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Riassunto esame Restauro, prof.ssa Musella, libro consigliato Meteo e Metalli, Salvi

Riassunto per l'esame di Storia e Tecnica del Restauro, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente M. Musella: Meteo e Metalli, Salvi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Conservazione e Restauro delle sculture all'aperto.

Esame di Storia e tecnica del restauro docente Prof. M. Musella

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ESTRATTO DOCUMENTO

inevitabili accumuli di protettivi potessero ottundere la superficie, essi venivano tolti e

riapplicati. La prima collocazione “stabile” della Collezione Peggy Guggenheim è stato il

Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, dimora della collezionista dal 1949 in poi. Gli spazi

non particolarmente ampi ma molto articolati tra interno ed esterno, costituito da un grande

giardino ed una terrazza sul Canal Grande, furono un incentivo per incrementare la

collezione di sculture, molte delle quali furono acquistate infatti dopo il trasferimento a

Venezia. Salvo la grande scultura di Marino Marini, le altre sculture di Peggy Guggenheim

ha collezionato, hanno una dimensione più interno, fatte per essere viste da vicino e quindi

con una superficie curata, talvolta anche levigata, con all’origine patine di fonderia molto

probabilmente chiare e trasparenti; più raramente, con una certa frequenza, hanno il

metallo in vista e lucidato. Questa collocazione ha avuto come risultato la formazione nel

tempo di patine naturali, tutte instabili, seppure in misura diversa, dato l’ambiente in cui si

sono formate, che i trattamenti conservativi e di restauro hanno però stabilito ed esaltato

esteticamente. Dopo anni di manutenzione, quando le sculture, protette dalla costante

aggressione dei fattori ambientali, hanno ritrovato un equilibrio interno tra le loro

caratteristiche fisiche, si è notato che tra una scultura e l’altra potevano verificarsi delle

differenze di reazione ai trattamenti manutentivi, valutabili in durata di efficienza del

protettivo; differenze che potevano esservi addirittura tra zone diverse della stessa

scultura. Il restauro aveva sortito l’effetto di stabilizzare la superficie, dandole un aspetto

che favoriva la lettura dell’opera, ma non ne aveva cambiata la natura che restava

qualitativamente molto diversa nelle varie sculture: più o meno assorbente, secondo lo

spessore della patina naturale che era più o meno compatta, se si era formata su una

superficie liscia, scabra, oppure porosa e a ciascuna di queste situazioni corrispondeva

una diversa risposta nel tempo degli starti protettivi. Le differenze di reazioni notate quindi

legate al tipo di superficie ed alla sua morfologia; tuttavia non era questo l’unico motivo,

soprattutto per spiegare le differenze rispetto a zone della stessa scultura dove invece, ad

un attento esame, la patina naturale era abrasa, più chiara e sottile fin quasi a scoprire il

metallo. Sotto la coltre di protettivi mantenuti efficienti, non restava inerte ma tendeva a

formare una patina naturale uniforme e compatta che lentamente compensava quelle

differenze tra zone diverse; bastavano i protettivi e, quando era possibile, un cambiamento

di collocazione che rendesse ai visitatori meno facile toccare perché la patina abrasa

iniziasse a ricrearsi. Per contro sculture con una patina uniforme e compatta dopo un anno

presentavano tutt’al più qualche dilevamento dello strato di cera ed al secondo anno lo

stato della superficie era tale da sconsigliare il rinnovo del protettivo. Il programma

manutentivo seguitò secondo questa schema un po’ empirico, ma con buoni risultati finché

nella letteratura specializzata non si trovò un sistema di misura che sembrava ideale per

verificare l’esattezza delle osservazioni fatte ed anche per stabilire degli standard di durata

dei protettivi, sulla base dei quali decidere con maggiore sicurezza la cadenza degli

interventi manutentivi. Si tratta della misura della Resistenza di polarizzazione, un metodo

di valutazione già ampiamente usato in campo industriale per conoscere la velocità di

corrosione di strutture metalliche, come ad esempio i ferri nel calcestruzzo armato,

applicabile anche a manufatti in leghe di rame. La misura di tale parametro costituisce

sostanzialmente una valutazione diretta della condizione superficiale di un manufatto

metallico tal quale, essendo fortemente dalla natura del metallo e dalla sua interazione

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con l’ambiente. L’esistenza di una patina naturale costituita da prodotti di corrosione e il

suo spessore, funzione del tempo di esposizione all’esterno dell’opera, sia della sua

morfologia e che può essere composta da prodotti di corrosione caratterizzanti da diversa

solubilità secondo l’aggressività dell’ambiente di esposizione, sono elementi che

direttamente intervengono a modificare la risposta di una superficie alla misura della

resistenza di polarizzazione; così pure si avrà un risposta diversa se sulla superficie sono

stati applicati dei protettivi. Da queste misure si nota come in genere i valori più alti di

velocità di corrosione si hanno laddove i protettivi si assottigliano, vuoi per cause naturale

come il dilavamento delle piogge, vuoi per sfregamenti delle mani dei visitatori che

riescono ad abradere anche la patina naturale del metallo; la scultura si trova infatti nel

passaggio tra il museo e la terrazza sul Canal Grande, zona molto frequentata dai

visitatori, ed ha dei particolari molto accattivanti. I valori si ridimensionano invece laddove

patine naturali e protettivi possono svolgere tranquillamente la loro funzione. L’esposizione

delle opere della Collezione Peggy Guggenheim ha delle costanti e delle varianti dovute a

mostre realizzate all’interno del museo stesso, prestiti comprendenti non soltanto opere

che escono temporaneamente dalla Collezione, ma anche opere che vengono ad

arricchirla per tempi più o meno lunghi e temporanei cambiamenti del percorso espositivo,

realizzati per tenere sempre desto e rinnovato l’interesse per il Museo. Le misure sono

state effettuate nel momento in cui per alcune sculture avveniva il rinnovo dei protettivi, in

tal modo di alcune sculture si sono potute avere misure di spessore degli strati superficiali

e di velocità di corrosione in situazione diverse: a superficie nuda, con uno strato protettivo

di due anni e con uno strato protettivo appena applicato. Le misure effettuate ed i risultati

ottenuto sono stati presentati a uno degli ultimi convegni sulle prove non distruttive.

Fare riferimento alle tabelle alle pagg.36,38,40,42

Nella lettura delle misure nel loro complesso bisogna considerare che velocità di

corrosione e spessori sono ottenuti con strumenti diversi in cui i margini di errore e la cui

adattabilità alla superficie delle sculture sono differenti, non si possono quindi paragonarne

direttamente i numeri. A questo proposito è interessante notare come le misure di velocità

di corrosione abbiano posto l’accento sul valore protettivo delle patine naturali. La

composizione delle patine non è stata analizzata, sia perché non era in programma, sia

perché si sarebbero dovute impiegare delle indagini distruttive, alle quali non si voleva

ricorrere; è certo che queste patine non sono particolarmente stabili, dato il clima in cui

sono formate, ma i trattamenti di restauro cui sono state sottoposte le sculture nel 1983

hanno compattato e stabilizzato queste patine, al punto di dare loro funzione protettiva. Il

rinnovo dei protettivi, stabilito ogni due anni, può avere invece una cadenza più lunga:

generalmente tre anni, anche quattro per quelle sculture, come ad esempio Tauromachia

di Germaine Richier, le cui qualità tecniche hanno permesso lo sviluppo di efficaci forme di

auto protezione. In base a queste considerazioni, si è deciso di non rinnovare i protettivi

per tre anni e si è visto che anche la praticabilità di questa cadenza è legata alle

caratteristiche delle scultura che non sempre sono quelle che appaiono; per esempio la

patina de Il cavallo di Duchamp-Villon, è risultata essere vulnerabile di quanto previsto e

quindi la cadenza degli interventi manutentivi a questa scultura dovrà essere biennale,

come pure per Anfora-frutto Jean Arp dove però la situazione conservativa allo scadere

