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per suoni ad alta frequenza.

Localizzare i suoni nello spazio: poiché la corteccia non possiede una rappresentazione topografica del

suono ma tonotopica, noi non siamo in grado di capire da dove deriva un suono o meglio dove si trova la

fonte del suono, a questa mancanza suppliamo però grazie ad altri 3 tipi di indizi:

1. Indizi binaurali di tempo: basati sul calcolo del ritardo che uno stimolo acustico laterale (che quindi

arriva da destra o sinistra rispetto a noi) presenta nell’arrivare ad un orecchio e poi all’altro. RITARDO

INTERAURALE. è sufficiente al cervello per far capire la posizione della fonte del suono laterale.

2. Indizi binaurale di intensità: completano gli indizi di tempo. Sono generati dal fatto che la testa agisce

come uno schermo per la propagazione delle onde e genera una differenza di intensità acustica tra un

orecchio e l’altro. Ovviamente questa differenza di intensità vale solo per gli stimoli acustici laterali

perché quelli che ci arrivano da davanti o dietro giungono nello stesso momento alle orecchie.

3. Indizi monaurali spettrali: sono quegli indizi che usiamo per capire da dove arrivano suoni che

provengono da davanti o dietro rispetto a noi (non laterali quindi). Sono basati sul fatto che il

padiglione auricolare riflette i suoni che arrivano dall’esterno modificandone la natura spettrale. La

riflessione che ogni suono subisce dipende dalla direzione delle onde sonore che a sua volta dipende

dalla posizione della fonte sonora.

aree successive alla corteccia acustica primaria: dopo analisi della corteccia acustica primaria, le info

acustiche vengono elaborate anche da altre aree: aree temporali 21 e 22, la 39 e la 40 del lobo parietale

inferiore. Queste aree sono responsabili di un’analisi più complessa dello stimolo e dell’integrazione delle

info acustiche con quelle di altre modalità sensoriali.

3.4 il sistema somatosensoriale

Il sistema somatosensoriale contribuisce alla nostra relazione con il mondo esterno grazie all’analisi tattile

degli stimoli e aiuta anche le nostre competenze motorie.

Il dolore, solitamente considerato come una cosa negativa, è invece un ottimo per gli stimoli

potenzialmente negativi per il nostro organismo.

Esistono due sistemi di trasmissione di info somatosensoriali: uno riguarda TATTO e PROPRIOCEZIONE,

l’altro DOLORE e TEMPERATURA. Questi due sistemi differiscono per i meccanismi recettoriali di base e per

le vie di trasmissione.

TRASDUZIONE E RECETTORI DEL TATTO, PREPRIOCEZIONE, TEMPERATURA E DOLORE

I recettori somatosensoriali sono prolungamenti periferici dei neuroni sensoriali primari che hanno il loro

corpo cellulare nel GANGLIO DELLE RADICI DORSALI. Una volta eccitate dallo stimolo per cui sono specifiche

queste terminazioni nervose conducono dei potenziali d’azione verso il midollo sono sia l’inizio della via

sensoriale afferente sia l’elemento di trasduzione del segnale.

Nella cute recettori possono essere direttamente a contatto con la cute (=terminazioni libere) oppure

essere avvolti da strutture esterne (= in questo caso si chiamano meccanocettori).

Differenze tra i due tipi di recettori:

Terminazioni libere: trasmettono le info direttamente senza modulazione del segnale

- I meccanocettori: modificano l’info sensoriale prima di generare un segnale afferente.

- corpuscolo di Pacini è uno dei più noti meccanocettori: costituito da una serie di lamelle di tessuto

che avvolgono la terminazione nervosa periferica. Quando arriva lo stimolo tattile la pressione che

questo produce deforma le lamelle e il segnale di pressione viene trasferito alla fibra nervosa

contenuta nel corpuscolo. Quando lo stimolo si stacca dalla cute, le lamelle si rideformano e si genera

un nuovo segnale nervoso afferente. questo corpuscolo si ADATTA rapidamente, questo è

importante per la segnalazione dell’arrivo e la fine di una stimolazione cutanea ma non l’intera

stimolazione.

Esistono diversi tipi di meccanocettori cutanei che differiscono per la velocità di adattamento e la

profondità alla quale si trovano nella cute.

TERNIMAZIONI DOLORIFICHE sempre terminazioni libere

SENSIBILITA’ TERMICA stessa via di trasmissione del dolore, le sue fibre però rispondono a stimolazioni

calde o fredde. Quando lo stimolo supera i 45° o è inferiore ai 10° proviamo dolore.

PROPRIOCEZIONE ci sono dei recettori che ci permettono di avere il senso di posizione e lo stato di

tensione dei nostri muscoli queste info sono trasmesse da recettori che si trovano nei tendini, nelle

articolazioni e nei muscoli, ci permettono di fare i movimenti riflessi (involontari).

VIE DI TRASMISSIONE DELLA SENSIBILITA’ SOMATICA

la struttura delle vie di conduzione della sensibilità è differente per le due categorie di stimoli:

TATTO E PROPRIOCEZIONE: il prolungamento del neurone afferente primario entra nel midollo

• attraverso le radici posteriori e sale direttamente senza interruzioni nei CORDONI POSTERIORI della

sostanza bianca midollare. Arrivate nel bulbo le le fibre si interrompono nei NUCLEI DI FASCIOLO

GRACILE E CUTANEO, dove si trova il corpo cellulare del 2° neurone della catena il cui assone termina

nel NUCLEO VENTROPOSTEROLATERALE DEL TALAMO dove si trova il corpo cellulare del 3° neurone

della catena che sale fino alla CORTECCIA SOMATOSENSORIALE PRIMARIA (SI) che si trova nella

circonvoluzione parietale ascendente dove c’è l’ultimo neurone della catena.

DOLORE E TEMPERATURA: i neuroni afferenti fanno la prima sinapsi appena entrati nel midollo (nel

• CORNO POSTERIORE della sostanza grigia midollare).

Esistono 2 tipi di neuroni sensoriali primari:

Fibre mieliniche di piccolo diametro segnalano un dolore più acuto e meglio

- localizzato DOLORE PRIMARIO

Fibre amieliniche segnalano un dolore più persistente DOLORE SECONDARIO

-

il neurone postsinaptico decussa e sale controlateralmente nel midollo formando il FASCIO

SPINOTALAMICO che arriva fino al talamo e da qui parte il 3° neurone che arriva fino alla corteccia

primaria.

AFFERENZE DEL VOLTO: le afferenze del volto hanno un sistema di trasmissione leggermente diverso

• vengono trasmesse dal nervo TRIGEMINO il quale ha 3 ramificazioni in 3 diverse parti del viso che gli

permettono di raccogliere info non solo dalla cuta ma anche dalle cavità nasali, dai denti e dalla

congiuntiva dell’occhio. La struttura della via TRIGEMINALE ha una catena di neuroni simile a quella

della afferenze somatosensoriali di tutto il corpo.

VISCERE: anche le viscere (organi interni) inviano info sensoriali che vengono chiamate

• ENTEROCEZIONE. queste sensazioni derivano da terminazioni nervose che si trovano nelle viscere e che

sono in grado di rilevare sensazioni tipo pressione, stiramento ecc.

in questo caso le info sensoriali sono trasportate al cervello da nervi cranici e in parte dal sistema

nervoso autonomo.

LA RAPPRESENTAZIONE CONTRALE DEL TATTO E DELLA PROPRIOCEZIONE

Afferenze somatosensoriali arrivano alla corteccia nella circonvoluzione postcentrale= CORTECCIA

SOMATOSENSORIALE PRIMARIA (SI) che comprende 3 aree di Brodmann (1,2,3) dove vengono trasmesse

tutte le indo somatosensoriali necessarie per l’analisi superficiale degli oggetti (forma e superficie) e le

afferenze relative al senso di posizione e le info dolorifiche.

Nella SI ogni emisfero riceve le info della parte opposta del corpo per via della decussazione delle fibre

afferenti.

Rappresentazione della superficie corporea: rappresentazione SOMATOTOPICA. Ogni punto della

circonvoluzione postcentrale rappresenta un punto della metà controlaterale del corpo. Anche in questa

rappresentazione alcune parti del corpo hanno una raffigurazione più estesa dovuta al fatto che in esse

sono presenti molti più recettori cutanei e di conseguenza vi è un maggior numeri di fibre afferenti che

vanno da queste regioni alla corteccia. La rappresentazione di una regione della cure può modificarsi in

seguito all’esperienza questa modificazione plastica è dovuta al fatto che l’esperienza può modificare le

connessioni tra cellule nervose corticali favorendo o sfavorendo quelle che risultano di volta in volta più utili

all’esecuzione di un certo compito.

DOPO LA SI le info raggiungono aree più complesse

CORTECCIA SOMATOSENSORIALE SECONDARIA (SII): si trova nella porzione ventrale della

- circonvoluzione postcentrale parietale e si affaccia sul solco centrale. Possiede una rappresentazione

del corpo molto più complessa rispetto a quella del SI perché riceve info sia dalle aree

somatosensoriali dell’emisfero opposto sia dal talamo HA UNA RAPPRESENTAZIONE COMPLETA DEL

CORPO.

AREE 5 E 7 DI BRODMANN: hanno la funzione d’integrazione delle info provenienti da altri sistemi

- sensoriali. In particolare sono fondamentali per l’elaborazione somatosensoriale e visiva relativa allo

stato del corpo e alla posizione degli oggetti nello spazio.

RAPPRESENTAZIONE CEREBRALE DEL DOLORE E DELL’ANALGESIA

Rappresentazione corticale differente rispetto a quella del tatto e della propriocezione.

Ci sono varie aree corticali che elaborano il dolore:

1. SI

2. Cingolo anteriore: questa zona riceve info anche da fibre dolorifiche che terminano nei nuclei

intralaminari del talamo. È importante perché attribuisce agli stimoli dolorosi la componente emotiva

di spiacevolezza. Questa area si attiva quando si prova dolore e anche quando si osserva una scena in

cui un’altra persona prova dolore.

