Lucia Cavagnino – Evitare le emozioni, vivere le emozioni
EVITARE LE EMOZIONI, VIVERE LE EMOZIONI
1.Evitare le emozioni, vivere le emozioni
Una delle difficoltà maggiori della nostra specie è vivere le emozioni. Esse per essere vissute
necessitano di un lavoro a monte, che richiede l’integrità di apparati che le rendano assimilabili.
EVITARE LE EMOZIONI
Le proto-emozioni, anche nelle situazioni migliori, di menti ben funzionanti, sono in esubero.
L’evitamento delle emozioni è una delle attività principali della nostra mente.
Per farlo, abbiamo meccanismi evacuativi (la proiezione all’esterno) e diamo vita a fenomeni:
paranoia, schizofrenia, allucinazioni, deliri, anche autismi. Possiamo evacuare nel corpo (malattie
psicosociali) o nel corpo sociale (delinquenza). Aggregati di proto-emozioni compattati formano le
fobie (strategie di evitamento) l’ossessività (strategie di controllo), l’ipocondria (strategia di
confinamento in un organo del corpo). L’evitamento è un’attitudine di qualsiasi mente.
Una modalità centrale di gestione degli stati proto-emotivi è il narcisismo:
Un paziente a struttura narcisistica fa due sogni: nel primo percorre lo spazio da lavoro a casa su
una linea retta, su una fune tesa sulla strada, per evitare le macchine che sfrecciano ad alta velocità
e che potrebbero travolgerlo: le emozioni hanno una tale capacità che potrebbero annientarlo;
tenere una distanza di sicurezza lo salva dall’esserne investito.
Nel secondo sogno è il capitano di un galeone in cui tutto deve andare alla perfezione, se qualcosa
è fuori posto è la catastrofe. Nella sua vita deve essere tutto perfetto, ogni smagliatura porta alla
catastrofe, perché l’imperfezione attiva emozioni e queste non sono gestibili.
Anche nei funzionamenti autistici la costanza dei dettagli, la ripetizione, la miniaturizzazione delle
emozioni, sono funzionali all’evitamento di emozioni altrimenti non gestibili.
In generale, tutti rinunciamo a vivere emozioni forti, spegnendole nella routine: si preferisce la
familiarità nota di aspetti addomesticati di sé piuttosto che partire alla scoperta di nuove emozioni.
Nelle anoressie le proto-emozioni non tollerabili vengono scisse e proiettate, ma viste dietro alle
proprie spalle, come una massa con un peso e una dimensione enormi.
Anche alcuni fenomeni macrosociali hanno la funzione di bloccare stati emotivi non tollerabili:
fanatismi, religioni. Sono antidoti per il dolore intollerabile dell’assenza di un senso della vita.
Fausto: non esce di casa per anni, ha la fobia di mostrare il volto ricoperto di foruncoli, evita ogni
contatto. Tentativi di terapia sono falliti per la negazione/ridimensionamento del problema. La
nuova analista non dà peso al fatto che egli non abbia il volto ricoperto di foruncoli. Le proto-
emozioni pressano sotto la pelle di Fausto, creando la visione dei foruncoli. Sono stati esplosivi, sul
punto di essere evacuati, che attendono la disponibilità mentale dell’altro per essere contenuti.
Il transfert è l’apertura del canale comunicativo che consente il transito di proto-emozioni nella
mente dell’altro, dove può iniziare il processo di trasformazione e alfabetizzazione.
Tuttavia, la mente dell’analista opererà un boicottaggio rispetto a tale contagio, in quanto implica
la gestione di un livello proto-emotivo più intenso. Questo avviene utilizzando teorie inadeguate
come filtro di quello che il paziente vorrebbe comunicare. 1
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Bion queste teorie le definisce parafrenie, il loro senso è farci aggrappare a qualcosa per la paura di
sapere poco. Le teorie sono una zattera per non annegare nell’angoscia. Un esempio è il considerare
la psicoanalisi una terapia adatta solo alla cura dei nevrotici, inefficace in patologie più gravi.
L’uso forte di teorie in seduta, l’analisi come viaggio organizzato, il ricondurre il paziente a un
modello presente in modo chiaro nella mente dell’analista, sono modi per non allontanarci mai, per
non esplorare mai nuove aree.
IL RUMINE
La mente oltre a difenderci dalle emozioni ha un’altra funzione: ricontattare quando espulso.