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dei tre anni è migliore di quanto ci si aspettasse e ciò, come si diceva, grazie ad un

cambiamento della collocazione. Interessante la constatazione che le part de L’angelo

della città Marino Marini abrase dai visitatori non sono sede di attacchi corrosivi, ma, pulite

continuamente ed ingrassate dalle mani stesse, vengono preservate, seppure con un

colore diverso, mentre per le parti esposte al dilevamento come la groppa del cavallo, la

testa e le braccia dell’uomo, si è avuto un miglioramento della situazione dovuto

probabilmente al compattarsi della patina naturale che ha contrastato il verificarsi di quei

viraggi del verde dallo scuro al chiaro che indicano l’insorgere dei fenomeni corrosivi. Un

intervento scientifico organizzato di controllo dell’ambiente e dei suoi effetti sui monumenti

che vi si trovano potrebbe infatti mettere in crisi delle prassi purtroppo consolidate come

quella per esempio di sostituire importanti monumenti con copie, mettendo gli originali

altrove spesso fuori dal pubblico godimento per il quale invece sono stati creati. È

interessante concludere presentando una tabella comparativa tra misure fatte sul Marco

Aurelio. Dopo il restauro non sono stati applicati protettivi di superficie perché in tutto l’iter

lungo, complesso e dispendioso di questo restauro non c’è stato lo spazio per studiare e

realizzare il protettivo adatto, le misura che si presentano sono state quindi effettuate su

una superficie non protetta. Per valutare esattamente queste misure bisogna tenere conto

che le misurazioni devono avvenire con la superficie bagnata.

SCULTURA ALL’APERTO IN AMERICA

Le sculture in bronzo all’aperto sono e dovrebbero essere verdi e che la patina verde che si forma

è naturale e quindi desiderabile, protettiva, benefica e dà un grande valore estetico. La Statua

della Libertà è fatta con fogli di rame martellato di uno spessore di pochi millimetri e ancorata a

una struttura interna di ferro fuso (ghisa), disegnata da Eiffel – il quale aveva disegnato la struttura

della famosa Torre Eiffel di Parigi. La combinazione tra la purezza del metallo e la sua struttura

martellata l’ha resa molto resistente alla corrosione. Al contrario di ciò che accade solitamente

nelle sculture di bronzo conservate all’aperto che sono fatte di una lega di fusione composta da

rame, stagno, piombo, zinco, molto eterogenea. Quando abbiamo incominciato a prendere in

esame sculture all’aperto si St. Louis, siamo rimasti sorpresi nello scoprire che il loro stato di

conservazione era notevolmente diverso dalle nostre previsioni: la patina non era stabile, si erano

verificati danni irreparabili alle preziose superfici scultoree e ne era derivato un danno grave ed

esteticamente deturpante. Per di più le croste non potevano definirsi naturali perché si erano

formate a causa dell’azione degli inquinanti atmosferici trasportati principalmente dall’aria ricca di

emissioni industriali contenente ioni solfati. La statua di George Washington, fin dalla Seconda

Guerra mondiale ha ricevuto una regolare manutenzione in forma di lavaggi ed applicazione di

protettivi cerosi e, per essendo al centro della zona di maggiore inquinamento urbano, la sua

superficie e la sua colorazione sono state perfettamente mantenute soprattutto se confrontata alla

deteriorata versione di St. Louis. La statua di Washington di St. Louis, sottoposta al trattamento di

restauro nel 1976 in occasione della celebrazione del bicentenario, è stata tra le prime sculture di

St. Louis restaurate nell’ambito di un progetto che è stato avviato nel 1970. In quegli anni il mondo

scientifico ha iniziato ad interrogarsi e a prestare attenzione alla gravità dei danni causati

dall’inquinamento. Gli effetti dell’inquinamento che si erano formati gradualmente sono diventati

improvvisamente evidenti nel 1972 al Congresso del Comitato per la conservazione dell’ICOM a

Madrid, mentre una serie di rapporti riguardanti analisi e trattamenti sui bronzi all’aperto a Monaco

e in altri luoghi mettevano per la prima volta in luce la gravità e l’estensione mondiale del

problema. Da quel momento e per i successivi 30 anni il settore del restauro delle sculture in

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bronzo conservate all’aperto ha conosciuto uno sviluppo incredibile; moltissime sculture e

monumenti sono stati analizzati e restaurati in tutto il mondo e tra questi alcuni dei più importanti

bronzi sia della cultura occidentale che orientale. Un punto significativo del progresso in questo

campo è senz’altro l’acquisita consapevolezza dell’effetto dell’inquinamento atmosferico: ora infatti

è fatto notorio che le sculture in bronzo all’aperto hanno bisogno di una costante manutenzione e

protezione. Pietre miliari per lo sviluppo dell’attività conservativa delle sculture all’aperto e della

crescente attenzione del pubblico sono state una serie di conferenze tra le quali bisogna ricordare

la conferenza del 1976 patrocinata dal National Endowmwnt for the Arts del Governo statunitense

in Irlanda. Fu denominato “Seminario della Corrosione degli Oggetti in Metallo” ed ispirato da un

simposio che era stato tenuto in precedenza in memoria di John Ghetens, un chimico della

conservazione che ha dato importanti contributi per lo studio dei bronzi archeologici. Ha contribuito

a stimolare lo sviluppo del restauro dei bronzi conservati all’aperto tanto che questo interesse

presto si estese fino a coinvolgere qualche intervento legislativo del Congresso. L’impegno e

l’influenza del governo americano nello sviluppo di questo campo possono essere considerati

pionieristici e l’interesse è stato crescente con il passare del tempo, anche se, nonostante tanto

positivo impegno, cominciarono a presentarsi dei problemi che non esistevano in altri settori del

campo conservativo. Il Servizio Nazionale dei Parchi, il National Park Service, che è una sezione

del Ministeri dell’Interno, ha anche la responsabilità di fare manutenzione a migliaia di monumenti

all’aperto. Un progetto di manutenzione e restauro del National PARK Service che risale agli anni

70 è stato realizzato non da restauratori, ma dal personale addetto alla manutenzione dei parchi,

su consiglio del Laboratorio Nazionale del Restauro. La ridoratura di queste sculture, eseguita per

mezzo di applicazione galvanica a pennello, è stata descritta alla conferenza di Madrid dell’ICOM-

