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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

➢ →

una prima distinzione topica inconscio, preconscio e conscio

➢ una seconda distinzione topica → Io, Es e Super-io

“geografia”

5. L’inconscio e la psichica: il modello topico

Il settimo e ultimo capitolo dell’Interpretazione dei sogni presenta una serie di ipotesi di carattere

generale, cioè non ristrette al campo della psicopatologia, che verranno successivamente ampliate.

Queste ipotesi, espresse ricorrendo a metafore di tipo spaziale, disegnano una topografia, una

mappa della mente, o meglio dell’apparato psichico. Questa mappa si declina in tre regioni, o

sistemi confinanti: il conscio, il preconscio e l’inconscio. Ciascun sistema è caratterizzato da

specifiche e complesse interazioni o relazioni funzionali, specifici contenuti e leggi di

funzionamento.

• →

Il sistema inconscio (Inc) I Principio di piacere

contenuti e i processi del Secondo il principio del piacere, l'uomo desidera l'appagamento

sistema inconscio non possono immediato e incondizionato dei suoi desideri. Il dispiacere dipende

mai essere colti direttamente ma dall’accumularsi della tensione, il piacere dalla riduzione assoluta della

soltanto dedotti, inferiti in base tensione (scarica).

al materiale associativo dei

pazienti. Il sistema inconscio è

regolato dal processo primario

e utilizza per il suo funzionamento un particolare tipo di energia (energia libera). Nel

sistema inconscio idee o contenuti legati da un qualsiasi legame associativo vengono

considerati identici: l’uno può stare al posto dell’altro. L’inconscio non distingue dunque fra

passato e presente, fra presente e futuro, fra ricordi di eventi reali e ricordi di esperienze

immaginate, fra desiderio e realtà fattuale, e tratta inoltre simboli astratti come realtà

concrete. I suoi contenuti, costituiti in gran parte da desideri istintuali risalenti all’infanzia,

trovano prevalentemente espressione in immagini visive e sono atemporali. Seguono inoltre

il principio di piacere, esercitano una continua pressione per ottenere il soddisfacimento e

costituiscono per l’inconscio l’unica realtà. I processi inconsci sono inoltre caratterizzati

dall’assenza di contraddizione e di negazione: nell’inconscio elementi contraddittori

possono coesistere l’uno accanto all’altro e addirittura coincidere. I processi e i contenuti di

questo sistema possono diventare oggetto della nostra conoscenza solo nelle condizioni del

sogno e della nevrosi, cioè quando determinati processi del sistema superiore (il sistema

preconscio) vengono retrocessi a una fase precedente.

• →

Il sistema preconscio (Prec) Questo sistema rappresenta un sistema intermedio: i suoi

contenuti, idee e sentimenti accettabili, inconsci solo in senso descrittivo, possono essere

portati facilmente alla coscienza. È strutturato linguisticamente, si conforma a norme

logiche e al pari del sistema conscio utilizza energia legata. Per passare dall’inconscio al

preconscio le idee, i pensieri, le immagini devono superare il vaglio di un censore che

determina quali pensieri possono essere tradotti in parole e quindi resi accessibili alla

coscienza.

• →

Il sistema conscio (C) Questo sistema può essere qualificato come il sistema che contiene

sentimenti e idee accettabili. La sua funzione fondamentale è ricondotta alla percezione

cosciente tanto degli eccitamenti provenienti dagli organi sensoriali quanto di quelli

provenienti dall’interno dell’apparato stesso i cui processi sono sentiti come serie qualitative

di piacere e dolore. Sulla base della valutazione di questa qualità di piacere o dispiacere

alcuni contenuti sono ammessi alla coscienza, mentre altri vengono respinti dalla censura e

dalla rimozione. Il sistema

conscio, regolato dal processo Principio di realtà

secondario e dal principio di Il principio di realtà cerca la soddisfazione del desiderio in relazione a

ciò che la realtà può offrire, ponendosi obiettivi estesi nel tempo.

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realtà, è razionale e funziona seguendo le consuete leggi logiche, esigendo il rispetto del

principio di non contraddizione e istituendo chiare distinzioni spaziali e temporali fra i suoi

contenuti, che sono gli unici a cui il soggetto può liberamente accedere. Gli eventi mentali

inconsci, al pari di quelli coscienti, rispondono al principio del determinismo psichico: non

esistono cioè eventi psichici casuali.

Il modello costruito sulla base delle libere associazioni diventa a questo punto il modello strutturale

della interpretazione di tutti i fenomeni psichici.

Freud sostiene che le comuni insufficienze delle nostre attività psichiche, quali dimenticanze,

lapsus, sbadataggini, falsi ricordi e ricordi infantili, false credenze e superstizioni, sono determinate

da motivi ignoti alla coscienza: questi errori così frequenti nel funzionamento normale dipendono

dallo stesso meccanismo responsabile della formazione del sogno e dei sintomi. Questi frequenti e

trascurabili disturbi della vita quotidiana permettono a Freud di sostenere non solo che non esiste un

confine netto fra normalità ed anormalità nervosa ma che siamo tutti un po’ nervosi. Le normali

manifestazioni psicopatologiche sostengono inoltre le ipotesi del determinismo psichico

identificando una volta di più nella sessualità uno dei motivi fondamentali della rimozione.

6. La sessualità e la teoria della libido

Le ipotesi fondamentali della teoria della sessualità sono contenute nei Tre saggi sulla teoria

sessuale. In questo lavoro Freud ampliava il concetto di sessualità facendovi rientrare la sensualità,

attribuiva alla sessualità adulta un carattere composito e ne identificava le radici nella sessualità

infantile, che infiltra l’intero comportamento del bambino e che contiene in nuce tutte quelle

attività sessuali, che più tardi vengono poste in contrasto con la vita sessuale, definite perversioni.

Freud individuava la base delle perversioni in qualcosa che è innato in tutti gli uomini, sosteneva

che i nevrotici hanno conservato la loro sessualità allo stato infantile o vi sono stati risospinti e

sottolineava infine l’importanza di considerare il processo di sviluppo della sessualità infantile fino

al suo esito nella perversione, nella nevrosi o nella vita sessuale normale.

Le fasi dello sviluppo psicosessuale

Le vicende che accompagnano lo

sviluppo della sessualità infantile si Fissazione

La fissazione può verificarsi in due casi: quando le persone ricevono

rivelano determinanti per tutto lo scarsa gratificazione durante uno stadio dello sviluppo tanto da temere

sviluppo soggettivo. Quanto emerge di passare allo stadio successivo, o, al contrario, quando ottengono una

nel corso del lavoro clinico permette di gratificazione eccessiva tale da annullare la motivazione a procedere

avanzare specifiche ipotesi riguardanti oltre allo stadio successivo. Se questo accade, la persona cercherà di

le tappe di sviluppo e le caratteristiche ottenere, negli stadi successivi di sviluppo, lo stesso tipo di soddisfazione

della sessualità infantile e di sostenere adeguato allo stadio precedente (ossia, quello nel quale si è verificata la

in particolare che nel suo percorso fissazione). Per esempio, una persona con una parziale fissazione allo

stadio orale può continuare a cercare, nella vita adulta, la gratificazione

evolutivo la sessualità attraversa una orale nel fumo, nel cibo o nell’alcol.

serie di tappe o processi mai

compiutamente superate che lasciano

dietro di sé la disposizione al regredire

patologico. Queste tappe possono Regressione

Nella regressione, l’individuo cerca di tornare a una modalità di

essere individuate sulla base della soddisfazione precedente, a un punto precedente di fissazione. La

considerazione degli organi o funzioni regressione spesso si verifica in condizioni di stress, per cui molte

del corpo la cui stimolazione produce persone mangiano, fumano o bevono in modo eccessivo solo in periodi di

piacere e la cui attività permette di frustrazione e di angoscia.

alleviare la tensione:

• →

Fase orale interessa il primo

anno di vita e in cui l’attività sessuale non è chiaramente separata dall’assunzione del cibo, e

cioè in cui il piacere deriva fondamentalmente dalla bocca.

• →

Fase sadico-anale in cui il piacere deriva dalle mucose legate alla defecazione. Questa

fase è caratterizzata da una forte ambivalenza e in essa è già evidente quell’antagonismo fra

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attività e passività che pervade secondo Freud tutta la vita sessuale. Facendo dell’attività e

della passività il criterio empirico che permette di distinguere il maschile dal femminile,

Freud può sostenere che la bisessualità costituisce una caratteristica fondamentale della vita

psichica.

• →

Fase fallica in questa fase, che deve la propria denominazione al fatto che il bambino

attribuisce lo stesso genitale maschile a entrambi i sessi, la sessualità infantile raggiunge il

suo apice e si appresta al tramonto. L’esordio, collocabile all’incirca all’inizio del terzo anno

di vita, è posto in relazione con l’attivazione di una serie di pulsioni parziali che suscitano i

primordi di una attività di ricerca e che portano il bambino a utilizzare tutte le sue capacità

cognitive per risolvere l’enigma della nascita e dell’origine dei bambini, e a formulare,

guidato dalle necessità della sua costituzione psicosessuale, una serie di teorie sul

concepimento e sulla nascita. Il modo spesso evasivo ed evitante con cui gli adulti

rispondono alle prime manifestazioni della curiosità sessuale del bambino si ripercuoterà,

sostiene Freud, sull’intero corso dello sviluppo, portandolo a diffidare dei genitori e degli

adulti in genere e a ricorrere alla scissione psichica per nascondere la propria diffidenza e

conciliare le risposte evasive e fantasiose dell’adulto con le prove che il lavoro esplorativo

gli ha fornito. Prende così avvio il complesso edipico, che costituisce l’episodio centrale

della fase fallica, e in realtà di tutto lo sviluppo della sessualità infantile, e che può essere

considerato il nucleo della teoria evolutiva freudiana. Proprio perché ha a lungo bisogno

dell’accudimento di altre persone e vive con i genitori, il bambino inizia ben presto a nutrire

intensi desideri erotici nei confronti del genitore del sesso opposto e sentimenti ostili o

ambivalenti nei confronti del genitore dello stesso sesso. Il genitore di sesso opposto

costituisce così tanto per il maschio quanto per la femmina il primo oggetto d’amore. Gli

effetti della risoluzione del complesso edipico si estenderanno a tutte le relazioni del

bambino con il padre e la madre e più tardi con l’uomo e la donna in genere.

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Fase di latenza dopo il quinto anno di vita, il complesso di Edipo e le fasi precedenti

della sessualità infantile, per effetto della rimozione, divengono oggetto dell’amnesia

infantile. Inizia così la fase della latenza sessuale, nella quale i bambini sono per qualche

tempo impegnati soprattutto nelle vicende scolastiche e nella scoperta del mondo esterno

alla famiglia. Nell’adolescenza il complesso di Edipo avrà una reviviscenza, esprimendosi

nelle relazioni esterne e avviandosi, nei casi più felici, alla sua conclusione. La misura in cui

viene risolto è più o meno evidente nel comportamento e nella scelta del partner amoroso.

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Fase genitale in cui si determina la strutturazione definitiva della vita sessuale, le zone

erogene delle fasi precedenti, organizzate sotto il primato dei genitali, concorrono, con la

loro capacità di fornire piacere, al pieno soddisfacimento sessuale

La teoria delle pulsioni

La teoria delle pulsioni si basa sul presupposto che la spinta a soddisfare i bisogni sessuali

dell’uomo provenga da una pulsione, analoga a quella che spinge all’assunzione del cibo. La

pulsione sessuale può dunque essere concettualizzata come uno stimolo per la sfera psichica che

proviene dall’interno dell’organismo, agisce con forza costante e non è possibile sottrarsi ad essa

con la fuga. A differenza degli altri stimoli interni all’organismo, la cui azione cessa quando,

soddisfacendo il bisogno da essi suscitato, si ristabilisce una situazione di equilibrio, la pulsione,

che può essere soddisfatta da una vasta gamma di oggetti intercambiabili, costituisce una fonte di

stimolo interna continuamente attiva e che crea quindi un continuo stato di squilibrio. La pulsione,

la cui essenza è cioè individuata nella continua spinta al soddisfacimento, può dunque essere

definita in riferimento a diversi elementi:

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fonte l’organo o parte del corpo la cui attività procura piacere e attraverso cui la pulsione

si esprime (zona erogena)

• →

meta pulsionale il soddisfacimento, definibile in termini generali come l’azione verso la

quale la pulsione spinge 12 |

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• →

oggetto libidico con cui si indica più in generale ciò in relazione a cui, o mediante cui, la

pulsione può raggiungere la sua meta

Partendo dal presupposto che l’attività dell’apparato psichico sia regolata in base alle sensazioni

della serie piacere/dispiacere (principio di piacere), Freud lega la sensazione di dispiacere con un

incremento della tensione e la sensazione di piacere con quelle di riduzione dello stimolo.

Mentre fino al 1905 l’elemento motivazionale è individuato nel desiderio di ristabilire delle

situazioni desiderabili perché hanno soddisfatto un bisogno che non è specifico quanto a contenuto

(modello del desiderio), è ora possibile ricondurre il contenuto del desiderio alle forze che

colpiscono la mente in virtù della connessione fra mente e corpo (modello pulsionale).

Dietro ogni atto di rimozione viene ora individuato un legame con la sessualità infantile.

L’obiettivo dell’analisi diventa quindi scoprire la sessualità proibita che sta dietro ogni atto di

rimozione e ricondurre tutta l’attività psichica e l’intera condotta umana nelle sue multiformi

manifestazioni alla necessità di scaricare l’incremento energetico continuamente prodotto

dall’attività della pulsione.

Trasformazioni e sviluppo delle pulsioni

Le diverse manifestazioni della sessualità vengono messe in relazione ai destini a cui la pulsione va

incontro per superare gli ostacoli (difese contro le pulsioni medesime) che si oppongono alla sua

manifestazione diretta. Secondo Freud è possibile ricondurre lo sviluppo pulsionale a un’antica fase

evolutiva, la fase del narcisismo, in cui l’Io investito dalle proprie pulsioni e parzialmente capace di

soddisfarle su sé medesimo (autoeroticamente) è indifferente al mondo esterno. Ben presto tuttavia,

l’Io è costretto a rivolgersi a quegli

oggetti esterni che si riveleranno Per Freud è possibile ricondurre lo sviluppo pulsionale alla progressione

effettivamente in grado di soddisfare delle fasi evolutive del bambino:

questi bisogni e di allentare la tensione → dove l’Io investito delle proprie

- la fase del narcisismo primario

da essi prodotta. Gran parte pulsioni è capace di soddisfarle autoeroticamente, indifferente al mondo

dell’energia narcisistica viene dunque esterno → successivamente l’Io si rivolgerà agli oggetti

trasformata in energia pulsionale, in - la fase pulsionale

esterni in grado di soddisfare quei bisogni e di allentare la tensione

libido, rivolta agli oggetti grazie al prodotta, e quindi in grado di produrre piacere. Gran parte dell’energia

contributo del mondo esterno che narcisistica è trasformata in energia pulsionale, in libido rivolta agli

introduce in questa fase preliminare oggetti

l’oggetto e avvia allo sviluppo

pulsionale. La considerazione di questa

fase preliminare, indicata come narcisismo primario, porterà Freud, per un breve periodo, a

identificare nel conflitto fra l’Io, ritenuto il vero serbatoio della libido, e il mondo esterno una delle

polarità fondamentali della vita psichica. L’Io, inizialmente riconosciuto come istanza rimuovente,

rientra così tra gli oggetti sessuali, presentandosi anzi nei primissimi periodi di vita come l’oggetto

sessuale preminente. L’iniziale contrapposizione che Freud aveva postulato tra: pulsioni di

autoconservazione, che difendono gli interessi dell’Io, dell’individuo, e pulsioni sessuali, viene

progressivamente a cadere. La libido narcisistica, e cioè la libido dell’Io, concorre progressivamente

alle manifestazioni della forza delle pulsioni sessuali e viene identificata con le pulsioni di

autoconservazione.

Lo studio del lutto e della melanconia offre una convalida a questa ipotesi. Il lutto e la melanconia

sono caratterizzati da mancanza di interesse verso il mondo esterno e dalla perdita della capacità di

amare. Utilizzando il lutto come modello, Freud considera le caratteristiche psichiche della

melanconia come una reazione alla perdita:

• →

Il lutto è innescato dalla perdita di una persona amata, di un oggetto investito

libidicamente e si risolve dopo un certo periodo, quando dopo un laborioso e doloroso

lavoro di rielaborazione, la libido dall’oggetto perduto è resa disponibile per nuovi

investimenti

• →

Nella melanconia (depressione attuale) la perdita oggettuale dalla quale deriva la

sofferenza, sembra essere sottratta alla coscienza. Si osserva un avvilimento del senso di sé

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che si esprime con auto-rimprovero e l’Io si presenta come impoverito e svuotato. Nella

melanconia osserviamo la scissione dell’Io dove una parte tratta l’altra come un oggetto.

Freud osserva nella melanconia la sostituzione dell’amore oggettuale con una

identificazione narcisistica e quindi una regressione al narcisismo originario. Nella

melanconia la libido ritirata dall’oggetto e resa libera viene riportata sull’Io ed usata per

instaurare una identificazione dell’Io con l’oggetto perduto. La perdita dell’oggetto viene

identificata con la perdita dell’Io.

La pulsione di morte di morte e la ridefinizione del conflitto psichico

Freud riconsidera le ipotesi che identificavano nel principio di piacere il regolatore fondamentale

della vita psichica. Appariva infatti problematico considerare come soddisfacimenti allucinatori di

desiderio i sogni che compaiono nelle nevrosi traumatiche o la ripetizione che caratterizza il gioco,

in cui il bambino ripete una situazione sgradevole che è stato costretto a subire. Queste

considerazioni portano Freud a vedere nella ripetizione di eventi dolorosi l’espressione di un

principio di funzionamento preliminare al principio di piacere, di un principio più antico, che mira a

ripristinare lo stato di equilibrio dell’organismo: la coazione a ripetere.

Freud riformula quindi sotto un aspetto dualistico la teoria delle pulsioni nota come teoria del

dualismo pulsionale, identificando una contrapposizione fondamentale tra le pulsioni sessuali

(Eros), che assicurando la vita stessa si presentano come le autentiche pulsioni di vita e le pulsioni,

che per la loro funzione portano alla morte (Thanatos), riferendosi al bisogno intrinseco di morire

che ha ogni essere vivente. Gli organismi, secondo quest’idea, tendono a tornare a uno stato

preorganico, inanimato.

Freud assegna all’aggressività la stessa posizione della sessualità come fonte dell’energia

pulsionale che dirige i processi psichici. Ciò che viene rimosso nell’inconscio non sono soltanto gli

inaccettabili desideri sessuali, ma una potente e selvaggia distruttività derivante dalla Pulsione di

morte.

7. La teoria strutturale

Gli sviluppi teorici e clinici della psicoanalisi mettevano in luce una serie di contraddizioni e

incongruenze del modello topico sollevando

una serie di interrogativi che ne ponevano in

Passaggio dalla prima alla seconda topica discussione la validità. In particolare, appariva

La prima topica viene messa in discussione da Freud stesso per a Freud sempre più difficile far risalire le

3 motivazioni: nevrosi ad un conflitto fra la coscienza e

- distinzione non radicale tra conscio e inconscio l’inconscio. Tanto le pulsioni quanto la

l’Io non è solo conscio ma anche inconscio

- rimozione che si oppone alla loro espressione

l’inconscio non coincide con il rimosso perché una

- sua parte diretta e al loro soddisfacimento sono in effetti

non ha mai avuto accesso alla coscienza inconsce, come d’altra parte le diverse forze

difensive utilizzate per arginare il conflitto. Le

forze che attivano la rimozione e da cui deriva la resistenza non potevano infatti essere collocate né

nel preconscio (esse non accedono infatti mai alla coscienza) né nell’inconscio, a meno di non voler

far derivare dalla stessa sede il rimosso, che esercita una continua spinta ascensionale verso la

coscienza, e le forze che ne impediscono l’accesso alla coscienza.

Le strutture psichiche

Per superare queste difficoltà, nel 1922, nel saggio L’Io e l’Es, Freud disegna il funzionamento della

mente nei termini dei complessi rapporti fra tre strutture, l’Es, l’Io e il Super-io, legate tra loro da

complessi rapporti dinamici e caratterizzate ognuna da specifiche qualità psichiche, specifiche

funzioni, specifiche modalità di regolazione interna.

• →

L’Es costituisce la struttura psichica originaria, presente fin dalla nascita, caratterizzata

dalla totale estraneità alla consapevolezza cosciente, può essere descritto come la parte

oscura e inaccessibile della nostra personalità, come un crogiuolo di eccitamenti ribollenti. È

rivolto all’estremità organica dell’organismo e costituisce il serbatoio delle pulsioni sessuali

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e aggressive da cui deriva l’energia per il proprio funzionamento. Nell’Es sono inoltre

confinati i contenuti rimossi. Questa struttura è inoltre priva di organizzazione e il suo

funzionamento, guidato dalle leggi del processo primario, si presenta privo di una volontà

unitaria, esclusivamente volto a ottenere il soddisfacimento dei bisogni pulsionali

nell’osservanza del principio di piacere. Al suo interno non valgono le leggi della logica

formale, ma impulsi contraddittori coesistono senza annullarsi, manca l’idea di tempo, e

cioè i suoi contenuti, compresi i contenuti rimossi, sono virtualmente immortali e si

comportano per decenni come se fossero appena accaduti. L’Es, che non conosce né giudizi

di valore, né il bene e il male, né la moralità, appare guidato unicamente da considerazioni

di tipo economico. È una struttura totalmente inconscia e i suoi contenuti esercitano una

spinta costante per ottenere il soddisfacimento.