Le scelte che facciamo nella nostra vita hanno spesso la funzione di rumine, di riproporre il contatto
con le proto-emozioni evacuate. Esempi:
Laura: ha una grave stitichezza che l’ha portata a essere ricoverata per blocchi intestinali. La
situazione familiare è fatta di tsunami emotivi: la sorella depressa non parla mai ma ha periodi di
maniacalità logorroica; il padre irreprensibile aveva una doppia vita fatta di droghe e orge. Il mondo
di Laura è un mondo scisso tra due modalità: l’ipercontinenza paralizzante di ogni emozione e
l’incontinenza totale evacuativa. Laura sceglierà di fare la penalista: questa scelta è il rumine che le
consente di avvicinare quantità discrete di proto-emozioni, attraverso l’incontro con piccoli
delinquenti – la scelta professionale diventa il modo di reintrodurre ciò che era stato cacciato.
Marta: la frigidità sessuale le permette di congelare stati primitivi protoemotivi – l’alternativa è
farsi violentare da queste emozioni incontenibili. Marta sceglie di lavorare con i bambini abusati: la
scelta professionale anche qui è il rumine che permette di riappropriarsi di stati congelati.
Non bisogna confondere la violenza, l’incontenibilità delle emozioni con l’aggressività. L’aggressività
è una dotazione della specie, che non è mai in eccesso. Quello che è in eccesso è l’urgenza degli stati
proto-emotivi che pressano per essere contenuti e trasformati.
L’esempio è del paziente e gli amici in Spagna, che vengono svegliati da urli e colpi alla porta
d’ingresso che avevano sbarrato. Si rifugiano nella stanza da letto quando la porta viene giù, la
massa fuori irrompe nella casa. La mattina dopo scoprono che erano i contadini che vivevano dietro
l’altra porta, che avevano lasciato i bambini in casa a dormire, ed erano stati presi dal panico.
L’urgenza emotiva a volte è alla base di molti comportamenti che in superficie possono sembrare
aggressivi. Le forze emotive/protoemotive sono come gli tsunami, provocano distruzione ma non
sono aggressivi. Gli effetti derivano dall’incontenibilità delle forze in gioco, o da argini insufficienti.
TRASFERIRE LE EMOZIONI
Un modo di lavorare può essere chiedersi, dopo che il paziente ha parlato, a quale oggetto interno
proiettato sull’analista stia parlando. Se la pz dice “Vacca” all’analista, un’analista che lavora in
questo modo dirà che la pz sta parlando all’oggetto-madre proiettato sull’analista (la vacca produce
latte, la pz esprime la propria invidia e odia verso una madre che nutre).
Ferro procede diversamente: esaminerebbe la seduta precedente per capire perché la paziente è
arrabbiata con l’analista, cosa è successo lì per dare senso a questa rabbia.
È un’analisi che guarda al futuro e non al passato, non ai contenuti ma alla trasformazione
dell’attrezzatura per pensare. La seduta è un sogno delle menti dove arrivano storie diverse
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provenienti da luoghi e tempi differenti del campo. Si fa l’esperienza condivisa di far lasciare
circolare stati emotivi, affetti e pensieri con l’analista.
La seduta diviene un sogno condiviso, co-narrato, co-agito, dove prendono vita storie,
trasformazioni, insight, attitudini a sognare, a trasformare in rêverie, in emozione, in immagine
quanto urgeva come sensorialità, protoemozione, a cui prima non c’era accesso.
L’analisi porta allo sviluppo della mente, della capacità di sognare, di sentire, di pensare.
In essa c’è piena libertà dei contenuti – il motore della storia, quello che importa, è il bisogno che il
non dicibile e l’incapacità di dire trovino uno spazio-tempo che porti alla capacità di pensare e dire.
Il transfert diventa il trasferimento di queste capacità dall’analista al campo e dal campo al paziente.
Non è facile sostare in PS senza persecuzione, attingendo alle proprie capacità negative: aiutano a
tollerare questa situazione d’attesa fare dentro di noi delle interpretazioni di prova silenti,
l’aggancio con il controtransfert e la fiducia nel metodo.
VIVERE LE EMOZIONI
Vivere le emozioni è il punto d’arrivo di una serie di operazioni: il primo gradino è che inizi a figurarsi
una storia nella mente dell’analista, che inizia a creare scenari più ampi in cui funzionamenti fino a
quel momento scissi possono tornare a vivere almeno in un luogo del campo, che contagerà gli altri.