Comitato di Conservazione nel 1972 e anche nel 1976 alla conferenza del National Park Service

per il parco di Gettysbourgh. Il National Park Service ha inizialmente avviato i lavori incaricando dei

restauratori per condurre una serie di analisi sulle collezioni delle sculture. In seguito ha agito in

modo del tutto imprevedibile ed impensabile per un restauratore: in pratica ha trasformato i risultati

delle analisi in un capitolato di lavori di manutenzione e restauro che sono stati messi a gara

esattamente come opere nel campo dell’edilizia. Quindi alla fine degli anni 70 vennero utilizzati i

risultati di analisi preliminari come punti del capitolato e vennero affidati i lavori al miglior offerente,

che non era un restauratore. Il risultato fu disastroso: trattamenti mal eseguiti su larga scala con

persistenti risultati estetici. I problemi sorti da questo comportamento portano presto ad accese

dispute e discussioni circa le più corrette metodologie di intervento fra restauratori e una schiera di

operai che vantavano conoscenze e abilità da restauratori. Ancora oggi negli Stati Uniti chiunque

può definirsi restauratore: il fatto che in questo specifico settore non siano richieste licenze o

requisiti di base porta a sostenere ed è una pretesa costante, che sia possibile trovare una ricetta

conservativa “jolly” utilizzabile da chiunque. Attraverso l’inventario delle sculture americane è stato

possibile realizzare una mappa di distribuzione delle sculture: circa 13.000 nel nord-est, 5.000

rispettivamente nel medio-est, sud-est e ovest. Inoltre sono stati registrati gli stati di conservazione

delle sculture: il 52% sono in stato buono, il 38% necessitano di operazioni conservative-

manutentitive e il 10% richiedono interventi urgenti. Il progetto SOS ha svolto un ruolo significativo

nel risvegliare l’opinione pubblica: permette di trovare fondi; propone progetti formativi,

pubblicazioni e bibliografie; offre fondi per restauri e indagini conoscitive, coinvolgendo restauratori

e storici dell’arte; produce video che descrivono la manutenzione delle sculture e i metodi per

reperire i fondi; apre campagne di adozione di opere d’arte. la grande fruizione del restauro delle

sculture all’aperto ha permesso comunque di tenere alta l’attenzione del mondo del restauro in

generale e questo è stato positivo; d’altra parte la ricerca in questo campo è stata minima. Un

progetto di ricerca sui protettivi che è cominciato negli anni 80 è stato portato avanti dal laboratorio

di ricerca del National Gallery of Art e solo recentemente sono stati pubblicati i primi risultati che

sembrano indicare la superiorità dei protettivi a base di Incralac ricoperti da uno strato di cera

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rispetto ad altre resine e cere usate singolarmente. Occorre sottolineare che la preparazione della

superficie ha grande influenza sulla loro durata e che le superfici pulite per mezzo di sabbiature

vegetali sono meno protette di quelle pulite più a fondo. La cultura di Henry Moore Standing Figure

è stata protetta con Incralac nel 1972, quando la sua patina originale iniziò a deteriorarsi.

Probabilmente è stata la prima scultura trattata con Incralac negli Stati Uniti e da allora è stata

regolarmente trattata con trattamenti manutentivi con Incralac e cera. La statua di St. Louis è stata

trattata per la prima volta nel ’75 e sottoposta ad una prima manutenzione nel’78, poi nel’89 ed

infine nel ’98. IL RESTAURO DEL PERSEO DI BENVENUTO CELLINI

Il restauro ebbe inizio il 5 dicembre 1996 quando il gruppo scultore venne sollevatore dal suo

basamento posto sotto la Loggia dei Lanzi e trasportato all’interno di una robusta gabbia d’acciaio

appositamente progettata da Antonio Raffagli, autore anche del complesso progetto di traslazione

tra le due gru e tra l’ultima gru ed il basamento posto all’interno della sala del restauro. La struttura

fu studiata in modo da garantire che la caviglia destra del Perseo, riuscita difettosa al momento del

getto e riparata dal Cellini, non dovesse sopportare eventuali movimenti del corpo della Medusa,

pesante circa 850 kg. La gabbia fu costruita in modo da essere totalmente rigida ed il corpo di

Medusa fu inglobato nella parte bassa della struttura per mezzo di una colata di poliuretano

espanso di notevole consistenza, mentre quattro robusti tubi in fibra di carbonio posti a piramide

collegavano saldamente le ginocchia dell’Eroe al getto di schiuma. La cultura venne fermata ad

uno spesso diaframma sagomata sul fianco destro, posizionato dove si era stimato potesse

trovarsi il suo baricentro affinché, durante il trasferimento, trovandosi in posizione orizzontale, essa

fosse bilanciata e non si venissero a generare tensioni nella caviglia destra. La gabbia giunta

dinanzi al portone della sala degli Uffizi, venne passata ad un’altra gru munita di un lungo braccio,

ruota in posizione orizzontale sul lato destro e fatta entrare nella sala all’interno della quale era

stata predisposta la base in acciaio sulla quale il Perseo venne posto per le operazioni di restauro.

Vedere esempi n°4-5 a pag. 59

Maurizio Marabelli, direttore del laboratorio dell’Istituto Centrale per il Restauro ed i suoi

collaboratori avevano svolto una serie d’indagini per valutare lo staro di salute della caviglia e il

rischio del trasporto. Con correnti indotte a varia frequenza e con ultrasuoni, furono definiti i

contorni dell’innesto tra il piede destro, rigettato dal Cellini e la caviglia e si poté constatare che nel

corso dei secoli, ed in particolare nel corso della rimozione del 1942, in occasione del secondo

conflitto mondiale, il collegamento tra le parti era rimasto saldo e non vi erano tensioni in atto.

LE INDAGINI E LE ANALISI

Già da una prima indagine eseguita osservando la superficie della scultura abbiamo una

particolarità che saltava subito agli occhi ed era la notevole differenza dello stato di conservazione

tra le parti esposte alla pioggia, quella caratterizzate da un colore vede acqua, dovuto all’ossalto di

rame ed alla formazione di solfati di rame indotta dalle piogge acide, mentre le parti che non

venivano bagnate dalla pioggia erano ricoperte da pellicole nero-verdi costituite da depositi e da

prodotti di corrosione che nelle zone in sottosquadro raggiungevano spessori di oltre un

centimetro. Il 1997 e parte del 1998 furono impiegati nelle complesse indagini per individuare i

processi d’alterazione subiti dal bronzo, conoscere l’ima struttura e composizione del gruppo

scultoreo, per definire lo stato generale di conservazione e ricostruire il processo creativo

dell’artista, guidati dalla descrizione che Cellini stesso fa dell’esecuzione della statua, tanto nella

Vita quanto nel Trattato della Scultura. Furono delimitate una trentina di piccole aree che

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rappresentavano ognuna un diverso stato di conservazione del bronzo e come primo intervento

all’interno di queste aree, l’OPD eseguì i lavaggi per analizzare le sostanza solubili presenti nella

scultura. Le soluzioni di lavaggio sono state analizzate mediante IEC ed Aas. È stata riscontrata

una maggiore percentuale rispetto ad altri di solfati, in gran parte rappresentati da quello di calcio e

in percentuali minori cloruri, nitrati e Sali d’ammonio. Successivamente con un attento lavoro di

bisturi sono stati prelevati da ogni area campioni di patina in strati successivi fino a raggiungere, là

dove erano presenti depositi ed incrostazioni molto spesse, anche 11 strati. I campioni prelevati

sono stati esaminati con tre diversi metodi d’indagine: con diffrazione X, raggi infrarossi a

trasformata di Fourier e con microscopio elettronico dotato di microsonda. La complessità e la

diversificazione delle corrosioni hanno reso indispensabile l’impiego dei tre metodi d’indagine,

poiché ognuno di essi ha la propria specificità e riesce ad individuare prodotti che diversamente

non sarebbero caratterizzabili. I risultati hanno confermato quanto si era ipotizzato e cioè la

sostanziale differenza tra le parti esposte alle piogge e quelle riparate. Oltre alla presenza dei

composti già rilevati nelle acque di lavaggio, nei campioni della parte anteriore ed in parte in quelli

laterali è stata individuata la presenza di solfati di rame, praticamente assenti sul retro e di

ossalato di rame. Al contrario, nelle parti riparate sono abbondanti sia ossalato di rame che di

calcio, mentre negli strati più interni e nelle aree posteriori, coperte da spesse croste di gesso e

depositi di polveri e residui carboniosi, a diretto contatto con la lega sono stati individuati cloruri di

rame, presenze particolarmente preoccupanti per i fenomeni corrosivi cui danno luogo. Da rilevare

inoltre che, in particolare nelle patine e croste grigie, si è riscontrata la considerevole presenze di

sale di stagno e fosfati in forme non ben determinate. Le indagini sul Perseo ad opera dell’Istituto