• →

L’Io si presenta come un’evoluzione della parte superficiale dell’Es prodotta dalla

vicinanza e dall’influsso del mondo esterno e costituisce il tramite fra l’Es e il mondo

esterno. L’Io appare come una struttura composita, in cui si può distinguere un sistema

superficiale, il sistema percettivo-coscienza deputato fondamentalmente a ricevere gli

eccitamenti che provengono dall’esterno, ma anche dall’interno della vita psichica e a

difendere l’apparato dalla stimolazione eccessiva tanto esterna quanto interna. L’Io permette

così il soddisfacimento pulsionale tenendo conto delle caratteristiche del mondo esterno e

distinguendole, grazie all’esame di realtà, dagli eccitamenti che provengono da fonti interne.

L’Io si presenta quindi come una struttura capace di tener conto del rapporto col tempo e di

riassumere e unificare i propri processi psichici. L’Io può essere considerato come il

depositario della storia dell’individuo.

• →

Il Super-io deriva a sua volta da una modificazione dell’Io, può essere considerato il

depositario dei valori, degli ideali, il rappresentante delle esigenze della moralità. Anche il

Super-io, la cui formazione, ricondotta all’interiorizzazione dell’istanza parentale, viene

fatta risalire alla fine del complesso edipico, si presenta come una struttura composita. In

quanto erede del complesso edipico a cui è strettamente legato, il Super-io, che ingloba in sé

tre diverse funzioni, quella dell’auto-osservazione, della coscienza morale e della funzione

di ideale, è l’esponente non solo dei valori morali, cioè dei divieti dei genitori, ma anche

dell’Ideale dell’io, a cui si commisura e che emula. Il Super-io costituisce cioè il sedimento

dell’antica immagine dei genitori, l’espressione dell’ammirazione del bambino che li

considerava creature perfette ed accoglie in sé nel corso del suo sviluppo anche gli influssi

delle persone significative che hanno sostituito i genitori.

Relazione fra le strutture

Queste tre strutture sono legate da un complesso sistema di relazioni:

• sia l’Io che il Super-io sono dinamicamente dipendenti dall’Es, traggono cioè dall’Es

l’energia per il proprio funzionamento

• sia l’Es sia il Super-io premono sull’Io, che a sua volta deve tener conto delle richieste del

mondo esterno, per ottenere il soddisfacimento dei bisogni dell’Es e delle esigenze del

Super-io

• per questa sua scomoda centralità l’Io è frequentemente esposto al fallimento e reagisce alle

tre specie di pericoli da cui si sente minacciato, e cioè ai pericoli provenienti dal mondo

esterno, dall’Es e dal Super-io, sviluppando angoscia

Questo nuovo modello consente di ascrivere le forze della rimozione, alla parte dinamicamente

inconscia dell’Io, disegnando un funzionamento mentale estremamente complesso. Freud

riconduceva:

• la nevrosi al conflitto tra l’Io e l’Es a sua volta distinte in:

➢ nevrosi di traslazione dovute al conflitto tra l’Io e l’Es

➢ nevrosi narcisistica dovute al conflitto tra l’Io ed il Super-Io

• la psicosi al disordine fra l’Io ed il mondo esterno. Freud rifacendosi al caso clinico del

presidente Schreber identificava la causa della psicosi, considerata un tentativo dell’Io di

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sottrarsi al mondo esterno e di sostituirlo con uno nuovo, in un insopportabile frustrazione di

desiderio ad opera della realtà. Il delirio è una sorta di difesa tra la lacerazione dell’Io con il

mondo esterno.

I meccanismi di difesa

Le difese sono strategie inconsce che servono a proteggere l’individuo da un affetto doloroso, come

angoscia o sensi di colpa. L’affetto doloroso può scaturire dal conflitto relativo agli impulsi (Io vs.

Super-Io) e a minacce esterne (Io vs. realtà). Con la messa a punto del modello strutturale la

funzione delle difese fu ben elaborata, ma ulteriormente messa a punto da Anna Freud. Esempi di

difese dell’Io sono:

• →

Rimozione primo meccanismo di

difesa descritto da Freud; riguarda la

rimozione nell’inconscio di contenuti

inaccettabili; è prima forma di difesa

che si attiva, le altre forme di difesa

sono chiamate in causa quando la

rimozione fallisce

• →

Proiezione idee o impulsi desiderati

vengono attribuiti ad altri; l’oggetto di

aggressività finisce per essere temuto

• →

Formazione reattiva è un meccanismo di difesa che serve a negare gli impulsi attraverso

il rafforzamento dei loro opposti; il soggetto adotta un atteggiamento diametralmente

opposto al proprio desiderio o impulso cosciente (tendenza a prendersi cura degli altri,

quando si vuole che qualcuno abbia cura di noi)

• →

Diniego acquisizione di un contenuto conoscitivo che viene poi rifiutato

• →

Spostamento trasferimento di contenuti affettivi da uno stimolo ad un altro

• →

Isolamento quando i sentimenti sono esclusi dal pensiero

• →

Sublimazione e umorismo soddisfare un impulso fornendogli uno scopo socialmente

accettabile; descritti da Freud come meccanismi di difesa maturi

Le funzioni dell’Io e la nuova teoria dell’angoscia

Sulla base di questo modello Freud rivede progressivamente la teoria dell’angoscia. Essa non è più

considerata conseguenza di una rimozione non perfettamente riuscita, ma piuttosto l’anticipazione

di un pericolo interno, di una minaccia proveniente dall’Es o dal Super-io, un segnale di allarme a

cui l’Io risponde attivandosi e ricorrendo alla rimozione o a un’altra delle difese di cui dispone per

bloccare o evitare il desiderio che ha prodotto l’angoscia o per soddisfare gli impulsi dell’Es

sottraendosi al tempo stesso alle ritorsioni del Super-io.

8. La tecnica psicoanalitica e il transfert

A partire dal 1910 Freud pubblica una

serie di saggi sulla tecnica Il Transfert (traslazione affettiva)

psicoanalitica che sottolineano È un fenomeno attraverso cui il paziente proietta sulla figura

l’importanza del transfert. Sulla base dell’analista situazioni affettive già determinatesi nel corso della vita, e

della teoria della libido Freud aveva precisamente nell’infanzia. È quindi una particolare forma di

ricondotto questa forma di resistenza attaccamento tra il paziente e il medico che si manifesta per esempio con

forme come la devozione, l’ammirazione, ma anche al contrario con odio

all’investimento sulla persona del e rabbia. Secondo Freud il transfert possiede sempre uno sfondo erotico.

medico di quella parte degli impulsi La cura agisce principalmente attraverso l’interpretazione del transfert;

libidici derivanti dalla sessualità è molto importante che il terapeuta analizzi il transfert del paziente per

infantile e cioè dagli impulsi rimossi capire meglio quali fossero le dinamiche relazionali che metteva in atto,

risalenti all’epoca edipica. Ma dato che e che ha imparato, con le figure di attaccamento.

il transfert è causato dall’affettività del

medico e provoca nel paziente la

riedizione di sentimenti che hanno animato il rapporto con le figure genitoriali, sentimenti che sono

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

sempre ambivalenti, ci si può aspettare che questa ambivalenza si manifesti anche nel transfert che

da positivo diviene negativo:

• →

una componente positiva costituita da sentimenti amichevoli e affettuosi, determina un

legame che permette al paziente di fidarsi del medico e quindi di superare la resistenza

• →

una componente negativa invece quando il paziente finisce per trasferire sul medico i

pensieri inaccettabili. Questa ripetizione che rievoca un pezzo di vita vissuta permette di

trattare la malattia del paziente come una forza che agisce al presente

Il transfert, che rischiava di costituire un ostacolo, diventa così lo strumento essenziale del

trattamento analitico, il cui obiettivo viene ora identificato non più nell’abreazione ma nella

rielaborazione della resistenza. Ciò che il paziente comunica al medico scatena delle emozioni e fa

nascere nel medico delle reazioni contro-transferali, ovvero dei complessi personali non

adeguatamente analizzati che rischiano di interferire disturbando la comprensione del paziente.

Casi emblematici di pazienti trattati da Sigmund Freud

Dopo la rottura del suo rapporto con Breuer, Freud inizia ad applicare ai propri sogni la tecnica

delle libere associazioni per risolvere alcuni preoccupanti sintomi nevrotici insorti dopo la morte del

padre, avvenuta nel 1896. Questo periodo di autoanalisi avrà un’importanza fondamentale nella

costruzione della psicoanalisi e porterà Freud ad attribuire importanza crescente agli eventi del

mondo interno. Negli anni successivi, Freud dimostrerà la possibilità di estendere alla psicologia

normale le ipotesi psicopatologiche elaborate per spiegare la formazione dei sintomi nevrotici, e

dimostrerà in diversi lavori clinici la validità del suo nuovo metodo terapeutico e l’utilità

dell’interpretazione dei sogni.

1. Caso clinico di Dora

Il caso di Dora è un frammento di analisi, durata soltanto tre mesi e quindi interrotta; la paziente era

una ragazza di diciotto anni di nome Ida Braun grazie a cui Freud voleva soprattutto dimostrare

l’origine sessuale della nevrosi isterica. Dora era una ragazza di 18 anni, appartenente ad una

famiglia dell’alta borghesia. Aveva un fratello leggermente maggiore di lei, Otto, che era

particolarmente attaccato alla figura materna, mentre Dora preferiva senz’altro suo padre.

A quell’epoca il padre di Dora non raggiungeva ancora la cinquantina, ma era un uomo di

personalità, un industriale di successo. Era stato in cura da Freud qualche anno prima per una

malattia venerea ed ora chiedeva un consulto riguardo alla figlia Dora. La prima volta che Freud

vide Dora, la ragazza aveva 16 anni e soffriva di tosse nervosa e raucedine, sintomi che qualche

tempo dopo cessarono spontaneamente. In seguito Dora fu portata nuovamente da Freud per dei

sintomi psicologici: la ragazza era particolarmente scontenta di sé, trattava sgarbatamente il padre e

si ribellava alla madre che voleva renderla partecipe delle vicende casalinghe, cercava di evitare

qualunque tipo di relazioni sociali e desiderava abbandonare la famiglia.

Amici della famiglia di Dora erano i signori K. Frau K. aveva una relazione con il padre di Dora ed

il signor K. sembrava chiudere un occhio su questa relazione, cercando in cambio di ottenere le

attenzioni di Dora. La ragazza, insofferente della situazione, aveva accusato il signor K. di molestie

su di lei, ma nessuno le aveva creduto. In realtà, quando Dora aveva 14 anni ed era stata invitata dal

signor K. ad una cerimonia religiosa, egli fece in modo di rimanere solo con lei nella sua azienda,

poi l’aveva stretta violentemente e baciata. Quell’evento era restato segreto per i mesi successivi ed

emerse soltanto durante il corso dell’analisi. Freud ritenne che l’abbraccio con il signor K., la

pressione del suo membro eretto contro il corpo della ragazza (pur se non consenziente) avevano

prodotto eccitamento erotico in Dora, la quale, per rimuovere questa sensazione sconveniente,

l’aveva sostituita con un più accettabile senso di nausea. I suoi sintomi somatici (svenimenti), le sue

minacce al padre ed i suoi maltrattamenti, miravano dunque ad un allontanamento tra i due amanti.

Se, con tutto ciò, Dora non fosse riuscita nel suo intento, Freud vedeva comunque in questo

comportamento della ragazza un modo di vendicarsi sul padre, di cui Dora era edipicamente

innamorata. L’innamoramento di Dora verso suo padre si era, per Freud, manifestato già a partire

17 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

dalla prima adolescenza. Per rimuovere questi sentimenti d’amore, la ragazza, secondo Freud, li

aveva convertiti in sentimenti di aperta ostilità. Allo stesso modo era innamorata del signor K. e non

del tutto indifferente alla signora K. con la quale aveva un tempo condiviso una stanza e potuto

“adorabile

ammirare il suo corpo bianco”. Ma di Frau K. Dora ammirava soprattutto il suo essere

riuscita a stabilire una relazione sessuale con suo padre, cosa che a lei non era stato possibile. La

signora K. inoltre, avrebbe introdotto Dora ai segreti della sessualità prestandole un libro, allora

considerato pornografico.

Da quanto risulta dalle testimonianze, sembra che Dora, scandalizzata dalle interpretazioni del

Professor Freud, si vendicò di lui interrompendo il trattamento con il preavviso di soli quindici

giorni. Nel Poscritto al caso, Freud si interrogò sulle ragioni dell’insuccesso, fece autocritica e

attribuì l’esito sfavorevole della terapia a un suo errore: non essere stato tempestivo nell’interpretare

il transfert.

2. Caso clinico del piccolo Hans

Il primo esempio di analisi infantile eseguito da Freud attraverso il resoconto del padre del

bambino. Lo psichiatra ricostruisce l’origine della nevrosi del piccolo Herbert, figlio del

musicologo Max Graf, di cui cambia il nome in Hans per poterne includere il caso nei suoi diari.

La nevrosi di Hans, che si manifesta con l’emergere della fobia del piccolo per i cavalli, si sviluppa

durante la fase edipica dello sviluppo psicosessuale del bambino. Freud ne illustra la complessità,

portando il bambino alla guarigione attraverso il metodo catartico: una terapia della parola che

permette l’accesso alla coscienza dei sentimenti e dei desideri istintuali che erano stati rimossi

perché ritenuti inaccettabili.

L’analisi del bambino si svolse tramite il padre del piccolo, che poneva domande al figlio e le

annotava in un diario. Le conoscenze particolari grazie alle quali il padre è stato in grado

d’interpretare le osservazioni del figlio cinquenne, erano indispensabili e senza di esse le difficoltà

tecniche che la psicoanalisi di un bambino così piccolo presenta, sarebbero state insormontabili. È

solo perché l’autorità del padre e di medico si fondevano in una persona, e perché in essa si

combinavano l’interesse affettivo e quello scientifico, che è stato possibile in questo caso

particolare applicare il metodo ad uno scopo cui esso di solito non si presta.

Fin dai tre anni il bambino aveva cominciato a mostrare un vivo interesse per la genitalità, in

particolare per quella dei genitori. Il bambino era convinto infatti che tutti gli adulti fossero in

“fapipì”

possesso del (nome con cui indica generalmente l’organo genitale). Questo suo morboso

interessamento al pene maschile lo portò all’autoerotismo, per cui veniva spesso sgridato dai

genitori.

Quando nacque la sorellina Hanna il bambino notò l’assenza del pene nella sorella. Cominciò

dunque a pensare che l’organo sessuale fosse proporzionale all’età e che quello della sorella era

dunque destinato a crescere. In questo periodo il bambino cominciò a sviluppare anche una fobia

per gli animali, in particolare per i cavalli; temeva infatti che questi ultimi potessero cadere e

scalciare. Il padre incolpava la madre dei problemi psicologici del figlio e Hans per questo venne

trasferito, all’età di quattro anni, in una camera da letto separata. Cominciò poco dopo la sua analisi

per interposta persona.

Attraverso una serie di sogni, Hans riuscì ad esprimere il complesso di inferiorità che nutriva nei

confronti del padre, e la paura che la madre potesse preferirlo a lui, perché le dimensioni del suo

organo genitale erano superiori (lo stesso motivo per cui inconsciamente era terrorizzato dai

cavalli). Al bambino venne quindi spiegata la motivazione delle sue paure e la paura nei confronti

dei cavalli, così come l’angoscia provocata dalla paura dell’evirazione, cessarono.

La terapia continuò con queste modalità fino a che l’angoscia si ridusse a un residuo e i progressi

avvenuti sembrarono innegabili. Un caso di successo dunque, tanto che nel racconto di Freud, Hans

superò indenne la pubertà, senza più soffrire di disturbi o inibizioni di alcun genere, senza nutrire

particolari problemi, nemmeno in occasione del divorzio dei genitori.

18 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

3. Caso clinico dell’uomo dei topi

L’uomo dei topi era un paziente di Freud, un avvocato di circa trent’anni che aveva sofferto fin

dalla prima infanzia di impulsi ossessivi, che si erano aggravati negli ultimi quattro anni,

compromettendo sia la sua vita privata che quella lavorativa. Il paziente consultò Freud perché

soffriva di ossessioni (relative a due persone a lui care, suo padre e una donna di cui era

ammiratore) ed inoltre perché provava forti impulsi, come quello di tagliarsi la gola con un rasoio;

inoltre di costruiva divieti che potevano riferirsi anche a situazioni insignificanti.

L’uomo dei topi accettò di ripercorrere tutti gli eventi più significativi della sua infanzia insieme a

Freud. Il trauma all’origine dei problemi di questo paziente era avvenuto in tempi molto recenti,

precisamente durante il servizio militare prestato in Galizia, con la carica di sottotenente. Egli aveva

sviluppato infatti il timore di un supplizio orientale, descrittogli dal suo capitano in cui alcuni topi

vengono indotti a farsi strada nell’ano di un criminale. La sua ossessione era che questa punizione

dei ratti avrebbe potuto avere come vittima sia la donna che avrebbe eventualmente sposato, sia suo

padre, che egli amava e che era morto da anni.

“comportato

Da bambino, l’uomo dei topi si era male come un topo”, nel senso che aveva morso

qualcuno, probabilmente la sua governante. Egli fu picchiato per questo da suo padre, il che fece

nascere in lui un odio profondo verso il genitore. Secondo il ragionamento di Freud, il ricordo della

punizione paterna per il suo morso aveva determinato in quest’uomo un’ostilità repressa verso il

padre. Questo antagonismo, a sua volta, aveva presumibilmente generato il desiderio inconscio che

il padre potesse subire il particolare supplizio della penetrazione anale da parte di ratti mordaci.

Poiché il desiderio di vendetta era inaccettabile alla coscienza, egli lo aveva represso,

trasformandolo in un timore ossessivo cosciente che il padre divenisse vittima del supplizio dei

ratti.

Freud interpreta dunque l’ossessione dei ratti etiologicamente, come una difesa nevrotica contro il

desiderio inaccettabile che il padre subisse il particolare supplizio della penetrazione dei ratti,

ritenendo che l’orrore conscio del paziente fosse solo un mascheramento di un godimento

inconscio. Freud osservò a questo proposito la faccia del suo paziente mentre gli raccontava questo

problema, deducendone che quella bizzarra espressione che il paziente mostrava poteva

“all’orrore

corrispondere solo di un godimento da lui stesso ignorato”.

4. Caso clinico del presidente Schrebebr

Daniel Paul Schreber, Presidente della Corte di Appello di Dresda, pubblicò un libro intitolato

“Memorie di un malato di nervi”. Sigmund Freud giudicò molto interessanti queste memorie di

Schreber, per cui come aveva già fatto con Leonardo da Vinci, interpretò il caso clinico del

L’interesse di Freud al caso Schreber

magistrato anche senza averlo mai analizzato né conosciuto.

non era quello di approfondire la biografia dell’autore del libro, ma di leggere queste memorie in

chiave psicoanalitica, per illustrare le sue teorie. La teoria che Freud illustra nella descrizione del

caso clinico del presidente Schreber era incentrata sul collegamento fra sindrome paranoide e libido

omosessuale repressa.

Il soggetto era un magistrato tedesco di capacità eccezionali, anche se una malattia mentale lo aveva

costretto a circa dieci anni di internamento in un ospedale psichiatrico. Dopo le dimissioni, aveva

pubblicato, nel 1903, le sue memorie, con il racconto dettagliato dei propri deliri ed il testo dei

rapporti legali scritti su di lui dagli esperti.

Schreber sosteneva di essere coinvolto in un processo di trasformazione da uomo in donna e di aver

subito molestie sessuali dal suo medico, il Dr. Flechsig. Per Freud l’omosessualità rimossa era la

della malattia paranoide di Schreber. Secondo l’interpretazione psicoanalitica, primo oggetto

causa

d’amore del magistrato era stato il padre, poi lo psichiatra, in seguito Dio.

Freud spiegò che nell’omosessualità rimossa la frase “io lo amo” poteva essere negata in diversi

modi, ciascuno capace di originare un delirio (di persecuzione, di gelosia, di erotomania, di

La frase negata “io lo amo” veniva sostituita dalla frase “io non lo amo, io lo odio,

grandezza). 19 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

perché egli mi odia e mi perseguita”: alla base dei deliri di persecuzione vi sarebbe dunque il

di difesa della “proiezione”.

meccanismo

Caso clinico dell’uomo dei lupi

5.

Riguarda un giovane la cui salute aveva subito un crollo in seguito a un'infezione blenorragica

contratta nel diciottesimo anno d'età, e che quando iniziò il trattamento psicoanalitico, parecchi anni

più tardi, era assolutamente incapace di affrontare la vita e di fare a meno dell'aiuto altrui. I suoi

primi anni erano stati dominati da gravi disturbi nevrotici i quali si erano poi trasformati in una

nevrosi ossessiva a contenuto religioso, protrattasi con i suoi postumi fino al decimo anno di età.

L'analisi accerta che il paziente ha subito una seduzione da parte della sorella, di due anni maggiore,

che tra l'altro si divertiva a tormentarlo mostrandogli le illustrazioni di un lupo che lo impaurivano.