3. Insula: ha un ruolo complessa nell’elaborazione del dolore. Riceve info dalle viscere e dall’amigdala che

risponde a stimoli emotigeni consente il collegamento tra info somatosensoriali in senso stretto

relative a uno stimolo doloroso e quelle più legate alla spiacevolezza dello stimolo.

4. Parte della corteccia prefrontale.

5. Aree 8, 9, 10, 11 di Brodmann. Stanno nella corteccia prefrontale e svolgono un ruolo importante per

gli aspetti comportamentali conseguenti all’arrivo di uno stimolo doloroso.

MECCANISMI DI ANALGESIA sono meccanismi fisiologici che ci permettono di limitare la percezione di

dolore.

Teoria del cancello: le afferenze che prevengono dalle fibre di grande diametro limitano i segnali trasportati

da quelle di diametro inferiore nel punto in cui queste fanno sinapsi con il neurone midollare nel corno

posteriore della sostanza grigia il segnale nocicettivo viene antagonizzato da quello non doloroso che ne

riduce la trasmissione centrale diminuisce la sensazione di dolore.

Meccanismi analgesici che permettono la regolazione del dolore per via discendente: il segnale di dolore

può essere inibito da segnali che partono da strutture del tronco encefalico collegate tra loro, in particolare

la SOSTANZA GRIGIA PERIACQUEDUTTALE e i NUCLEI DEL RAFE. Queste strutture quando vengono attivate

inibiscono le afferenze dolorifiche agendo direttamente nel corpo posteriore della sostanza grigia del

midollo, così facendo possono inibire il dolore quando è ancora ad uno stadio molto precoce. Questi

meccanismi di analgesia vengono attivati da sostanze oppiacee esogene ed endogene.

3.5 I sensi chimici

Gusto e olfatto sono sensi chimici perché gli stimoli che li attivano sono di natura chimica. Hanno un elevato

livello di raffinatezza nei meccanismi neurali di trasmissione del segnale e hanno la possibilità di rigenerare

le cellule recettoriali. Questi due sensi sono molto importanti perché possono veicolare una grande

quantità di info utili per la nostra sopravvivenza e sono fondamentali per la regolazione del nostro

comportamento.

OLFATTO

LA TRASDUZIONE

Sostanze odorose: sono composti chimici che hanno una particolare conformazione. Entrano nel naso per

inalazione e raggiungono il tetto delle cavità nasali dove si trova l’EPITELIO OLFATTIVO che contiene i

NEURONI OLFATTIVI che ci permettono di distinguere gli odori. I neuroni olfattivi presentano un

prolungamento (CICLIA) al quale si legano le sostanze olfattive. Le ciclia sono immerse in una sostanza

mucosa che favorisce la diluizione e la fissazione delle sostanze odorose e possiedono delle specifiche

PROTEINE RECETTORIALI che vengono codificate da specifici geni e hanno una sensibilità specifica a certe

sostanze odorose.

le varie sostanze possono legare a diverse proteine recettoriali.

Oltre ai neuroni olfattivi ci sono altre cellule, le CELLULE BASALI, che ciclicamente si trasformano in neuroni

olfattivi rimpiazzando quelli che si sono persi per malattia (es il raffreddore) o per ricambio cellulare.

Quando le sostanze odorose si legano al recettore si attiva uno speciale tipo di proteina G che causa

l’apertura di canali ionici al sodio/calcio e altri per il cloro. L’apertura dei canali a sua volta causa una

depolarizzazione della membrana cellulare che viene poi trasmessa sotto forma di potenziale d’azione verso

il cervello lungo gli assoni delle cellule olfattive.

ADATTAMENTO al nostro corpo bastano pochi minuti esposto ad un particolare odore perché il nostro

olfatto smetta di rilevarlo: questa cosa è dovuta al fatto che quando la proteina recettoriale ha legato a se la

sostanza odorosa, questa viene ritirata dentro al neurone olfattivo e resta inattiva per qualche minuto

questo causa la temporanea indisponibilità dei recettori specifici per un determinato odore .

TRASMISSIONE E RAPPRESENTAZIONE CENTRALE DELL’OLFATTO

Gli assoni delle cellule olfattive entrano nel cranio attraverso dei fori posti nella LAMINA CRIBROSA che è lo

strato osseo che costituisce il tetto della cavità nasale. L’insieme delle fibre che penetrano nel cranio

formano il NERVO OLFATTIVO (il primo nervo cranico).

Una volta entrati nel cranio gli assoni penetrano nel BULBO OLFATTIVO (sono due uno per emisfero) che

riceve info provenienti dal nervo olfattivo ipsilaterale. Dopo di che gli assoni penetrano nei GLOMERULI e

qui avviene la sinapsi con i neuroni sensoriali del secondo ordine che sono le CELLULE MITRALI e le CELLULE

A PENNACCHIO. Gli assoni di queste cellule emergono dai glomeruli e costituiscono il TRATTO OLFATTIVO le

cui fibre decorrono fino al termine del tratto stesso fino al tubercolo olfattivo e poi raggiungono la corteccia

cerebrale.

La proiezione delle info olfattive è molto complessa: una parte delle info raggiungono il talamo (nel NUCLEO

DORSO-MEDIALE) e poi vanno fino alla CORTECCIA OLFATTIVA che si trova nella neocorteccia

orbitofrontale. Altre invece non si interrompono nel talamo ma arrivano fino all’AMIGDALA e la

PALEOCORTECCIA che si trova nel lobo temporale.

Alcune info legate agli odori vengono percepite attraverso recettori non olfattivi ma somatosensoriali che si

trovano nella mucosa delle cavità nasali e inviano info attraverso il nervo trigemino.

Il fatto che l’olfatto abbia delle proiezioni multiformi sulla corteccia permette un’analisi e un riconoscimento

cosciente dei diversi odori e anche l’emergere di emozioni associate ai vari odori. Il meccanismo di

riconoscimento degli odori però non è ancora del tutto chiaro. Sappiamo che ogni sostanza odorosa ha una

specifica composizione che fa attivare determinati recettori però pare che ogni sostanza possa attivare

recettori diversi il che rende impossibile identificare uno stimolo in base al recettore che attiva. Si è

osservato che i neuroni olfattivi che possiedono le stesse proteine recettoriali proiettano ad una stessa

coppia di glomeruli, quindi si pensa che l’attivazione di determinati glomeruli piuttosto che altri potrebbe

permettere di identificare gli odori.

IL GUSTO

TRASDUZIONE

I diversi gusti sono raggruppati in 3 categorie ciascuna con una sostanza di riferimento:

1. DOLCE SACCAROSIO

2. SALATO SALE DA CUCINA NaCl

3. ACIDO ACIDO CLORIDRICO

4. AMARO CHININO

5. UMAMI GLUTAMMATO

Per giungere alla percezione completa del sapore però il nostro organismo necessita dell’olfatto, durante la

masticazione infatti si liberano delle sostanze odorose che arrivano ai recettori odorosi per vie

RETRONASALI e forniscono info sensoriali su quello che stimo mangiano. Il sapore di un cibo inoltre dipende

anche da afferenze somatosensoriali che vengono codificate nella cavità orale grazie alle terminazioni del

nervo trigemino che ci permettono di concepire la consistenza, la temperatura e le caratteristiche fisiche dei

cibi che mangiamo.

I recettori del gusto si trovano distribuiti principalmente sulla lingua ma ce ne sono alcuni anche sul palato,

nell’epiglottide e nella faringe. I recettori specifici sono distribuiti in zone precise della lingua: punta della

lingua dolce; di lato acido e salato; fondo lingua amaro.

RECETTORI GUSTO=cellule gustative. Sono raggruppate di 50-150 in strutture dette CALICI GUSTATIVI. Ogni

cellula possiede un prolungamento detto MICROVILLO che è la parte sensibile della cellula gustativa. Sulla

punta dei microvilli si trovano i recettori specifici per le 5 categorie di gusto. L’azione dei recettori è diversa a

seconda delle sostanze:

Recettori per salato e acido: usano canali passivi attraverso i quali passano entrano direttamente ioni

- Na+ o H+ che derivano da sostanze salate o acide sciolte in acqua.

Recettori per dolce, amaro e umami: recettori ionotropici e/o metabotropici.

-

L’effetto di tutti i recettori è la depolarizzazione della membrana del recettore provocando la liberazione di

un neurotrasmettitore che stimola il terminale periferico di un neurone afferente primario.

PAPILLE GUSTATIVE= piccole estroflessioni che tappezzano la nostra lingua che raggruppano da uno a

qualche centinaio di calici gustativi. Sono circondate dall’epitelio che tappezza la lingua.

PORO GUSTATIVO= poro che permette alla punta delle cellule gustative che si trova all’apice di un calice, di

comunicare con la superficie della lingua.

RICONOSCIMENTO DEI GUSTI: i gusti di base vengono codificati dai neuroni che hanno una forte preferenza

per un certo gusto ma la selettività dei neuroni gustativi non è assoluta per un determinato gusto di base

anche se la preferenza è molto marcata il riconoscimento dei gusti avviene quindi avviene anche grazie al

tipo di neuroni che questo gusto attiva. In questo modo possiamo riconoscere i diversi ingredienti che

compongono un piatto perchè è questi possono essere riconosciuto singolarmente grazie alla presenza di

diversi neuroni gustativi per ciascuno di essi.

LA TRASMISSIONE E LA RAPPRESENTAZIONE CENTRALE DEL GUSTO

Le fibre periferiche del neurone gustativo sono eccitate dal neurotrasmettitore rilasciato dai recettori e si

dirigono verso il tronco dell’encefalo seguendo il decorso di 3 nervi cranici, ognuno di questi canali ha una

diversa specificità:

1. VII NERVO CRANICO: trasporta info provenienti dai due terzi anteriori della lingua. Questa zona è

particolarmente importante per l’identificazione di sostanze che stimolano l’ingestione.

2. IX NERVO CRANICO: trasporta info provenienti dal terzo posteriore della lingua. Questa zona svolge un

ruolo importante nel rilevamento di sostanze potenzialmente tossiche per il nostro organismo ed è

fondamentale per scatenare reazioni di difesa come il vomito.