Centrale per il Restauro di Roma, coordinate da Maurizio Marabelli, hanno fornito risultati di

grande importanza sullo stato di conservazione della scultura e della sua composizione. Le misure

non distruttive e le microanalisi effettuate sono le seguenti:

1. Misure della velocità di corrosione con il metodo della resistenza di polarizzazione. È una

tecnica di indagine non invasiva in quanto, per effettuare il controllo, è sufficiente

appoggiare la testa dello strumento sulla superficie interponendo una spugnetta imbevuta

di acqua a conducibilità nota; lo strumento misura la velocità di corrosione della superficie

in micron/anno in presenza d’acqua contatto. I risultati ottenuti hanno evidenziato tre tipi di

patina:

• Patine nere anteriori caratterizzate da una ridottissima velocità di corrosione

• Patine verdi e grigie di varia tonalità con modesta velocità di corrosione

• Alcune aree con patine ad alta velocità di corrosione. Appartengono a queste zone il

panneggio del drappo del lato destro, controllate dopo aver assottigliato le incrostazioni

gessose che lo rivestivano, dove la presenza di cloruro rameoso ed i conseguenti

processi di corrosione attiva incrementavano decisamente i valori della velocità di

corrosione.

2. Misure colorimetriche: con misure spettrofotometriche di riflettenza sono stati parametri

colorimetrici di aree campione. Le misure verranno ripetute a restauro ultimato ed anche

successivamente, in occasione delle manutenzioni per costituire un controllo non distruttivo

delle superfici sottoposte a restauro.

3. Analisi Micro FT-IR delle patine: identificazione dei composti delle patine che corrispondono

sostanzialmente alle stesse analisi eseguite dall’OPD. 13

4. Controllo delle leghe di fusione con conduttimetro IACS per individuare diversità di

composizione del getto metallico. Si sono individuata tre leghe caratteristiche:

• Una lega ad elevato contenuto in rame nella quasi totalità del Perseo con isure

comprese tra 19,1 e 22,4 IACS, con deviazione standard tra 0,6 e 2,8;

• Una lega a composizione intermedia costituente la testa di Medusa con media di

15,1 IACS, con deviazione standard;

• Una lega con più alto contenuto di alliganti costituente la Medusa ed il drappo su cui

giace con valori compresi tra 12 e 12,5 IACS, con deviazione standard tra 0,4 e 0,7.

La mano l’avambraccio, l’omero destri presentavano valori leggermente diversi dai

valori medi riscontrati sul corpo di Perseo.

Cellini dubbioso sulla possibilità di una buona riuscita della testa preparò due imbuti di colata, uno

principale che portava metallo fuso lungo il condotto di sfiato colò una lega più fluida, con una

percentuale di alliganti maggiore, nell’imbuto posto sopra la testa, cosicché le due vanno via via

aumentando man mano che si avvicina ai serpenti che costituiscono la capigliatura di Medusa.

5. Fluorescenza XRF: con strumento portatile direttamente sulla superficie del bronzo senza

prelievo di campioni ma solo asportando minuscole aree di patina per mettere a nudo la

lega. Le analisi sono state eseguite nei punti precedentemente ispezionati con

l’apparecchio a correnti indotte per caratterizzare esattamente la composizione del getto.

6. Individuazione dei “collanti” impiegati per fissare le laminette auree al bronzo che hanno

risultati molto contraddittori a causa della copertura dovuta ai Sali di rame che impregnano

ogni dettaglio.

In un secondo tempo i risultati di questo lavoro ci sono stati molto utili nello studio e restauro del

bronzo di Bindo Altoviti conservato all’Isabella Stewart di Boston. Studiando le tracce di

lavorazione, molto nitide su questo busto, abbiamo riscontrato l’impronta di un punzone utilizzato

per rimarginare piccole imperfezioni del getto sovrapponibile ad una identica rintracciata sul

piccolo drago posto sulla sommità dell’elmo di Perseo, sul fiotto di sangue fuoriesce dalla testa di

Medusa e sul busto di Cosimo I conservato al Bargello.

IL RESTAURO

La prima operazione eseguita è stata il lavaggio con acqua nebulizzata tensioattivi non ionici per

solubilizzare l’abbondante presenza di depositi e di croste gessose. Durante il lavaggio sono

comparse numerose minuscole porzioni di doratura che sono state immediatamente fissate con

soluzioni di Paraloid B72; i lavaggi sono proseguiti, salvo brevi interruzioni, per consentire il

fissaggio delle dorature che via via emergevano al di sotto dei depositi gessosi solubilizzati.

(vedere esempi pag.64) In una seconda fase, nelle zone prive di tracce di doratura, è stata

praticata una leggera sabbiatura morbida con pressione dell’aria intorno a 1,5 atmosfere

mantenendo l’ugello a circa 20 cm di distanza dalla superficie, utilizzando tutolo di mais macinato

molto fine per rimuovere i residui di materiali di deposito resi incoerenti dalla solubilizzazione del

gesso. Durante il lavaggio si è notato che in alcune aree la patina era costituita da composti

solubili e che andava assottigliandosi; si è quindi ricorsi ad una protezione applicando anche in

queste aree una leggera pellicola di Paraloid B72 che al termine della pulitura è stata solubilizzata.

Alcune croste, situate tra i capelli e nelle pieghe del drappo intorno ai piedi della scultura,

risultarono assai tenaci e la loro solubilizzazione avrebbe richiesto tempi lunghissimi con rischi di

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danneggiamento della patina; se è quindi provveduto a demolirle con bisturi e ablatore ad

ultrasuoni ed il residuo è stato solubilizzato in breve tempo con acqua nebulizzata. La schiena e i

glutei del Perseo erano rivestiti da una crosta compatta costituita per gran parte da gesso e ossalti

di calcio, questi ultimi caratterizzati da un alto potere isolante. In alcuni piccoli punti la crosta era

caduta ed apparivano piccole espulsioni di polvere verde-mela prodotte da fenomeni di corrosione

attiva che, come si vedrà in seguito, sono stati resi inattivi. La spessa crosta è stata accuratamente

ed omogeneamente assottigliata in modo da conservarne assai simile a quello delle zone

circostanti, non costituisce alcun disturbo visivo. In seguito, con bisturi, spazzolini di setola rotanti,

con ablatore ad ultrasuoni e matite di fibra di vetro, sono state accuratamente rimosse tutte le

concrezioni che ricoprivano la superficie della patina che in massima parte era costituita da sottili e

compatti spessori di prodotti di corrosione stabili, con colori che andavano dal verde chiaro del

ginocchio sinistro fino al nero fumo con sfumature verdi della gamba destra di Perseo e della

gamba sinistra di Medusa. Al termine della rimozione delle sostanze incrostanti si è solubilizzata la

pellicola protettiva acrilica applicata in precedenza, conservandola solo nelle zone interessate dalle

dorature, e tutto il gruppo scultoreo è stato lavato a fondo con acqua deionizzata calda, mista a

vapore, generata da una piccola autoclave. Nelle acque di lavaggio sono state controllate sia la

conducibilità che la presenza di ioni cloro ed i lavaggi sono stati interrotti solo quando i dati erano

inferiore alla soglia di sicurezza. Successivamente tutto il gruppo scultoreo è stato racchiuso per

96 ore in un grande sacco sigillato di polietilene ed al suo interno è stato insufflato vapore acqueo.