Il trattamento operato da Freud si incentrò sull'analisi del sogno, che il paziente aveva avuto alla

vigilia del suo quarto compleanno nel quale il sognatore, che si trova nel suo letto con i piedi verso

la finestra, vede questa aprirsi da sola e scorge su di un grosso noce sei o sette lupi bianchi,

tranquilli e immobili, con la coda volpina e le orecchie ritte, che lo fissano con attenzione. Il terrore

che dà luogo al risveglio è dovuto alla paura di essere divorato.

Il paziente si trincerò per parecchio tempo dietro un atteggiamento di docile indifferenza. Il suo

orrore di un'esistenza indipendente costituiva un grave problema. Freud dovette attendere che

l'attaccamento alla sua persona fosse divenuto abbastanza forte da essere paragonabile a

quell'orrore.

Freud disse al paziente che entro una certa data il trattamento avrebbe dovuto concludersi. Sotto la

pressione inesorabile di questa scadenza, la sua resistenza e la fissazione alla malattia cedettero.

Freud poté così concludere che la lunghezza del cammino che l’analisi deve percorrere con il

paziente e la quantità del materiale incentrato su questo cammino e di cui è necessario rendersi

padroni non hanno alcuna importanza se confrontate con la resistenza da superare nel corso del

lavoro.

Karl Abraham

I contributi da Karl Abraham riguardano essenzialmente la teoria della libido, la formazione del

carattere e lo studio delle psicosi narcisistiche, e cioè della dementia praecox (la schizofrenia) e

degli stati maniaco-depressivi.

Teoria della libido: lo studio degli stadi pre-genitali e la loro importanza nella genesi della

patologia grave

Abraham propone un completamento alla teoria della sessualità, approfondendo gli stadi pre-

genitali dello sviluppo libidico (fase orale, anale, fallica). Abraham si sofferma sull’ambivalenza

che caratterizza queste prime fasi dello sviluppo e che rivela la presenza di due tendenze opposte:

• → trattenimento dell’oggetto →

positiva (amore per l’oggetto) nevrosi ossessiva

• → espulsione dell’oggetto →

negativa (odio per l’oggetto) melanconia

Lo studio delle analogie fra lutto e melanconia porta poi Abraham a sostenere che tanto nella

melanconia quanto nel lutto il tentativo di compensare la perdita dell’oggetto è affidato alla

introiezione e ad avanzare l’ipotesi che nel melanconico il processo di regressione non si arresta alla

prima sotto-fase sadico-anale ma si spinge fino alla fase orale. Supponendo una gradualità anche

nella fase orale, Abraham distingue:

• →

fase pre-ambivalente e anoggettuale libido e incorporazione dell’oggetto legata all’atto

di succhiare

• →

fase ambivalente libido e incorporazione dell’oggetto legata all’atto di mordere

I sintomi della melanconia indicano che la libido ha subito una trasformazione fino alla prima fase

orale e che il depresso melanconico nel suo inconscio volge sul proprio oggetto sessuale il desiderio

di incorporazione. Tutte le manifestazioni della melanconia mettono in luce un fondamentale

disturbo del rapporto libidico con l’oggetto, esprimono cioè un conflitto di ambivalenza a cui l’Io

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

non si può sottrarre, prendendo su di sé l’ostilità che spetta all’oggetto: il sentimento depressivo di

essere odiato altro non è dunque che la proiezione del profondo odio inconscio per l’oggetto.

La formazione del carattere

Gli studi psicoanalitici sulla formazione del carattere riconducono la formazione del carattere ai

derivati delle sottofasi dello sviluppo libidico e ampliano i contributi di Freud sull’erotismo orale

mettendo l’accento sull’assoluta necessità di amore nell’infanzia e sulle conseguenze disastrose

derivanti da frustrazioni eccessive sperimentate nel primo periodo di vita. Questa lettura apre la

strada allo studio della relazione primaria madre-bambino e alle conseguenze psicopatologiche del

disturbo di questa relazione. Abraham sottolinea il valore della bocca e dell’attività di suzione come

zona erogena e ne illustra l’importanza per la formazione del carattere, stabilendo tra l’altro un

collegamento tra fame nevrotica, dipendenza da morfina e/o alcol e libido rimossa.

Sandor Ferenczi

I contributi di Ferenczi riguardano fondamentalmente:

1. una concettualizzazione delle fasi evolutive imperniata sullo sviluppo del senso di realtà

2. il concetto di introiezione e di incorporazione

3. la riconsiderazione del peso delle esperienze traumatiche nel corso dello sviluppo

4. proposta, in particolare nel suo diario clinico, di una visione del processo psicoanalitico alla

stregua di un processo dialogico tra paziente e analista, nonché la rivalutazione del transfert

negativo e del controtransfert, considerato non più un ostacolo alla comprensione del

paziente, ma piuttosto una potenziale fonte di insight

Fasi evolutive del senso di realtà

Lo sviluppo del senso di realtà viene descritto nei termini di un percorso evolutivo in cui sono

individuate quattro diverse tappe:

• periodo dell’onnipotenza incondizionata

• periodo dell’onnipotenza magico-allucinatoria

• periodo dell’onnipotenza mediante gesti magici

• periodo dei pensieri e delle parole magiche

Ferenczi, che si sofferma sull’immagine megalomanica che i bambini hanno della propria

onnipotenza e che, al pari di Freud, attribuisce la nevrosi a una regressione a fasi precoci dello

sviluppo infantile, vede nel pensiero magico e nella credenza nell’onnipotenza del pensiero così

frequenti nella nevrosi ossessiva l’espressione di un desiderio narcisistico volto sia a eliminare il

perturbante principio di realtà sia a trasformarlo rendendolo inoffensivo.

Il trauma infantile

Ferenczi sottolinea l’importanza delle relazioni precoci nello sviluppo della personalità e affronta il

problema del trauma infantile. Discostandosi dalle posizioni di Freud e spostando l’accento dalla

fantasia alla realtà esterna, sulla base della propria esperienza clinica, riconduceva la dissociazione,

la scissione o la frammentazione della personalità che caratterizzavano i pazienti con gravi disturbi

di personalità o con disturbi psicotici a traumi esterni sperimentati nel corso dell’infanzia.

Sottolineando la continua interazione patogena conflittuale fra il bambino abusato e l’adulto

abusante, Ferenczi individua la componente maggiormente traumatica delle situazioni di abuso non

solo dell’abuso sessuale ma anche del maltrattamento e della trascuratezza, nel silenzio, nelle

menzogne e ipocrisie con cui l’adulto cerca di coprire la propria violenza. Il bambino, spinto dal

proprio bisogno di amore e di approvazione, nonché dal timore delle punizioni, si conforma al

silenzio e alle falsificazioni del genitore e si identifica con i suoi atteggiamenti e sentimenti

contraddittori.

L’esito di questa complessa situazione relazionale sarà una forma maligna di scissione e di

frammentazione del Sé, una distorsione del senso di realtà. Il bambino cioè, per il quale è di vitale

importanza preservare la credenza nella bontà del genitore, che gli si presenta nella duplice veste di

benefattore e di pericoloso aggressore:

1. lo idealizza trasformandolo in un protettore onnipotente

21 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

2. ne proietta gli aspetti aggressivi, di cui ricorrendo alla scissione lo ha privato, su un altro

oggetto

3. incorpora il protettore onnipotente identificandosi con l’aggressore e con i suoi sentimenti

di colpa e di vergogna e con il suo timore di essere scoperto

4. per autosopravvivenza, sopprime opposizione e rabbia e compiacendo il proprio aggressore

vi si sottomette completamente pagando la propria accondiscendenza con una distorsione

del senso di realtà.

Tra persecutore e vittima si crea così una perversa relazione conflittuale che incrina il senso di

realtà del bambino e costituisce il germe da cui si svilupperà in età adulta la psicopatologia grave.

Il bambino abusato vivrà un costante stato di dubbio e di confusione, una permanente

disregolazione affettiva, una drammatica oscillazione fra stati di ottundimento e di eccitazione e

nasconderà la propria disperazione sotto una pseudo-maturità sviluppando inoltre una precoce

capacità di accudimento, in particolare nei confronti del genitore abusante, nel disperato tentativo di

evitare il ripetersi del trauma.

La terapia attiva e la riconcettualizzazione della relazione transfert-controtransfert

Ferenczi sottolineava l’importanza di osservare e interpretare non solo le associazioni libere e le

verbalizzazioni del paziente, ma anche i suoi movimenti corporei, le sue posizioni e gesti, le

modulazioni della voce in quanto inesauribile fonte di informazione sulla rimozione e i processi

inconsci. Il nucleo della nuova tecnica attiva, che veniva considerata idonea solo nel caso di

pazienti particolarmente refrattari alla tecnica classica, consisteva nel chiedere al paziente, in

aggiunta all’uso della libera associazione, di agire o comportarsi sulla base delle prescrizioni, divieti

e indicazioni del terapeuta, volti ad aumentare la tensione e quindi a mobilitare il materiale

inconscio. Affrontando i problemi tecnici sollevati dal trattamento di pazienti che avevano subito

traumi infantili, richiamava l’attenzione dell’analista sul rischio di ritraumatizzare il paziente

trincerandosi dietro una pretesa neutralità analitica e rimanendo di fatto inaccessibile, al pari del

genitore abusante, ai bisogni del paziente. Ferenczi sostiene che soltanto prestando attenzione alle

proprie risposte emozionali al paziente (e quindi al controtransfert) l’analista può evitare di esporre

il paziente a un nuovo trauma contrastando inoltre con la propria sincerità e onestà la passata

ipocrisia a cui il paziente era stato sottoposto nell’infanzia.

“La

Ferenczi scrive: situazione psicoanalitica con la sua fredda riservatezza e la sua ipocrisia

professionale non è sostanzialmente diversa dallo stato di cose che a suo tempo, nell’infanzia,

provocò la malattia se siamo capaci di riconoscere i nostri errori, se autorizziamo la critica del

paziente nei nostri confronti otteniamo la sua fiducia. Questa fiducia è quel qualcosa che stabilisce

il contrasto tra il presente e l’intollerabile passato traumatogeno indispensabile perché il passato

possa essere rivissuto, anziché come riproduzione allucinatoria, come ricordo oggettivo.”

Anna Freud

Anna Freud, l’ultima dei sei figli di

Sigmund Freud, portò avanti il suo Il lavoro di Anna Freud si basa, da un lato, su una sostanziale adesione

ai principi di base della teoria del padre, in particolare della

lascito intellettuale: nella sua lunga e metapsicologia, e dall’altro sull’ampliamento del suo pensiero lungo tre

operosa vita, seguì le indicazioni del linee teoriche:

padre contribuendo ad approfondire lo - la psicoanalisi come teoria dello sviluppo normale

studio delle funzioni dell’Io e ad il ruolo dell’Io

- e dei meccanismi di difesa

arricchire notevolmente la psicologia - la psicoanalisi infantile

psicoanalitica dello sviluppo infantile,

soprattutto attraverso l’osservazione

diretta di bambini esposti a diverse condizioni di rischio psico-sociale.

1. Note biografiche

Anna Freud nacque a Vienna il 3 dicembre 1895 e morì a Maresfield Gardens, nei dintorni di

Londra, il 9 ottobre 1982. La sua attività in campo psicologico è strettamente collegata al suo

22 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

interesse per l’insegnamento e per l’educazione dei bambini dalla scuola materna fino

all’adolescenza.

Nel 1937, con l’amica e collega americana Dorothy Burlingham, fonda a Vienna una scuola

materna ed elementare per bambini socialmente svantaggiati, dove i principi psicoanalitici erano

applicati alla pedagogia con l’obiettivo di prevenire disturbi psicologici.

Anna Freud raccolse le indicazioni paterne portando avanti, con coerenza e determinazione, lo

studio delle funzioni dell’Io e la formazione della struttura psichica nel corso dello sviluppo

dall’infanzia all’adolescenza.

2. I meccanismi di difesa come funzioni di adattamento

Per quanto riguarda il concetto di difesa, Freud aveva attribuito alla struttura dell’Io la funzione

(inconscia) di regolare l’angoscia con gli strumenti a sua disposizione, appunto i meccanismi di

difesa. Con lo spostamento dell’attenzione dalle pulsioni dell’Es alle funzioni dell’Io, la conoscenza

dei processi difensivi diventa centrale per affrontare l’analisi clinica di un paziente: le difese

strutturate dall’individuo nel corso del suo sviluppo costituiscono la corazza caratteriale che è

necessario analizzare per poter lavorare sui conflitti patogeni.

Nel suo fondamentale saggio L’Io e i meccanismi di difesa, Anna Freud definisce le difese come

attività dell’Io che entrano in funzione per:

• →

contrastare le incursioni dell’Es difesa contro le pulsioni

• trasformare gli affetti correlati ai moti pulsionali, come amore, desiderio ardente, gelosia,

umiliazione, dolore e lutto che accompagnano i desideri sessuali e odio, collera e rabbia che

accompagnano i desideri aggressivi difesa contro gli affetti

I meccanismi di difesa, nell’insieme, sono comunque strumenti dell’Io nella lotta contro le tre

grandi forme di angoscia cui l’Io è esposto:

• l’angoscia reale

• l’angoscia di fronte alle pulsioni

• l’angoscia morale

L’autrice propone un tentativo di cronologia, introducendo la dimensione evolutiva come criterio

centrale nella valutazione clinica di adeguatezza vs. patogenicità dei meccanismi di difesa.

Distingue così fra: →

I. meccanismi utilizzati prima della differenziazione dell’Io dall’Es prevalentemente

rivolti a contenere l’angoscia reale, come ad esempio la separazione dalla madre

II. meccanismi utilizzati successivamente a tale differenziazione rivolti a contenere

l’angoscia generata dal pericolo interno del prevalere di un desiderio pulsionale, come ad

esempio i propri impulsi aggressivi →

III. meccanismi che seguono la formazione del Super-io rivolti a contenere l’angoscia

generata dai rimproveri morali

del Super-io, come quando ad Identifica alcuni nuovi meccanismi di difesa, tra cui:

esempio l’autocritica si identificazione con l’aggressore →

- processo attraverso il quale si

trasforma in una forma di sopprime la paura di un aspetto di realtà o della sua rappresentazione,

altruismo che permette di assumendo caratteristiche dell’oggetto temuto

giudicare severamente gli altri →

- una forma di altruismo processo attraverso il quale ci si arrende ai

Tale classificazione permette di propri impulsi e desideri in favore di quelli degli altri

distinguere le strategie difensive del →

- ascetismo si caratterizza per una paura della sessualità e una

bambino da quelle dell’adulto. contemporanea difesa da essa

Questo approccio evolutivo alla

formazione delle difese permette alla

Freud di proporre alcune osservazioni originali, ad esempio rispetto ai processi di distorsione della

realtà, che possono essere del tutto normali nella prima infanzia (come il diniego della realtà

attraverso la fantasia), o anche rispetto ad alcune strategie difensive tipiche dell’adolescenza, come

l’ascetismo, l’intellettualizzazione e l’identificazione con un coetaneo amato.

23 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Anna Freud tornerà a esplicitare i criteri rilevanti per la valutazione della funzionalità dei

meccanismi di difesa, specificamente nell’età evolutiva:

a) livello di intensità e di generalizzazione delle difese rispetto all’attività e al piacere

b) adeguatezza delle difese rispetto all’età del soggetto

c) ampiezza e flessibilità delle risorse difensive

d) efficacia delle difese nel controllo dell’angoscia e nel mantenere uno stato di equilibrio nel

funzionamento strutturale

e) grado di indipendenza dell’attività difensiva dal mondo esterno, che corrisponde al grado

in cui le difese sono integrate nel Super-io dell’individuo

f) grado di interferenza dell’attività difensiva con le acquisizioni dell’Io (quale prezzo paga

l’individuo per mantenere efficiente la sua organizzazione?)

Anche per la teoria della tecnica

psicoanalitica, il saggio sulle difese di Gli psicologi dell’Io introducono un compito fondamentale nel processo

Anna Freud contiene implicazioni terapeutico: migliorare le difese e incoraggiare lo sviluppo delle funzioni

interessanti e innovative: dell’Io mentre si lavora per portare alla luce i processi difensivi inconsci.

l’individuazione delle strategie

adattative principalmente usate dal

paziente, infatti, permette all’analista di prevedere le possibili forme del transfert, inteso ora come

forma di compromesso tra i desideri inconsci e le difese del paziente, sollecitate dalla situazione

analitica. Il compito dell’analisi è acquisire una conoscenza quanto più completa possibile di tutte e

tre le istanze delle quali noi pensiamo che si componga la personalità psichica, e la conoscenza dei

rapporti esistenti fra di loro e con il mondo esterno.

3. L’osservazione diretta e la teoria annafreudiana dello sviluppo infantile

Anna Freud si convince sempre più che

i dati ricavati dall’osservazione diretta Il lavoro di Anna Freud si basa su:

del bambino non solo risultano utili per - osservazione diretta del bambino (privato di cure familiari)

provare o confutare le ipotesi - osservazione studio degli aspetti di normalità e patologia del bambino,

ricostruttive della psicoanalisi, ma da cui sarebbero conseguite le indicazioni e le proposte sul trattamento

possono servire da completamento, psicoanalitico infantile

- studio del processo evolutivo

integrazione, controllo e ampliamento

del quadro.

L’attenzione di Anna Freud si rivolge

continuamente alla funzione dei genitori nel facilitare lo sviluppo, nella psiche infantile, di un

equilibrio fra le risorse pulsionali dell’Es e lo sviluppo delle due strutture, Io e Super-io, necessarie

alla trasformazione del piccolo dell’uomo in un adulto sano e soddisfatto. I genitori devono, sì,

comprendere e riconoscere i bisogni sessuali e aggressivi manifestati dai piccoli come inevitabili

espressioni della natura pulsionale del funzionamento mentale naturale del bambino, astenendosi

dunque dal rifiutarli e condannarli moralmente, ma devono anche accompagnare la propria

amorevole comprensione con un’altrettanto necessaria tendenza a frustrare e limitare l’irrequietezza

con cui sono comunicate le pretese

dell’Es nella prima infanzia. È chiaro

Il processo evolutivo è basato su: che i bisogni impellenti che il bambino

- dotazione naturale o patrimonio congenito deve imparare a contenere sono quelli

- ambiente (apporti parentali, familiari, scolastici, educativi) relativi alla sessualità pregenitale

- grado di strutturazione e maturazione della personalità raggiunto (orale, anale e fallica) e

all’aggressività, impulsi che

gradualmente sono trasformati ai fini dell’adattamento alla vita sociale. Ai genitori è affidato il

compito di svolgere le funzioni dell’Io (e non solo del Super-io) fintanto che il piccolo, attraverso le

identificazioni, non interiorizzi tali funzioni. I compiti dell’Io nella regolazione della vita psichica

sono riassunti da Anna Freud in due funzioni principali:

24 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

• eleva il livello dei processi di pensiero nella misura in cui conduce i processi cognitivi a

operare non più solo assecondando indiscriminatamente i bisogni pulsionali (processo

primario)

• riconoscendo e valutando la realtà esterna attraverso il pensiero cosciente, logico e razionale

(processo secondario)

Un altro significativo apporto dello spirito di ricerca e delle osservazioni di Anna Freud sullo

sviluppo della personalità è l’attenzione che l’autrice rivolge alle fasi successive al complesso

edipico: la seconda infanzia, la preadolescenza e l’adolescenza. In particolare viene messa in luce

la potente crisi che investe i rapporti tra genitori e figli con l’avvento della pubertà di questi ultimi: i

preadolescenti mettono apertamente in discussione le figure dei genitori idealizzate nell’infanzia.

L’adolescenza, che nelle situazioni migliori vede un consolidamento delle nuove competenze e un

abbandono graduale della ribellione iniziale contro i genitori, diventa tuttavia un periodo di forte

turbolenza psicologica in tutti i casi in cui, per carenze ambientali o conflitti irrisolti dell’infanzia,

l’equilibrio raggiunto fino a quel momento sia precario o fittizio, a causa di un insufficiente

narcisismo primario e/o di tenaci fissazioni incestuose sulle figure genitoriali; in questi casi la crisi

preadolescenziale risulta ritardata da una sorta di riluttanza a crescere, oppure l’adolescenza tende a

protrarsi senza consentire lo svincolo e l’assunzione delle responsabilità personali.

4. Psicopatologia dello sviluppo e analisi infantile

L’osservazione diretta e l’interesse per lo sviluppo normale dei bambini si traducono in una

psicopatologia dell’età evolutiva centrata sulla considerazione dei fattori di rischio nel corso dello

sviluppo, che Anna Freud definisce come esigenza di individuare precocemente gli agenti patogeni.

Anna Freud introduce due concetti fondamentali nella considerazione dello sviluppo sano vs.

patologico: il costrutto di linee evolutive e quello di regressione normale.