3. X NERVO CRANICO: trasporta info provenienti dall’epiglottide. L’epiglottide è sensibile anche ai liquidi,

scatena il flusso di deglutizione ed è importante anche per la protezione delle vie aeree.

Il ramo afferente di questi neuroni arriva fino al nucleo allungato del tronco encefalico NUCLEO DEL

TRATTO SOLITARIO. Info aggiuntive somatosensoriali arrivano al cervello grazie al nervo trigemino.

Dal nucleo del tratto solitario le info vengono poi mandate verso il talamo nel nucleo

VENTROPOSTEROMEDIALE da dove parte il terzo neurone della via gustativa che arriva fino alla corteccia

dove vengono elaborate in diverse zone: la corteccia parietale del giro postcentrale ventrale, la corteccia

dell’insula anteriore e la corteccia prefrontale.

Le proiezioni gustative sono prevalentemente ipsilaterali.

CORTECCIA DELL’INSULA: ruolo importante per il riconoscimento di sensazioni disgustose sia vissute in

prima persona sia sperimentate da altri. Una lesione all’insula bilaterale può portare a un’incapacità di

provare disgusto. Questa funzione è importante per l’adattamento perché ci consente di non mangiare

qualcosa che sappiamo non piacerci o farci male.

CORTECCIA PREFRONTALE: importante perché aiuta ad associare una sensazione gustativa ad altre

esperienze correlate come quelle olfattive e somatosensoriali.

LA PERCEZIONE – CAP 4

SCHEMI CONCETTUALI PER STUDIARE LA PERCEZIONE

la catena psicofisica

Percetto → contenuto percettivo della mia esperienza cosciente. Corrisponde all'esito finale della catena

psicofisica.

È ciò che percepisco in seguito ad una ricostruzione introspettiva della mia esperienza. E' accessibile solo a

me.

Stimolo distale → è il corrispettivo fisico del percetto. E' un insieme di caratteristiche misurabili per mezzo

di strumenti opportuni. E' l'oggetto in sé a prescindere dalla mediazione del singolo.

Percetto e stimolo distale danno due descrizioni distinte del medesimo oggetto, una carattere soggettivo, e

una a carattere oggettivo.

Stimolo prossimale → è l'anello di congiunzione fra stimolo distale e percetto. Corrisponde agli eventi

neurali che avvengono a livello della superficie recettoriale e che nel processo di trasduzione codificano

l'info in ingresso.

Facendo riferimento alla visione potremmo dire che lo stimolo prossimale corrisponde all'immagine

retinica, che non è né nella mente né nella realtà fisica, ma si trova a metà, sull'interfaccia fra mente e

mondo.

Es.

Una sedia distale corrisponde all'oggetto solido, esteso in tre dimensioni e dotato di forma e grandezza.

La sedia distale sulla retina perde una dimensione e forma e grandezza, poiché la proiezione della sedia

sulla superficie retinica è ambigua. (parliamo di intedeterminazione ottica: ad ogni figura 2D possono

corrispondere moltissime situazioni distali differenti

Ciò che a noi interessa è come il nostro cervello recupera, per la formazione del percetto, l'informazione

andata persa dallo stimolo distale a quello prossimale → tema alla base dell' ottica inversa.

Parliamo di ottica inversa poiché gli studiosi della percezione analizzano i processi inversi rispetto a quelli

studiati dai fisici, ovvero: partendo dall'informazione disponibile debbono ricostruire le proprietà dello

stimolo distale, poiché i sistemi percettivi non sono in grado di conoscere direttamente gli oggetti distali.

Processi percettivi → nella scienza moderna sono descritti come computazioni naturali definibili con

algoritmi analoghi a quelli di un calcolatore.

Ciclo percezione-azione

Lo schema della catena psicofisica è incompleto poiché trascura un elemento fondamentale: noi non

percepiamo la realtà in maniera passiva, bensì attivamente mediante una costante esplorazione

dell'ambiente. Siamo percettori mobili e mediante i nostri spostamenti modifichiamo gli stimoli prossimali

di volta in volta disponibili.

La percezione è un processo cognitivo che non si limita alla produzione di una rappresentazione cosciente

del mondo (i percetti), ma ha anche la funzione di guidare le nostre azioni. E' inoltre importante ricordare

che la percezione è da intendere come un processo ciclico, piuttosto che lineare come trasmissione di un

messaggio da una fonte ad un ricevente. (cfr. catena psicofisica).

La natura ciclica della percezione è stata spiegata chiaramente dal ricercatore Gibson, il quale ,ne The

Senses Considered as Perceptual Systems, scrive che “L'input non è solo afferente, nella terminologia usata

dai neurologi, ma riafferente, ossia contingente all'output efferente”

Gli stimoli proveniente dall'ambiente circostante (input) vengono rielaborati dagli organismi e vengono

prodotti rappresentazioni dell'ambiente esterno (percetti). Queste rappresentazioni sono poi utilizzati

attivamente dagli organismi come guida per nuovi movimenti esplorativi grazie ai quali si rendono

disponibili nuovi stimoli prossimali che possono poi risultare in nuovi percetti e indurre ancora una volta

attività esplorative. In questo modo il ciclo percezione-azione non si interrompe mai.

ATTIVITA' ESPLORATIVE

STIMOLI DISTALI STIMOLI PROSSIMALI PERCETTI

ALCUNI PROBLEMI NELLO STUDIO DELLA PERCEZIONE

Per introdurre i problemi nello studio della percezione è d'obbligo un breve excursus sulla figura di Koffka,

uno degli psicologi fondatori della Gestalt.

Koffka pone infatti una delle domande focali al centro degli studi percettivi, ovvero: Perchè le cose appaiono

come appaiono?

Questa domanda può essere interpretata in due modi:

– a livello dei percetti intesi in quanto tali è perciò indipendentemente dal loro essere veridici o

illusori

– in riferimento al fatto che di norma i percetti corrispondono alle caratteristiche dell'ambiente

distale, per lo meno nel senso che ci consento di agire con successo.

In conclusione Koffka sostiene che per uno studio accurato della percezione sia necessario spiegare, oltre

alle proprietà dei precetti, anche come sia possibile che esse siano così ben adattate a quelle dell'ambiente

distale.

Il costituirsi dei percetti: l'unificazione-segregazione

Gli oggetti sono percepiti come unità segregate dagli altri oggetti e dallo sfondo contro cui percepiamo delle

figure.

Il processo di formazione di unità percettive segregate si chiama organizzazione percettiva; questo è un

processo cruciale poiché i singoli elementi presenti nello stimolo prossimale non contengono di per sé info

sufficienti alla costituzione di percetti unitari e organizzati.

Contorni → zone di disomogeneità

Regioni → zone di omogeneità

Queste due definizioni non sono però applicabili a tutti gli stimoli prossimali: variabili come ombre, riflessi e

riverberi possono farci percepire aree continue, come punti di disomogeneità.

E' dunque necessario, per giungere alla formazione di unità, che il sistema percettivo raggruppi contorni e

regioni.

Il merito di aver posto le basi dei principi che regolano unificazione e segregazione va ad un altro padre

fondatore della scuola gestaltista, Max Wertheimer.

Questi descrisse sette leggi dell'organizzazione percettiva:

1. a parità di altre condizioni, tendono a formare unità gli elementi più vicini → legge della prossimità

2. a parità di altre condizioni, tendono a formare unità gli elementi più simili → legge della somiglianza

3. a parità di altre condizioni, tendono a formare unità gli elementi che si muovono in modo simile →

legge del destino comune

4. a parità di altre condizioni, elementi che hanno formato una certa unità tendono a mantenerla →

legge dell'impostazione oggettiva

5. a parità di altre condizioni, viene preferita l'organizzazione che comporta meno cambiamenti di

curvatura nei margini percepiti → legge della buona continuazione

6. a parità di altre condizioni viene favorita l'organizzazione che genera margini percepiti chiusi →

legge della chiusura

7. a parità di altre condizioni viene favorita l'organizzazione coerente con le conoscenze

dell'osservatore → legge dell'impostazione soggettiva o esperienza passata

Attualmente si ritiene che le leggi di Wertheimer funzionino poiché catturano alcune regolarità statistiche

dell'ambiente distale e degli oggetti che lo popolano.

Con buone probabilità il sistema percettivo tenderà dunque a produrre unità segregate che tendono a

corrispondere alle unità distali.

I processi di unificazione-segregazione risultano dunque ben adattati alle proprietà dell'ambiente, ma

commetteranno degli errori in certe condizioni che sono prevedibili proprio grazie alle leggi di Wertheimer.

(Es. → il mimetismo)

I fenomeni di completamento

Occlusione → caratteristica della relazione fra stimolo distale e stimolo prossimale: le info fornite dagli

stimoli prossimali sono generalmente frammentate.

Nonostante le occlusioni, che forniscono informazioni incomplete della realtà, il nostro cervello è in grado di

andare oltre le mancanze degli stimoli prossimali: questo fenomeno viene definito completamento, e ci

permette di completare l'informazione mancante.

Esistono due tipi di completamento:

– amodale → non comporta la comparsa, nel percetto, di parti che non erano presenti nello stimolo

distale

– modale → l'esito del completamente comporta la formazione di una vera e propria superficie

dotata di contorni e “riempita” di un colore superficiale (es. figure illusorie)

I processi di completamento possono essere intesi come manifestazioni dei meccanismi di unificazione-

segregazione, in particolare di quelli descritti dalle leggi della buona continuazione, della chiusura e del

destino comune. Tranigolo di Kanizsa: presenta un

esempio di completamento modale:

la comparsa del triangolo centrale; e

4 esempi di completamento

amodale: i tre dischi e il triangolo al

tratto che si collega colloca dietro al

triangolo centrale.

Percepire un mondo stabile

Lo stimolo prossimale non è solamente ambiguo e incompleto, ma anche continuamente mutevole. Ogni

volta che muoviamo gli occhi o spostiamo il nostro corpo rispetto all'ambiente circostante, tutte le

proiezioni degli oggetti visibili si spostano sulla retina. Ne consegue che lo stimolo prossimale è

continuamente soggetto a spostamenti e distorsioni che non sono però percepite. Ciò che noi percepiamo è

sostanzialmente un mondo stabile e popolato di oggetti di cui riconosciamo facilmente forma, grandezza,

colore, movimento e posizione.