L’alta percentuale di umidità relativa, vicina ai valori di condensa, ha accelerato la formazione delle

espulsioni di polvere verde di ossicloruri di rame dai crateri di corrosione attiva, permettendo così

di individuare l’esatta localizzazione dei focolai. Una volta rimessa la camera ad umido abbiamo

constatato l’esistenza di numerosissimi crateri, in gran parte di dimensioni modeste ma, soprattutto

fra i capelli, di notevole numero, dimensione e attività. Con soluzioni di nitrocellulosa in acetone

abbiamo isolato le aree interessate dai crateri, si è atteso qualche tempo per consentire al solvente

di volatilizzarsi e con la punta di bisturi è stata forata la pellicola isolante in corrispondenza dei

crateri, rimuovendo quanto più possibile delle espulsioni verdi di ossicloruri. Nella fase successiva

è stata applicata gelatina di Agar-Agar con acqua deionizzata, sulla quale si è fatta aderire una

sottile laminetta d’alluminio a sua volta ricoperta da una sottile pellicola di pvc impermeabile per

evitare l’evaporazione dell’acqua. Attraverso la pellicola impermeabile abbiamo controllato la

reazione elettrochimica che produce l’estrazione degli ioni cloro e la corrosione dall’alluminio

provocando delle lacerazioni grigie. Di quando in quando la gelatina Agar-Agar e la laminetta

d’alluminio venivano sostituite fino a quando non cessava la corrosione dell’alluminio, segno

dell’avvenuta estrazione degli ioni cloro. Il protettivo applicato nell’area intorno al cratere aveva

funzione di isolare la patina circostanta in quanto il piombo contenuto nella lega, grazie ai

fenomeni di riduzione, avrebbe, precipitando, creato aloni nerastri indelebili di piombo metallico. La

protezione della superficie è stata eseguita con particolare attenzione in quanto al termine del

restauro gran parte del gruppo scultorei era caratterizzato da una superficie molto levigata

ricoperta da una patina sottile verde acqua che nelle parti esposte alle intemperie è piuttosto

fragile. Mentre le patine verde-nere che rivestono le parti riparate sono più sottili ma dure, ben

ancorate alla base metallica e isolanti. Il primo strato protettivo, a diretto contatto della superficie, è

costituito da Incralac applicato in un primo strato a pennello e nei tre successivi, sempre di

Incralac, a spruzzo in soluzione al 10% in diluente nitro. Lo spessore di questa pellicola è stata

misurata con Eddy Current tra i 35 ed i 45 micron, sottratto lo spessore della patina. Nella fase

successiva sono state applicate a pennello 5 mani di cera microcristallina R21 in soluzione all’8%

in ragia minerale secondo questo procedimento: allorquando il solvente era evaporato, si è

proceduto ad una spazzolatura morbida per ottenere una pellicola continua e ben aderente prima

di applicare la mano successiva. Prima di dare inizio alla stesura dei protettivi sono stati individuati

dei punti riconoscibili dove effettuare le misure dello spessore delle patine e sono state eseguite

15

stampe fotografiche sulle quali sono stati evidenziati i punti di misura così da rendere possibile

controllare gli spessori prima di esporre la scultura sotto la Loggia dei Lanzi e nelle previste

manutenzioni successive.

CAMPAGNA DIAGNOSTICA PER LO STUDIO DELLO STATO DI

CONSERVAZIONE DELLE SUPERFICI BRONZEE DEL PERSEO DI

BENVENUTO CELLINI

Introduzione

La campagna diagnostica che ha fatto da base conoscitiva e progettuale all’intervento di restauro

del Perseo è stata realizzata congiuntamente dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e

l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. L’esame diagnostico dei manufatti bronzei esposti all’aperto

comporta, da una parte, l’insieme di studi inerenti la lega metallica e i fenomeni di corrosione ad

essa connessi, dall’altra analisi delle superfici e la caratterizzazione delle loro molteplici e

diversificate alterazioni. La superficie di un manufatto antico costituisce sempre un puzzle

complesso sotto il profilo della composizione e della microstruttura. Essa accumula i prodotti

dell’iterazione tra il manufatto e l’ambiente (di corrosione nella fattispecie), le sostanze di deposito

provenienti dall’ambiente, i prodotti di interazione degli uni con gli altri e infine i materiali

eventualmente applicati nei passati restauri. Il caso dei bronzi è particolarmente complicato per la

varietà di composti metallici, soprattutto di rame, che possono formarsi in funzione dell’esposizione

della statua e della composizione della lega. Si tratta di sostanze tra loro molto simili e assai difficili

da identificare ma la cui presenza è indicativa delle condizioni di stabilità della superficie e che

hanno di conseguenza un valore diagnostico notevole. Hanno la possibilità di migrare in forma di

soluzioni lungo la superficie del bronzo e dar luogo più facilmente a nuovi composti per reazione

con gli altri. La prima è più importante operazione di restauro che si compie, la pulitura, sembra

mal utilizzare i dati desunti con tante difficoltà dagli esami scientifici, e procedere guidata

soprattutto da criteri fisici (ricerca di patine stabili dal punto di vista fisico-meccanico) ed estetici

(ricerca di tonalità cromatiche di aspetto gradevole). Osservando le documentazione fotografiche

dell’insieme, di dettagli di statue bronzee, prima e dopo un intervento di restauro, si constatano

spesso situazioni oltremodo differenziate, per quanto riguarda l’aspetto, ma soprattutto

imprevedibili. Le stratificazioni di sostanze che si formano in superficie, sono per lo più spesse e

molteplici e in quanto tali possono celare patine interne, aderenti al metallo, di colore e di aspetto

assai diverso da quello esterno e tra i più vari. In fase di rimozione degli strati più esterni, chi

interviene a livello di restauro sia soprattutto guidato da ciò che progressivamente va trovando.

L’operazione di pulitura si preoccupa di eliminare con gradualità le stratificazioni più esterne fino a

ritrovare quelle patine che mostrino possedere una maggiore stabilità fisico-meccanica (buona

coesione e adesione) e che abbiano ridotti spessori così da non risultare alterati in riferimento al

rilievo della statua. È ovvio che la composizione chimica di quanto si va trovando procedendo

all’esterno della stratificazione verso l’interno non possa costituire un criterio primario per decidere

il livello di pulitura da raggiungere. La composizione delle patine e croste di alterazione e il suo

variare nel senso della superficie e dello spessore hanno, ciò nonostante, un’importanza notevole

e il restauro mette comunque in atto operazioni che, indirettamente hanno proprio l’obbiettivo di

raggiungere anche la stabilità chimica oltre che quella fisico-meccanica della superficie.

Fondamentale è il lavaggio che si compie alla fine con acque deionizzata. Le sostanze idrosolubili

presenti in superficie, la loro rimozione selettiva può essere facilmente realizzata proprio grazie ad

un accurato lavaggio in acqua, che si effettua subito dopo l’opera di rimozione meccanica. Alla

fine, ciò che rimane sulla superficie è caratterizzato da stabilità fisica, chimica e sottile spessore.