L’articolazione dello sviluppo della

personalità individuale lungo diverse Le linee evolutive si propongono di individuare le interazioni

linee evolutive, ciascuna delle quali fondamentali tra Es, Io e Super-io, i vari livelli di evoluzione, la loro

deve essere valutata separatamente reazione alle influenze ambientali e le loro sequenze legate all’età. Esse

dalle altre in un processo diagnostico e dell’apparato psichico,

non fanno riferimento a una specifica struttura

nella formulazione di una prognosi ma alle interrelazioni tra le varie strutture.

evolutiva, comporta una disamina

attenta dei diversi livelli di maturità

che un bambino, a qualsiasi età, può mostrare in diverse aree del suo funzionamento mentale e della

vita sociale. Ad esempio, un bambino di tre o quattro anni può aver raggiunto un buon livello di

indipendenza fisica, ma apparire terrorizzato se resta solo in una stanza per qualche minuto senza la

madre; oppure un bambino può aver sviluppato una competenza nell’uso dei giocattoli, ma non

essere in grado di stabilire rapporti di cameratismo con altri bambini, ancorato a uno stadio di

egocentrismo che blocca il suo sviluppo verso la socievolezza.

Lo squilibrio tra le diverse linee evolutive che viene in tal modo a crearsi non è patologico di per sé.

Una disarmonia limitata non fa che preparare il terreno alle innumerevoli differenze che esistono tra

gli individui sin da una fase precoce.

Il processo di maturazione, nelle diverse linee evolutive, si presenta come un traffico a due sensi,

dal momento che regressioni funzionali sono all’ordine del giorno nel corso dello sviluppo di ogni

bambino, e la loro accettazione da parte dell’ambiente è necessaria perché tali regressioni possano

“diverse

avere un effetto benefico. Sommando il fattore velocità con cui il bambino matura lungo le

“irregolarità

diverse linee evolutive” al fattore dovute alle regressioni dei vari elementi della

struttura”, è possibile comprendere quante deviazioni da uno sviluppo normale possano a loro volta

non essere patologiche e nemmeno precursori di patologia.

La valutazione diagnostica complessiva deve tuttavia anche distinguere:

• quanta parte del problema sia riconducibile a un disturbo nevrotico (in cui l’Io del bambino

svolge la funzione patogena centrale per le difficoltà nella gestione dei conflitti e dei compiti

25 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

adattativi) l’analisi può ottenere ottimi risultati terapeutici, poiché alleviando l’Io

immaturo dal conflitto libera le sue risorse per soluzioni spontanee

• quanta dipenda dalla mancanza di condizioni adeguate alla crescita (malattie per

deficienza) la terapia lavora semplicemente ai bordi, mentre sul fondo la personalità

atrofizzata del bambino resta immutata.

Erik Erikson

Erik Erikson ha approfondito lo studio dello sviluppo individuale coniugandolo con l’attenzione per

le pratiche di allevamento prodotte dalle diverse culture: i suoi studi presso le tribù indiane del

Dakota e della California lo condussero a integrare il modello strutturale della psicoanalisi dell’Io

con le specifiche condizioni evolutive offerte dalla società in cui il piccolo cresce.

La sua teoria dello sviluppo porta avanti una prospettiva che tenta di mantenere insieme il modello

pulsionale con il modello delle relazioni oggettuali, evidenziando come ciascuna tappa evolutiva,

dalla prima infanzia fino alla vecchiaia, proponga nuovi compiti adattativi, definiti sia dai

cambiamenti fisiologici del corpo, sia dalle richieste che la società pone all’individuo nelle diverse

età del ciclo di vita.

A proposito dell’adolescenza, Erikson mette in luce come questa fase sia caratterizzata da una

profonda tensione fra la ricerca di una nuova identità e il pericolo di una confusione o dispersione

dell’identità stessa: la conquista di un’identità psicosociale matura avviene proprio durante

l’adolescenza, grazie alla selezione di quelle identificazioni dell’infanzia e della fanciullezza che

meglio corrispondono alle capacità e aspirazioni in relazione ai ruoli e alle possibilità offerte dalla

società in cui cresce l’adolescente. Un’evoluzione sana nel periodo adolescenziale comporta

l’emergere di un senso di identità stabile e coerente, dall’accettazione dei propri limiti e dal

raggiungimento di un senso di reciprocità nelle relazioni affettive.

L’attenzione di Erikson alla continuità del senso di identità nel corso dello sviluppo pone l’accento

sulle risorse degli individui e sulle loro capacità di adattamento nelle diverse fasi del ciclo vitale; la

cultura, che dovrebbe aiutare lo sviluppo individuale, può costituire un ostacolo laddove pretenda di

uniformare le differenze individuali. 26 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Melanie Klein

Note su alcuni meccanismi schizoidi

Il capitolo tratta della rilevanza e del significato delle angosce e dei meccanismi schizoidi e paranoidi primitivi. Nel

periodo dell'allattamento insorgono angosce caratteristicamente psicotiche che spingono l'Io a porre in essere

determinati meccanismi di difesa. I punti di fissazione di tutti i disturbi psicotici vanno rintracciati in tale periodo.

Le angosce psicotiche, i meccanismi e le difese dell'Io dell'epoca dell'allattamento hanno un'influenza profonda su

tutti gli aspetti dello sviluppo dell'Io, del Super-io e delle relazioni oggettuali.

La Klein ripercorre tutte le fasi dello sviluppo, individuando contemporaneamente le alterazioni che possono portare

ad uno sviluppo non corretto, e quindi essere la causa di schizofrenie o psicosi.

Klein parla di diversi casi clinici, tra cui il caso clinico di un paziente che mostrava tratti schizoidi e depressivi nel

quale l'analisi determinò il riemergere delle prime esperienze dell'epoca dell'allattamento.

Il paziente era stato bruscamente svezzato a quattro mesi perché la madre si era ammalata ed erano stati lontani per

un mese. Quando la madre tornò il bambino era diventato apatico. Nel corso dell'analisi venne chiaramente in luce

l'influenza di queste esperienze su tutto il suo sviluppo. Considerando il materiale dell'analisi nel suo insieme Klien

è giunta alla conclusione che il paziente aveva già stabilito, al momento della perdita del seno della madre, una certa

relazione con l'oggetto buono totale. Senza dubbio egli era già entrato nella posizione depressiva, ma non aveva

potuto elaborarla con successo e la posizione schizo-paranoide si era rafforzata con la regressione. Ciò aveva

trovato espressione nell' “apatia”. Il fatto che avesse già raggiunto la posizione depressiva e introiettato l'oggetto

totale appariva in vari modi nella personalità attuale del paziente. Egli possedeva in effetti una forte capacità di

amare e mostrava di desiderare ardentemente un oggetto buono totale. Il desiderio di amare le persone e di confidare

in esse, che costituiva una componente spiccata nella sua personalità, era in realtà l'inconscio desiderio di riottenere

e ristabilire il seno buono, totale, che un tempo aveva posseduto e perduto.

Nell’appendice Klein tratta l’analisi di Freud sul caso del presidente Schreber; ella revisiona il caso trattato da Freud

applicando la sua teoria delle relazioni oggettuali e dell’identificazione proiettiva alla storia del soggetto per

l’efficacia.

dimostrarne

Melanie Klein è l’ideatrice di una tecnica di analisi per l’infanzia e fondatrice di una nuova

prospettiva teorica che sfocerà in una scissione interna alla Società britannica di psicoanalisi.

Freud e la maggior parte dei suoi allievi avevano ricostruito la vita psichica del bambino

esclusivamente a partire dai racconti e dalle fantasie raccolte nelle sedute di analisi con gli adulti.

Erano state elaborate diverse teorie sullo sviluppo psicosessuale dell’infanzia, ma quasi nessuno

(Freud compreso) aveva mai lavorato direttamente coi bambini. Fino a quel momento nessuno

psicoanalista aveva considerato i bambini come pazienti a pieno titolo e provato ad applicare la

tecnica analitica su di loro. Il lavoro della Klein colmerà questo vuoto interessandosi al lavoro

clinico con l’infanzia e aprirà scenari inaspettati sul funzionamento della vita psichica.

1. Note biografiche

Melanie Klein nasce nel 1882 a Vienna da una famiglia ebraica. Le biografie giunte sul rapporto

ambiguo con la madre, da una parte descritta come molto affettuosa, dall’altra come anaffettiva,

presumibilmente possono evocare un quadro depressivo, nato dagli importanti lutti che ne avevano

funestato la vita e che probabilmente avevano influenzato tutti i rapporti familiari.

Nel 1919 presenta il suo primo lavoro alla Società ungherese di psicoanalisi, lascia Budapest e nel

1921 si stabilisce a Berlino attratta dalla figura carismatica di Abraham. L’attività di lavoro e studio

si fa intensa e le produzioni di relazioni ed articoli sono incoraggiati da Abraham.

La società berlinese guardava con sospetto il suo lavoro, seguendo con interesse Anna Freud che

aveva anche lei iniziato a lavorare con i bambini e ritenendola più ortodossa, ma nel 1926 Ernest

“Contributo

Jones rimase colpito dalla relazione intitolata alla tecnica dell’analisi infantile”, e la

invitò a tenere una serie di conferenze su questo tema che costituiranno la parte iniziale del suo

27 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

lavoro: la psicoanalisi dei bambini. I colleghi inglesi la incoraggeranno e sosterranno sulla sua

attività.

Nel 1938, con il trasferimento a Londra di Sigmund e Anna Freud il clima di sostegno nei confronti

della Klein comincia a mutare, molti colleghi si schierarono con Anna Freud con la quale la Klein

era da molti anni in contrasto; nel giro di pochi anni lo scontro sfociò all’interno della Società

britannica con le Discussioni controverse e con la conseguente separazione del training all’interno

della società.

2. L’analisi dei bambini e la

tecnica del gioco –

La Tecnica del Gioco Aspetti teorici

Tutti gli autori che parlano della vita di Il gioco infantile è considerato l’equivalente delle associazioni libere

-

Melanie Klein mettono in risalto a dell’adulto.

vario titolo le molteplici influenze Le interpretazioni, che sono volte a porre in luce l’angoscia

- inconscia,

intellettuali da lei ricevute in famiglia. la modificano visibilmente.

I primi scritti della Klein riguardano L’attività del gioco è una forma di

- esternalizzazione nel setting

soprattutto lo sviluppo intellettivo del psicoanalitico di preoccupazioni interne, in particolare quelle

riguardanti le relazioni con gli oggetti che il bambino crede che esistano

bambino. Mostra fin dall’inizio un al proprio interno.

particolare interesse per l’applicazione - Gioco come equivalente del sogno.

della psicoanalisi volta a facilitare uno

sviluppo sano del bambino, intendendo

primariamente lo sviluppo

dell’intelligenza. Il primo caso di bambino, che le varrà poi l’entrata nel mondo scientifico, non era

altro che un’osservazione psicoanalitica effettuata dalla Klein sul figlio più piccolo.

L’idea che sostiene il suo primo lavoro è semplice: il bambino nasce ricco di curiosità,

prevalentemente rivolte ai fatti di natura sessuale, e la rimozione di queste curiosità porterà

gradualmente a un impoverimento delle capacità intellettive del bambino stesso. Il compito

dell’educazione analitica consiste nel soddisfare apertamente le curiosità del bambino evitando gli

aspetti repressivi presenti nell’educazione. 28 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Nel corso del suo lavoro, la Klein si imbatte in una serie di osservazioni cliniche che la portano a

proporre di volta in volta piccoli cambiamenti alla teoria freudiana, fino alla formulazione, alla fine

della sua carriera, di una teorizzazione

molto differente da quella di Freud.

La Tecnica del Gioco Aspetti pratici Il problema centrale da risolvere per

Lo spazio per il lavoro analitico è arredato in modo che il bambino possa poter analizzare l’infanzia diventa

muoversi liberamente e, se occorre, esprimere aggressività senza farsi quello di come accedere ai contenuti

male; vi si trovano materiali adatti ai giochi (soprattutto “di finzione”). inconsci. Freud aveva elaborato la

inibito al gioco darà almeno un’occhiata ai giocattoli

Anche un bambino tecnica delle libere associazioni come

e li toccherà; il modo con cui comincerà a giocare con essi o li metterà

da parte, il suo atteggiamento generale verso di essi, mi consentiranno canale di accesso privilegiato

ben presto di gettare un primo sguardo sulla sua vita psichica. Nel gioco all’inconscio, ma si può ben

il bambino agisce invece di parlare. L’azione, che è più primitiva del immaginare come questo metodo

pensiero e della parola, costituisce la parte prevalente del suo risultasse inappropriato con i bambini.

comportamento. Il colpo di genio della Klein è

l’intuizione che la funzione centrale

dell’economia psichica nell’infanzia non è rappresentata dal linguaggio, come negli adulti, ma dal

gioco. La Klein considera il gioco come l’equivalente delle libere associazioni nell’adulto, la

modalità attraverso cui i bambini non solo esplorano la realtà esterna, ma mettono in scena i propri

conflitti inconsci.

Nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze e si servono dello

stesso linguaggio, della stessa forma di

espressione arcaica e filogeneticamente –

La Tecnica del Gioco Implicazioni

acquisita che ci è ben nota dai sogni. L’esortazione al gioco provoca angoscia

- che si rivela nel gioco.

Noi possiamo capire completamente - Il modo di utilizzare i giocattoli mette a fuoco i rapporti tra gli oggetti e

ciò che i bambini esprimono con il con gli oggetti ed è dimostrativo delle fantasie inconsce attive nella

gioco solo se lo affrontiamo con il mente del bambino.

metodo elaborato da Freud per svelare i - Le vicissitudini dei personaggi sono collegate alle preoccupazioni del

sogni. bambino per le vicende reali con le persone importanti della sua vita.

- Le interpretazioni corrette del significato del gioco alleggeriscono

Sulla base delle fantasie espresse dai l’ansia del bambino.

suoi piccoli pazienti, con le

rappresentazioni messe in scena nel

gioco e nei disegni, la Klein rivede

inizialmente lo sviluppo del neonato nel primo anno di vita, con ipotesi ricostruttive. L’attenzione

iniziale della Klein fu prevalentemente centrata sullo sviluppo della libido rimanendo fedele alla

visione freudiana. Il bambino anche molto piccolo è mosso da una spinta alla conoscenza che lo

porta a costruire elaborate fantasie sul corpo della madre e soprattutto sui suoi contenuti e i suoi

rapporti con il padre, da cui si sente escluso. L’autrice modifica molto presto la motivazione di base

dell’interesse del bambino per il corpo della madre: da spinta a conoscere mossa da desideri libidici

diventa piacere del possesso e del controllo.

Per la Klein il Super-io è presente in forme arcaiche e accompagna lo sviluppo libidico fin

dall’inizio della vita: la paura della rappresaglia da parte della coppia genitoriale, che deve punire il

bambino per le sue brame di possesso, diventa il fulcro della vita psichica nell’infanzia. La Klein

mette quindi in risalto il ruolo svolto dalla coppia dei genitori che esclude e perseguita il bambino.

La risoluzione dell’Edipo kleiniano implica la capacità di accettare l’esistenza di una coppia di cui

non si fa parte.

La situazione edipica sorge con il riconoscimento da parte del bambino della relazione tra i genitori,

sia pure in forma primitiva o parziale. Prosegue con la rivalità del bambino nei confronti di uno dei

genitori per il possesso dell’altro, e si risolve con l’abbandono da parte del bambino delle pretese

sessuali sui genitori, attraverso l’accettazione della realtà della loro relazione sessuale. Le ansie e le

paure più arcaiche dell’Edipo precoce riguardano la paura della coppia dei genitori, che la Klein

chiama figura parentale combinata. 29 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Ampliando l’idea di Abraham che –

potessero esistere, prima della La Tecnica del Gioco Il processo analitico

- Nel gioco emergono le preoccupazioni del bambino: queste

rimozione, meccanismi di difesa più preoccupazioni non sono realistiche ma per il bambino hanno una loro

arcaici e violenti, la Klein disegna uno validità.

sviluppo infantile centrato su un L’angoscia

- che emerge nel gioco è collegata ad un contenuto inconscio

complesso gioco di processi di estremamente significativo.

introiezione e di proiezione, presenti - Le interpretazioni del gioco mirano a mettere in luce la logica,

attivamente fin dall’inizio della vita stabilendo un legame fra il gioco stesso e i significati inconsci della

mente infantile.

psichica e attraverso i quali il bambino - Il processo terapeutico prende avvio dal gioco del bambino e procede

costruirà il proprio mondo interno di con interpretazioni dirette ed esplicite che hanno come risultato una

oggetti buoni e oggetti cattivi. L’esito reazione nel gioco successivo (risoluzione della precedente

di uno sviluppo sano o meno nel inibizione/resistenza).

bambino dipende dalle vicissitudini

nell’integrazione dei vari oggetti

parziali, tra gli oggetti buoni e quelli cattivi.

La teoria evolutiva della Klein non riguarda più il dispiegamento della libido nelle varie fasi dello

sviluppo psicosessuale, ma si fonda sulle vicissitudini affrontate dall’Io nella relazione con i propri

oggetti interni. Si parlerà d’ora in poi di teoria delle relazioni oggettuali, anche se con lo sviluppo

della teoria psicoanalitica questo termine è ormai riservato agli autori della scuola britannica di

psicoanalisi appartenenti al gruppo degli indipendenti.

Tutta l’attività psichica del lattante è definita dalla Klein come fantasia: le fantasie inconsce,

corrispondenti a un’attività psichica correlata

alle motivazioni pulsionali (di origine

biologica), costituiscono la prima fonte di

categorizzazione inconscia della realtà e hanno

origine nella connessione fra esperienza fisica ed

emozionale che caratterizza in prevalenza lo

sviluppo della prima infanzia. Le fantasie,

comunque, non nascono da una strutturata

conoscenza del mondo esterno; la loro fonte di

vita è interna, risiede negli impulsi istintuali.

3. La teoria dello sviluppo infantile: posizione schizoparanoide e depressiva

La Klein ha convogliato nel concetto di pulsione di morte tutti quegli elementi di natura sadica e

aggressiva che pervadevano così insistentemente i suoi primi scritti. L’attivazione della pulsione di

morte crea nella psiche del lattante la paura dell’annientamento, che spinge il bambino a una

proiezione difensiva. L’angoscia più profonda attiva in questa fase è quella della paura

dell’annientamento e il terrore della disintegrazione, e l’Io, ancora primitivo e non sufficientemente

integrato, si sente continuamente minacciato da questi impulsi e proietta all’esterno la pulsione di

morte. La vita psichica si presenta infatti fin dall’inizio come una lotta tra le pulsioni di vita e quelle

di morte ed entrambe vengono proiettate e introiettate creando rispettivamente oggetti buoni e

cattivi, mentre per Freud il bambino attraversava, nel normale sviluppo psicosessuale, una fase di

autoerotismo prima e di narcisismo poi.

La Klein contesta questa idea fin dall’inizio, sostenendo che il bambino nasce con un Io primitivo

da subito attrezzato per avere relazioni con l’esterno, e per esterno intende il corpo della madre,

che viene vissuto non come oggetto intero, ma come oggetti parziali. Il bambino entra quindi in

relazione con il seno della madre, che assume connotazioni buone o cattive a seconda della pulsione

attiva al momento della relazione. Dunque l’atteggiamento materno può ridurre o, al contrario,

accrescere le angosce persecutorie e depressive sin dal primissimo stadio dello sviluppo; e la misura

in cui nell’inconscio del bambino prevarranno figure persecutorie o protettrici è fortemente

30 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

influenzata dalle sue esperienze reali, inizialmente con la madre, ma ben presto anche con il padre e

altri membri della famiglia.

Il seno, in quanto è fonte di

soddisfacimento è amato e sentito Le difese primitive

- Vengono mobilitate nei confronti delle angosce primarie persecutorie e

come buono, in quanto è fonte di depressive, legate all’istinto di morte, all’invidia e alla frammentazione

frustrazione è odiato e sentito come del Sé (si differenziano dalle difese nevrotiche più evolute contro la

cattivo. Oltre alle esperienze di libido).

soddisfacimento e di frustrazione contro l’esame di realtà.

- Operano

originate da cause esterne, vi sono - Sono tipiche delle posizioni schizo-paranoidi e depressive.

numerosi processi endopsichici, in - Sono particolarmente evidenti nelle psicosi e nei disturbi borderline di

personalità.

primo luogo l’introiezione e la

proiezione, che contribuiscono al

duplice rapporto con il primo oggetto.

Il lattante proietta i suoi impulsi di amore e li attribuisce al seno soddisfacitorio (buono), così come

proietta all’esterno i suoi impulsi distruttivi e li attribuisce al seno che frustra.

Contemporaneamente, mediante l’introiezione, si insediano nel suo interno un seno buono e uno

cattivo. L’immagine dell’oggetto, esterno e introiettato, viene quindi distorta nella psiche del

lattante dalle fantasie connesse alla proiezione dei suoi impulsi sull’oggetto.

31 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Il bambino deve difendere dai propri

impulsi distruttivi l’oggetto buono

attraverso l’uso di meccanismi di difesa

arcaici: in particolare il meccanismo della

scissione è considerato fondamentale in

questa fase poiché tiene separati gli oggetti

buoni da quelli cattivi, in modo che la

distruttività della pulsione di morte non

abbia la meglio su quella di vita. Per quanto

la scissione sia il meccanismo

maggiormente utilizzato, in questa

operazione di protezione sono implicati

anche altri meccanismi come

l’idealizzazione, il diniego della realtà psichica, l’onnipotenza e l’identificazione proiettiva, che

merita comunque un’attenzione particolare. La Klein considera questa modalità di funzionamento

psichico come normale, contrariamente a quanto era stato fatto fino ad allora, in quanto nella

maggior parte dei casi sarà superato durante lo sviluppo. La Klein afferma inoltre che non è

possibile ipotizzare una scissione che coinvolga solamente l’oggetto, dal momento che l’oggetto,

attraverso le proiezioni, ha assunto significati affettivi strettamente connessi alle esperienze dell’Io;

perciò, quando l’Io mette in atto una scissione, si scinde anche una parte dell’Io. Prende corpo da

questa iniziale osservazione il concetto di identificazione proiettiva. L’Io è ancora in gran parte non

integrato, ed è perciò soggetto a scindere se stesso, le sue emozioni e i suoi oggetti interni ed

esterni, ma la scissione è anche una delle difese fondamentali contro l’ansia persecutoria.