Costanze percettive → fenomeni in cui le proprietà percettive rimangono sostanzialmente stabili

nonostante le variazioni prossimali. Sono tante per esempio c’è la costanza di posizione, la costanza di

grandezza e forma, la costanza di superficie etc..

Un aspetto su cui si sono soffermati molto gli studiosi è quello della quantificazione delle costanze

percettive.

I percetti rimangono perfettamente costanti al variare degli stimoli prossimali, o la stabilizzazione è più

approssimativa e può fallire in date condizioni?

Gli studi che sono stati portati avanti hanno portato alla conclusione che in condizioni di informazione è

ricca, le costanze funzionano bene, ma in condizioni di informazione ridotta possono portare a clamorosi

fallimenti.

Altri ricercatori si sono poi dedicati allo studio delle condizioni ottimali per l'utilizzo delle costanze

percettive.

Prendiamo in esame la costanza di grandezza. Questa secondo gli studi effettuati dipende da un

meccanismo che tiene parzialmente conto della distanza percepita sfruttando le info spaziali disponibili. Le

info a cui ci si riferisce sono di info ottiche di tre tipi differenti:

– binoculari → convergenza (l'angolo formato dalla linea di mira dei due occhi: quanto più un oggetto

è vicino, tanto più gli occhi sono convergenti); disparità binoculare (differenze fra le immagini percepite

sulla retina destra e sinistra)

– monoculari legate al movimento → parallasse di movimento (ad ogni movimento le proiezioni

retiniche degli oggetti si spostano con velocità proporzionali alla distanza distale rispetto al punto fisso.

– monoculari statiche → grandezza relativa; altezza sul piano; occlusione; prospettiva aerea

La costanza di grandezza è funzione della percezione di distanza.

Movimenti oculari saccadici → riguardano il problema della stabilizzazione percettiva.

Le saccadi sono dei movimenti rapidi degli occhi in cui lo spostamento avviene in modo balistico. Esistono

movimenti saccadici di due tipi:

– volontari : eseguiti per portare la fissazione verso una zona di interesse

– riflessivi: eseguiti in risposta a uno stimolo esterno improvviso

[Durante questi movimenti la costanza di posizione è garantita dalle informazioni afferenti sullo

spostamento dell'occhio che arrivano dal segnali retinico globale. Nel momento in cui l'occhio si sposta

anche lo stimolo prossimale viene traslato in maniera corrispondente. Il movimento globale dell'occhio

consentirebbe così al sistema visivo di sapere come si è mosso l'occhio e di tenerne conto la stabilizzare gli

oggetti che sono effettivamente fermi. → hp confutata ]

E' stato proposto che la stabilizzazione del mondo potrebbe basarsi sul comando efferente inviato ai muscoli

per effettuare una saccade.

L'ipotesi del comando efferente prevede che la costanza di posizione durante le saccadi sia resa possibile da

un circuito neurale che, in concomitanza con i muscoli oculomotori, invia una copia del comando a un

meccanismo dedicato, il comparatore. A questo punto il comparatore confronta l'immagine retinica con

quella efferente calcolando l'equivalente neurale di una sottrazione.

Riconoscere

Riconoscere gli oggetti significa attuare un collegamento fra informazione in ingresso e rappresentazioni che

definiscono categorie concettuali nella memoria a lungo termine.

Riconoscere è anche alla base della pianificazione delle azioni.

Secondo Marr e Biederman il riconoscimento avviene grazie a processi che generano una descrizione

strutturale dell'oggetto.

La struttura tridimensionale degli oggetti presenta due regolarità notevoli:

– gli oggetti sono fatti di parti

– queste parti hanno una struttura relativamente semplice che può essere descritta da un numero

limitato di primitive volumetriche, chiamate geoni. Con soli 36 geoni si può descrivere qualunque oggetto

artificiale.

Il processo di riconoscimento consiste in un confronto fra una descrizione astratta dei geoni e una

descrizione strutturale ricavabile dallo stimolo prossimale di volta in volta disponibile.

Il problema è dunque come il sistema visivo possa ricavare dallo stimolo prossimale questa descrizione.

Biederman ritiene che la soluzione a questo problema sia da ricercarsi ancora una volta nei geoni. Lo

studioso sostiene infatti che i geoni nella loro rappresentazione bidimensionale mantengano alcune

caratteristiche della struttura tridimensionale proiettata. [Es. se i contorni codificabili dall'info retinica si

incontrano formando una Y, molto probabilmente nella proiezione tridimensionale distale ci saranno tre

superfici che si uniscono a formare un angolo]

Queste caratteristiche sono state definite dai matematici della teoria della visione come proprietà non-

accidentali dello stimolo prossimale.

Il riconoscimento mediato avverrebbe dunque attraverso un confronto fra i geoni in memoria e quelli

dedotti dallo stimolo prossimale grazie alle proprietà non-accidentali.

Questo modello contempla due caratteristiche:

– siamo in grado di riconoscere gli oggetti da moltissimi punti di vista differenti

– falliamo nel riconoscimento quando gli oggetti ci vengono presentati in modi inusuali

Tuttavia anche il modello di Biederman sembra non essere completo: secondo lo studioso infatti il

riconoscimento dovrebbe essere ugualmente efficiente da qualunque punto di vista grazie all'ausilio delle

proprietà non accidentali. Nonostante ciò molti esperimenti hanno dimostrato che i tempi di reazione in

compiti di riconoscimento divengono più lunghi al crescere della complessità della figura da riconoscere e

dalle differenze che presenta rispetto alle info contenute in memoria.

Sembra perciò plausibile che esista un secondo metodo di riconoscimento: view-based recognition.

Questo metodo consiste in un confronto diretto con immagini mentali degli oggetti da punti di vista comuni,

senza la mediazione di una costruzione di rappresentazioni stutturali.

Un ultimo tema da affrontare riguardo ai problemi del riconoscimento è il come impariamo a riconoscere.

Poichè fino ad ora abbiamo detto che è possibile riconoscere grazie a delle info pregresse, imparare a

riconoscere implicherebbe il fare sempre riferimento a qualcosa di preesistente nella nostra mente, cosa

che ci condurrebbe ad una regressione all'infinito senza mai giungere ad un punto di inizio.

Per ovviare questo problema si è pensato che esistano alcuni del significato e delle funzioni di un oggetto

che è possibile inferire senza attivare rappresentazioni semantiche, ma solo grazie alla relazione fra le

caratteristiche fisiche dell'oggetto e il percipiente.

Gibson per riferirsi a questi particolari aspetti ha coniato il neologismo affordance.

Con affordance, termine che deriva dal verbo inglese to afford e che non viene tradotto, Gibson si riferisce

alla disponibilità di un certo oggetto a subire una data azione.

Es. un oggetto che viene percepito come dotato di una certa forma e una certa grandezza ha per me

l'affordance dell'afferrabilità se questa forma e questa grandezza sono compatibili con le dimensioni della

mia mano.

MISURARE LA PERCEZIONE: I METODI PSICOFISICI

La psicologia della percezione utilizza i metodi della psicofisica per interpretare e quantificare quei processi

percettivi che avvengono per la maggior parte in maniera automatica e inconscia.

La legge di Weber

Il termine psicofisica fu coniato dal fisico e filosofo tedesco Gustav Theodor Fechener.

Con psicofisica egli si riferisce all'esigenza di descrivere attraverso leggi quantitative le relazioni fra variabili

fisiche e corrispondenti variabili psicologiche.

Fechner per i suoi studi prese spunto da alcune osservazioni fatte da Weber, fisiologo suo compatriota, il

quale si era accorto che la sensibilità – intesa come capacità di discriminare due stimoli – non fosse

costante, bensì inversamente proporzionale all'intensità fisica dello stimolo di riferimento. → Legge di

Weber.

Soglia differenziale → incremento minimo di peso necessario per percepire la differenza fra uno stimolo

standard e uno test. [Es. nella mano destra pongo un peso da 1 kg (peso standard). Se nella mano sinistra

pongo un peso da 1 kg e 10 g, la differenza non sarà percebile, se pongo un peso da 1 kg e 80g, la differenza

sarà molto più facilmente percepibile. La soglia differenziale per un peso di 1000 g potrebbe dunque essere

considerata 80 g. Ripetendo questo esperimento ci si è accorti che le capacità di distinguere due stimoli

diviene tanto più difficile, quanto maggiore è il peso dello stimolo standard LEGGE DI WEBER]

Weber constatò che la relazione di proporzionalità fra soglia differenziale e intensità dello stimolo cambiava

a seconda del canale sensoriale studiato e del compito.

Ad esempio:

per il peso la soglia differenziale = 2%

per il suono la soglia differenziale = 5%

per la luce la soglia differenziale = 8%

Weber riuscì a formulare un principio che fosse valido per tutti i casi studiati:

ΔI/I = k

Dove:

ΔI =soglia differenziale (JND= just noticeable difference=differenza appena percettibile)

I = intensità di riferimento

k = costante di proporzionalità → costante di Weber

Anche la legge di Weber riflette un aspetto adattivo della percezione.

I metodi fechneriani

Le osservazioni di Weber furono il punto di partenza per Feichner per lo sviluppo di due importanti concetti:

1) i tre metodi per la misurazione in psicofisica & il punto di uguaglianza soggettivo(PES)&

punto di uguaglianza oggettivo (PEO)

2) funzione psicofisica

I tre metodi:

• il metodo degli stimoli costanti:

è il metodo impiegato nell'esempio sulla soglia differenziale nel peso.

Si inizia con la scelta di una intensità standard. Si confronta con diverse intensità. Dopo un numero

abbastanza grande di prove avremo un dato abbastanza stabile sulla percentuale di risposte “confronto>

standard”. Inserendo i dati ottenuti in un grafico otteniamo una curva a S, chiamata sigmoide, dalla quale è

possibile stimare sia la soglia differenziale, sia il PES.

