della libertà e all’avvento delle signorie.

Oltre al fallimento delle città-repubbliche italiane, nel XVI e XVII secolo, le devastanti guerre di

religione non fanno altro che offrire ulteriori solidi argomenti per considerare il pluralismo

“l’essenza di tutti i mali”.

Thomas Hobbes, in quegli anni, elabora una concezione del potere basata sulla difesa della

sicurezza e dell’integrità fisica degli individui e della collettività. Il Leviatano, cioè lo Stato, dato

che lo stato di natura umano è quello dell’homo homini lupus, deve spogliare i suoi sudditi delle

loro libertà d’azione e sottoporli al suo potere superiore. Se gli uomini si riuniscono in partiti, essi

diventano uno “Stato nello Stato”, cioè il nemico interno più pericoloso per il Leviatano.

Il pensiero neoplatonico, soprattutto per quel che riguarda Marsilio Ficino, e l’umanesimo

rinascimentale esaltano l’ideale di armonia, contro squilibri, alterazioni e divisioni. Nonostante

il mondo da questi esaltato fosse meno cupo di quello descritto da Hobbes, esso a sua volta non

ammette “deviazioni”.

Solo verso la metà del XVIII secolo, quando le guerre di religione perdono il loro impatto

terrificante, riaffiora l’idea che un partito possa essere accettabile. Sarà la Weltanschauung (cioè la

visione del mondo e della posizione in esso occupata dall’uomo) liberale a legittimare, almeno

potenzialmente, la divisione politica. Nell’Inghilterra di metà Settecento, per esempio, David

Hume ed Edmund Burke riconobbero che i partiti potessero anche fondarsi su principi, e non

solo su piccoli interessi. Essi riconobbero anche la possibilità dell’esistenza di più partiti in

competizione tra loro, sempre a patto che essi fossero volti a perseguire il bene collettivo.

Nonostante ciò, proprio nelle due grandi rivoluzioni di fine Settecento, quella francese e quella

americana, il sospetto e il timore nei confronti dei partiti prevalgono sul valore della libera

associazione. Jean-Jacques Russeau, nell’Encyclopédie, distingueva tra fazione e partito,

spogliando quest’ultimo di ogni concezione negativa. Voltaire, da ammiratore della politica

inglese, considerava addirittura utile la presenza di due partiti in una repubblica, perché essi

avrebbero “vegliato l’uno sull’altro”. Tuttavia, i rivoluzionari francesi disprezzavano con troppo

ardore i “corpi intermedi” che avevano caratterizzato l’ancien régime per arrivare a consentire che

un organismo intermedio filtrasse il volere del popolo. Essi erano ispirati da un lato dalla visione

atomistica della società, di cui esaltavano i diritti individuali ma svalutavano l’idea di una

rappresentanza collettiva, e dall’altro dal Contratto sociale di Russeau, dal quale riprendevano

l’idea del legame necessario tra individuo e corpo politico e il concetto di volontà generale.

Poggiando su questi presupposti teorici, Sieyès, in Che cosa è il Terzo Stato?, scriveva che

l’assemblea della nazione avrebbe dovuto isolare gli interessi particolari e conformare le decisioni

della maggioranza al “bene generale”. Saint-Just, più radicale, scriveva che le fazioni erano “il più

pericoloso veleno per l’ordine sociale” e che “ogni partito è criminale, similarmente alla fazione,

perché divide la cittadinanza”. Ancora, Robespierre richiamava a sua volta all’unità, appellandosi

ai principi di “verità” e “ragione”. Tuttavia, nonostante tutta questa ostilità per il partito-fazione,

nel loro pensiero era insita una grande contraddizione: anche se osteggiavano il partito per la

sua forza disgregante, allo stesso tempo proclamavano i diritti individuali come principi

universali, e così facendo non avrebbero potuto condannare del tutto e per tutto la libera

associazione. Tant’è vero che alcuni decreti dell’Assemblea nazionale arrivarono a consentire la

libera riunione dei cittadini e la costituzione di libere società. Quando ciò accadde, le varie

associazioni politiche si diffusero in tutta la Francia, comprese quelle dei giacobini, che erano quelli

ideologicamente più sospettosi. Tuttavia, il timore della divisione faziosa prevalse ancora, e nel

1791 la legge Le Chapelier sentenziò che tra lo Stato e il cittadino non doveva interporsi nulla.