L’identificazione mediante proiezione implica che alcune parti del Sé siano non soltanto scisse, ma

anche proiettate in un’altra persona.

Quindi il bambino, quando si sente Identificazione proiettiva

mosso da impulsi distruttivi Il soggetto proietta su qualcun altro un affetto o impulso per lui

intollerabili, non solo li proietta inaccettabile come se fosse realmente l’altro ad aver dato vita a tale

sull’oggetto, ma proietta su questo affetto o impulso. Il soggetto non disconosce ciò che ha proiettato, ne

anche parti del Sé, ritrovandosi poi di rimane pienamente consapevole, semplicemente lo interpreta

fronte un oggetto con cui è erroneamente come reazione giustificabile nei confronti dell’altro. Alla

parzialmente identificato e da cui si fine ammette il proprio affetto o impulso, ma lo crede una reazione a

quegli stessi sentimenti e impulsi che ritiene presenti negli altri e

sente al tempo stesso perseguitato. Da misconosce il fatto di aver dato egli stesso origine al materiale

qui la necessità di controllare l’oggetto proiettato.

e non potersene distanziare. La Klein

considera l’identificazione proiettiva il

meccanismo principe nelle relazioni

narcisistiche. Quando sono proiettate le parti cattive, l’oggetto diventa un persecutore temuto, e

quando sono proiettate le parti buone, si verifica una particolare dipendenza schizoide dall’oggetto:

esso deve essere controllato perché la perdita dell’oggetto comporterebbe la perdita di parti del Sé.

Nello stesso tempo esiste il timore di essere completamente controllati, dal momento che l’oggetto

contiene la parte migliore del Sé. La Klein definisce questo primo momento dello sviluppo

posizione schizoparanoide.

Nella seconda metà del primo anno di vita il bambino, anche a seguito di processi maturativi, entra

in quella che la Klein chiama posizione depressiva. Il bambino si rende conto che l’oggetto buono e

l’oggetto cattivo, il seno buono e quello cattivo, sono lo stesso oggetto e deve fare i conti con il

senso di colpa per aver attaccato e distrutto il proprio oggetto d’amore. La madre non è più scissa in

oggetti parziali buoni e cattivi, ma viene vissuta come oggetto totale e quindi come unica fonte di

tutte le gratificazioni e le frustrazioni.

Se la fonte di sofferenza insita in questa posizione è connessa con la paura della propria

ambivalenza e con il terrore della perdita dell’oggetto totale, ossia della dipendenza da esso, una

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

delle strategie messe in atto per

controllare queste paure è fare ricorso Il concetto di Posizione

- Lo sviluppo psicologico del bambino è concettualizzato in termini di

in modo massiccio al diniego della posizioni (instabili) invece che di stadi evolutivi. La Klein non le chiama

realtà esterna. fasi, poiché esse determinano strutture di fondo che persisteranno per

L’angoscia dominante è ora quella tutta la vita, alternandosi.

depressiva, che si differenzia una costellazione particolare di relazioni d’oggetto, interne

- Posizione:

nettamente da quella paranoide della e esterne, fantasie, angosce e difese, alle quali è probabile che

l’individuo torni lungo il corso della vita.

posizione precedente; l’angoscia - Il mondo interno e quello esterno interagiscono continuamente e creano

paranoide implica la paura della angoscia, il soggetto assume specifiche posizioni nei confronti

distruzione del Sé ad opera di oggetti dell’oggetto che comportano soddisfazioni, ricorso a specifiche difese e

esterni, mentre l’angoscia depressiva specifici sentimenti.

riguarda le paure concernenti il destino - Le posizioni possono assumere un significato normale oppure

di altri, esterni e interni, messi in patologico.

pericolo dalle fantasie di distruzione e

di possesso create dal bambino stesso.

Per la Klein il passaggio alla posizione depressiva risulta centrale per lo sviluppo del senso della

realtà, e l’attenzione per l’oggetto ne favorisce lo sviluppo.

La rinuncia al possesso onnipotente dell’oggetto, dove quest’ultimo è perduto e rimpianto, costringe

l’Io a costruire dei simboli che lo possano sostituire. Emerge quindi in questa fase la capacità di

simbolizzazione. Nella posizione precedente, un tale sviluppo non si poteva presentare, poiché

l’identificazione proiettiva era dominante. L’Io si identificava in modo concreto negli oggetti e la

Klein mostra quanto questo sia un meccanismo che si ritrova frequentemente nelle patologie gravi,

laddove non esiste la possibilità di creare simboli.

Il passaggio dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva rappresenta la linea evolutiva

ideata dalla Klein, anche se non si tratta, come nello sviluppo per fasi, di un passaggio che avviene

una volta per tutte. Le posizioni, rappresentando modalità con cui l’Io si mette in relazione di amore

e di odio con il mondo esterno e interno, presentano delle oscillazioni.

L’autrice elabora una distinzione tra il

sentimento di invidia e quello di avidità.

L’aggressività nell’individuo per la Klein

è di origine costituzionale e la maggior

parte delle manifestazioni di distruttività

e di possesso sono rivolte verso gli

oggetti cattivi. Esiste però una particolare

forma di relazione aggressiva che al

contrario attacca gli oggetti buoni. Il

bambino sperimenta la presenza del seno

buono come la fonte di tutte le

gratificazioni, che gli vengono però

fornite in modo limitato: il seno buono,

infatti, non è sempre disponibile. Questa limitazione è vissuta come intollerabile dal bambino, e in

fantasia il bambino desidera impossessarsi di tutte le cose buone contenute nel seno lasciandolo

totalmente svuotato. La Klein propone di distinguere tra l’avidità del bambino che, desiderando per

sé tutto ciò che di buono è contenuto nel seno materno, vuole svuotare velocemente il seno senza

preoccuparsi delle conseguenze per la madre, e l’attacco invidioso, con cui il bambino desidera

addirittura distruggere il seno come fonte di cose buone, per impossessarsene totalmente nella

fantasia, non tollerando che quella fonte possa restare esterna e dunque non sempre disponibile.

L’ipotesi kleiniana è che l’intensità dell’invidia infantile dipenda da fattori costituzionali:

un’eccessiva distruttività innata è un fattore di rischio psicopatologico, poiché l’invidia mette in

pericolo la scissione primaria nella posizione schizoparanoide e la possibilità di riparazione nella

posizione depressiva. La distruzione accanita e pervasiva dell’oggetto buono, infatti, eliminerebbe

33 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

la dipendenza da un altro ma, con essa, la stessa possibilità di ricevere nutrimento e protezione,

lasciando il mondo interno del soggetto sotto il dominio totale della propria distruttività.

4. Riflessioni sul contributo kleiniano alla psicoanalisi

La relazione con la madre acquista una rilevanza fino a quel momento quasi ignorata, con

l’approfondimento del periodo pre-edipico dello sviluppo. Se la figura del padre aveva occupato

gran parte del pensiero freudiano, dalla Klein in poi si parlerà solo di madri e i padri dovranno

aspettare molti anni prima di ridiventare oggetto di attenzione.

Greenberg e Mitchell sottolineano la profonda trasformazione messa in atto dalla Klein rispetto al

concetto freudiano di pulsione e considerano questa ridefinizione la chiave di volta che permetterà

un graduale spostamento nelle teorie successive verso un modello strutturale delle relazioni. Freud

aveva definito le componenti pulsionali: identificava nella fonte, ossia nel corpo, l’origine delle

pulsioni, il luogo da cui scaturiva la richiesta di lavoro fatta alla mente che imponeva come meta la

riduzione della tensione. Sostanzialmente nel sistema freudiano tutte le emozioni e i vissuti

dell’individuo, come ad esempio amore e odio, nascono all’interno del corpo come blocchi di

tensione corporea che richiedono una scarica. Il corpo, per quanto abbia una posizione centrale nella

sua teoria in quanto sorgente delle pulsioni, non può cambiarne la natura, ma al contrario la

definisce.

Per la Klein, al contrario, il corpo assume un ruolo molto meno passivo, prendendo una posizione

sempre più centrale sia rispetto alle parti che alle funzioni svolte; da sorgente e origine delle

pulsioni diventa il veicolo della loro espressione. Nel modello kleiniano sia la libido sia

l’aggressività non rappresentano blocchi di energia senza direzione e senza oggetto che necessitano

della scarica, ma sono fondamentalmente fenomeni psicologici orientati, che costituiscono emozioni

complesse. L’oggetto è intrinsecamente legato alla pulsione: nel suo sistema teorico non è pensabile

una pulsione senza oggetto, ma al contrario gli oggetti sono parte integrante delle pulsioni, sono

filogeneticamente collegati ad essa. L’oggetto rappresenta le informazioni contenute dalla pulsione

sulla realtà esterna, il bersaglio su cui indirizzare la ricerca di gratificazione.

Wilfred Bion

Apprendere dall’esperienza

descrive la funzione alfa nell’ambito del sogno; egli paragona l’esperienza emotiva che si

In questo capitolo, Bion

verifica durante la veglia a quella che si verifica durante il sonno, entrambe devono essere elaborate dalla funzione

alfa. Se il paziente non è in grado di trasformare la propria esperienza emotiva in elementi alfa, non può neanche

sognare, difatti la funzione alfa trasforma le impressioni sensoriali in elementi alfa, i quali hanno somiglianza con le

immagini visive che ci sono familiari nei sogni. Poiché la a funzione alfa fa sì che le funzioni sensoriali

dell’esperienza emotiva siano approntate per il pensiero conscio e per quello onirico, il paziente che non è in grado

di sognare non potrà addormentarsi né svegliarsi.

Perché si possa apprendere dall’esperienza, la funzione alfa deve operare sulla consapevolezza di un’esperienza

emotiva; dalle impressioni di tale esperienza scaturiscono elementi alfa; tali elementi vengono resi immagazzinabili

affinché i pensieri del sogno e il pensiero inconscio di veglia li possano utilizzare. Il bambino che prova

quell’esperienza emotiva che chiamiamo “imparare a camminare” è in grado, mediante la funzione alfa, di

immagazzinare tale esperienza; pensieri destinati un tempo a diventare coscienti divengono inconsci, di modo che il

bambino può pensare a camminare senza doverne essere cosciente.

Si deve a Bion la distinzione tra la forma normale e quella patologica di identificazione proiettiva.

La forma patologica sostanzialmente coincide con la visione della Klein, nella quale il processo è

attuato sotto l’egida dell’odio e della distruttività, mentre nella forma normale l’identificazione

proiettiva perde quella connotazione di controllo e diventa più un tentativo di comunicazione: le

34 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

parti del Sé che vengono proiettate e identificate nell’altro hanno la funzione, se pur primitiva, di

comunicare uno stato emotivo facendolo vivere all’altro. Questa forma di comunicazione è alla base

del rapporto contenuto-contenitore (madre-bambino). Il bambino in preda a stati affettivi

(contenuto) che non è in grado di gestire, vista la propria immaturità, li proietta nella madre

(contenitore), che li digerisce al posto del bambino e glieli restituisce più elaborati.

L’esperienza si genera dai dati sensoriali grezzi,

dalle sensazioni e dalle emozioni provate dal

bambino, che non hanno ancora un significato

mentale (Bion li definisce elementi beta); questi

vengono proiettati nel contenitore (madre) che,

attraverso la funzione alfa, li elabora e li restituisce

al bambino sotto forma di elementi alfa. Proprio a

partire dall’accumulo di questi elementi alfa si

sviluppa un apparato per pensare: nascerebbero,

cioè, prima i pensieri e poi l’apparato per pensarli. Al contrario, il fallimento della funzione alfa

provocherebbe un accumulo di elementi beta, che induce il bambino, o più tardi l’adulto psicotico, a

liberarsi dei contenuti mentali indesiderabili proiettandoli negli altri e trattandoli come oggetti

concreti. Questa funzione di elaborazione mentale svolta dalla madre viene definita da Bion rêverie,

intendendo con questo termine lo stato mentale materno di cui il bambino ha bisogno, ossia la

capacità della madre di svolgere la funzione di contenitore delle proiezioni anche violente del

bambino e di trasformarle in elementi pensabili.

Analisi dei gruppi

Bion è inoltre noto per il contributo fondamentale che dette alla nascita dell’analisi dei gruppi. Egli

ritiene che il lavoro analitico con un gruppo di persone debba svolgersi pensando al gruppo come a

un’unità: è così possibile analizzare il transfert gruppale verso il terapeuta, che si manifesta

attraverso modi particolari del gruppo di costituire la propria cultura, che a sua volta riflette le

credenze inconsce condivise dai singoli membri in quello specifico momento del processo analitico.

Secondo Bion, la partecipazione di un individuo a un gruppo comporta una certa quota di perdita di

parti di sé, che devono essere cedute al gruppo per poterci entrare in contatto; questo fenomeno

attiva l’angoscia paranoica e persecutoria propria della posizione schizoparanoide. Inoltre, il gruppo

sente inconsciamente come pericoloso ogni tipo di cambiamento e si organizza per cercare di

contrastarlo a tutti i costi. Per difendersi dal cambiamento, il gruppo attiva dinamiche universali,

descritte da Bion come assunti di base. Gli assunti di base sono tre: dipendenza, attacco-fuga e

accoppiamento.

Gli indipendenti della psicoanalisi britannica

Il 20 febbraio 1919 nasce la Società britannica di psicoanalisi. Nel giro di pochi anni si trasformerà

in uno dei centri più fertili e creativi del pensiero analitico.

La storia del movimento psicoanalitico inglese è strettamente legata alla figura di Ernest Jones.

Laureatosi in medicina nel 1900, iniziò subito a lavorare nell’ambito della neurologia. Così come

Freud a Vienna, anche Jones a Londra si dovette confrontare con la diffidenza iniziale dei colleghi

provocata in particolare dal ruolo e dall’importanza della sessualità infantile nell’eziologia delle

nevrosi.

Jones fondò la Società psicoanalitica di Londra, raccogliendo intorno a sé un gruppo di persone

interessate alla psicoanalisi ma delle quali solo quattro la praticavano realmente. Questa prima

associazione venne poi sciolta e nel 1919 fu infine fondata ufficialmente la Società britannica di

psicoanalisi. La nuova associazione si porrà immediatamente il problema di come selezionare i

nuovi membri e diffondere le conoscenze psicoanalitiche. Uno dei primi passi fu quello di formare

un comitato ristretto che aveva l’obiettivo di tradurre in inglese gli scritti psicoanalitici.

L’interesse di Jones rimase comunque quello di rendere sempre più ufficiale e riconosciuto il

pensiero analitico come pratica clinica a tutti gli effetti e le continue pressioni che esercitò

35 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

sull’Associazione dei medici britannici (BMA) portò quest’ultima a costituire una commissione

avente l’obiettivo di stabilire la validità della psicoanalisi come pratica medica. Stabiliva quindi una

differenza tra psicoanalisi e pseudoanalisi, distinguendo tra la psicoanalisi stessa e le altre forme di

psicoterapia. Ma se l’analisi rientrava nelle pratiche mediche, sorgeva il problema dei trattamenti

effettuati da analisti di formazione non medica. Contrariamente ad altre associazioni che avevano

dovuto affrontare lo stesso problema, venne trovato un compromesso che permetteva agli analisti

laici di poter esercitare la professione. Dal punto di vista legale la responsabilità della diagnosi

rimaneva appannaggio dei colleghi medici, che davano indicazione di trattamento inviando i

pazienti.

Nel 1926 Jones invitò la Klein a tenere un ciclo di conferenze a Londra, che sfociò nel giro di

qualche mese nel suo trasferimento definitivo. Le idee portate avanti dalla Klein trovarono una

calda accoglienza oltre Manica, giacché molte delle sue aree di interesse e di sviluppo coincidevano

con gli interessi della maggior parte degli analisti inglesi. Jones, ad esempio, si era molto interessato

all’importanza delle caratteristiche pre-genitali e delle componenti innate della psiche, del loro

ruolo per lo sviluppo del senso di realtà, del ruolo dell’odio e dell’aggressività in relazione al senso

di colpa, oltre che dello sviluppo della sessualità femminile.

Con l’avvento del nazismo, nel 1933, la Società inglese iniziò ad accogliere molti analisti

provenienti dal continente. Si affacciarono sulla scena inglese le prime ambivalenze nei confronti

delle idee della Klein, portate a Londra dagli analisti continentali. Soprattutto a Berlino le idee della

Klein avevano sempre suscitato molta perplessità, giacché in netta opposizione con il lavoro portato

avanti da Anna Freud. I punti di divergenza maggiore tra le due scuole di pensiero riguardavano:

• lo sviluppo precoce della sessualità in particolare di quella femminile

• la genesi del Super-io e la sua relazione con il complesso di Edipo

• la nozione di pulsione di morte

• la tecnica dell’analisi infantile

Jones e Federn (vicepresidente della società di Vienna) decisero di avviare uno scambio di incontri

tra le due scuole volto, se non a risolvere le divergenze, almeno a chiarire le singole posizioni. La

Società inglese si trovò così a fronteggiare dall’interno le profonde differenze teoriche

precedentemente rappresentate dalle scuole di Vienna e Londra. Si creò un gruppo di opposizione

alle idee kleiniane attorno ad Anna Freud e agli analisti viennesi con il sostegno di alcuni colleghi

inglesi che avevano preso le distanze dal pensiero kleiniano dopo l’introduzione del concetto di

posizione depressiva. Nacquero così quelle che sono ormai conosciute come le Discussioni

Controverse. In queste conferenze vennero presentati i lavori che diventeranno dei capisaldi per la

teoria kleiniana su cui poi si aprì il dibattito. Esse avevano l’obiettivo di chiarire la posizione della

Klein rispetto alla metapsicologia di Freud, cercando di dimostrare come non vi fosse stato un

allontanamento dai principi fondamentali della psicoanalisi quanto piuttosto una naturale

evoluzione della psicoanalisi stessa. Le discussioni non portarono a una risoluzione della questione

scientifica, che rimase più che mai aperta, ma sfociarono in una soluzione istituzionale del conflitto.

Venne ufficialmente stabilito che nella Società britannica sarebbero esistiti due percorsi di

formazione: il corso A per i candidati con analisti didatti kleiniani e il corso B per gli studenti di

Anna Freud e dei suoi colleghi. Vi era

inoltre un folto gruppo di analisti - Enfasi sulle relazioni oggettuali rispetto alle pulsioni

prevalentemente britannici che non Importanza delle cure materne (la madre reale)

voleva appartenere all’una o all’altra - La psicopatologia è il risultato di carenze ambientali

corrente a cui venne lasciata la libertà - Rifiuto della pulsione di morte

di non schierarsi e venne riconosciuta - I derivati della teoria pulsionale (aggressività, zone erogene ecc.) sono

in realtà una reazione a un deficit dell’ambiente

una funzione fondamentale: entrambi i Attenzione allo sviluppo del Sé (Sé ≠ Io)

-

corsi di formazione prevedevano la - Regressione non solo arresto dello sviluppo (maligna, gratificazione

prima supervisione con un analista desideri pulsionali), ma anche benigna (bisogni relazionali)

didatta dell’orientamento del corso, - Processo analitico in analogia alla diade madre-bambino

mentre la seconda supervisione doveva 36 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

necessariamente essere svolta con un analista non appartenente a nessuno dei due gruppi. Di fatto la

nuova organizzazione del training sanciva, anche se non ufficialmente, ufficialmente, una divisione

in tre correnti dentro la Società britannica: i kleiniani, gli annafreudiani e il gruppo di mezzo

(middle group).

La forza degli indipendenti fu quella di coniugare liberamente, al di fuori di rigide regole di

appartenenza, le implicazioni e le suggestioni teoriche e cliniche provenienti dalle teorizzazioni

kleiniane e della psicologia dell’Io. Il rapporto con l’ambiente e lo sviluppo delle relazioni

oggettuali diventeranno i punti di maggiore interesse teorico per questo gruppo di analisti, al punto

che alcuni di loro diventeranno a loro volta dei capiscuola, basti pensare a Winnicott o Bowlby.

Ronald Fairbairn

generale dell’evoluzione della concezione dell’autore sulla struttura della personalità

Visione

In questo capitolo, Fairbairn riassume alcuni concetti sviluppati nel corso degli anni e approfondisce le critiche

sistematiche sia alla psicoanalisi freudiana classica, sia alla teoria delle fasi di Abraham.

- Riesame della psicopatologia delle psicosi e delle psiconevrosi (1941)

- Rimozione e ritorno degli oggetti cattivi, con particolare riferimento alle nevrosi di guerra (1943)

- La struttura endopsichica considerata in termini di relazioni oggettuali (1944)

Si deve a lui una delle critiche più sistematiche alla metapsicologia freudiana, pur mantenendo

ferma l’idea di una struttura tripartita della mente. La critica sostanziale alla teoria di Freud si

basava fondamentalmente su due principi di base:

1. la libido (intesa come motivazione) non è ricerca di piacere ma ricerca di oggetto

2. l’energia è inseparabile dalla struttura

Fin dalla nascita il bambino è orientato all’esterno e tutto il suo comportamento è fondato sulla

ricerca e sul mantenimento di contatti con altri.