Il PES indica il livello di intensità per cui il percipiente è massimamente incerto nel giudizio. [equivale al 50%

di risposte in una direzione]

La soglia differenziale si colloca invece nella gamma di intensità fra il 25% e il 75% dei giudizi discriminativi,

e corrisponde al livello a metà di questo intervallo.

Dalla sola lettura del grafico possiamo dedurre due dati importanti:

- differenze individuali nella sensibilità → indicate da soglie differenziali più o meno grandi, corrispondenti a

sigmoidi più allungate o più a scalino.

- presenza di errori sistematici nella risposta

• il metodo dei limiti:

è anch'esso basato su un giudizio discriminativo fra uno standard e una serie di confronti maggiori e minori.

Tuttavia nel metodo dei limiti i confronti sono presentati in ordine o in una serie discendente, o in una serie

ascendente. Inoltre i partecipanti possono usare anche la risposta uguale. Il PES è semplicemente la media

delle risposte “uguale”.

• Il metodo dell'aggiustamento:

il partecipante modifica direttamente lo standard e il PES corrisponde alla media di tutti gli aggiustamenti

effettuati. La soglia differenziale si basa sulla variabilità. In questo caso la statistica da utilizzare è quella

della deviazione standard degli aggiustamenti che definisce un intervallo di incertezza che si avvicina al 68%.

In linea di principio i tre metodi dovrebbero dare gli stessi risultati per il PES e la soglia, in pratica questo

non succede mai poiché tutti i metodi sono soggetti a piccoli errori sistematici.

Si ritiene che il metodo più accurato e preciso sia quello degli stimoli costanti. Tuttavia questo richiede una

procedura più lunga e laboriosa.

La funzione psicofisica

Interessato al problema mente-corpo Feichner propose di studiarlo scientificamente. Propose che le

relazioni fra i percetti e le corrispondenti variabili fisiche potessero essere rappresentate da funzioni in cui

una dimensione ha l'unità di misura fisica appropriata e l'altra invece è misurata in unità psicologiche basate

sulle soglie differenziali.

Partendo dalla legge di Weber ricavò per via analitica il grafico di questa funzione: il grafico indica che ad

uguali incrementi in termini di soglie differenziali, corrispondono uguali rapporti nelle unità della variabile

fisica.

Legge di Weber e Feichner → S = c log(I).

S = intensità percepita

c = costante, inversamente proporzionale alla costante di Weber

I = intensità dello stimolo fisico

Le funzioni psicofisiche sono molto utilizzate perchè descrivono con una certa precisione come le percezioni

di un osservatore tipico cambieranno al variare di uno stimolo fisico.

Per quanto riguarda l'applicazione della funzione psicofisica è opportuno citare l'americano Stevens, il

quale, prendendo spunto dagli studi di Feichner, sviluppò i metodi di psicofisica diretta. Questi assumono

che i partecipanti siano in grado di valutare direttamente l'intensità percepita attribuendole un numero.

Stevens arrivò a proporre che la funzione psicofisica non sia una precisa curva logaritmica, ma piuttosto una

famiglia di curve in cui l'intensità della sensazione è proporzionale all'intensità fisica elevata a esponenti

caratteristici del canale sensoriale indagato.

La teoria della detezione del segnale:

La sensibilità in questa teoria è intesa come capacità di rilevare la presenza di un segnale in un contesto in

cui è presente del rumore. Con rumore si intende energia che varia in maniera casuale e che non contiene

info. In questa teoria non è importante solo il grado di sensibilità del soggetto, ma anche il criterio di

risposta, che ha a che fare con la propensione al rischio del partecipante. La propensione si misura

mediante un modello statistico chiamato d'[si legge d-prime]. Vengono misurati gli hits, identificazioni

corrette della presenza del segnale, i misses, le omissioni della presenza del segnale, i correct rejections, i

rifiuti corretti, i false alarms, i falsi allarmi.

D'= Z(tasso di hits) -Z(tasso di false alarms)

quando il valore di d' (d-prime) è vicino allo zero, la sensibilità è quasi nulla. Quando i valori sono superiori a

due, la sensibilità è elevata.

METODI CONTEMPORANEI DELLA PERCEZIONE

Gli studi sulla percezione si sono divisi in modelli più strettamente legati alla fisiologia, e modelli più vicini

ad una lettura psicologica.

Inoltre i ricercatori si sono spesso divisi fra :

– teorie dello stimolo

traggono origine dal lavoro del già citato Gibson. Egli sostiene che in condizioni naturali la percezione sia

interamente determinata dall'informazione ottica presente nello stimolo. Il lavoro dello psicologo deve

essere quello di analizzare l'info ambientale senza ipotizzare ulteriori processi interpretativi. Le teorie dello

stimolo sono anche state definite ecologiche o della percezione diretta.

– Teorie costruttiviste

I ricercatori che fanno riferimento a queste teorie sostengono che l'analisi delle info non sia sufficiente a

spiegare perchè le cose appaiono come appaiono.

Un esempio di queste teorie sono quelle formulate dagli appartenenti alla scuola della Gestal e quelle di

stampo neohelmholtziano.

i modelli contemporanei sono una sintesi dei due approcci sopra citati, tendono infatti ad unificare le tesi

portate avanti dai due cercando di armonizzare le conoscenze sui sostrati neuronali e quelle sulle funzioni

psicologiche tendendo conto delle complesse interazioni tra info in ingresso e veicoli interni. Sono due: il

MODELLO PERCEZIONE-AZIONE e il MODELLO BAYESIANO.

Modello percezione-azione: La percezione non è un processo unitario, ma è un insieme di processi distinti

sia dal punto di vista anatomico, sia dal punto di vista funzionale. Un esempio è la visione: sappiamo che

esistono circa 30 aree corticali coinvolte in processi visivi e che queste sono organizzate in due proiezioni

principali dall'area visiva primaria nel lobo occipitale: la via ventrale verso il lobo temporale, la via dorsale

verso la parte posteriore del lobo parietale.

Alcuni neuoroscienziati americani, Mishkin e Ungerleider, hanno ipotizzato che la via dorsale corrispondesse

alla via del dove e che la via ventrale fosse quella del cosa.

Questa teoria fu poi però modificata dall'inglese Milner e dal canadese Goodale, secondo i quali entrambe

le vie si occupano di attributi visivi e spaziale, ciò che cambia è lo scopo:

- via ventrale → riconoscimento cosciente = base dell'esperienza cosciente → processi di costanza e

riconoscimento. Elaborazione relativamente lenta e collegamento con le info contenute in memoria.

Privilegiata la codifica dello spazio in termini relazionali (dove sono gli oggetti rispetto ad altri oggetti).

Rappresenta un mondo tridimensionale utilizzando un riferimento indipendente dal punto di osservazione.

( per questo utile alle costanze e al riconoscimento)

- via dorsale → guida del movimento = coinvolta nella guida dei processi motori pseudo inconsci ed

automatici. → più veloce. Privilegiati i sistemi di riferimento relativi al corpo dell'agente.

Secondo questi studiosi è la dicotomia fondamentale.

Dati a favore di questa teoria vengono da numerosi studi su pazienti cerebrolesi, in particolare quelli fatti su

D.F., una donna con una lesione focale alla via ventrale. A causa di questa lesione la donna non era in grado

di percepire e riconoscere consciamente le caratteristiche degli oggetti, ma era in grado di rilevare

inconsapevolmente queste caratteristiche per guidare i suoi movimenti. (Agnosia visiva). Altri studi hanno

dimostrato deficit speculari in pazienti con lesioni alle vie dorsali (es. Atassia ottica).

Agnosia visiva e atassia ottica sono doppie dissociazioni e come tali sono prova dell'esistenza di sistemi

almeno parzialmente indipendenti.

Se le dissociazioni percezione-azione sono facili da dimostrare in condizioni patologiche, più difficile è

ottenere lo stesso risultato in pazienti sani.

Nelle loro ricerche più recenti, tuttavia, Milner e Goodale, hanno affermato che talvolta anche la via

ventrale può contribuire alla guida delle risposte motorie.

L'ipotesi ad oggi più accreditata è quella dell'esistenza di una via ventrale e due vie dorsali: una dorso-

dorsale (lobo parietale superiore → coincide con la via dorsale. Controllo e guida del movimento) , ed una

ventro-dorsale (lobo parietale inferiore e lobo frontale → contempla azioni più complesse. Coinvolta

nell'elaborazione spaziale necessaria alla preparazione dell'azione. Codifica della affordance).

Modello bayesiano: Questo modello si rifà alle idee di Helmholtz [percezione = inferenza inconscia] e dei

costruttivisti.

Percetti = conclusione sul mondo dedotta a partire da dati esterni (stimoli disponibili) e dati interni

(conoscenze dell'osservatore).

Per i bayesiani la percezione corrisponde ad una forma di inferenza probabilistica, quindi basata su uno

specifico sistema di calcoli della probabilità: la regola di Bayes. In termini pratici è un metodo per

modificare il grado di plausibilità di una credenza. La probabilità a posteriori di una credenza dipenda dalla

sua probabilità a priori e dalla sua verosimiglianza.

Il modello bayesiano è sia una teoria dello stimolo, poiché contempla il ruolo della verosimiglianza, sia una

teoria costruttivista, poiché tiene conto del ruolo delle probabilità a priori. La regola di Bayes è molto utile

per modellizzare il ciclo percezione-azione.

Il modello bayesiano gode di grande fama poiché è riuscito a matematizzare in modo rigoroso uno dei temi

classici della psicologia della percezione, ovvero il rapporto che intercorre fra percezione e conoscenza.

L'esito percettivo dipende sempre da un compromesso probabilistico fra verosimiglianza e conoscenze a

priori. Il peso delle due componenti varia a seconda delle situazioni: info ambigua, conoscenze a priori più

importanti; info ricca, verosimiglianza più importante.

L'ATTENZIONE – CAP 5

CHE COS'E' L'ATTENZIONE?

Dare una definizione di attenzione è molto complesso. Essa è coinvolta in numerose attività che svolgiamo

quotidianamente, in modo quasi automatico. (attraversare la strada, leggere un libro).

Possiamo descrivere l'attenzione come un processo mentale di selezione, che ci permette di elaborare

appieno e in maniera cosciente una parte limitata delle info che catturiamo mediante i sensi. (N.B.