A peggiorare ulteriormente la considerazione che si aveva delle fazioni ci pensò poi la corrente

contro-rivoluzionaria, che predicava una “buona società” organica e gerarchica, in cui la

tradizione aveva il compito di interpretare il volere divino. In questa “buona società”, ancora una

volta, il potere doveva essere unico e indivisibile.

D’altra parte, i Padri Fondatori degli Stati Uniti condividevano con i rivoluzionari francesi

l’insofferenza per le cosiddette “democrazie pure”, in quanto in essi prevalevano i conflitti di

interesse e di parte, nocivi per il bene comune. James Madison, ad esempio, definiva le fazioni

come “gruppi di cittadini uniti da un comune impulso di passione o di interesse in contrasto con i

diritti degli altri cittadini”. I pensatori della Rivoluzione Americana distinsero tra parties of

interests e parties of principles, perché erano coscienti del fatto che essi non si sarebbero

potuti evitare, e che quindi avrebbero dovuto produrre regole e meccanismi per tenerli sotto

controllo. In seguito, il conflitto tra repubblicani e federalisti li convinse che una divisione

della società in partiti era naturale e addirittura utile a formare un’opinione pubblica che agisse da

supervisore alle varie autorità del sistema costituzionale. Ad ogni modo, essi non arrivarono mai a

teorizzare la piena legittimità del partito.

Sulla stessa lunghezza d’onda c’era Alexis de Tocqueville, che riteneva legittimi solo i “grandi

partiti” (analoghi ai parties of principles), in quanto perseguivano gli interessi generali, a

differenza dei “piccoli partiti”, che invece erano associazioni mosse da interessi particolari, guidate

da persone ambiziose ed egoiste che lui definiva spregiativamente “politicien”. Comunque, per

Tocqueville, il dispotismo dei partiti o l’arbitrio del principe potevano essere contrastati solo dalle

associazioni volontarie.

Durante l’Ottocento, il partito comincia a conquistare legittimità, e lo fa sia per via parlamentare,

con la nascita dei cosiddetti partiti di notabili (nati dall’aggregazione di eletti che

progressivamente si riconobbero come portatori delle stesse opinioni e che crearono quindi dei

partiti all’interno degli organi legislativi), sia all’interno della società, dove il processo di

mobilitazione sociale indotto dall’industrializzazione concentra le masse dapprima disperse sul

territorio.

A cavallo tra XIX e XX secolo, il partito incontra due nuovi potenti nemici: la nazione e lo Stato.

La nazione, soprattutto in Francia e in Germania, identifica come unico ruolo dell’individuo

quello di fondersi con la collettività, contrapponendosi al pluralismo e al multipartitismo.

Soprattutto in Germania, la stessa ostilità permana dal concetto di Stato che, secondo una certa

lettura dell’idealismo hegeliano, è universale e nulla gli si può contrapporre. Questi due concetti

produrranno poi i loro “frutti avvelenati” nella stagione dei totalitarismi.

In sintesi, si può quindi dire che le basi teoriche dell’anti-pluralismo e dell’ostilità ontologica al

partito hanno origini antiche e che, per quanto riguarda solo il pensiero politico moderno,

sono 4 i principali filoni su cui si poggiano:

1. Il filone controrivoluzionario, che richiamava alla divinità e al suo spirito ordinatore

2. Il filone populista dei rivoluzionari giacobini, che vedevano nella “volontà generale”

l’unica fonte di legittimità

3. Il filone nazionalista anti-democratico, che vede la nazione come corpo organico e

unitario

4. L’idealismo hegeliano di destra, che idolatra lo Stato fino al punto da affermare che

nulla si può contrapporre ad esso.

Poi, con la prima ondata di democratizzazione a partire dagli anni ‘20, con l’estensione del

suffragio, le garanzie dei diritti civili e politici e la responsabilità dei governi ai parlamenti, i partiti

entreranno a pieno titolo nel circuito decisionale. Tuttavia, l’ostilità nei loro confronti non decade

del tutto, bensì permane fino ai giorni nostri, non solo per la caduta di fiducia e stima a causa delle

loro scelte e dei loro comportamenti, ma anche per la permanenza di un sentimento anti-pluralista.

Cap. 2 – Partiti di massa addio: ascesa e declino di un mito

Dunque, negli anni ‘20, il suffragio universale e l’estensione dei diritti politici azzerano le barriere

all’accesso nell’arena politica. Nel periodo collocato tra le due guerre mondiali, i partiti passano

dall’essere organizzazioni illegali e semilegali, o comunque marginali, ad essere il tutto,

cominciando ad assumere un ruolo non solo centrale ma assoluto.