Fairbairn ipotizza l’esistenza di un Io integrato e unitario fin dalla nascita, dotato di un’energia

propria, contrariamente a Freud, che attribuiva all’Es la dimensione energetica (libido) e all’Io il

compito di gestirla. In questo senso per Fairbairn non vi è una separazione tra la struttura e

l’energia. L’Io, nella sua visione, non ha bisogno di utilizzare l’energia proveniente dall’Es, ma ne

possiede una propria e autonoma presente fin dalla nascita.

Fairbairn, contestando l’idea di un narcisismo primario e sostenendo la centralità della funzione

dell’Io nella ricerca di relazioni con oggetti esterni, modifica radicalmente l’idea freudiana della

sequenza maturativa della libido come cardine dello sviluppo psicosessuale. La crescita completa

nell’individuo riguarda sostanzialmente una sequenza di stadi di maturazione di relazioni con altri.

Tutto lo sviluppo e la formazione della personalità ruotano attorno alle vicissitudini delle relazioni

con oggetti reali esterni e la madre

reale assume un’importanza fino a

quel momento completamente ignorata

dalla teoria psicoanalitica.

L’esperienza della relazione con la

madre reale è organizzata su due

dimensioni, una gratificante e una non

gratificante. L’esperienza non

gratificante può essere ulteriormente

suddivisa in due componenti, in quanto

può fare riferimento a un’esperienza

non solo di rifiuto, ma di un rifiuto

preceduto da un senso di speranza o di

promessa. Quindi, secondo Fairbairn, il 37 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

bambino vive nella sua relazione con la madre tre possibili esperienze:

• → →

madre gratificante oggetto ideale Io centrale

• → →

madre deprivante oggetto rifiutante Io antilibidico

• → oggetto eccitante →

madre allettante Io libidico

Queste caratteristiche materne vengono

così interiorizzate e l’Io, in un primo

tempo completamente integrato, entra in

relazione con esse. Parti dell’Io vengono

scisse e legate con questi oggetti interni.

In particolare:

• le parti dell’Io legate con

l’oggetto rifiutante vanno a

formare l’Io antilibidico, in

quanto le parti dell’Io si

identificano con le caratteristiche

rifiutanti dell’oggetto assumendo

quelle caratteristiche di ostilità e

di rifiuto per la ricerca di contatto

e di relazione con l’esterno

• le parti dell’Io che si legano all’oggetto eccitante, definito da Fairbairn Io libidico, si

identificano con gli aspetti legati alla ricerca e alla speranza di una relazione

• l’Io collegato e identificato con l’oggetto ideale rappresenta l’Io centrale, e cioè la parte

dell’Io identificata con gli aspetti gratificanti della relazione

Delle tre organizzazioni dell’Io solamente l’Io centrale può essere utilizzato per ricercare relazioni e

contatti con l’esterno, mentre l’Io libidico e l’Io antilibidico, definiti anche come Io sussidiari, sono

inutilizzabili per la ricerca e la costruzione di relazioni con l’esterno in quanto rimangono legati agli

oggetti interni.

Per Fairbairn il bambino costruisce e stabilisce oggetti interni solo a seguito di una frustrazione

reale nella relazione con la madre. Idealmente, se la relazione con l’esterno fosse sempre

gratificante non ci sarebbero oggetti interni. Gli oggetti cattivi non sono quindi il prodotto delle

proiezioni e introiezioni dell’aggressività del bambino, ma il risultato di esperienze reali esterne di

non gratificazione. Gli oggetti interni fairbairniani sono sostanzialmente delle strutture

psicopatologiche che sottraggono energia alla capacità di relazione con l’esterno, e la

psicopatologia è definita come lo studio delle relazioni dell’Io con i suoi oggetti interiorizzati.

Ignatio Matte Blanco

L’opera di Matte Blanco si pone all’interno della teoria psicoanalitica come una delle più importanti

revisioni critiche di tale concetto.

L’approccio proposto si basa su un’approfondita analisi della nozione stessa di inconscio così come

era stata formulata da Freud nei suoi primi scritti. Per Freud l’inconscio può essere considerato

come una sorta di contenitore di strutture psichiche che, per effetto della rimozione, vengono

relegate in una provincia della mente dove questi stessi contenuti assumono la qualità di non essere

rappresentabili alla coscienza. Ciò significa che i contenuti dell’inconscio perdono la caratteristica

fondamentale di essere pensabili, cioè di essere evocabili alla coscienza tramite il processo del

ricordare.

Matte Blanco parte dall’idea che la definizione di tali caratteristiche implichi necessariamente la

possibilità di una formulazione di leggi logiche che regolino il funzionamento del sistema

inconscio. L’idea di fondo era che anche il funzionamento inconscio avesse delle leggi, se mai

diverse da quelle consce, ma che comunque fosse regolato da principi organizzatori. Appoggiandosi

alla teoria matematica degli insiemi, Matte Blanco propone due principi ai quali si conforma il

funzionamento del sistema inconscio: 38 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

• →

Principio di generalizzazione Il sistema inconscio tratta una cosa individuale (persona,

oggetto, concetto) come se fosse un membro o un elemento di un insieme o classe che

contiene altri membri

• →

Principio di simmetria Il sistema inconscio tratta la relazione inversa come se fosse

identica alla relazione. In altre parole, tratta le relazioni asimmetriche come se fossero

simmetriche

In base ai due principi è possibile comprendere quelle modalità specifiche di funzionamento del

pensiero che si manifestano nella sua dimensione inconscia, come nei sogni, nei sintomi psichici e

nelle manifestazioni emozionali. Inoltre, secondo Matte Blanco questo tipo di funzionamento è

sempre presente nell’individuo e costituisce uno dei modi di essere della mente. In particolare, il

modo di essere simmetrico si riferisce al funzionamento inconscio, il modo di essere asimmetrico

all’aspetto razionale. Ogni fatto psichico ha un aspetto simmetrico e uno asimmetrico. L’inconscio

non è più, come per Freud, il luogo del rimosso, nel quale sono relegate le idee incompatibili con la

coscienza, ma ogni atto psichico ha una sua componente simmetrica e una asimmetrica che si

potrebbero definire costituzionali. I contenuti mentali non sono più soggetti a un passaggio dal

conscio all’inconscio e viceversa, in quanto sono strutturalmente composti da entrambi i modi di

essere. L’obiettivo della cura analitica viene sostanzialmente ridefinito come il ristabilimento di un

equilibrio tra i due modi di essere, in quanto la patologia è rappresentata da un eccesso di modo di

essere simmetrico della mente.

Donald Woods Winnicott

La psicosi e l’assistenza al bambino comune nell’infanzia, ma non

In questo capitolo Winnicott si propone di mostrare che un certo grado di psicosi è

viene notata per il modo in cui i sintomi si nascondono nelle difficoltà abituali dell’assistenza al bambino. La

diagnosi è possibile quando l’ambiente non riesce a nascondere o ad affrontare le distorsioni dello sviluppo

emozionale, ed il bambino ha quindi bisogno di organizzarsi secondo una certa linea di difesa che diventa

riconoscibile come malattia. Questa teoria presuppone che le basi della salute mentale della personalità siano poste,

nel corso della primissima infanzia, dalle tecniche usate dalla madre, che si preoccupa di assistere il suo bambino.

Winnicott decide di affrontare l’argomento delle psicosi infantili in qualità di pediatra. Per il pediatra vi è una

continuità nello sviluppo dell’individuo; tale sviluppo inizia con il concepimento, continua durante i primi mesi di

vita e conduce allo stato adulto, poiché nel bambino c’è il germe dell’uomo. Lo scopo delle cure materne non è solo

l’esistenza di un bambino sano, ma anche lo sviluppo finale di un adulto sano.

vuole affrontare il problema in senso inverso, affermando che le basi della salute dell’adulto vengono

Winnicott

poste in tutti gli stadi della prima infanzia e dell’infanzia. Il pediatra, che si occupa di seguire lo sviluppo del

bambino fino all’età adolescenziale, può recare un contributo importante alla psichiatria.

Le basi della salute mentale vengono poste dalla madre fin dal momento del concepimento con l'assistenza comune

che essa offre al bambino grazie alla sua particolare inclinazione verso questo compito. Una cattiva salute mentale

di natura psicotica prende origine da ritardi e distorsioni, da regressioni e confusioni nei primi stadi dello sviluppo

della struttura individuo-ambiente.

Donald Woods Winnicott, considerato tra i principali teorici delle relazioni oggettuali e

appartenente al gruppo degli indipendenti britannici, è approdato alla psicoanalisi attraverso la

pediatria. Tale percorso formativo permea tutta l’opera dell’autore, centrata su come si sviluppa e

costruisce nel bambino l’esperienza integrata di sé grazie ai rifornimenti del mondo esterno.

Sono in primo piano l’attenzione al Sé e ai suoi bisogni, l’importanza delle cure materne e delle

funzioni dell’oggetto che rendono possibile al bambino vivere in un mondo di oggetti reali.

L’interesse è rivolto ai processi all’interno della matrice relazionale che portano allo sviluppo di

un’unità spazio-temporale stabile, di una membrana limitante tra il me e non-me, dove la realtà

oggettuale esterna e quella psichica interna iniziano a esistere.

39 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

1. Note biografiche

Il suo vivo interesse per il primo sviluppo del bambino aveva portato Winnicott ad avvicinarsi al

lavoro di Melanie Klein, che costituì sicuramente un riferimento molto importante nella formazione

dell’autore. Egli cercò con lei un continuo confronto pur essendosi nel tempo molto distaccato dal

suo approccio. I primi scritti, infatti, fanno chiaramente riferimento ai concetti kleiniani, ma il suo

lavoro successivo se ne discosta progressivamente. Le principali divergenze tra Winnicott e

Melanie Klein ruotano intorno al profondo disaccordo sull’esistenza di una pulsione di morte innata

e sul ruolo svolto nello sviluppo del bambino dalla madre reale.

È a partire dal periodo successivo alla seconda guerra mondiale che Winnicott sviluppò le proprie

idee in maniera più originale e sistematica. Con la pubblicazione dello Sviluppo emozionale

primario nel 1945, nel concludersi delle Discussioni Controverse, egli prese le distanze da entrambi

i gruppi di Anna Freud e di Melanie Klein. In quello scritto sono infatti presenti in nuce tutti i

maggiori contributi alla psicoanalisi che l’autore ha poi sviluppato nei ventisei anni successivi della

sua vita.

2. Lo sviluppo emozionale primario e le funzioni

Winnicott parla di un Sé centrale già presente alla nascita che, grazie alle cure materne, può

svilupparsi verso un Sé individuale e intero, in grado di discriminare tra un Me e un non-Me. Il Sé è

costituito da diversi aspetti della personalità e riguarda l’esperienza soggettiva di essere: presente in

nuce nell’unità madre-bambino, conduce alla consapevolezza di se stessi.

“Il

Winnicott descrive il Sé in questo modo: Sé, che non è l’Io, è la persona che sono io, che è solo

me e che ha una totalità basata sull’operare del processo maturativo; nello stesso tempo, il Sé ha

delle parti ed è in effetti costituito di queste parti, che si agglutinano dall’interno verso l’esterno

nel corso del processo maturativo, aiutato come può essere, soprattutto all’inizio, dall’ambiente

umano che contiene e maneggia il bambino e lo facilita in un modo vivo.”.

Il Sé ha dunque il significato di esperienza soggettiva, è il modo della persona di percepirsi

introspettivamente; tale termine è usato cioè nell’accezione fenomenologica di vissuto e non per

indicare una struttura psichica.

Per Winnicott esiste fin dalla nascita un Io, anche se non ancora sviluppato, responsabile della

raccolta delle esperienze, interne ed esterne, e della loro organizzazione. L’Io ha la funzione di

organizzare l’elaborazione mentale delle esperienze, inizialmente fondate su sensazioni e percezioni

di origine corporea, permettendo l’emergere della realtà psichica personale. L’Io viene pertanto

letto non tanto in termini di istanza psichica volta a gestire le pulsioni quanto come funzione

organizzante che permette l’emergere dell’esperienza soggettiva. Per svolgere tali funzioni l’Io,

estremamente debole nei primissimi stadi di sviluppo, ha bisogno di una dipendenza quasi assoluta

dall’Io supportivo della madre. La forza dell’Io del bambino è all’inizio espressione della capacità

della figura di riferimento di rispondere ai bisogni fisiologici e ai bisogni emotivi primari del

bambino, permettendogli poi di emergere dalla matrice della relazione con la madre: buone cure

materne consentono al bambino un’esperienza di continuità dell’essere, fondamento della forza

dell’Io. Solo questo tipo di esperienza consente al bambino di vivere anche le richieste dell’Es come

qualcosa che gli appartiene e la cui soddisfazione rinforza a sua volta l’Io. Per Winnicott le pulsioni

dell’Es sono utilizzabili solo quando è presente un’organizzazione psichica, se pur rudimentale, che

renda un evento dell’Es un’esperienza personale.

3. La dipendenza assoluta

Il pensiero winnicottiano sullo sviluppo emozionale è centrato sulla specifica natura del rapporto

“Il “se

madre-bambino. bambino è qualcosa che non esiste come un’entità a sé”, scrive Winnicott,

si vede un bambino di sicuro si vede anche qualcuno che si prende cura di lui”. Non ha senso per

Winnicott parlare del neonato in termini di unità, quanto di un’organizzazione dinamica individuo-

40 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

ambiente, perché non si è ancora costituito un Sé individuale, con la relativa capacità di discernere

la realtà esterna.

Nello stato di dipendenza assoluta il bambino non ha nessuna nozione che esista qualcosa oltre a se

stesso e, quindi, non ha neanche consapevolezza delle cure materne. Sono gli aspetti qualitativi ed

esperienziali della precoce interazione madre-bambino che permetteranno il passaggio da uno stato

di identificazione con l’ambiente a uno di separazione, raggiungendo la capacità di stabilire

relazioni con oggetti esterni vissuti come separati dal Sé.

È fondamentale che l’ambiente, e in particolare la madre, inizialmente si sintonizzi con il potenziale

innato del figlio a divenire ciò che è in nuce e si adatti al suo ritmo personale, offrendogli ciò di cui

ha bisogno. La capacità della madre di sintonizzarsi con i bisogni del figlio è espressione di un

particolare stato mentale, la preoccupazione materna primaria, che origina verso la fine della

gravidanza e permane per qualche settimana dopo il parto. Esso consiste in una sensibilità esaltata,

una malattia normale, caratterizzata da un ritiro temporaneo dagli interessi per il mondo esterno e da

un provvisorio abbandono di alcuni aspetti della personalità.

Winnicott utilizza anche la definizione di madre normalmente devota per indicare come la capacità

della donna di adattarsi ai bisogni del figlio appartenga alla maggior parte delle madri. Appartiene a

tale madre la capacità di riemergere dallo stato di preoccupazione primaria una volta che si è creato

un sistema di relazione tra il suo Io e quello del bambino, permettendogli di iniziare a vivere come

persona diversa da sé.

Per quanto riguarda il ruolo del padre, Winnicott sottolinea che la sua funzione consista nel fornire

una copertura protettiva, dapprima alla madre quando entra nella preoccupazione primaria e

successivamente alla diade madre-figlio, sollevando così la madre dalle incombenze esterne e

permettendole di rivolgersi interamente al bambino. L’autore individua tre aree fondamentali di

influenza del padre sulla crescita del figlio: sostegno alla madre, rapporto tra i genitori, ruolo di

terzo all’interno di una relazione più diretta.

L’integrazione

Il neonato nasce in uno stato di non integrazione primaria che riguarda sia l’assenza del senso del

tempo, sia di una percezione di se stesso come collocato nello spazio. È da questo stato di non

distinzione tra ciò che è Me da ciò che è non-Me che emergerà un rudimento di integrazione a

partire dalle percezioni sensoriali e motorie, quali l’alternanza di stati di sonno e veglia o di attività

e inattività. Accanto alla tendenza innata che spinge verso la crescita e lo sviluppo, per il

conseguimento dell’integrità sono di fondamentale importanza le cure materne. In questo periodo

di dipendenza assoluta, Winnicott indica con il termine holding (contenimento) la principale

funzione materna. Il contenimento fa riferimento sia al tenere il bambino al riparo da eventi

imprevedibili, e quindi traumatici per il suo senso di continuità dell’esistere, sia al prendersi cura

del figlio a partire dai bisogni del corpo, che gradualmente si trasformano in bisogni dell’Io. Il

neonato è per la maggior parte del tempo non integrato e non è mai completamente integrato; lungo

la crescita può conservare la capacità di sperimentare e fluttuare in stati di non integrazione, come

nel sonno o in momenti di quiete, a condizione che permanga un ambiente di cure attendibili.

Winnicott contrappone nettamente il normale stato di non integrazione agli stati di disintegrazione,

che consistono in una produzione attiva di caos come difesa eretta contro angosce arcaiche e

impensabili, minacce di annichilimento, conseguenti alla mancanza di sostegno materno.

La personalizzazione

La collocazione della psiche nel soma è una conquista che avviene nel corso dello sviluppo ed è

legata all’acquisizione di uno schema corporeo. Con personalizzazione Winnicott fa riferimento

non solo all’insediamento della psiche nel soma, ma anche al processo che porta il Sé a dimorare

nel corpo. Il raggiungimento della personalizzazione è strettamente legato alla funzione di

contenimento della madre sufficientemente buona di manipolare (handling) il bambino e il suo

corpo. Un’adeguata manipolazione permette al bambino di riconoscere il corpo come parte e sede

del Sé, i cui confini costituiscono la membrana delimitante fra il Me e il non-Me. L’enfasi di

Winnicott non è sul corpo in quanto fonte delle pulsioni, ma come veicolo dell’esperienza emotiva e

41 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

degli affetti che, se correttamente integrato con la psiche, permette di vivere le esperienze con

profondità emotiva.

Risposte materne non adeguate ai segnali del figlio non gli permettono di sviluppare la capacità di

simbolizzare gli stati emozionali, conducendo a volte a un’iperattività del funzionamento mentale

che assume su se stesso le funzioni di cura che spetterebbero all’ambiente.

Le prime relazioni oggettuali e il vissuto di

onnipotenza Il passaggio alla dipendenza

relativa

L’evoluzione da uno stato indifferenziato alla

realizzazione richiede che il bambino sia in

grado di stabilire un rapporto con la madre in

quanto separata da sé o non-Me. Lo sviluppo

della capacità di avere relazioni oggettuali

richiede al bambino di passare da una

relazione con un oggetto percepito

soggettivamente, in cui l’altro non è distinto

da se stessi, a una con un oggetto percepito

oggettivamente. Tale maturazione dipende soprattutto dall’ambiente, che deve permettere al

bambino di vivere un’iniziale illusione di creare l’oggetto. Il bambino deve sentire di aver creato

lui stesso l’oggetto, e non di averlo scoperto, anche se ovviamente l’oggetto deve essere scoperto

per poter essere creato. È la madre che permette al figlio l’illusione di creare l’oggetto. Tale

funzione materna di offerta dell’oggetto (object presenting) riguarda la capacità di presentare al

figlio il mondo in maniera costante e attendibile e deve rispondere a un bisogno che origina dal

figlio nel momento in cui egli è pronto a crearlo; diversamente, un anticipare o un non rispondere ai

suoi bisogni costituiscono situazioni in cui il bambino si trova a dover reagire perdendo il senso di

continuità dell’esistenza, fondamento della forza dell’Io.

Nel bambino l’esperienza ripetuta di soddisfazione dei propri bisogni si trasforma nell’illusione di

avere egli stesso creato l’oggetto, che viene così percepito sotto il suo controllo magico: egli vive

un breve periodo di onnipotenza, basato sull’esperienza di essere il creatore del mondo.

Winnicott propone una concezione dell’onnipotenza come esperienza concreta in cui coincidono

fantasia e realtà e non come un sentimento che deriva da un vissuto opposto di impotenza, come

nella tradizione psicoanalitica classica. La fantasia in Winnicott costituisce una modalità di accesso

al mondo esterno, non essendo considerata come contrapposta alla realtà. La fantasia riguarda

l’incontro dell’immaginario con il reale, che si arricchisce con la scoperta del mondo tramite

l’esperienza dell’illusione. Diversamente, il fantasticare costituisce una fuga dalle frustrazioni della

realtà, esito di un fallimento dell’ambiente nel sostenere l’onnipotenza del bambino, in cui le

fantasie hanno caratteristiche di fissità e sono espressione di una dissociazione che mantiene

separata un’area di onnipotenza che funge da rifugio dalla realtà circostante.

4. La dipendenza relativa

Intorno al primo semestre di vita il bambino cresciuto in un ambiente sufficientemente buono

diviene più consapevole delle cure materne e dei suoi bisogni: emerge la capacità di distinguere il

Me dal non-Me. Il mondo esterno viene distinto da una realtà psichica interna, di cui affiora una

coscienza.