L'attenzione può essere rivolta anche a fatti interni, come ricordi e pensieri.)

Con attenzione ci si riferisce anche a quelle risorse mentali e cognitive di cui il singolo è dotato per

l'elaborazione delle info e l'esecuzione di azioni.

L'attenzione esercita anche una funzione di controllo e di integrazione delle info.

L'attenzione opera in tutte le modalità sensoriali e si divide in più componenti.

L'ATTENZIONE SELETTIVA

il nostro cervello è costantemente bombardato da info interne ed esterne, ma non è in grado di elaborarle

tutte contemporaneamente, perciò attiva un meccanismo di selezione, volto a scegliere solamente gli

stimoli rilevanti in quel dato momento. Focalizzare l'attenzione su uno solo stimolo favorisce la velocità e

l'efficienza con cui lo elaboriamo.

L'attenzione selettiva uditiva

Un esempio di attenzione selettiva è quello del fenomeno del cocktail party : quando siamo in un ambiente

affollato e rumoroso e cerchiamo di conversare con un nostro amico, dobbiamo attivare maggiormente la

nostra attenzione selettiva uditiva in modo da concentrarci solo su ciò che dice il nostro amico.

Quando due messaggi differenti vengono trasmessi dalla stessa voce, contemporaneamente alle due

orecchie, diviene molto complesso discriminarli in base al loro significato. Quanto più aumenta la differenza

percettiva tra i due messaggi, tanto più facile distinguerli.

Cherry lo shadowing: Cherry faceva ascoltare ai suoi soggetti due messaggi, e questi dovevano ripetere ogni

parola di uno solo dei messaggi.

Messaggi presentati contemporaneamente a entrambe le orecchie → ascolto binaurale → grande difficoltà

nel ripetere uno solo dei messaggi

Messaggi presentati contemporaneamente ma uno all'orecchio destro ed uno all'orecchio sinistro → ascolto

dicotico → capacità di ripetere il messaggio quasi perfettamente

Il messaggio a cui non si presta attenzione non viene totalmente ignorato: i soggetti sono infatti in grado di

riferire cambiamenti nei toni della voce o passaggi da una voce femminile ad una maschile. Tuttavia non

sono in grado di afferrare il significato del messaggio. Le info a cui i soggetti non prestano attenzione non

vengono elaborati.

In seguito a questi primi esperimenti venne postulata l'esistenza di un filtro fra input e output. Questo filtro

determina la quantità e la qualità dell'informazione che passa agli stadi successivi di analisi.

Broadbent (1958) → selezione precoce : filtro posto immediatamente dopo i registri sensoriali. Analisi

sensoriale e/o percettiva dell'info. E' un filtro di tipo “tutto o nulla”: permette solo all'info rilevante di venire

analizzata fino alla costruzione di un percetto.

Treisman (1964)→ teoria dell'attenuazione/ filtro attenuato : la teoria postulata da Broadbent venne

superata in seguito ad alcuni esperimenti che dimostrarono che almeno una parte dell'informazione che

non viene elaborata viene analizzata semanticamente (Es. ci si rende conto di udire il proprio nome anche

se presentato senza altri cambiamenti sensoriali). Esempio dell'elaborazione a livello semantico è

l'affioramento o intrusione/breakthrough. Treisman ipotizza l'esistenza di un filtro che attenua, ma non

preclude completamente l'ingresso all'info non selezionata. Lo studioso sostiene che ogni parola abbia un

suo livello di soglia e che questa viene riportata solo se viene superato questo livello soglia.

Proprietà delle soglie:

- possono variare da parola a parola

- possono essere momentaneamente abbassate dalle aspettative del soggetto (effetto del contesto)

In sostanza Treisman mantiene il filtro precoce di Broadbent ne cambia le proprietà, rendendolo più

permeabile.

Deutsch (1963) & Duncan (1980) → teoria del filtro tardivo/selezione tardiva → in questa teoria il filtro è

posto dopo i processi percettivi e prima della risposta, ovvero nella fase decisionale/ di programmazione

della risposta. Questo approccio è concettualmente differente: tutte le info vengono infatte analizzate

indistintamente, ma solo quelle salienti vengono lasciate passare attraverso il filtro. Tutti gli stimoli vengono

dunque analizzati, ma solo alcuni producono una risposta.

La teoria dell'attenuazione e della selezione tardiva contemplano la possibilità per l'info disattesa di

raggiungere un livello semantico. Tuttavia, la selezione tardiva sostiene che l'estrazione del significato sia la

regola e non l'eccezione.

Secondo studi recenti ci sono altre due possibili interpretazioni:

– modello ibrido che contempla entrambi gli stadi

– soggetto con alto grado di controllo sulla posizione del filtro: è in grado di spostarlo a seconda delle

caratteristiche del compito.

Attenzione visiva spaziale

Attenzione spaziale → relativa alla modalità visiva e la selezione di info presenti nel nostro campo visivo.

Orientamento manifesto ed orientamento implicito

Possediamo due modalità di esplorazione della realtà circostante:

- orientamento manifesto/overt → consiste nello spostare i nostri occhi in modo da indirizzare la fovea

verso gli oggetti o le posizioni spaziali di interesse. Implica un'elaborazione efficiente dell'info e il

riconoscimento accurato degli oggetto

- orientamento implicito/covert → non concerne il movimento degli occhi. Focalizza l'attenzione su

determinate parti del campo visivo.

Generalmente i due orientamenti operano congiuntamente, ma è possibile separare le due modalità (es.

quando guardiamo con la code dell'occhio). Quando l'attenzione viene posta su una particolare zona del

campo visivo, l'informazione proveniente da quest'area viene elaborata in modo più efficiente.

Orientamento volontario e orientamento automatico

In base alla natura dello stimolo il nostro cervello utilizza due differenti tipi di orientamento:

- orientamento volontario →risponde a stimoli endogeni (o centrali). Permette di selezionare

intenzionalmente gli stimoli rilevanti per raggiungere gli scopi che ci siamo prefissati.

- orientamento automatico → risponde a stimoli esogeni (o periferici), ad esempio un lampo o un

improvviso rumore forte. Agisce come un riflesso: ci permette di rilevare eventi imprevisti e/o

potenzialmente importanti per l'adattamento all'ambiente.

Michael Posner (1980) → descrisse le caratteristiche dell'orientamento volontario e automatico e propose il

paradigma dello spatial cueing (suggerimento spaziale) o paradigma di Posner.

– cue endogeno: viene utilizzato per lo studio dell'orientamento implicito volontario. In questi

esperimenti viene presentato un cue centrale che può fornire info utili sulla posizione di comparsa del

target.

I risultati mostrano che i soggetti rispondono più velocemente al target nelle prove valide, più lentamente in

quelle invalide e hanno TR intermedi nelle prove neutre. Questo secondo gli studiosi starebbe ad indicare

che il soggetto è riuscito a spostare in anticipo la sua attenzione nella posizione suggerita dal cue. La

differenza fra i TR delle prove vali e i TR delle prove invalide viene detto effetto di validità.

– Cue esogeno : viene utilizzato per lo studio dell'orientamento automatico, ovvero indipendente

dalla volontà del soggetto. Viene presentato un cue periferico (un flash) che non fornisce alcuna info

affidabile sulla posizione di comparsa del target. Il soggetto è informato dell'inattendibilità di questo cue e

non ha perciò alcuna ragione per spostare volontariamente l'attenzione su di esso. I TR per le prove valide

sono minori rispetto a quelli per le prove invalide → se ne deduce che lo stimolo esogeno ha comunque

attratto e orientato su di sé l'attenzione del soggetto.

Fra i due tipi di orientamento esistono molteplici differenze, alcune qualitative, alcune quantitative.

Orientamento volontario Orientamento automatico

Velocità di efficacia Lento Veloce

Effetto di validità (varia in funzione Lungo Svanisce rapidamente

dello Stimulus Onset Asynchrony) Ha luogo anche se il soggetto è

impegnato in altre attività

Non dipende dalle aspettative del

soggetto

Innesco Può essere interrotto Non può essere interrotto

Nell'orientamento automatico, quando lo stimolo esogeno e la presentazione del target compaiono ad una

distanza compresa fra i 250 e i 300 ms, si assiste ad una inversione dell'effetto di validità: le prove invalide

sono associate a una prestazione più rapida rispetto alle prove valide. Questo fenomento si chiama

inibizione di ritorno(IOR) . Evita che l'attenzione ricada su aree del campo visivo già esplorate → favorisce

l'esplorazione di aree inesplorate e potenzialmente interessanti.

Date le notevoli differenze fra i due tipi di orientamento si è ipotizzato che essi derivino da due meccanismi

distinti, che però interagiscono. Grazie al progresso delle scienze, è stato recentemente possibile, mediante

delle fMRI, mettere in luce l'esistenza di circuiti neuroanatomici diversi ma parzialmente sovrapposti per i

due orientamenti. Un circuito fronto-parietale dorsale bilaterale per l'orientamento volontario, e un circuito

fronto-parietale ventrale destro per l'orientamento automatico.

Cattura contingente dell'attenzione → quando vengo distratta da stimoli che nonostante siano irrilevanti

per il compito e spazialmente non predittivi, presentano caratteristiche contestualmente rilevanti per il mio

compito (colore, forma etc.)

la ricerca visiva

paradigma della ricerca visiva →

- viene presentato uno stimolo sullo schermo di un pc.

- ai soggetti viene richiesto di cercare un target

- i soggetti hanno due tasti: uno per rispondere alla presenza del target, uno per rispondere all'assenza del

target.

- in ogni prova sono presenti dei distrattori

- la dimensione dell'insieme degli elementi è variabile ad ogni prova. Per ogni esperimento sono presenti

almeno tre dimensioni diverse.

- il tempo necessario per eseguire il compito dipende dalle caratteristiche che distinguono il bersaglio dai

distrattori.

Quando siamo in presenza di un compito in cui il bersaglio ha una sola caratteristica e nessuno dei

distrattori la presenta, la funzione che descrivo meglio l'andamento dei TR rispetto al numero di elementi è

piatta sia in caso di presenza, sia in caso di assenza del target.