➢ Il partito assoluto

In seguito, negli anni ‘30, in quanto anni dei totalitarismi, si assisterà a un singolare paradosso,

perché il partito assumerà su di sé (quasi) tutte le funzioni dello Stato: così, il partito viene issato al

centro della scena proprio quando il pluripartitismo viene cancellato. Adolf Hitler, al congresso

di Norimberga del ‘34, affermò che non era lo Stato a guidare il partito nazista, bensì il contrario. Il

fascista Roberto Michels, d’altra parte, affermava che l’obiettivo finale di un partito era proprio

quello di controllare lo Stato. Giovanni Gentile, filosofo principe del regime, riteneva che il fine

ultimo del partito fascista non era quello di rappresentare interessi settoriali, come avveniva per i

partiti liberali, ma l’interesse dell’intera nazione. Nonostante queste dichiarazioni, però, solo il

comunismo riuscì ad azzerare le strutture dello Stato, facendo del partito l’effettivo centro

di tutto. Al contrario, sia in Italia che in Germania, il partito si affiancava delle strutture statali

preesistenti e per questo quello che si profila in realtà è più che altro uno “Stato duale”. Basti

pensare al caso italiano, in cui il potere monarchico era ancora intatto e la Chiesa cattolica

aveva ancora un ruolo-chiave nella formazione della mentalità. Se da un lato con la Chiesa cattolica

Mussolini arriva a un concordato di nome e di fatto, con la monarchia il rapporto rimane freddo,

tanto che il partito non riesce a fascistizzare le forze armate o a creare un corpo speciale come le SS

tedesche. Ad ogni modo, in questi tre Stati il partito arriva ad avere un controllo monopolistico

sulla politica e sulla società, e i primi ad accorgersene furono gli antifascisti di Giustizia e

Libertà. Essi, che erano convinti che la nozione di partito presupponesse la libera e autonoma

lotta politica, consideravano i partiti totalitari dei non-partiti, definendoli, più che altro, degli “Stati

antiliberali e antipolitici”. Nel 1941, il partito fascista inquadrava, direttamente o attraverso le sue

organizzazioni parallele, quasi la metà della popolazione italiana. In Austria, nel 43’, il 10% della

popolazione faceva parte del partito nazista, mentre in Germania gli 8 milioni di iscritti erano

affiancati da un milione di responsabili locali. Il partito totalitario infatti punta al reclutamento

di massa, ma comunque con estrema sorveglianza per preservare l’omogeneità e lo spirito

rivoluzionario. Così come accade nelle democrazie, sono i grandi numeri ad attestare il “successo”

del partito.

➢ Il “vero” partito: il partito di massa

I partiti, dopo la parentesi totalitaria e come sua diretta conseguenza, recuperarono le

caratteristiche di partiti di massa e si affermano in questa veste, al punto che i partiti

contemporanei si sentono ancora come se si dovessero confrontare con la loro immagine. Il

politologo francese Maurice Duverger, nella sua opera del ‘51 I partiti politici, fu il primo a

notare, con maggiore sistemicità, che il loro impianto organizzativo ha rappresentato una tale

rottura da far sì che tutti i partiti, nei decenni successivi, si fossero adattati a quel modello.

I primi partiti di massa furono i partiti socialisti e confessionali, che entrarono nei parlamenti

a partire dagli anni ‘20. Anche se all’inizio questa impostazione non venne adottata né accettata

subito, i partiti di massa sono stati rivoluzionari soprattutto perché essi, al pari dei rivoluzionari

francesi del 1789, si dichiaravano interpreti di interessi generali e non settoriali. Ciò ha delle

implicazioni sul piano organizzativo, perché se è vero che un partito vuole rappresentare tutti,

allora deve essere aperto a tutti. Nonostante i primi partiti socialisti e cattolici volessero che i

propri membri fossero solo membri del proletariato o cattolici, da questa intuizione dell’apertura

sono discesi due capisaldi validi ancora oggi per i partiti di tutto il mondo: l’iscrizione formale al

partito come segno “concreto” di appartenenza e l’apertura di una sede fisica d’incontro accessibile,

cioè la sezione. Così, si è passati dai pochi ai molti, dalla selezione all’apertura, dall’esclusione

all’inclusione.