Quanto al colore e all’aspetto, si hanno minori libertà,. L’operatore deve più o meno accettare ciò

16

che ritrova a contatto col metallo, preservandolo, per conservare uno dei valori importanti

dell’oggetto antico, la storia della materia che, unitamente alla sua forma e al suo stile, va a

costituire la testimonianza attuale dell’opera che perviene a noi. Nell’ambito dei restauri di

monumenti bronzei rinascimentali fiorentini eseguiti nelle ultime decine di anni e delle relative

campagne diagnostiche curate dall’Opificio delle Pietre Dure, il gruppo statuario del Perseo

costituiva un anello fino ad allora mancante. Il gruppo della Giuditta e Oloferne di Donatello era

stato infatti conservato nella Piazza della Signoria totalmente esposto all’aperto. un altro

importante gruppo, Cristo e S.Tommaso del Verrocchio, sottoposto ad accurate indagini e

successivamente restaurato, era collocato in una nicchia della facciata di Orsanmichele e, in

protetto, con la parte anteriore totalmente esposta e il retro riparato, almeno dalla pioggia.

Indagini analitiche e risultati

Il gruppo del Perseo di Benvenuto Cellini collocato su un angolo della Loggia dei Lanzi, è quasi

totalmente riparato dalla pioggia rispetto alla pioggia battente ma, per il resto, è esposto

liberamente all’ambiente esterno su tutti e quattro i lati, senza il riparo di una nicchia come nel

caso del bronzo del Verrocchio; libero di essere investito sotto tutte le angolazioni dalle circolazioni

di aria che in quella particolare posizione sono possibili (l’angolo della Loggia dei Lanzi dove è

collocato il Perseo, prospiciente Palazzo Vecchio, è tipicamente soggetto a costanti movimenti

d’aria). L’obbiettivo principale dell’indagine era dunque lo studio dello stato di conservazione della

superficie attraverso l’identificazione delle sostanze di alterazione e di deposito presenti nelle

patine e nelle croste, in funzione della loro distribuzione sulla statua, del loro spesso, del loro

aspetto e consistenza. A tal fine occorreva innanzitutto predisporre un piano di campionamento

appropriato. Il campionamento è stato condotto per fasce verticali della statua in riferimento ai

quattro lati principali di esposizione della stessa, approssimativamente coincidenti con N, S, W, E. I

prelievi sono stati effettuati in maniera selettiva, sia in forma di polveri, sia di piccoli frammenti per

esami in sezione. Le sostanze idrosolubili sono state invece raccolte mediante lavaggi

standardizzati, nelle stesse aree di campionamento. Il lavaggio standardizzato viene effettuato

pennellando con un volume noto di acqua distillata un’area nota della statua e raccogliendo le

acque di lavaggio in cui verranno eseguite poi le determinazioni. I risultati della campagna

diagnostica effettuata sulle aree sopra indicate, impiegando le tecniche elencate sul libro (tabella 1

pag.83), hanno prodotto una quantità di dati analitici che non è certo possibile riportare in questa

sede. Ciò che conta negli esami diagnostici non sono solo i dati desunti ma è soprattutto

l’interpretazione degli stessi effettuata da un esperto del campo. Occorre innanzitutto mettere in

evidenza una importante prassi ch adottiamo, oramai da oltre dieci anni, negli studi diagnostici

delle superfici bronzee al fine di rendere i risultati più attendibili. Al fine di acquisire dati attendibili

non è in generale sufficiente limitarsi a considerare quelli che emergono dalla applicazione di una

sola tecnica di analisi. Ad ogni tecnica, sfuggono sempre alcune sostanze per motivi inerenti i

principi stessi su cui la tecnica si fonda, per ragioni di interferenza, ed altro. Solo attraverso

l’esame congiunto degli stessi campioni mediante più tecniche è possibile pervenire ad un quadro

più oggettivo della situazione. Per tali ragioni è quasi sempre necessario comporre un team di

specialisti. Nel caso del Perseo il team ha adottato la seguente prassi: il campione prelevato viene

innanzitutto omogeneizzato per macinazione. Si procede poi, iniziando dalle tecniche che non

distruggono né alterano il campione, n particolare dalla XRD. Si prosegue poi suddividendo il

campione in due aliquote: una da destinare alla spettrofotometria FT.IR, l’altra al SEM/EDS. In tal

modo, le sostanze con struttura moderatamente cristallina, tendente all’amorfo, prive di segnali

caratterizzanti in diffrazione-X, possono essere recuperate via FIT.IR. Se esistono costanze che

eludono entrambe le succitate tecniche, c’è una possibilità di recuperarle grazie al SEM/EDS che

fornisce almeno lo spettro degli elementi presenti. A tal proposito vale la pena citare: 17

• Il cloruro rameoso, Cu2Cl2 nantokite, che non dà segnale con la tecnica FT.IR ma può

essere ben determinato via XRD e mediante SEM/EDS (presenza di rame e cloro);

• Alcuni idrosso-cloruri rameici mal cristallizzati e le sostanze organiche in genere sfuggono

di solito sia alla XRD che al SEM/EDS ma possono essere rilevate mediante FT.IR;

• Alcuni composti di stagno (forse biossido di stagno idrato, Sn02, nH20), e alcuni composti

dl fosforo (probabilmente fosfati) sfuggono sia alla XRD cha al FT.IR ma la loro presenza è

segnalata al SEM/EDS (segnale dello stagno e segnale del fosfato).

Croste nere erano presenti in alcune aree della statua, soprattutto, come di solito accade, nelle

aree riparate dall’azione diretta della pioggia battente. La figura 4 presente sul libro ci presenta

la composizione come risulta dall’analisi diffrattometrica XRD di un’area sul retro della statua

coperta da queste tipiche croste che avevano un aspetto del tutto simili a quelle osservabili

anche sul volto del Perseo. I 4 campioni sono stati prelevati dallo stesso punto della statua, in

successione, dall’esterno verso la superficie bronzea. La composizione varia in maniera

graduale mostrando una forte prevalenza di gesso proveniente da deposito di particellato

atmosferico unitamente a quantità di quarzo e silicati, essi stessi tipici componenti delle poveri

sospese. Il gesso rappresenta la matrice cementate delle croste nere mentre silicati e

particellari carboniosi costituiscono gli inclusi. È risultato abbondante anche l’ossalato rameico

Moolite, che ha un colore verde, poco visibile dall’esterno perché coperto dal colore nero degli

inclusi carboniosi. Nella frazione a contatto nel bronzo la composizione mostra anche nuovi

componenti, gli idrosso-cloruri rameici atacamite e parata camite, che, in quanto tali, non

preoccupano ma che denunciano l’avvenuta presenza di processi corrosivi ciclici del bronzo,

indotti da cloruri. In un’altra serie sequenziale di campioni, prelevata da un’altra incrostazione

nera, osserviamo infatti, nelle otto successive frazioni prelevate, una composizione simile a

quella sopra esaminata ma che mostra più a contatto col bronzo, anche il pericolosissimo

cloruro rameoso, nantokite, la cui presenza, abbastanza abbondante, denuncia proprio

fenomeni attivi di corrosione. La figura 6 presente sul libro riporta invece un confronto tra i

diversi risultati ottenuti su una serie di campioni prelevati da aree diverse, esaminati, a sinistra,

mediante spettrofotometria FT.IR, a destra mediante diffrattometria RX. In teoria i risultati

analitici ottenuti per ciascun campione avrebbero dovuto coincidere. In pratica, i risultati

appaiono abbastanza diversi. I diagrammi a torta evidenziano significative difformità tra i due

approcci analitici, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo. Le differenze possono

facilmente essere spiegate se si considerano i principi assai diversi su cui le due tecniche si

fondano e di conseguenza, le diverse potenzialità di ciascuna. La tecnica FT.IR, ad esempio,

rivela le sostanze organiche, che hanno in gran parte natura amorfa e che quindi sfuggono

all’analisi diffrattometrica. La tecnica FT.IR rivela anche presenza di nitrati in alcuni campioni, a

differenza della XRD. Si tratta infatti, verosimilmente di nitrati deliquescenti, come quello di

calcio, non presenti allo stato solido, quindi non rilevabili mediante XRD. La tecnica XRD è per

contro, più precisa l’identificare i silicati dei diversi campioni come feldspato, mentre all’analisi