Non c’è gazzella senza tigre: Luisa soffre di agorafobia e ansia sociale, eccessiva sudorazione, ha
una lussazione mandibolare, mostra sintomi ossessivi basati su controlli di porte e finestre per paura
di intrusioni e rituali di pulizia. Luisa è perseguitata dalla propria parte scissa, dalle emozioni che vi
si aggregano dando l’immagine di una belva feroce, emozioni che non sono gestibili. Luisa teme che
questa parte sia scoperta, quindi si pulisce continuamente da queste emozioni che continuamente
si riformano – allora vanno tenute fuori dalla porta, e il fuori diventa pericoloso, minaccioso.
Il lavoro con Luisa consiste nell’integrare gazzelle e tigri, integrare le parti scisse, e questo attraverso
l’introiezione da parte di Luisa della funzione analitica capace di metabolizzare le emozioni ingestibili
Molti casi di timidezza, fobia sociale e relazionale hanno alla base una parte scissa, che fa paura e
deve essere continuamente controllata, evitata, buttata fuori facendo diventare il fuori
persecutorio. A seconda del grado di alfabetizzazione, la causa può essere o una difettualità della
funzione alfa o un’insufficienza del contenitore.
Le situazioni meno gravi sono tipiche nei bambini ben trattati, che non hanno mai avuto modo di
cimentarsi con emozioni primitive. Diventano timidi, introversi, e le emozioni che non hanno potuto
vivere rimangono scisse, generano paura, persecuzione. Questo per via di genitori che non hanno
tollerato di infliggere frustrazioni, essenziali per sviluppare l’apparato per metabolizzare e
contenere le emozioni. Le sindromi del bambino ne trattato non sono di minore gravità di quelle del
bambino maltrattato: a seconda dell’intensità di tali processi potremo arrivare a patologie più gravi,
che implicano meccanismi di difesa primitivi, sino all’evacuazione.
Le emozioni, dopo un lungo lavoro analitico che abbia sviluppato le capacità contenitive della
mente, possono vivere nella stanza d’analisi in modo vivo e condiviso:
Il peperone di Dario: Dario attraversa un periodo di difficoltà con la fidanzata, che corrisponde a
un periodo in cui l’analista ha dovuto annullare delle sedute. Quando l’analisi riparte (e Dario
racconta di aver ricominciato a fare l’amore con la fidanzata), racconta un sogno: aveva un peperone
verde conficcato nella mano, e tutta la mano si era peperonizzata, vegetalizzata. Allora lo estrae, e
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rimane un buco nella mano. Dario non aveva retto al dolore per l’allontanamento per la
fidanzata/l’analista e si era vegetalizzato nascondendo il dolore e la rabbia che provava. Ma con
l’estrazione c’è la speranza che la mano possa tornare di carne, ritornare umana: Dario nelle sedute
successive potrà esprimere tutta la rabbia e il dolore che ha provato nel sentirsi abbandonato.
Slip o croce rossa? Nando sta parlando quando l’analista si sente scivolare in uno stato di
sonnolenza, da cui si sveglia cosciente di aver perso un pezzo del racconto. “Mi sembrava che avesse
un respiro troppo regolare” dice Nando. L’analista gli dice che forse temeva una sua assenza, e
riprende i temi affrontati nell’ultimo periodo d’analisi. Nando è assente. L’analista si è
addormentato di fronte a qualcosa di doloroso, e la sua interpretazione eccessiva ha fatto ritirare il
paziente. Il giorno dopo Nando dice di aver avuto il giorno prima un’immagine di un uomo che si
mostrava con i genitali scoperti. “Ieri è successo questo” dice l’analista, “sono stato eccessivo e
un’esibizionista.” Come l’analista si era addormentato, lo stesso è successo al paziente quando
l’analista aveva ecceduto nell’intervento, si era ritirato. Entrambi si sono ritirati di fronte a un
eccesso di emozioni – Nando stava infatti raccontando dell’intensa emozione provata
nell’incontrare una vecchia fidanzata, quando l’analista si era addormentato. Nando non gli aveva
chiesto se era sveglio anche se l’aveva notato, per paura che fosse colpa sua.
Luciana e la logopedista: la vicinanza e il contatto le provocano angoscia e agitazione. Frequenta
un uomo sposato, ma non è un rapporto stretto. Ha una nipotina con problemi di linguaggio. In lei
si attivano più proto-emozioni di quelle che può gestire, soprattutto a causa di contatto e vicinanza.