Un’altra importante novità è stato il fatto che, per la prima volta, i partiti di massa definirono le

modalità con cui venivano prese le decisioni e veniva scelta la classe dirigente, sancendo i

principi della decisione dal basso e della delega: tutti gli iscritti sono invitati e tenuti a prender

parte al processo decisionale e, a partire dalla sezione, si avvia un processo di nomina e di delega

per rappresentanti al livello organizzativo superiori, fino ad arrivare al vertice nazionale, cioè il

congresso nazionale. Così, il flusso delle decisioni, formalmente e teoricamente, procede dall’alto

verso il basso. Per consentire tutto questo, inoltre, i partiti si dotarono di statuti che, definendo

regole precise e formali, costituirono la costituzione interna dei partiti di massa. Ciò contribuì ad

evitare forzature e colpi di mano, ma allo stesso tempo fu frutto di incidenti, perché

l’interpretazione delle norme, da sempre, costituisce un campo sconfinato di conflitti, soprattutto

nei paesi dove la tradizione giuridica è derivata dal diritto romano.

Inoltre, i partiti di massa sono dotati di referenti associativi esterni a loro strettamente

connessi, e a volte completamente dipendenti. Si parla di leghe, movimenti cooperativi,

associazioni di interesse, sindacati e così via. Spesso i partiti nascono proprio da queste

associazioni, oppure, al contrario, queste ultime sono create in seguito come articolazione del

partito nella società civile.

➢ Benessere, scolarizzazione, mass media: dal partito di massa al partito

“pigliatutti”

Anche se quando si pensa a un partito si pensa al modello dei partiti di massa, quel modello è

ormai morto e sepolto. I partiti riflettono il mondo in cui operano, e il partito di massa era figlio

della società industriale. Ormai, nell’odierna società post-industriale, le grandi concentrazioni

sono state sostituite dalle piccole unità, il settore industriale è stato messo in secondo piano dal

terziario e dai servizi, la standardizzazione delle funzioni è stata sostituita da una differenziazione

sempre più parcellizzata e le grandi ideologie onnicomprensive sono state spazzate via dal

relativismo e dalla pluralizzazione. È quindi ovvio che non ci sia più spazio per i vecchi partiti di

massa.

Già negli anni ‘60, si avvertiva l’alterazione del vecchio standard di partito, e 2 fenomeni hanno

particolarmente contribuito a questo fenomeno: da un lato il crescente benessere, dall’altro la

diffusione dei nuovi mass media, tra cui la televisione. Il crescente benessere, in primo luogo, ha

allentato il rigore ideologico dei partiti socialisti e l’intensità dell’appartenenza religiosa dei partiti

confessionali. Dai primi anni ‘70, i conflitti si stemperano e le distanze si riducono. Basti pensare

alla Gran Bretagna, dove vige ancora il “consenso keynesiano”, cioè quell’accordo implicito tra

conservatori e labouristi per mantenere le fondamenta del welfare impiantato dal Labour nel II

dopoguerra e fondato sulla triade scuole-case-ospedali. Questo processo, che arriva a maturare solo

negli anni ‘80, stando alla definizione del politologo tedesco Otto Kirchheimer, trasforma i vecchi

partiti di massa in “partiti pigliatutti”, cioè partiti che si rivolgono al “mercato elettorale” nella

sua interezza per catturare il maggior numero di votanti. Ciò è evidente soprattutto in Germania,

Gran Bretagna, Paesi Bassi e nella regione scandinava, mentre in Italia e in Francia gli sviluppi

sono stati piuttosto diversi per intensità e tempistica.

In Francia, in quegli anni, la politica era alle prese con l’adattamento al nuovo regime semi-

presidenziale della Quinta Repubblica. Così come nei regimi presidenziali, il presidente deve

rappresentare tutta la nazione, e per questo i partiti francesi si dotano di una dinamica interna di

competizione per la leadership più focalizzata sulla caratura della figura del leader, delle sue

qualità personali. Dopo Charles de Gaulle, che presidenziale lo era per definizione, la competizione

è diventata feroce e i vecchi partiti hanno dovuto adattarsi alla logica presidenziale, innovandosi

anche secondo la de-ideologizzazione. Quelli che meglio sono riusciti a ricalibrarsi come pigliatutti

sono stati senza dubbio i moderati federati a destra, con la leadership d’Estaing nel ‘74, e i

socialisti a sinistra, con la leadership Mitterand nell’81. Chi è rimasto nel suo recinto di purezza

ideologica, invece, come il partito comunista, ne paga il prezzo sia politicamente che

elettoralmente.