In questo senso parliamo di ricerca parallela = preattentiva

Quando il numero di caratteristiche che descrive il bersaglio è superiore a due, e ciascuna di queste è

presente in alcuni distrattori, il compito diviene più complesso. In questi casi è necessario eseguire una

ricerca di congiunzioni di caratteristiche(conjunction search). : solo l'elemento che presenterà tutte le

caratteristiche insieme, infatti, sarà il bersaglio.

Un esempio pratico:

Target: cerchio rosso

Distrattore : triangolo rosso

Distrattore 2 : cerchio verde.

Solo nel momento in cui le due caratteristiche saranno presenti insieme avremo individuato il bersaglio.

In questo caso la funzione che meglio descrive l'andamento dei TR rispetto al numero di elementi è una

retta inclinata verso l'alto.

Il sistema deve analizzare gli stimolo uno ad uno = ricerca seriale. La ricerca seriale è autoterminante:

quando viene trovata la risposta esatta la ricerca di interrompe.

Teoria dell'integrazione delle caratteristiche → elaborata da Anne Treisman (1986). Serve a spiegare i

risultati fino ad ora presentati.

Secondo questa teoria il processo di identificazione del bersaglio avviene in due stadi:

– primo stadio: tutte le caratteristiche elementari vengono analizzate singolarmente. Non c'è

l'intervento dell'attenzione.

– Secondo stadio: per costruire il percetto tutte le info relative alle singole caratteristiche di ogni

singolo oggetto vengono integrate. In questo secondo stadio è necessario l'intervento dell'attenzione

poiché essa deve spostarsi da posizione a posizione, ovvero, da oggetto a oggetto.

Singola mappa per indentificare il bersaglio = ricerca in parallelo → il bersaglio salta subito all'occhio: effetto

pop-out.

Combinazione di più mappe = ricerca seriale

congiunzioni illusorie → (Treisman) viene erroneamente percepita la presenza di uno stimolo inesistente

dato dalla congiunzione di due caratteristiche appartenenti a due stimoli diversi.

Possiamo leggere la teoria delle caratteristiche come una teoria della selezione precoce, dato che prevede

che possa essere selezionato un solo oggetto alla volte e che ciò che determina la selezione è la posizione

spaziale.

L'attenzione “basata sugli oggetti”

Fino ad ora abbiamo considerato l'attenzione come un meccanismo che seleziona una parte dello spazio sul

quale operare. Tuttavia alcuni studiosi hanno proposto un'attenzione che opererebbe sugli oggetti e non

sulle posizioni spaziali.

Effetto di compatibilità dei flankers → l'attenzione può mettere a fuoco una porzione di spazio di circa un

grado e analizzare l'informazione in esso contenuta. Se in quel grado di spazio c'è una sola lettera, non ci

sarà interferenza. Se invece sono presenti altre lettere, queste possono interferire tra loro.

ATTENZIONE DISTRIBUITA

L'attenzione divisa o distribuita consiste nella capacità di prestare attenzione a più cose

contemporaneamente e di distribuire le risorse disponibili per il loro coordinamento e la loro esecuzione.

La maggiore o minore capacità di svolgere due compiti distinti in contemporanea, dipende da due fattori:

– interessa i meccanismi implicati nella selezione e nell'esecuzione della risposta richiesta. (Masticare

e parlare risulta difficile poiché viene utilizzato lo stesso gruppo di muscoli)

– riguarda le abilità cognitive richieste per lo svolgimento dei singoli compiti. Se entrambi i compiti

richiedono un grande impiego di energia cognitiva, sarà difficile poterli svolgere contemporaneamente.

Questo perchè i due compiti interferiscono e competono per l'accesso alle risorse attentive, le quali sono

limitate e non potendo supplire a tutte le richieste, ciò comporterà un peggioramento della prestazione.

Paradigma del doppio compito → serve a stimare in laboratorio se e quanto due compiti interferiscano. Si

chiede a dei partecipanti di svolgere due compiti contemporaneamente, se la prestazione in uno dei due

compiti cala, significa che c'è stata interferenza fra i compiti.

Attualmente non c'è accordo sui meccanismi sottostanti l'attenzione divisa, e diverse sono anche le teorie

proposte per spiegare l'interferenza. Ciò su cui si concorda è che le risorse attentive disponibili per una data

tipologia di compiti sono considerate limitate e possono talvolta risultare insufficienti.

Effetto di compatibilità spaziale → è noto come effetto di compatibilità spaziale stimolo-risposta e consiste

in una maggiore velocità di risposta nelle condizioni compatibili, rispetto alle condizioni incompatibili.

Quando la codifica spaziale dello stimolo e della risposta coincidono, le risposte saranno più rapide. In caso

contrario la risposta richiederà un tempo maggiore.

Effetto Simon → si riferisce a quelle situazioni in cui la posizione spaziale di uno stimolo non è rilevante per

il compito. Secondo Simon la codifica della posizione spaziale di uno stimolo avviene automaticamente

anche quando è irrilevante per il compito. In questo senso se uno stimolo rosso compare sulla destra e io

devo affermare di averlo visto premendo un tasto alla mia destra, sarò più veloce che in un compito in cui

mi viene presentato uno stimolo rosso sulla destra da identificare con un tasto posto alla mia sinistra.

Effetto Stroop → corrisponde all'interferenza dovuta al significato della parola sul compito di

denominazione del colore dell'inchiostro. In pratica: se in presenza della parola ROSSO scritta in nero, il mio

compito consiste nel dire il colore in cui è scritta la parola, farò più fatica rispetto ad un compito in cui mi

viene chiesto di dire il colore della parola ROSSO scritta in rosso. Ciò avviene poiché non riusciamo a

distogliere la nostra attenzione dal significato della parola che stiamo analizzando.

Secondo Schneider e Shiffrin sono processi automatici quelli che sono svolti senza l'intervento consapevole

del soggetto e che non richiedono un controllo attento da parte del soggetto. I processi automatici possono

essere eseguiti in parallelo con altre operazioni.

I processi controllati invece hanno luogo sotto il controllo consapevole del soggetto e richiedono attenzione

e pianificazione per essere svolti. Possono essere eseguiti solo uno alla volta, in modo seriale. L'esecuzione

dei processi controllati è più lunga, ma permette una modificazione nel breve periodo, per cercare di

adattarsi ad ambienti e situazioni nuove.

Secondo molti studiosi non esistono azioni puramente automatiche o puramente controllate, ma piuttosto

esiste un grado di automaticità dei processi.

Gli studiosi sono quasi tutti concordi nell'affermare che tutti i processi abbiamo origine da processi

controllati e che una volta appresi grazie alla pratica e all'esercizio diventino automatici e cioè non

richiedano più l'intervento dell'attenzione.

La funzione dell'attenzione è quella di concentrare le risorse disponibili sulle attività che stiamo svolgendo.

Il passaggio dai processi controllati a quelli automatici ha il vantaggio di liberare risorse che possono essere

utilizzate per imparare nuove abilità.

La pratica rende possibile l'automatizzazione mediante un meccanismo di tipo associativo. La pratica

aumenta la disponibilità di conoscenze base di un individuo, permettondo così un pù veloce recupero dalla

memoria dell'info necessaria associata a un determinato contesto o situazione. (Istance Theory, o teoria

dell'esempio)

La prestazione diviene automatica quando si basa sul recupero immediato e diretto di soluzioni pregresse

contenute in memoria.

I processi automatici sono inconsapevoli: fra stimolo e risposta non c'è alcun processo di elaborazione

aggiuntivo.

ATTENZIONE E CONSAPEVOLEZZA

paradigma del priming → si presentano due stimoli ai soggetti. Il prime, primo stimolo, non richiede

risposta, mentre il soggetto deve rispondere al secondo stimolo, stimolo bersaglio, ad esempio

classificandolo. La velocità di risposta allo stimolo bersaglio dipende dalla relazione che intercorre tra i due

stimoli. Se sono semanticamente associati, la risposta allo stimolo bersaglio è più veloce. Nel paradigma

originale sia il primo che il secondo stimolo sono presentati per un lasso di tempo sufficiente

all'elaborazione cosciente. Ciò che c'è di interessante è che anche quando il primo stimolo viene presentato

per un brevissimo lasso di tempo e poi immediatamente coperto da un altro stimolo che non c'entra nulla,

l'effetto di priming si verifica ugualmente = priming subliminale.

Questi risultati mostrano come esistano processi mentali che anche in assenza di attenzione operano a

livello piuttosto sofisticato.

Attenzione e consapevolezza sono strettamente legate e nella maggior parte dei casi siamo consapevoli solo

di quello a cui prestiamo attenzione.

Eccezioni:

- cecità da disattenzione → osservatori impegnati a prestare attenzione ad un oggetto, non si rendono

conto della presenza di un secondo oggetto non atteso

- cecità al cambiamento → gli osservatori non sono in grado di identificare un cambiamento della scena.

RUOLO FONDAMENTALE DELL'ATTENZIONE NELLA PERCEZIONE CONSAPEVOLE.

LA MEMORIA – CAP 6

La mente umana raccoglie info utili per il comportamento, queste possono essere conservate per pochi

secondi, per anni o per tutta la vita.

Il processo mediante il quale un'informazione diviene traccia mnestica consta di tre parti:

– codifica → ogni informazione deve essere rappresentato in un codice specifico. I due codici mnestici

investigati dalla psicologia sono:

fonologico : ricordi che tendiamo a introspettire come parole o discorsi

• iconico o spaziale : ricordi che compaiono alla consapevolezza come immagini mentali

– mantenimento → un'informazione codificata deve poi essere mantenuta e preservata: per questo i

ricordi vengono conservati in “magazzi” ordinati che consentano poi di rievocare la memoria al momento

opportuno.

– Recupero → possibilità di rievocare le memoria presenti nella nostra mente.

Modello di Atkinson e Shiffrin (1968) → propongono un modello nel quale vengono distinti tre diversi tipi di

memoria:

– MEMORIA SENSORIALE → vasto contenuto di info non elaborata e preservata solo per pochi

millisecondi.