FT.IR essi rimangono riconosciuti come generici silicati. Nei campioni esaminati non era

presente nantokite, un composto binario impossibile da identificare mediante FT.IR (privo di

bande di assorbimento significative nella regione FT.IR) ma ottimamente caratterizzabile

invece tramite XRD. Dunque, ciascuna tecnica sembra privilegiare alcuni composti piuttosto di

altri e questo è vero anche sotto l’aspetto quantitativo. Il gesso ad esempio, ben rilevato con

entrambe le tecniche, viene tuttavia valutato in modo abbastanza differente da ciascuna di

esse. Talvolta lo stesso accade anche per gli ossalati. A proposito di questi merita fare qualche

osservazione circa la loro provenienza e le tipologie che si trovano sui bronzi. Gli ossalati sono

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oramai ben noti nella letteratura internazionale relativa agli studi agli studi diagnostici su opere

antiche particolarmente se esposte all’esterno, ma anche all’interno ad esempio su affreschi.

L’ossalato di gran lunga più identificato è quello di calcio nelle sue due forme cristalline

whewellite e weddellite. Talvolta i monumenti lapidei a base anche di carbonato di magnesio, è

stato identificato anche l’ossalato di magnesio. Sulle superfici dei bronzi è comunissimo

ritrovare l’ossalato di rame nella forma mineralogica di mooloite sostanza di colore verde

azzurro che solitamente forma una patina abbastanza stabile e di bell’aspetto. È emersa, come

ipotesi più probabile circa la loro genesi, quella di una derivazione da un processo di

“mineralizzazione” (gli ossalati, pur Sali di un acido organico hanno proprietà squisitamente

minerali) di sostanze organiche presenti sulle superfici antiche (principalmente a seguito di

trattamenti sostanze ritrovate anche in altri casi e su matrici diverse di monumenti all’con

protettivi e consolidanti naturali) ad opera di micro organismi (funghi microscopici e batteri sono

tra i più indiziati), attraverso processi metabolici molto lenti e graduali. Spesso le patine che si

formano hanno colori tra i più vari (l’ossalato di calcio puro invece è totalmente in colore) a

causa del particolato atmosferico, specifico del luogo e del tempo di formazione, che si

deposita sulle superfici e che viene inglobato nella matrice ossalatica. È tipico rinvenire sulla

superficie dei bronzi anche l’ossalato di calcio che sembrerebbe estraneo alla composizione

del supporto (i calcio non è presente nella lega bronzea), ma che invece è del tutto giustificato

se si pensa alle sostanze di deposito (sempre da particolato atmosferico) a base di calcio

come il gesso (calcio solfato) e, in tempi più antichi, quando erano assenti agenti di

inquinamento atmosferico, anche carbonato di calcio. Tornando alle analisi sul Perseo, occorre

osservare che anche per questo bronzo non è risultato facile far luce sulla composizione delle

superfici che appaiono quasi nere ma che non sono ricoperte da spesse croste gessose e che

si presentano invece, sotto il profilo dello spessore, come patine sottili. In queste aree il

campionamento risulta difficile poiché lo spessore è così minimo da consentire il prelievo solo

di frazioni irrisorie di materia. Ci si potrebbe aspettare la presenza di solfuri di rame (che sono

neri) o di ossido tenorite anch’esso nero. In realtà queste sostanza stentano ad essere

identificate, o comunque lo sono in quantità tali da non giustificare il colore, il quale quindi, per

esclusione, deve essere attribuito a particellato carbonioso fissato in superficie in matrici di

cloruri peraltro colori metricamente non distinguibili, essendo sostanze di tono verde azzurro.

Grazie all’impiego di una terza tecnica sugli stessi campioni si è infatti potuto mettere in

evidenza la presenza di due elementi, il fosforo e soprattutto in quantità notevoli lo stagno, che

denunciano la presenza di relativi composti probabilmente mai cristallizzati e che si

sovrappongono, negli spettri IR, ad altri più abbondanti. Nel primo caso è verosimile si tratti di

fosfati,sostanze ritrovate anche in altri casi e su matrici diverse di monumenti all’esterno, che

sembrano correlarsi con processi di formazione simili a quelli descritti per gli ossalati (ossia

dovuti a microrganismi). Nel secondo caso, i composti di stagno, i termini più indiziati

sembrano essere gli ossidi idrati dello stagno +IV, ossia composti di formula generica

Sn02.nH20. Si tratta di sostanze biancastre, insolubili che non risultano visibili perché

mescolate in maniera complessa alle altre più colorate. Importanti per la conservazione sono

invece le analisi dei componenti solubili, raccolti in maniera standardizzata come descritto nella

parte introduttiva analizzati a mezzo cromatografia ionica. Ovviamente si tratta di Sali dei quali

la I.C. misura qualitativamente e quantitativamente cationi e soprattutto anioni. I solfati, anche

in questo caso, risultano prevalenti (a causa della presenza rilevante di gesso) e poi nitrati e

cloruri, questi ultimi di solito più abbondanti in vicinanza della superficie bronzea. Queste

analisi vengono di solito ripetute anche a fine restauro quando si deve controllare, dopo i

lavaggi, la loro completa rimozione. Talvolta, tra i cationi si rileva anche la presenza di

ammonio. Anch’esso proviene dall’inquinamento atmosferico ed entra nella composizione di

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sali di rame che si formano per interazione con i prodotti di corrosione come il Sale di Tutton ,

solfato solubile di rame e ammonio.

I RISULTATI DEGLI ESAMI DIAGNOSTICI SUL PERSEO E LE DECISIONI CIRCA LA SUA

CONSERVAZIONE POST-RESTAURO

Dall’insieme veramente cospicuo di dati che sono stati desunti dagli studi dell’Opificio delle

Pietre Dure e dell’Istituto Centrale per il Restauro sul gruppo bronzeo del Perseo è stato

possibile delineare lo stato di conservazione della statua. Successivamente, l’analisi attente dei

dati acquisiti, la valutazione delle alterazioni subite, il confronto con analoghe indagini

diagnostiche su una serie di monumenti bronzei fiorentini all’aperto, ha permesso, infine, di

arrivare a proporre una decisione coraggiosa ma consapevole, che è stata appunto quella di

optare per una ricollocazione della statua all’esterno dopo il restauro. Naturalmente il gruppo è

stato rivestito con una idonea vernice protettiva a base di resine sintetiche ed è oggetto di un

programma di manutenzione periodica, consistente soprattutto in una spolveratura delicata

delle superfici, nonché, in parallelo, di esami di monitoraggio. L’applicazione della vernice ha

comportato un “prezzo2 sotto il profilo estetico poiché l’aspetto del bronzo è ora parzialmente

lucido, diversamente dai bronzi all’esterno che hanno patine opache.