➢ L’eccezione italiana

Mentre in Francia il processo di trasformazione dei partiti è dipeso tutto dal cambio di regime e

dalle nuove istituzioni, in Italia il sistema è rimasto “congelato” per i suoi primi 40 anni,

soprattutto a causa dell’importazione della guerra fredda e della divisione est-ovest nella politica

nazionale. Infatti, sia la dispersione clientelare del partito maggiore, Democrazia Cristiana, che la

resilienza del carattere antisistemico di una grande formazione come il Partito Comunista Italiano

(e del suo piccolo contraltare a destra, rappresentato dal Movimento Sociale Italiano), hanno

ritardato e deviato questo processo. In Italia, l’intensità ideologica dei partiti è rimasta altissima

anche negli anni ‘60, per poi esplodere nella violenza politica nei ‘70. Al di là della solidarietà

nazionale e delle dichiarazioni “soft” da parte sia della Dc che del Pci, al di sotto delle élites

politiche continuava ad esserci una distanza abissale e un clima di diffidenza reciproca. Dal lato

della Dc era infatti ancora forte l’anticomunismo tradizionale, mentre dal lato del Pci i militanti e i

quadri contraddicevano fortemente i dirigenti perché continuano a considerare il socialismo reale

come terra promessa e l’URSS come modello a cui ispirarsi.

Il Pci, paradossalmente, ha tentato di essere un partito anti-sistema praticando comunque le

istituzioni democratiche senza mai scendere nell’illegalità. Ovviamente, questa contraddizione

venne a galla e la spinta all’omologazione era forte, ma per reggere nell’ambiente ostile della

guerra fredda, il Pci continuò a rafforzare le difese interne e a sostenere l’ideologia e

l’appartenenza, espellendo i dissidenti, come i redattori del mensile “Il Manifesto”. Ad ogni modo,

nonostante la chiusura ideologica, il partito cominciò a inviare messaggi concilianti a diversi settori

dell’elettorato, ma anche se divenne più aperto nei confronti degli intellettuali, dei cattolici e della

classe media, non si trasformò in partito pigliatutti, perché ciò avrebbe inevitabilmente comportato

un cambiamento del proprio impianto ideologico. Nonostante il compromesso storico, la

solidarietà nazionale, la dichiarazione di accettazione della Nato e la condanna del golpe polacco, il

Pci continuò a considerare l’URSS come paese modello e a ispirarsi al “grande significato storico

della Rivoluzione d’ottobre”. Infatti, solo con la caduta del Muro di Berlino, il partito romperà

col passato, ponendosi il problema dell’identità comunista in una società che si modernizza e si

laicizza, ma rimarrà comunque congelato.

La Dc, d’altra parte, con la Conferenza di Assago del 1991, cerca uscire dalla stagnazione aprendosi

agli esterni, ma ormai era troppo tardi, quindi precipitò in una spirale di scissioni e conflitti interni.

➢ La Grande Trasformazione

Nello scenario europeo, la trasformazione dei partiti non si arresta con l’affermazione dei partiti

pigliatutti, anzi: le innovazioni degli anni ‘60-’70 hanno invece posto le premesse per ulteriori

mutamenti. A questo, va aggiunto l’impatto della diffusione della televisione, che incide da

subito sui rapporti di potere interni sia orizzontali che verticali. Se nella politica di inizio Novecento

il leader si affermava soprattutto per la sua capacità oratoria e doveva comunicare faccia a faccia sia

con l’elettorato che con la sua base, i mass media hanno raffreddato questa relazione, perché grazie

a questi essi possono rivolgersi a una platea più ampia. Il principio della decisione dal basso

all’interno del partito era ancora vigente, ma cominciava a perdere credibilità, in quanto l’iscritto,

che prima sorreggeva tutta la struttura decisionale, viene spogliato del suo potere di

condizionamento e di tutta una serie di funzioni.

Deviazioni ed eccezioni da questa architettura organizzativa, anche se è la logica di ogni

organizzazione che si ispiri a principi democratici, ci sono comunque sempre state. Nei primi anni

del dopoguerra, ad esempio, nei partiti di ispirazione marxista vigeva i centralismo

democratico, che vietava di esprimere il dissenso all’esterno, e il flusso decisionale veniva

rigidamente controllato al vertice. Inoltre, la loro struttura interna, più che sulle sezioni, si

imperniava sulla piccola unità del luogo di lavoro. Dall’altro lato, i partiti neofascisti si

richiamavano al modello paramilitare e al culto del capo, ma la conflittualità interna spesso era così

accesa da obbligare i dirigenti a meccanismi interni di delega democratica. Solo con l’emergere dei

nuovi partiti dell’estrema destra nella seconda ondata negli anni ‘80, a partire dal successo del

Front National di Le Pen, il comando del capo troverà di nuovo più spazio.