– MEMORIA A BREVE TERMINE (MBT) → contenuto di info più limitato preservato più a lungo(in

modo passivo), fino a 10 secondi.

– MEMORIA E LUNGO TERMINE (MLT) → deputata a preservare e a rendere disponibili tutte le info

che abbiamo appreso e dunque fissato stabilmente nella nostra mente.

Questi diversi sistemi di memoria che interagiscono fra loro creano a livello funzionale un'interfaccia fra noi

e il tempo → ne risulta una sorta di architettura ad imbuto.

Immaginiamo un imbuto:

La prima parte quella più larga e meno profonda corrisponde alla memoria sensoriale, che come abbiamo

detto agisce ad ampio spettro, ma è molto transitoria.

A poco a poco l'imbuto si restringe e diventa più profondo. Questa parte è quella delle MBT dove il canale si

è ristretto grazie alla presenza dei filtri attentivi, ma dove ancora le info incamerata perdurano per poco

tempo.

Infine abbiamo l'ultima parte dell'imbuto, quella più profonda e più stretta, quella delle MLT. Qui troviamo

un insieme di ricordi rivolti al passato più remoto.

Il mantenimento di alcune info nella memoria è funzionale al fine di fare piani e previsioni per il futuro che

siano il più accurate possibili.

In questo senso si afferma che la memoria è un doppio imbuto: uno rivolto verso il passato ed uno

affacciato sul futuro.

Creiamo molte e molto accurate previsioni sull'immediato futuro (corrisponde alla parte più larga

dell'imbuto). Il numero di aspettative il loro di grado precisione si riduce con la lontananza nel tempo delle

previsioni fatte. Infine la parte più stretta dell'imbuto è quella del 'canale verso il futuro: le nostre previsioni

nel lungo periodo sono infatti molto scarse ed altamente imprecise.

Il secondo imbuto è costruito attivamente → fa uso del ragionamento per elaborare le info provenienti dal

primo imbuto. I contenuti di questa 'seconda memoria' sono depositati nella memoria prospettica, rivolta

verso il futuro.

A partire dagli anni Settanta del Novecento si fece largo l'idea che lo spazio delle MBT non potesse essere

solo un magazzino ma che dovesse svolgere una funzione attiva, quasi di congiunzione fra l'imbuto rivolto

verso il futuro, e quello rivolto al passato. Ad oggi le MBT sono considerate come uno spazio virtuale in cui

lavoriamo e dove le info provenienti dai sensi e dalle MLT si integrano e forniscono la base per l'operato di

tutti gli altri processi cognitivi.

Il restringimento dell'imbuto dipende dal tipo e dalla quantità di elaborazione cui vengono sottoposte le

info.

LA MEMORIA DI LAVORO

Concetto di memoria di lavoro → nasce negli anni Settanta

Voleva spiegare compiti cognitivi complessi : ragionamento e linguaggio.

Atkinson e Shiffrin → memoria = capacità di ricordare una sequenza di elementi per un breve periodo di

tempo. Questa capacità viene misurata in span (ampiezze), ottenute chiedendo al soggetto di ripetere delle

sequenze di elementi appena presentate.

Questo metodo si è verificato inefficace per i compiti mnestici più complessi. Sembra che la memoria span,

non coincida con la memoria alla base di qualsiasi altra operazione mentale.

Baddeley & Hitch(1976) → nuovo concetto di memoria che partecipa attivamente ai compiti cognitivi

complessi. Proposero 4 esperimenti in cui un compito di ragionamento e un compito di ritenzione di cifre

dovevano essere svolti contemporaneamente. I risultati mostrarono una forte interazione del carico di

memoria concomitante con il tempo di ragionamento : l'effetto del carico cresce al crescere della

complessità del compito di ragionamento.

Ipotesi: la verifica di frasi utilizza risorse di memoria di lavoro [WM]

Conseguenze:

- un addizionale carico di memoria dovrebbe influenzare negativamente la velocità della verifica → carichi

concomitanti in memoria a breve termine avevano un forte effetto di interferenza.

- la verifica dovrebbe fare uso di informazioni codificate proposizionalmente → confermata dal fatto che la

velocità di verifica è ridotta dalla somiglianza fonemica del materiale del compito.

Questi effetti possono essere letti in due modi:

1. memoria di lavoro = taccuino per appunti di capacità limitata

2. memoria di lavoro = oltre alla funzione di mantenimento, la WM è un sistema con capacità limitata

per lo svolgimento di processi di controllo.

Working memory → non è un semplice mantenimento passivo delle info, ma piuttosto è un qualchecosa

che coordina processi di mantenimento e di elaborazione.

Modello di Baddeley → questo modello prevede:

– sistemi di mantenimento passivo → sistemi che costituiscono la WM. Gestiscono conoscenze

“fluide”. Comprendono:

loop fonologico = per il materiale verbale

taccuino visuo-spaziale = per il materiale visivo e spaziale

A questi due sistemi si affianca il buffer episodico → questo sistema è l'interfaccia fra la WM e le

informazioni trattenute nei sistemi di MLT. Si ipotizza che sia proprio nel buffer episodico che avvenga il

binding, ovvero la generazione di legami tra i sistemi più specializzati del modello per dar luogo alla

multidimensionalità delle info così come le vediamo nella realtà.

– Sistema esecutivo centrale → legato ai sistemi di mantenimento passivo. Coordina le risorse

attentive disponibile per l'elaborazione dei dati presenti nella WM.

– Sistemi di conoscenza a lungo termine → 1)semantica visuale

2) MLT episodiche

3) Linguaggio

La memoria fonologica

loop fonologico-articolatorio → sistema formato da

magazzino temporaneo di natura fonologica

• meccanismo di ripasso articolatorio → prolunga il mantenimento delle info

effetto lunghezza della parola → peggiore prestazione nel ricordo immediato di una lista di parole. Dimostra

l'esistenza di un ripasso della traccia di natura articolatoria: più lunga è la parola, più tempo richiede il

ripasso, minore sarà il ricordo. Alcuni esperimenti su questo effetto hanno mostrato che:

- la pronuncia dei diversi fonemi incide sul ricordo

- l'effetto lunghezza dipende dai tempi di rievocazione-ripetizione delle parole da rievocare

effetto di somiglianza fonologica → dimostra la natura fonologica del magazzino.

Liste di parole fonologicamente simili sono ricordate peggio rispetto a liste di parole fonologicamente più

distinguibili. Se il ricordo è influenzato dalla somiglianza fonologica, allora il codice mnestico ha

verosimilmente natura fonologica.

Memoria fonologica, consapevolezza fonologica e linguaggio

La memoria fonologica ha un alto valore evolutivo → si è sviluppata principalmente come sostegno del

linguaggio.

La memoria e la consapevolezza fonologica si sono dimostrate di fondamentale importanza

nell'apprendimento del vocabolario.

La consapevolezza fonologica è quella che ci permette, ad esempio, di dire se due parole fanno rima o

meno, se cominciano con lo stesso suono etc. E' in sostanza la capacità che ci permette di giocare con la

lingua e manipolare i suoni.

E' ancora in atto un ampio dibattito su cosa differenzi in maniera sostanziale memoria e consapevolezza

fonologica. Una certa dose di memoria fonologica è necessaria per avere una consapevolezza, ma non è

sufficiente.

Memoria e consapevolezza fonologica sono coinvolte nell'apprendimento della lettura.

Memoria di lavoro e comprensione del linguaggio

reading/listening span test (1980) → ideato da Meredith Daneman e Patricia Carpenter.

Serve a valutare la WM verbale. Il modello da loro creato consiste in un compito di memoria che richiede di

elaborare molte informazioni verbali, ma di mantenerne solo alcune. Il test è costituito dunque da un

doppio compito: comprendere il significato di una frase e di questa ricordare una data parola.

L'importanza di questo test consiste nel fatto che è in grado di far emergere le relazioni fra la memoria e

compiti complessi di apprendimento e ragionamento.

La workin memory così definita diviene variabile cruciale in molte patologie dell'apprendimento.

I lettori che hanno difficoltà a comprendere ciò che leggono ottengono bassi punteggi nel reading/listening

span test.

Studiando gli errori in questi test si è giunti alla conclusione che vi è una relazione tra intrusioni e scarsa

efficienza della memoria di lavoro → i soggetti patologici hanno difficoltà a controllare le informazioni

irrilevanti. I meccanismi di inibizione dell'attivazione non sono efficienti come nei soggetti sani. Esempio di

patologia che presenta questi sintomatologie: ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder)

Come già detto la capacità della WM è limitata, ed è perciò necessario che i meccanismi di controllo come

l'inibizione sia massimamente efficienti per poter razionalizzare al meglio l'energia per mantenere solo le

info importanti.

L'inibizione è un processo di controllo imputabile all'esecutivo centrale.

Memoria di lavoro visuospaziale

Siamo capaci di vivere un'esperienza sensoriale senza entrare direttamente in contatto con un dato

sensoriale.

Cioè è possibile grazie all'imagery.

Imagery → con questo termine si intende la capacità di creare a livello cognitivo una rappresentazione

mentale con caratteristiche simili alla percezione visiva. E' dunque un processo di generazione,

mantenimento ed elaborazione di stimoli che hanno caratteristiche simili alla percezione visiva. E' una

rappresentazione mentale prevalentemente di natura visuospaziale.

Si distingue dall'imagination che è invece strettamente legata alla fantasia.

Esistono due teorie principali sull'imagery:

- approccio nordamericano → analogie con i processi percettivi

- approccio europeo → processo di elaborazione cognitiva: rende possibile la creazione di un'immagine

simil-percettiva.

Numerose ricerche hanno dimostrato che imagery e percezione, per quanto possano entrambe sembrare

esperienze molto soggettive, si basano su processi analoghi e coinvolgono gli stessi circuiti cerebrali.

L'imagery è dunque una sorta di “visione superiore”, un “occhio della mente” [Cit. Kosslyn]

L'imagery si configura come un vero processo di memoria di lavoro : il cervello mediante numerose

computazioni, prelevando le info depositate nella nostra memoria, crea un output che corrisponde alla

rappresentazione di cui necessitiamo.


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f.rob

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher f.rob di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Bricolo Emanuela.

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