Il passaggio allo stato di dipendenza relativa, che permane all’incirca fino ai due anni d’età,

avviene quanto la madre riemerge dallo stato di preoccupazione materna primaria e il bambino

comincia ad avere meno necessità di un adattamento totale dell’altro ai propri bisogni. La madre

inizia un naturale de-adattamento progressivo ai bisogni del figlio, che si manifesta con relative

inadempienze: questi graduali fallimenti materni, se avvengono al momento adeguato, sono

necessari poiché facilitano un processo di disillusione che permette al piccolo di fare esperienza dei

propri bisogni. Se la madre persiste nel rispondere anticipatamente ai bisogni del figlio, inibisce la

42 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

sua capacità di dare un segnale e di comportarsi come un essere separato all’interno della relazione

con l’ambiente. Dall’altro lato, ostacolo per la crescita emotiva del figlio è anche un troppo rapido e

improvviso de-adattamento della madre, che causa una rottura nella continuità dell’essere del

bambino. Quest’ultima esperienza infantile di improvvisa deprivazione può essere all’origine di

difficoltà successive quali l’emergere di tendenze antisociali.

Fenomeni transizionali e oggetti transizionali

Il passaggio dalla dipendenza assoluta alla dipendenza relativa richiede al bambino di compiere un

percorso per accedere alla conoscenza della realtà come altro da sé. Il bambino di Winnicott, per

accedere alla conoscenza della realtà, deve affrontare gradualmente la disillusione di ciò che non

può fare accadere creandolo e di ciò che non gli viene permesso fare senza sentirsi impossibilitato

nella propria esperienza soggettiva di agire nel mondo in modo creativo. Non basta la

contrapposizione tra realtà interna

psichica e realtà esterna condivisa per

definire la natura umana: vi è anche il Area transizionale

Estensione del concetto di oggetto transizionale. Rappresenta un’area di

bisogno di una definizione tripla; la transizione tra due modi diversi di organizzare l’esperienza e

terza parte della vita di un essere relazionarsi con gli altri. È una zona protetta in cui il Sé può agire e

umano, un territorio neutrale, un ponte giocare, da solo e con gli altri, dove ha origine l’idea del magico, dove si

tra il mondo soggettivo auto-creato e la esprime tutto il potenziale della personalità, il gioco, l’arte e la cultura.

realtà percepita oggettivamente, che

Winnicot chiama terza area.

Fondamentale per la capacità del

bambino di accedere a questa terza area è la precedente esperienza di illusione di onnipotenza.

L’autore definisce

fenomeni transizionali

tutti quei fenomeni e

comportamenti che

appaiono mediare il

rapporto tra interno ed

esterno nel processo di

costruzione della realtà,

garantendo la funzione

della fantasia. I

fenomeni transizionali

prendono frequentemente forma nello sviluppo in quelli che Winnicott definisce oggetti

transizionali. Solitamente nell’arco del primo anno di vita compare nel bambino un particolare

attaccamento a un oggetto (oggetto transizionale), quale un orsacchiotto, una bambola o un pezzo di

“altro

stoffa. Il rapporto con tale oggetto, un da Me” che gradualmente viene intrecciato nello

schema personale del bambino, ha qualità speciali: è amato con eccitamento e mutilato, deve

sopravvivere all’amore e all’odio, è percepito come avente una propria vitalità o realtà.

Un paradosso dei fenomeni transizionali è che contemporaneamente separano e uniscono: si creano

grazie alla fiducia nell’esistenza del mondo esterno ed esprimono la continuazione dell’unione

sperimentata in fantasia, ma indicano anche l’inizio dell’autonomia. Proprio per questa natura

paradossale, l’oggetto transizionale diviene spesso particolarmente importante nel momento

dell’addormentamento, del passaggio cioè dalla veglia nella realtà percepita al sonno nel mondo

auto-creato.

Il destino dell’oggetto transizionale è di essere gradualmente non dimenticato ma abbandonato nel

limbo, perdendo nel tempo valore.

Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi e l’uso dell’oggetto: verso l’indipendenza

Per percepire il mondo in modo oggettivo il bambino deve aver fatto esperienza di oggetti che

sopravvivono alla sua distruttività, permettendogli di sviluppare una preoccupazione responsabile

per il loro destino. 43 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Winnicott postula che per il bambino

inizialmente esistano due madri: la madre-

oggetto e la madre-ambiente. Il primo

ruolo riguarda la madre come proprietaria

di oggetti parziali che possono soddisfare i

bisogni del bambino; la madre-ambiente fa

riferimento al genitore come parte

dell’ambiente totale, presente negli stati di

quiete del bambino. Verso la fine del

secondo anno di vita, la graduale

riunificazione nella mente del bambino

della madre-oggetto e della madre-

ambiente è all’origine della sua capacità di

preoccuparsi, intesa come l’emergere del

nesso tra gli aspetti distruttivi e le altre componenti affettive delle relazioni.

Winnicott distingue due modalità del bambino di porsi in relazione con l’altro: dall’iniziale entrare

in rapporto con l’oggetto al successivo fare uso di un oggetto. Per compiere il passaggio tra queste

due modalità, è necessario che il bambino collochi gli oggetti al di fuori del suo controllo

onnipotente e per fare questo egli deve anche aver potuto distruggere l’oggetto. È fondamentale che

la madre sopravviva agli attacchi distruttivi del figlio e continui ad essere la stessa senza reagire con

rappresaglie: la sua capacità di contenere la situazione e di apprezzare ciò che di buono il bambino

può offrirle costituiscono elementi centrali nel lavoro di elaborazione del bambino. Diversamente,

una reazione della madre di rappresaglia fa confrontare il bambino con una realtà aggressiva

esterna, impedendogli di percepire la propria distruttività e di trasformarla in una fantasia inconscia:

la distruttività diventerà un suo tratto caratteristico, che potrà esprimersi attraverso messe in atto di

comportamenti aggressivi o, viceversa, con una estrema inibizione di ogni impulso e creatività. Nel

consolidare l’ambiente e permettere la sopravvivenza agli attacchi distruttivi del figlio assume un

ruolo importante anche la figura paterna. Un padre che sostiene la madre e che ha un buon rapporto

con lei contribuisce a costituire un ambiente indistruttibile di fronte all’odio e aggressività del

figlio.

5. Il falso Sé: una concezione del rischio psicopatologico

Winnicott propone una concezione evolutiva della psicopatologia, evidenziando il ruolo delle

carenze ambientali come fattori di rischio evolutivo nella formazione di diversi quadri clinici, in

relazione ai diversi momenti

dello sviluppo.

Cure materne inadeguate

possono interferire con un

armonico sviluppo del vero Sé,

fallendo nel sostenere il gesto

creativo del figlio e la

conseguente illusione di

onnipotenza, ma anche

intromettendosi nei momenti di

quiete del bambino. Questi interventi, se ripetuti ed eccessivi, divengono minacce annichilenti per il

vero Sé del bambino. La reazione condiscendente alle interferenze e alle pressioni ambientali

indotta nel bambino, che cresce così reagendo ai bisogni e ai ritmi dell’altro e non seguendo la

propria continuità dell’essere, porta alla creazione di un falso Sé. Scopo principale del falso Sé è

l’organizzazione di uno stato di invulnerabilità, che attraverso una corazza protettiva permette al

bambino di proteggere il vero nucleo di Sé, che altrimenti sarebbe annientato, e di adattarsi alle

richieste dell’ambiente circostante. L’eziologia della patologia falso Sé è quindi da ricercare nel

44 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

punto di incontro tra l’individuo e l’ambiente: il vero e il falso Sé riguardano differenti forme di

relazione tra sé e le altre persone.

L’autore classifica lungo un continuum le organizzazioni del falso Sé e, partendo dalla

considerazione che la natura difensiva del falso Sé è quella di nascondere e proteggere il vero Sé, ne

identifica cinque livelli principali, che vanno dal polo estremo verso la patologia a quello verso la

salute:

1. Nella patologia, il falso Sé compiacente si costituisce come reale e può essere scambiato per

la persona intera mentre ne rappresenta una parte, mostrando però la sua vulnerabilità nelle

relazioni affettive per l’incapacità di rapportarsi con gli altri come persona intera. In questo

estremo il vero Sé risulta nascosto.

2. Lungo il continuum si incontrano livelli in cui l’organizzazione difensiva atta a proteggere

l’esistenza del vero-Sé dall’annientamento ne permette una crescente esistenza e visibilità; il

vero-Sé può quindi essere presente come potenziale e avere una vita segreta, che può ad

esempio trovare espressione nei sintomi di alcuni disturbi

3. Al livello successivo, esso può essere percepito dal falso-Sé come estremamente fragile di

fronte al rischio di sfruttamento, fino al punto che, qualora non sia possibile creare

condizioni che permettano a questi aspetti di emergere, può portare fino al suicidio, come

soluzione di fronte all’impossibilità di far emergere il vero-Sé.

4. Procedendo lungo il continuum verso la salute, si trovano organizzazioni dove il falso Sé si

è formato sulla base di identificazioni, ma è deficitaria la capacità di costruire una identità

individuale non imitativa e la persona vive la sensazione di non esistere e ricerca

affannosamente mezzi per vivere in maniera più autentica.

5. Nello stato di salute il falso Sé riguarda solo il comune aspetto di compiacenza sociale,

espressione della capacità adattativa di stabilire rapporti formali, mantenendo la capacità e

flessibilità di far subentrare il vero Sé qualora la situazione lo permetta.

6. Implicazioni cliniche

Winnicott è interessato principalmente al trattamento di pazienti con disturbi del falso Sé e, in

particolare, di quei pazienti con una forma di patologia che definisce pre-Sé. Questi ultimi, non

avendo ancora raggiunto un’unità spazio-temporale stabile a causa di carenze ambientali precoci,

richiedono una forma modificata di analisi per essere curati. Diversamente, i pazienti dell’area

nevrotica con disturbi post-Sé, dotati di un’integrazione spazio-temporale, sono adatti al trattamento

psicoanalitico classico. Tale distinzione tra pazienti nevrotici classici e pazienti con disordini pre-

Sé, presentata da Winnicott come un ampliamento dei concetti freudiani, nella realtà propone una

nuova visione non solo della psicopatologia, ma anche del trattamento. Nel trattamento analitico,

Winnicott considera fattore terapeutico centrale la regressione, intesa non come ritorno a fasi di

fissazione libidica, ma come possibilità di risperimentare la dipendenza, cioè come un ritorno

organizzato alla dipendenza primitiva in cui il paziente può riavviare dei processi individuali che si

45 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

erano fermati, trovare una nuova forza dell’Io e progredire verso l’indipendenza. Winnicott delinea

una chiara similitudine tra la relazione madre-bambino nelle prime fasi dello sviluppo e la

relazione terapeutica: così come è centrale per il bambino piccolo l’adattamento pressoché totale

dell’ambiente, allo stesso modo l’ambiente terapeutico assume un ruolo fondamentale nel processo

terapeutico, in cui il setting costituisce lo strumento per il contenimento del paziente. Il lavoro

clinico crea uno spazio transizionale tra paziente e analista. Fattore curativo della psicoanalisi

diviene un ambiente capace di fornire quelle facilitazioni che permettono di riattivare i processi che

si erano fermati nella crescita. Il comportamento dell’analista deve dunque essere sufficientemente

buono nell’adattarsi ai bisogni del paziente, così che il falso Sé si consegni all’analista, creando una

situazione di estrema dipendenza da cui può riemergere il vero Sé.

7. Differenze del modello di Winnicott

Ronald David Laing

L’insicurezza ontologica parla dell’insicurezza ontologica applicata ad opere letterarie classiche come

Il capitolo aggiuntivo relativo a Laing

possono essere quelle di Shakespeare e Kafka. Approfondisce le tre forme che assume l’angoscia persecutoria nel

soggetto affetto da insicurezza ontologica primaria e quindi da psicosi (risucchio, implosione, pietrificazione).

Espone il caso clinico di James, un chimico ventottenne, che non aveva un suo io ma non si lasciava sopraffare

facilmente attraverso docilità e pietrificazione dell’altro. Le due tecniche gli garantivano il mantenimento della

propria soggettività.

Nel paragrafo “L’ansia del sentirsi soli”, l’autore tratta del disturbo della signora R., cioè l’agorafobia. L’ansietà

nasceva quando cominciava a sentirsi sola per la strada. Fin da bambina si era sempre sentita sola e non importante

per nessuno. Il suo desiderio era quello di essere importante per qualcuno. Il punto centrale di tutta la sua vita è la

mancanza di autonomia ontologica.

Uno dei casi più curiosi fenomeni nel campo della personalità, si ha quando a un individuo pare di essere il veicolo

di una personalità non sua. Appare cioè che sia la personalità di un altro a possederlo, e a trovare espressione

attraverso le sue parole ed i suoi atti, mentre la sua propria sembra temporaneamente perduta o assente. Il fenomeno

quando si presenta non desiderato e con caratteristiche di coazione, è uno dei più importanti fattori nel determinare

delle rotture del senso della propria identità.

Ronald D. Laing ebbe il grande merito di mettere in discussione le posizioni scientifiche

tradizionali sulla diagnosi e sulla cura dei disturbi psicotici, ma anche di mettere in crisi le

convenzioni che la società imponeva alla follia e la concezione conservatrice che era alla base della

creazione dei manicomi.

1. Note biografiche

Ronald David Laing iniziò gli studi di medicina all’Università di Glasgow nel 1944. Dopo essersi

laureato, dovendo passare due anni nell’esercito, Laing finì alla Central British Army Psychiatric

46 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Unit, dove lavorò in un padiglione psichiatrico militare. All’età di ventisei anni venne destinato al

Royal Gartnavel Mental Hospital di Glasgow. A differenza di quanto avveniva nella psichiatria

militare, che non si occupava della cura a lungo termine, qui entrò in contatto con pazienti

ospedalizzati da dieci, vent’anni e oltre, alcuni addirittura dell’altro secolo. Fu allora che cominciò a

trascorrere molto tempo con i pazienti psicotici nelle stanze dov’erano rinchiusi. Laing credeva che

nonostante il loro delirare, ci fosse un senso e una logica nelle espressioni e nei loro comportamenti

disorganizzati, e questa scoperta, oltre ad affascinarlo, lo sospinse definitivamente verso la ricerca

di una comprensione più efficace ma anche più umana della psicosi.

Questi suoi iniziali interessi filosofici e fenomenologici per il valore della persona come essere nel

mondo si mescolarono nello stesso periodo con quelli per la clinica psicoanalitica e in particolare

con gli orientamenti dinamici della scuola inglese delle relazioni oggettuali, i cui principali

rappresentanti erano all’epoca Melanie Klein, Ronald Fairbairn, Donald Winnicott, Susan Isaacs, il

cui merito era quello di considerare, da punti di vista diversi, l’importanza della relazione primaria

madre-bambino nello sviluppo psichico e il disagio del paziente nell’ambito delle sue relazioni

interpersonali.

2. Il modello della scienza delle persone

Il progetto principale di Laing è stato quello di rendere intellegibili le condizioni psicopatologiche e

gli schemi comportamentali dei fenomeni psicotici e, per Laing, l’intellegibilità può essere costruita

solo dalla valutazione dell’insieme delle interrelazioni sociali e degli scambi interpersonali che

caratterizzano la storia evolutiva della persona. Pertanto, i segni e i sintomi della psicosi diventano

intellegibili e utilizzabili clinicamente se non si spersonalizzi il paziente estrapolandolo dal suo

contesto ambientale e sociale e dalla relazione con il terapeuta, ma lo si consideri come un soggetto

che si è evoluto o involuto nei suoi complessi rapporti con gli altri, ovvero come una persona.

Le due personalità del medico e dello psicotico non sono contrastanti, come due fatti opposti che

non possono né incontrarsi né confrontarsi. Però il terapeuta deve possedere una plasticità

sufficiente per potersi trasportare in un altro modo di vedere il mondo. In questo atto di

trasposizione il terapeuta attinge alle proprie potenzialità psicotiche, senza per questo rinunciare alla

sua salute mentale. Solo così può arrivare a cogliere la posizione esistenziale del paziente. Il fattore

principale della reintegrazione del paziente, nel rimettere assieme i pezzi, è l’amore del terapeuta.

Il terapeuta non è quindi il sostituto freudiano del genitore su cui, come nel modello psicoanalitico,

il paziente può trasferire i propri vissuti ostili o sessuali, ma un genitore nuovo ed emotivamente

intelligente, una persona che relazionandosi a lui sulla base della piena autenticità e competenza

relazionale vede il paziente quale egli è realmente e che lo restituisce a se stesso e alla sua completa

autorealizzazione. Se non si cura lo psicotico come persona, egli rimane psicotico, ma se lo

psicotico viene curato come persona che è stata spersonalizzata e portata alla psicosi, lo psicotico

tornerà a essere una persona tra le persone, guarendo da una malattia che non era dentro di lui.

Laing tentò di fondare un nuovo orientamento clinico basato su quella che lui ebbe a definire come

scienza delle persone. Una scienza dove l’altro, ovvero il paziente, era visto come responsabile di

se stesso e come agente autonomo in un sistema di relazioni e non solo come il prodotto dei

condizionamenti familiari.

Il richiamo alla cura relazionale non si limitava soltanto a un’esortazione di carattere etico nei

riguardi del paziente, ma discendeva dalla conoscenza fenomenologica degli stati mentali psicotici e

dalla comprensione dell’insicurezza ontologica primaria. Questa è la principale condizione che

caratterizza il mondo dello psicotico riproduce una frammentazione molto più complessa prodottasi

nel corso dello sviluppo tra l’Io, il corpo, l’altro e il mondo. Per Laing si definisce col termine

schizoide un individuo la cui totalità di esperienza personale è scissa a due livelli principali: nei

rapporti con l’ambiente e nei rapporti con se stesso. La mancata acquisizione di un senso unitario

del Sé e di un saldo sentimento dell’identità personale costituisce un fattore di rischio per una

profonda alterazione del rapporto tra l’individuo e la realtà, con la conseguenza di non poter

stabilire in modo efficace i confini del proprio Io e di integrare una linea di demarcazione tra l’Io e

47 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

il mondo degli altri. Tale processo di progressiva spersonalizzazione costringe l’individuo a una vita

di persistente insicurezza.

Laing distinse tre particolari forme di angoscia specifiche alle dinamiche relazionali basate

sull’insicurezza ontologica dello psicotico:

• →

risucchio si caratterizza con l’angosciante sensazione che la relazione umana coincida

con la minaccia di perdere l’identità fino al punto di essere risucchiati dall’altro, dentro

l’altro

• →

implosione è la sensazione connessa al terrore di sentire il mondo irrompere con una tale

violenza da svuotare completamente la fiducia nelle risorse personali, un’esperienza

caratterizzata da un crollarsi addosso e dall’impoverimento oggettuale che implicano il

panico di sentire la realtà come qualcosa che da un momento all’altro può annichilire e

inghiottire dentro di sé i confini dell’identità personale

• →

pietrificazione o spersonalizzazione coincide con l’atto di trasformare un altro da

persona a cosa, di non riconoscere la sua autonomia individuale e i suoi sentimenti e di

collocarlo sullo sfondo del proprio mondo come un oggetto disumanizzato

Lo psicotico, per Laing, sembra adottare un pattern di questo tipo: pietrifico e spersonalizzo l’altro

per non essere pietrificato e spersonalizzato dall’altro. Si tratta di un’operazione relazionale basata

su un’angoscia persecutoria che costringe inevitabilmente lo psicotico a oscillare fra il completo

isolamento e la completa fusione. Il tentativo di annullare l’individualità dell’altro per provare ad

affermare la propria individualità si trasforma in un inesorabile circolo disfunzionale relazionale, in

quanto la pietrificazione o spersonalizzazione dell’altro implica per lo psicotico, come effetto di

ritorno, una disconferma e una disorganizzazione della propria individualità e identità.

Nel pensiero di Laing l’esperienza del corpo assume un valore decisivo nell’analisi fenomenologica

del vissuto psicotico. Lo stato mentale dell’insicurezza ontologica primaria coincide infatti con la

dissociazione del proprio corpo, vissuto come scisso e separato dall’Io del soggetto, come un

oggetto inanimato tra i tanti oggetti di un mondo senza vita, estraneo all’esperienza della persona.

Pertanto, invece di essere il centro del vero Io, il corpo è vissuto come il centro di un falso Io,

quello che l’individuo considera il suo vero Io è da lui sentito come qualcosa di più o meno

incorporeo; le esperienze corporee, dal canto loro, sono sentite come qualcosa che fa parte del

sistema del falso Io. Il falso Io è un modo per non essere se stessi, l’inevitabile trasformazione di un

vero Io che si è rinchiuso sempre più su se stesso a danno dell’esperienza spontanea e autonoma e di

cui il comportamento dell’individuo è la maschera, lo stravolgimento del vero Io che ha rinunciato a

ogni rapporto con la realtà. Il sistema del falso Io si declina nel progetto alienante di costruire una

facciata esteriore mediante la quale fronteggiare la persecutorietà del mondo esterno, con lo scopo

di preservare il vero Io da ogni contatto disorganizzante con l’ambiente e il mondo degli altri. Gli

elementi essenziali del falso Io sono la tendenza a sottomettersi e un’apparente condiscendenza,

basate sull’ansia di assumere sempre più le stesse caratteristiche della persona o delle persone verso

le quali è diretta la propria docilità ma l’Io interiore e segreto odia le caratteristiche del falso Io, e le

teme, perché l’assunzione di un’identità estranea viene sempre vissuta come un pericolo per la

propria.