Comunque, la conflittualità interna è connaturale ai partiti, in quanto è essenziale per definire

meglio le strategie e gli obiettivi e per rafforzare la legittimità del dissenso, ma allo stesso tempo

indebolisce la compattezza del partito e la sua immagine esterna. Dunque, i partiti cercano di

occultarla e, per farlo, l’adozione di un processo decisionale complesso e articolato è lo

strumento migliore, perché coinvolge le varie componenti, produce un risultato condiviso e offre

l’immagine di unità e coesione. Un esempio efficace è quello del Partnership for Politics

adottato dal partito laburista inglese, ispirato dalle osservazioni degli strateghi del marketing, per i

quali sarebbe difficile immaginare un’impresa in cui i manager litigano pubblicamente sul prodotto

nel momento in cui viene messo in vendita. Esso divide il processo decisionale in vari livelli e ha

durata biennale. Nel primo anno, le proposte dei singoli iscritti, dei rappresentanti delle sezioni

locali e delle organizzazioni collegate al partito vengono raccolte nel cosiddetto rolling program (o

programma provvisorio). Nel secondo anno, il rolling program viene modificato per poi essere

approvato dal congresso nazionale. Così, agli occhi dei media e dell’opinione pubblica, risulterà

esserci solo il prodotto finale consensuale.

– I diversi esiti della rivoluzione silenziosa

La formazione di partiti pigliatutti ha espresso una prima risposta ai cambiamenti indotti dal

benessere, dalla secolarizzazione e dalla diffusione dei mass media. Essi infatti si sono aperti ad

altre componenti sociali e hanno attenuato la loro intensità ideologica e le redini del controllo

interno. Ciò ha portato alla crisi del modello del partito di massa, soprattutto per quanto concerne

la sua organizzazione interna, basata sul principio della decisione dal basso. Questo processo di

trasformazione continuerà ad andare avanti, fino a mettere in crisi anche il modello pigliatutti e a

introdurre il modello di “partito cartellizzato” o “Stato-centrico”.

In quella fase storica di differenziazione, mass media, individualismo e atomizzazione della vita

quotidiana, maturano lentamente nuovi atteggiamenti e visioni del mondo, che danno vita a una

“rivoluzione silenziosa”, che salirà a galla a partire dagli anni ‘80. Essa ha cambiato le priorità

dei valori su cui articolare la propria visione della politica e vede come protagonista la

generazione del baby boom, cioè i nati tra il ‘45 e il ‘55. I baby boomers sono infatti una

generazione unica, poiché è stata la prima generazione della storia a non sperimentare condizioni

di insicurezza fisica e di scarsità materiale, grazie al continuo miglioramento delle condizioni di vita

e alla pace prolungata. La controcultura giovanile, emblematizzata dalla beat generation degli anni

‘60 domanda, tra le altre cose, una nuova politica, esplodendo nei movimenti del ‘68. Tuttavia,

devono passare tutti gli anni ‘70 affinché queste domande vengano ascoltate, trovando il loro

interprete nel movimento ecologista-libertario che poi si trasformò nei partiti verdi, diffusi in

tutta Europa. Inoltre, se la generazione “della guerra” mette al primo posto la sicurezza fisica e il

sostegno materiale come necessità primarie e quindi puntava al mantenimento dell’ordine, al

rafforzamento del law and order, alla crescita economica senza inflazione e a un esercito ben

armato; i baby boomers danno queste cose per scontate e puntano a nuovi valori, come

l’autorealizzazione, l’espressione personale, la curiosità intellettuale e la sensibilità estetica.

Dunque, c’è una guerra generazionale tra sostenitori dei valori materialisti e tra sostenitori dei

valori post-materialisti, in cui a trovarsi nel mezzo ci sono veramente poche eccezioni.

I dati emersi dal programma di ricerca di lungo periodo del politologo statunitense Ronald

Inglehart, messo in moto a partire dagli anni ‘70 in un numero crescente di paesi, provano che il

processo demografico di sostituzione sta accrescendo il bacino dei post-materialisti.