IMPORTANZA DELLE ANALISI DIAGNOSTICHE PER LO STUDIO DELLA

FENOMENOLOGIA A LIVELLO GENERALE

Lo studio comparato di superfici di oggetti antichi costituiti da materiali diversi – bronzi, marmi,

statue in pietra silicatica, superfici architettoniche ecc. – collocati ed esposti in un medesimo

ambiente di conservazione, emerge, che le incrostazioni di superficie sono comunque a base

di gesso. Quest’ultimo, si pre-forma a livello atmosferico per reazione tra il pulviscolo

carbonatico e gli ossidi di zolfo, dopodiché, gradualmente si deposita su qualsiasi oggetto,

dove col tempo si concreziona. La progressione della ricerca scientifica nel settore chiarisce

via via la complessa fenomenologia che riguarda il nostro patrimonio storico-artistico,

soprattutto quello esposto all’aperto, e traccia le premesse sulle quali migliorare le nostre

politiche e strategie di conservazione.

CONTROLLI DELLO STATO DI CONSERVAZIONE E INDAGINI NON

DISTRUTTIVE PER IL RESTAURO DEL PERSEO DI BENVENUTO CELLINI

Oggi la diagnostica è matura per “giudicare”il restauro o almeno per convalidarne alcuni aspetti

fondamentali; non sono infatti completamente d’accordo con alcuni aspetti fondamentali; non si è

infatti completamente d’accordo con alcuni restauratori e storici, che quando osservano la

diagnostica è spesso eccessiva o non ben focalizzata per la risoluzione dei problemi conservativi.

Almeno nel settore dei metalli le indagini di tipo non distruttivo sono invece in grado di fornire

risposte concrete e immediate sui vari aspetti archeometrici e della conservazione. Quando

parliamo di corrosione è necessario distinguere la corrosione chimica dalla corrosione

elettrochimica per non generare un’inopportuna confusione. La prima è un processo di

deterioramento e trasformazione-dissoluzione della patina, mentre la seconda è un processo di

degrado della lega; la diagnostica seguirà corrispondentemente due percorsi diversi. Sul bronzo

del Perseo si è trattato prevalentemente di indagini di tipo non distruttive condotte sulle leghe e

sulle patine. È stata misurata la conducibilità IACS ed è stata condotta l’analisi di fluorescenza X

per valutare la composizione delle leghe, nonché l’analisi metallografica – che oggi può essere

eseguita direttamente sul manufatto – per documentare la microstruttura del metallo. Sono stati

utilizzati dall’ICR gli ultrasuoni e un compratore meccanico a compasso per costruire mappe di

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spessore dei getti, per identificare difetti e danni tipici della struttura del monumento ed anche per

lo studio della lavorazione dei modelli in cera e del procedimento di fusione. Ancora, è stata

utilizzata l’analisi microFTIR per identificare i prodotti di corrosione presenti nelle patine, mentre le

misure di spettrofotometria di riflettenza delle superfici sono state importanti come controllo

strumentale della pulitura e del trattamenti di protezione. Tali misure potranno inoltre essere

ripetute a distanza di tempo, così da costruire uno dei test non distruttivi per la salvaguardia delle

superfici sottoposte al restauro. La velocità di corrosione è stata misurata con il metodo della

resistenza di polarizzazione, ed è stata effettuata una mappatura del monumento con alcune

centinaia di misure per poter controllare l’andamento dei processi corrosivi prima e dopo

l’intervento. Più in dettaglio, dalle analisi XRF è risultato evidente che la lega utilizzata per la

Medusa è diversa da quelle del Perseo e della varie riparazioni e tasselli originali. Si sono ottenuti

dati sulla composizione della lega sia in aree con la patina sia in aree prive di patina e si è

riscontrato che la corrosione interessa anche il primo strato del metallo, apparentemente integro.

In pratica, la pioggia e altri fattori esterni hanno lentamente asportato preferenzialmente il rame dal

primo strato di alcuni micron del bronzo e dalla patina, che in tal modo si sono arricchiti di stagno e

piombo. La campagna di misure ha visto la collaborazione dell’ICR con le Università di Roma,

Sassari e di Lecce. La lega del Perseo è risultata molto povera di alliganti: nelle pagine in cui

racconta la sua vita il Cellini espone il grave problema occorso durante la fusione del bronzo. Il

flusso della lega per riempire la forma appariva fortemente rallentato a causa della sua viscosità,

determinata della bassa concentrazione di alliganti, e Cellini perciò decise di immettere nel metallo

fuso mezzo pane di stagno da 60 libbre e alcuni piatti di stagno inglese. La lega risultò così

abbastanza fluida da consentire di portare a termine la fusione. L’alta concentrazione di

discontinuità e porosità superficiali e profonde del bronzo sono difetti da imputare a questo errore

di impostazione. L’esame US ha mostrato molto bene le diffuse discontinuità della struttura, celate

alla visione diretta: Cellini sentì evidentemente la necessità di sottoporre la superficie a

un’incessante lavorazione con ceselli, bulini, raspe e lime, per circa quattro o cinque anni, con lo

scopo finale di renderla perfetta e cancellare difetti altrimenti visibili a occhio nudo. Dati strutturali

e di spessore ottenuti con l’esame ultrasuono sono risultati molto interessanti, e credo che questa

campagna di misure rappresenti la prima analisi approfondita degli spessori di una statua bronzea

che non ha messo unicamente in evidenza i difetti e i danni tipici del getto, ma anche la metodica

di lavorazione delle cere dei modelli. I risultati delle misurazioni degli spessori con gli ultrasuoni

sono apparsi talora slittati per difetto, mentre quelli del compratore meccanico lo sono stati in

alcuni casi per eccesso. Infatti quando siamo in presenza di un difetto-porosità all’interno della

struttura il segnale ultrasuono viene riflesso in anticipo e rileva uno spessore minore di quello

reale; viceversa il compasso-compratore meccanico deve essere impiegato su superfici che

abbiano la faccia no visibile del getto priva delle terre di fusione, perché se all’interno è rimasto

qualche residuo aderente dell’anima, si ottiene una misura maggiore del dato reale. In altri casi i

valori misurati con due strumenti hanno denotato una soddisfacente coincidenza. È stato così

possibile rilevare che lo spessore dei due bronzi oscilla mediamente per entrambe le statue fra 10

e 20 mm circa, pur essendo essi composti da leghe completamente diverse; inoltre, nonostante

l’avventurosa fusione del Perseo, i getti non presentano difetti strutturali critici, che possano

mettere in pericolo la stabilità del monumento. Per quanto riguarda la corrosione del metallo

l’Istituto Centrale per il Restauro lavora da circa trent’anni nel settore della tipizzazione delle

patine e cerca di ottenere degli schemi di comportamento delle superfici per quanto riguarda la

corrosione chimica ed elettrochimica, in rapporto alla giuntura delle superfici stesse, sottoposte a

una serie di fattori microclimatici e climatici come la pioggia battente e l’insolazione, nonché

all’inquinamento atmosferico. Si sono così strutturate delle schede che tengono conto degli effetti

dell’ambiente in rapporto ai prodotti di corrosione-patine identificati con l’analisi microFTIR e il cui

spessore è stato misurato in modo no distruttivo con il metodo delle Eddy Current. Il metallo scelto,

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Pia0113

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in operatore dei beni culturali (conservazione, tutela e fruizione) (MATERA)
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pia0113 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e tecnica del restauro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Basilicata - Unibas o del prof Musella Marianna.

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