Se questi stati non sono trasformati, ustionano (lei lavora come infermiera, per molto tempo al
reparto ustionati). Il racconto sulla nipotina è il modo di parlare della propria incapacità a mettere
in parole cosa prova. Le sue fobie, evitamenti, ossessioni sono una difesa della sua funzione alfa
inefficiente che sarebbe inondata. Pulendo di continuo, si deterge dalle proto-emozioni, che deve
ipercontrollare perché sono pericolose, inquinanti, esplosive.
A un punto della terapia arriva in casa un gatto, la nipotina va da una logopedista brava, e Luciana
inizia a raccontare sogni. Arriva qualcosa di vivo, e può attivarsi una funzione narratrice più libera,
che si esprime finalmente con i sogni. Le emozioni diventano via via più avvicinabili, e vengono
narrate storie di vari colleghi, personaggi che mettono in scena quegli aspetti prima muti che, andati
dalla logopedista, hanno trovato le parole. In analisi, Luciana ha potuto sviluppare una funzione alfa
che può tessere e sognare ciò che prima era muto e inesprimibile.
EVACUAZIONI NECESSARIE
Non tutta la sensorialità può essere trasformata in elementi alfa. Vi è una quota fisiologica e
necessaria di elementi beta che va evacuata (e di cataboliti degli elementi alfa che altrimenti
intasano il ciclo di trasformazione), vi è una serie di attività evacuative della mente che sono vitali –
evacuazioni motorie, protoemotive, scariche. Possiamo vederle in quei sogni “evacuativi” in cui tutti
ci siamo imbattuti, quando i primi sogni falliscono e solo i successivi riescono a metabolizzare, ma
anche in tutte le piccole manie, rituali e perversioni, che hanno questa funzione evacuativa. 4
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2.Immagine e narrazione: un gioco senza fine
I DERIVATI NARRATIVI
Non c’è nulla che possa essere narrato, disegnato, giocato nella stanza d’analisi che non possa
essere considerato un derivato narrativo del pensiero onirico della veglia. Non vi sono
comunicazione esterne: non vi è nulla che non attenga all’analisi, alla seduta stessa.
Già Klein diceva che il mondo interno è reale quanto quello esterno ed è solo dell’interno che
dobbiamo occuparci. Ogni comunicazione può essere accolta sul piano manifesto, in analisi è anche
altro ed è solo quest’altro che ci pertiene in quanto analisti. Noi possiamo operare solo dentro alla
nostra stanza d’analisi, nel presente.
Allarghiamo i confini della stanza per comprendere ogni narrazione, personaggio, storia, emozione,
derivati narrativi che indicano lo stato mentale del paziente. Attraverso i derivati narrativi il pz ci
parla della sua disperazione, perdita, dolore. Non si interpreta, ma si è all’unisono, condividendo le
emozioni del paziente che sono poste in altri scenari, ma che hanno pertinenza con l’analisi.
Reverie e costruzione di senso – e la coda dov’è? Luciano, 7 anni, soffre di una malattia allergica
della pelle. Al primo racconto parla all’analista del suo animaletto Lucky. Mentre disegna racconta
che lo tiene nello studio del padre perché se lo prende in braccio diventa subito rosso e gli viene
l’allergia. La razza di Lucky è senza coda, ne esiste un’altra varietà che ha la coda ed è turbolenta e
aggressiva. L’analista ha una visione d’insieme, il disegno diventa formato da una parte superiore,
Lucky, e una inferiore, Luciano. Il campo si ridefinisce in base a un’ipotesi che rimane non detta ma
che diventa un organizzatore di pensieri e idee: Luciano è allergico a parti di sé sconosciute, che
andranno metabolizzate in modo da non provocare più la reazione allergica al contatto.
REVERIE E SOGNO: UN DIALOGO
Francesco: aprendogli la porta l’analista vede per un attimo una ragazza alta e riccioluta, poi
rivede il solito Francesco. Nella seduta del giorno prima aveva fatto delle interpretazioni forti su
aspetti della vita sessuale di Francesco, dopo che aveva raccontato un sogno che dava un senso di
novità a quel Francesco sempre rispettoso. Nel sogno di oggi c’è un videogame, poi va nello studio
dell’analista, che diventa una stanza 360. L’analista gli dice che forse vede l’analisi come un gioco,
senza angoli che non si possono esplorare. Francesco dice che si è accorto che ci sono tante cose in
lui che prima non sapeva ci fossero. In un altro sogno, c’è un infermiere che si avvicina a una ragazza
con intenzioni violente. Allora torna la rêverie iniziale dell’analista: forse i discorsi sessuali del giorno
prima aveva si aperto angoli prima inaccessi
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