Infatti, vengono confermati 3 assunti di fondo:

1. La preferenza per i valori post-materialisti tende ad escludere quella per i valori

materialisti e viceversa;

2. A partire dai primi anni ‘60, c’è una tendenza costante alla crescita dei valori post-

materialisti in tutte le democrazie occidentali;

3. Le generazioni più giovani sono sempre più post-materialiste di quelle più anziane e le

generazioni più giovani, quando maturano, mantengono comunque un alto grado di post-

materialismo.

I figli partitici della rivoluzione silenziosa sono senz’altro i partiti della “sinistra ecologica-

libertaria”, più comunemente detti “partiti verdi”. A differenza dei primi partiti di massa, i partiti

verdi, almeno fino a questo momento, non hanno imposto a tutti il loro stampo organizzativo, ma

sono comunque innovativi non solo per la loro azienda programmatica, ma anche per le loro

caratteristiche interne. Essi si oppongono alla degenerazione delle antiche socialdemocrazie, che

non sono diventate altro che “grandi macchine burocratiche per raccogliere voti”, con le seguenti

proposte:

• Rifiuto della politica delegata a favore della partecipazione diretta e senza mediazioni

• Rotazione delle cariche interne ed elettive

• Rifiuto del culto del capo a favore della leadership collettiva

• Rifiuto di una burocrazia permanente a favore del volontariato nella gestione

• Equilibrio di genere nelle cariche

Nel periodo tra il ‘78 e la fine degli anni ‘80, i partiti verdi fioriscono in tutta Europa e quasi tutti

ottengono rappresentanza parlamentare. Gli unici paesi a rimanerne privi sono Spagna, Danimarca

e Norvegia. Anche se il primo partito verde nasce in Gran Bretagna negli anni ‘70, il riferimento

privilegiato è costituito dai Grünen tedeschi, sorti nel 1980 ed entrati nel Bundestag nel 1983.

Questo partito è emerso da un fermento politico che ha attraversato la Germania nella seconda

metà degli anni ‘70, concentrato su problemi legati alla qualità della vita, tra cui l’inquinamento, il

riciclo dei rifiuti, l’utilizzo di energie rinnovabili e l’opposizione alla costruzione delle centrali

nucleari. Sin dalla loro nascita, i verdi tedeschi sono stati divisi tra la corrente realista (i Realos) e

quella fondamentalista (i Fundis) sul maggiore o minor grado di adattamento al sistema sia per i

rapporti con gli altri partiti e sia per l’organizzazione e le finalità del partito. Alla fine fu quella

realista a prevalere, quando il partito strinse un’alleanza con i socialdemocratici. Per questo, anche

se continua ad esserci il rifiuto della democrazia delegata, la rotazione delle cariche si è inceppata,

le dimensioni hanno obbligato a sostituire i volontari con uno staff permanente e le figure di

leadership sono emerse prepotentemente.

Negli anni ‘80, è emersa anche un’altra famiglia politica, quella dei partiti dell’estrema destra

“post-industriale e populista”, per i quali il Front National di Jean-Marie Le Pen rappresenta il

riferimento topico. Essi non hanno nulla in comune con i verdi e presentano le seguenti

caratteristiche:

• Modello del culto del capo

• Riproduzione dello schema del partito di massa, ma in scala ridotta

• Grande enfasi sull’attività militante.

Riassumendo: Subito dopo la loro accettazione nello spazio pubblico, nel periodo tra le due

guerre mondiali, i partiti vengono esaltati fino a innalzarsi al vertice dello Stato e della politica,

attraverso regimi totalitari a partito unico. Nel dopoguerra, ritornano i partiti di massa che poi,

con l’affermazione della società dei consumi e la crisi delle ideologie, si trasformano in partiti

pigliatutti, attenuando il ruolo dell’iscritto e rafforzando quello della leadership. Da quel

momento in poi, tutti i partiti si sono adeguati a quel modello, ma si sono sviluppati anche degli

anticorpi: a sinistra i partiti verdi, che hanno offerto il più originale contributo a un nuovo modo

di fare politica, e a destra i partiti populisti, che invece ritornano a schemi più antichi. Le

innovazioni dei verdi non sono ad ogni modo riuscite a sovvertire i partiti tradizionali, che si

stavano già sviluppando in partiti-cartello.

Cap. 3 – Il “partito Stato-centrico”

L’innovazione dei partiti verdi non è riuscita a “sfondare” per vari motivi, ma principalmente

perché le società contemporanee non hanno seguito le spinte del post-materialismo. Anche se ne

sono state attratte, questo non è bastato a modificare la politica delle democrazie avanzate. Nel

nuovo millennio, in un’epoca di articolazioni e differenziazioni socio-cultuali molto ampie, neanche

una nicchia della società è monopolizzabile da un solo partito. Tra l’altro, i partiti europei, in buona

parte coerenti con la loro trasformazione in partiti pigliatutti, sono diventati “Stato-centrici”, in

quanto hanno abbandonato le sezioni territoriali per concentrarsi nelle sedi centrali nazionali e

nelle assemblee rappresentative, causando un isterilimento della funzione dell’iscritto e la sua

conseguente fuoriuscita di massa, nonché la riduzione della presenza organizzata dei partiti sul

territorio. Oggi i partiti fanno parte dello Stato, lo usano e lo sfruttano per vivere e prosperare.

Per comprendere questa trasformazione, dobbiamo esaminare i partiti scomponendoli in 3 facce:

1. Partito nel territorio, che comprende le articolazioni di base e gli iscritti (membership);

2. Partito nelle strutture centrali, che riguarda gli organi nazionali e le strutture

organizzative centrali;

3. Partito nelle assemblee elettive, che comprende le rappresentanze elette ai vari livelli

e le strutture di servizi di cui usufruiscono i gruppi politici parlamentari.

Nella loro trasformazione, i partiti hanno mostrato esiti diversi nelle varie facce. Se da un lato si

sono indeboliti sulla prima facciata, si sono rafforzati sulle altre due. Tuttavia, la questione aperta è

se questo abbia mantenuto inalterata la fisionomia dei partiti o se ne abbia sacrificato l’immagine

al punto da metterne in dubbio la legittimità.

– La faccia del territorio

Il partito nel territorio si compone di 2 elementi: la membership, cioè il suo bacino di

tesserati e militanti, e le strutture di base con le quali si è impiantato localmente.

Per quanto riguarda gli iscritti, all’inizio degli anni ‘70 in tutti i paesi democratici dell’Europa

occidentale più del 10% degli elettori era iscritto a un partito (fatta eccezione per Francia e

Germania, dove i membri erano meno del 3%, e per Svezia, Danimarca e Austria, dove gli iscritti

superavano addirittura il 20%). Negli anni ‘80, appena 4 paesi superano il 10% e alla fine dei ‘90,

con poche eccezioni, la media passa al 5%, per poi continuare a scendere.

In Italia, è stato seguito un percorso particolare. Nonostante negli anni ‘60 vantassimo

più di 4 milioni di iscritti e si narra di grandi manifestazioni di massa, in realtà non

eravamo i più politicizzati d’Europa. Comunque, l’alto numero di iscritti derivava anche

dalla competizione tra Dc e Pci per il primato nel reclutamento della membership. La

Dc, infatti, dopo la rivoluzione organizzativa di Fanfani negli anni ‘50, cercò di conquistare

l’elettorato popolare con politiche sociali più avanzate e un’organizzazione più efficiente.

Nonostante ciò, anche se c’era stato un calo negli anni ‘60 con la denuncia dei crimini di

Stalin e la repressione della rivolta ungherese, il Pci continuava a restare in testa. Alla fine

degli anni ‘80, i due partiti toccano la vetta massima, per poi collassare grazie ai fatti di

Tangentopoli. Decapitata la vecchia classe dirigente, nel 1994 la Dc diventa Partito

Popolare e si ritrova con pochissimi iscritti, per poi trovarsene ancora di meno con la

scissione e la trasformazione nella Margherita; mentre, travolto dal crollo del Muro di

Berlino, il Pci si rinnova fino a diventare, nel 1991, Partito Democratico della Sinistra, che

continua a perdere iscritti pur rimanendo il maggior partito italiano in questi termini.

A fianco agli eredi dei due vecchi colossi, nascono e si affermano Forza Italia e Lega

Nord, con due filosofie organizzative estremamente diverse. Il partito di Bossi richiama il

vecchio partito di massa, prevedendo 2 categorie di iscritti: i soci sostenitori e i soci

ordinari-militanti. Le sezioni comunali dovevano procedere ogni anno alla verifica della

militanza degli iscritti, che se non veniva soddisfatta venivano declassati. Il nuovo partito

conquistò molte iscrizioni fino al 2011, quando “diamanti, lingotti d’oro e lauree albanesi”

hanno portato a un drastico ridimensionamento. Forza Italia, invece, poggia su 2


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hickou1

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher hickou1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Hanau Santini Ruth Maria.

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