3. L’esperimento di Kingsley Hall

Il 1965 segnò l’inizio ufficiale del primo esperimento di comunità terapeutica per pazienti psicotici

“Diversi

alternativa all’ospedale psichiatrico. Laing descrisse così lo spirito di quell’iniziativa: di

noi vivevano con un certo numero di persone psicotiche, che altrimenti sarebbero state in

manicomio o in unità psichiatriche, e trattate di conseguenza. Tra noi non c’erano né staff, né

pazienti, né porte chiuse a chiave, né terapie psichiatriche per bloccare o modificare gli stati

mentali. Il comportamento trasgressivo, per qualunque ragione e di qualunque tipo, era

disapprovato. In questo, come in ogni altra questione, correvamo i nostri rischi.”.

La portata storica di questo esperimento è stata quella di elaborare una cultura antipsichiatrica

innovativa, a favore di una piattaforma d’incontro per tutti coloro che volevano dimostrare

48 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

l’attuabilità del modello lainghiano nell’ambito della teoria e della cura della psicosi e contribuire a

un processo di crescita e di liberazione.

A Kingsley Hall potevano abitare non più di quattordici persone contemporaneamente; nei primi

quattro anni dell’esperimento vi abitarono in complesso 113 soggetti (75 uomini e 38 donne di età

compresa tra i sedici e i sessant’anni). Di tutti costoro, 43 non erano mai stati diagnosticati come

pazienti psichiatrici e, dei rimanenti 70, oltre la metà, cioè 39, erano stati precedentemente

ricoverati in ospedali psichiatrici. In seguito al soggiorno nella comunità, la cui durata è stata molto

varia (più della metà dei residenti, comunque, vi ha abitato per un periodo compreso fra una

settimana e tre mesi), solo undici persone sono state ricoverate in ospedali psichiatrici, di cui tre

direttamente da Kingsley Hall.

Per quanto riguardava le regole comunitarie, va specificato che queste erano improntate al principio

del valore dell’esperienza e della responsabilità personale, di volta in volta stabilite dallo scambio

interpersonale libero e democratico, che poteva eliminarle, sostituirle o modificarle a seconda delle

circostanze e delle necessità individuali o di gruppo.

Dallo statuto del 1965 emergevano le seguenti linee guida sugli scopi dell’esperimento e della vita

comunitaria:

• Alleviare le malattie mentali, comunque esse siano descritte, in particolare, la schizofrenia

• Intraprendere e incoraggiare la ricerca delle cause delle malattie mentali, dei mezzi per

scoprirle e prevenirle e dei metodi di cura

• Fornire e incoraggiare una sistemazione per la residenza di persone che soffrono o hanno

sofferto di malattie mentali

• Fornire aiuto finanziario ai pazienti poveri

• Promuovere e organizzare la formazione professionale per la cura della schizofrenia e delle

altre forme di malattia mentale

• Organizzare seminari, conferenze e scuole estive

• Il nostro obiettivo è di cambiare il modo in cui i fatti della salute mentale e della malattia

mentale sono visti da molte persone

Si può ragionevolmente affermare che questi principi hanno orientato tutta la rivoluzione

psichiatrica nel mondo, dando fondamento, in Italia, alla critica delle istituzioni manicomiali portata

avanti da Franco Basaglia.

4. Note conclusive

Laing è stato molto più interessato all’influenza, all’interazione e al rapporto tra le persone,

immediatamente osservabili nel presente esperienziale del paziente, piuttosto che a ciò che è

individuale, intrapsichico e immaturo. La specificità del modello lainghiano va ricercata

nell’attenzione alla natura del rapporto fra comportamento ed esperienza soggettiva, nonché

nell’analisi della persona come tale e dei suoi rapporti interpersonali.

John Bowlby

1. Note biografiche

John Bowlby (1907-1990) si laurea in medicina con specializzazione in psichiatria. Si avvicina allo

sviluppo infantile e alla psicoanalisi attraverso la Klein, la quale è suo supervisore nel periodo di

training, ma dalla quale poi si discosta. Dalle osservazioni relative agli effetti della separazione e

privazione/deprivazione materna, Bowlby rilevò la necessità di una nuova teoria che ne spiegasse le

conseguenze nello sviluppo infantile. Il distacco dalla teoria psicoanalitica classica si ebbe quando

Bowlby si confrontò con le nozioni provenienti dalle nuove scienze del comportamento.

“Maternal

Nel 1951 Bowlby pubblicò il saggio Care and Mental Health” in cui era presente il

nucleo centrale della sua teoria: ovvero che la mancanza di protezione e cura, in particolare in

seguito a separazioni e perdite particolarmente traumatiche, quali quelle subite dai bambini

49 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

ospedalizzati e orfani di guerra, ha un effetto negativo sullo sviluppo del bambino. Secondo

Bowlby, la maggior parte delle persone che presentano una sofferenza psicologica non ha ricevuto

nell’infanzia cure adeguate dai genitori (separazioni precoci, perdite, maltrattamenti).

“Attaccamento

Successivamente egli pubblica la sua famosa trilogia e perdita” (1969-1982):

• “Attaccamento →

Primo volume alla madre” Dettagliata esposizione dei concetti centrali

dell’etologia del comportamento istintivo e descrizione del comportamento di attaccamento

e della sua evoluzione ontogenetica nell’uomo e in varie specie animali

• “La →

Secondo volume separazione dalla madre” Tratta delle reazioni di bambini e

animali alla separazione dalla loro figura di attaccamento e dei fattori che scatenano

sentimenti di paura nei piccoli di varie specie; del ruolo della valutazione cognitiva e dei

meccanismi cognitivi coinvolti nella gestione del sentimento di angoscia e paura ecc.

• “La →

Terzo volume perdita della madre” Affronta il tema del lutto negli animali, nei

bambini e negli adulti descrivendone due principali varianti patologiche (il lutto cronico o

l’assenza di lutto), indagando le condizioni che influenzano il processo del lutto, il ruolo

degli attaccamenti ansioso-ambivalenti ecc.

Nella sua ricostruzione dello sviluppo infantile, Sigmund Freud aveva descritto almeno nelle

primissime fasi, un bambino monadico in uno stato di narcisismo primario; questa visione del

bambino perdura anche nella prospettiva dello sviluppo a fasi di Margaret Mahler, che ipotizza una

normale fase autistica di iniziale con indifferenziazione psichica. Il principio dell’inseparabilità tra

il bambino e il suo ambiente messo in luce dagli sviluppi della teoria psicoanalitica delle relazioni

oggettuali e della psicologia del Sé (Fairbairn, Kohut, Jacobson, Winnicott) ha spostato l’angolatura

dell’osservazione dall’individuo alla relazione, sia il bambino sia il genitore agiscono l’uno

sull’altro con stimolazioni e modellamenti reciproci.

L’assunto attorno a cui ruota la teoria bowlbiana è che l’attaccamento svolga un ruolo centrale nel

funzionamento tanto del bambino quanto dell’adulto. Due sono le ipotesi fondamentali di questa

teoria

1. i legami emotivi intimi tra individui si sviluppano grazie a una predisposizione all’interazione

sociale presente fin dalla nascita, e alla creazione di un rapporto stabile e duraturo

2. tali legami svolgono una funzione biologica specifica facilitando lo sviluppo e il mantenimento

di rappresentazioni mentali di sé e dell’altro sulla cui base l’individuo predice e comprende il

proprio ambiente, si impegna in comportamenti che aumentano la sopravvivenza, quali il

mantenimento della prossimità, e stabilisce un senso di sicurezza percepita

A partire da Bowlby, i teorici dell’attaccamento sostengono esplicitamente l’importanza centrale dei

bisogni di attaccamento per l’intera durata del ciclo di vita.

2. I presupposti di base della teoria di John Bowlby

Nell’illustrare i presupposti della sua teoria, Bowlby:

• indicava nella psicoanalisi il proprio

riferimento fondamentale

• individuava al tempo stesso

nell’osservazione diretta del

bambino durante e dopo la

separazione dalla madre in un

ambiente estraneo la fonte di dati

privilegiata da cui partire per

ricostruire ciò che si verifica tra le

esperienze e il successivo sviluppo

della psicopatologia

La prospettiva etologica assumeva in

questa riformulazione teorica

un’importanza centrale. I concetti etologici, 50 |

Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

riguardando la formazione di legami sociali fra genitori e figli e fra partner sessuali, se utilizzati con

le dovute cautele, avrebbero infatti ampliato e arricchito la comprensione psicoanalitica dello

sviluppo della personalità.

L’adozione della prospettiva etologica avrebbe inoltre permesso alla psicoanalisi di aprirsi alla

verifica empirica, aggiungendo al suo metodo tradizionale quelli già sperimentati nelle scienze

naturali e testando così sulla base del metodo scientifico la validità delle proprie ipotesi.

I concetti centrali della teoria dell’attaccamento, pur incorporando buona parte del pensiero

psicoanalitico classico, se ne differenziano introducendo parecchi principi derivati dall’etologia e

dalla teoria dei sistemi. Il riferimento all’etologia permetteva una riformulazione della teoria

psicoanalitica della motivazione sostituendo al desueto modello pulsionale freudiano e ai suoi

presupposti energetici una teoria dell’istinto che affondava le proprie radici in parte nell’etologia e

in parte nella psicologia cognitiva.

Questa nuova prospettiva avrebbe dunque avuto il merito di porre al centro dell’indagine

psicoanalitica il problema di cosa fa sì che nella vita di un individuo i modelli di comportamento

percepiti nell’infanzia costituiscano il patrimonio da cui si sviluppano in seguito gli stati puramente

psichici, individuando la fonte privilegiata per la soluzione di questo problema nelle osservazioni di

bambini piccoli in situazioni provocanti angoscia e disagio.

3. Un modello alternativo per la teoria della motivazione

La teoria dell’attaccamento, proposta da Bowlby come un’alternativa radicale alla teoria della

motivazione freudiana, si fondava dunque su due premesse essenziali:

1. nonostante la loro evidente variabilità, gli schemi comportamentali umani da cui dipendono le

condotte sessuali, l’accudimento della prole e l’attaccamento del bambino al genitore sono

riconducibili a un unico sistema che svolge una chiara funzione per la sopravvivenza e in quanto

tale può essere concettualizzato come sistema istintuale

2. avendo ereditato strutture anatomiche e fisiologiche da altre specie, l’uomo presenta anche una

continuità di repertori comportamentali connessi a queste strutture. Bowlby riteneva cioè più

che plausibile l’ipotesi che i repertori istintuali dell’uomo originassero da uno o più prototipi

comuni ad altre specie animali, prototipi che ovviamente sono stati nel corso dell’evoluzione

della specie umana ulteriormente articolati e modificati

Bowlby sottolineava le differenze fra il proprio quadro concettuale e quello psicoanalitico e la

distanza fra la teoria dell’attaccamento e le teorie cliniche avanzate da Freud ed elaborate dai suoi

“All’inizio

seguaci: del mio lavoro il mio quadro teorico era quello psicoanalitico. Trovando

insoddisfacente la sua sovra-struttura metapsicologica ho via via elaborato un paradigma che è in

grado di fare a meno di molti concetti astratti, come quelli di energia psichica e di pulsione e di

stabilire dei collegamenti con la psicologia cognitiva.”.

4. I sistemi di controllo, il comportamento istintivo e l’adattamento all’ambiente

Questo modello alternativo trovava il proprio sfondo nella teoria darwiniana e negli studi della

psicologia cognitiva sulla percezione e la memoria e considerava il comportamento come risultato

di sistemi di controllo corretti secondo lo scopo, che il raggiungimento dello stato di adattamento

nell’ambiente evolutivo. Il comportamento istintivo è così definito come un comportamento teso al

raggiungimento di uno scopo ben definito, coincidente in ultima analisi con la sopravvivenza della

specie. Bowlby puntualizza come la posizione centrale sia occupata dalla specie e non

dall’individuo e come la valutazione del grado in cui un certo stato di adattamento può aver

contribuito alla sopravvivenza della popolazione umana nel suo complesso rappresenta l’unico

criterio rilevante in base a cui valutare lo stato di adattamento di ogni singolo aspetto del repertorio

comportamentale umano.

In questo quadro teorico la regolazione del comportamento istintivo è quindi attribuita a una serie di

sistemi di controllo, dotati di sottostrutture interne organizzate secondo piani gerarchici, e il

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

risultato prevedibile di questa attività di regolazione è una proprietà di un particolare sistema in un

particolare individuo.

Da questa complessa organizzazione di struttura e funzionamento dipende dunque la flessibilità del

comportamento, e quindi la sua capacità di raggiungere lo scopo stabilito al variare delle condizioni

e caratteristiche dell’ambiente.

Bowlby mette l’accento sul processo di costruzione della mappa conoscitiva dell’ambiente e

identifica la caratteristica distintiva del comportamento umano nella sua flessibilità nonché

nell’aumentata capacità dell’essere umano di servirsi dei simboli e soprattutto del linguaggio.

5. La relazione madre-bambino e la regolazione dei comportamenti di

attaccamento: i modelli operativi interni

Secondo questa prospettiva, dunque, l’adattamento di un organismo al proprio ambiente si basa

sulla possibilità da parte dell’organismo stesso di costruirsi un’adeguata mappa conoscitiva, o

meglio un accurato modello operativo delle caratteristiche dell’ambiente capace di guidare e

regolare i successivi scambi tra organismo e ambiente. Dalla concordanza del modello con i dati

disponibili, dalla sua flessibilità e dalla sua coerenza interna, dipenderà l’adeguatezza delle

previsioni che è possibile avanzare sulla base del modello stesso, mentre dalla sua comprensività

dipenderà il numero di situazioni a cui tali previsioni saranno applicabili.

A questo modello dell’ambiente si affianca inoltre un analogo modello delle capacità

dell’organismo: solo l’interazione costante fra questi due modelli garantisce, secondo tale

prospettiva, l’adattamento. Questi due modelli, ambientale e organismico, rappresentano parti

costituenti di un sistema di controllo biologico complesso: sono cioè componenti di un complesso

meccanismo di regolazione, capace di utilizzare le informazioni elaborate da entrambi i modelli per

regolare il comportamento adeguandolo alla situazione prevista.

Bowlby sostiene inoltre che il costrutto di modello operativo interno (MOI) concorda con la

conoscenza soggettiva che abbiamo dei nostri processi mentali e che la capacità di costruirsi un

modello su piccola scala della realtà esterna e delle possibili azioni in esso effettuabili allarga il

repertorio comportamentale dell’individuo, facilitando al tempo stesso la valutazione dei possibili

esiti di comportamenti differenti in risposta a modificazioni ambientali. La concettualizzazione del

comportamento umano nei termini di modelli operativi interni permetterebbe dunque una migliore

comprensione del comportamento umano.

Le relazioni fra caregiver e bambino vengono considerate fondamentali per la costruzione di tali

modelli. Nell’ipotizzare infatti che il bambino costruisca, nel corso dell’interazione con l’ambiente,

dei MOI con l’aiuto dei quali percepisce gli eventi, prevede il futuro e costruisce i propri

programmi, Bowlby sottolinea che le prime esperienze interpersonali sono decisive per lo sviluppo

e identifica in esse la base della salute mentale e le radici della psicopatologia.

Gli scambi madre-bambino e le concrete condizioni in cui essi si verificano finiscono così per

costituire l’ambiente da cui provengono le informazioni utilizzate per la costruzione della mappa

conoscitiva che definisce le coordinate essenziali per la regolazione del comportamento.

La funzione adattiva del sistema comportamentale dell’attaccamento

Secondo Bowlby, il suo nuovo modello alternativo offriva delle indicazioni per rispondere ad una

serie di interrogativi relativi al modo in cui la carenza delle cure produce questa o quella forma di

disturbo psichico e al perché di questi effetti.

Bowlby individuava nel legame del bambino con la madre il prodotto dell’attività di diversi sistemi

comportamentali che hanno come risultato prevedibile la vicinanza con la madre. Egli riteneva

inoltre che, a partire dai due anni di età, l’allontanamento della madre o un’esperienza paurosa

attivassero l’integrazione di tali sistemi producendo un comportamento di attaccamento. Un

postulato centrale di questa teoria è che ad un certo stadio dello sviluppo dei sistemi

comportamentali responsabili dell’attaccamento, la vicinanza alla madre diviene un fine stabilito.

Il legame madre-bambino e l’esplorazione dell’ambiente

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

Bowlby definisce dunque il comportamento di attaccamento come ricerca della sicurezza in base a

due caratteristiche fondamentali, presenti in molte specie animali e cioè:

• il mantenimento della vicinanza con un altro animale e la tendenza a ristabilirla quando è

venuta a mancare

• la specificità dell’altro animale

Rifacendosi ad una tradizione etologica, Bowlby considera ogni comportamento del bambino

piccolo che dia luogo alla vicinanza alla madre come una componente del comportamento di

attaccamento e ritenere quindi plausibile che i fattori responsabili del comportamento di

attaccamento nell’uomo non siano molto diversi da quelli di altri mammiferi.

In accordo con gli studi etologici, Bowlby applica allo studio dello sviluppo infantile i seguenti

presupposti:

a) l’adattamento del corredo istintivo dell’uomo deve essere visto in riferimento al suo ambiente di

adattamento evolutivo

b) questo ambiente è quello che presentava le difficoltà e i rischi che hanno selezionato il corredo

comportamentale caratteristico dell’uomo odierno

c) gli unici criteri rilevanti in base a cui valutare lo stato di adattamento di ogni singolo aspetto del

corredo comportamentale umano sono la misura e il modo in cui tale stato di adattamento può

aver contribuito alla sopravvivenza della popolazione umana nel suo complesso

d) studi antropologici su comunità che vivono in ambienti poco o nulla modificati, studi

archeologici sull’uomo primitivo, studi etologici sui primati superiori mettono in luce

l’universalità di un’organizzazione in unità sociali più o meno ampie, più o meno stabili ma

universalmente costruite attorno al legame fra madre e figli, sempre presente e praticamente

immutabile

e) il gruppo sociale organizzato svolge due funzioni fondamentali, cioè proteggere dai predatori

permettendo agli individui immaturi di vivere un’esistenza protetta mentre apprendono le abilità

necessarie per la vita adulta e facilitare la ricerca del cibo (e quindi l’esplorazione

dell’ambiente)

f) il corredo comportamentale ambientalmente stabile dell’uomo dovrebbe essere visto in questo

quadro dell’ambiente evolutivo

Su questi presupposti è dunque plausibile considerare il legame del bambino con la madre come la

versione umana del comportamento di attaccamento riscontrato in altre specie e individuare nel

comportamento di cura dei genitori il reciproco del comportamento di attaccamento. Il termine

attaccamento dunque, così come viene utilizzato da Bowlby, non può essere inteso come un

semplice sinonimo di legame sociale, né può essere applicabile a tutti gli aspetti della relazione

genitore-bambino. Piuttosto il termine, nel suo significato tecnico, indica una specifica relazione, di

tipo asimmetrico e complementare, che si istituisce fra i due partner (il bambino e il genitore) e che

ha a che fare con la regolazione della sicurezza.

Bowlby può dunque sottolineare il valore adattativo della stretta relazione fra madre e bambino e

sostenere che le caratteristiche assunte da questa relazione nei diversi individui e nel corso delle

diverse fasi del ciclo di vita possono essere compresi in riferimento alle funzioni che la relazione

madre-bambino riveste e alle ripetitive modalità di interazione adottate dalla diade, che si riflettono

nelle caratteristiche dei modelli operativi interni del Sé e degli altri (organismico e ambientale).

Secondo Bowlby è dunque plausibile sostenere che un elemento chiave dei modelli operativi del

mondo e di se stesso nel mondo sia costituito dalle informazioni di chi siano le figure di

attaccamento, di dove le si possa trovare e del modo in cui ci si possa aspettare che reagiscano,

nonché dalla propria desiderabilità e accettabilità agli occhi delle proprie figure di attaccamento.

6. I comportamenti di attaccamento dall’infanzia all’età adulta

Bowlby ha messo in evidenza come le esperienze vissute dall’individuo con le figure di

attaccamento durante gli anni dello sviluppo rappresentino il modello in cui si organizzano tutte le

sue esperienze con le figure di attaccamento (non solo quindi quelle vissute nell’infanzia) e che da

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

questa organizzazione dipenda il modello di legami affettivi (non solo legami di attaccamento) che

l’individuo stabilisce durante tutta la sua vita.

Che nell’adulto il comportamento di attaccamento sia una continuazione diretta di quello

dell’infanzia è, secondo Bowlby, sostenibile considerando le circostanze che ne provocano più

facilmente l’attivazione. La modificazione fondamentale cui il comportamento di attaccamento va

incontro nel corso della vita è dunque essenzialmente riconducibile al fatto che con l’età esso

diviene meno facilmente attivabile e che, purché la sua intensità non sia troppo elevata, viene fatto

cessare da una sempre più vasta gamma di condizioni.

7. La teoria dell’attaccamento e la clinica

In ambito clinico Bowlby riconduce i contributi della teoria dell’attaccamento al rapporto tra i

processi di regolazione affettiva che si associano in modo specifico ai modelli operativi interni e

specifiche manifestazioni psicopatologiche. Bowlby sosteneva l’analogia tra le descrizioni

psicoanalitiche dei processi intra-psichici implicati nelle nevrosi dell’adulto e le diverse modalità di

risposta comportamentale all’angoscia prodotta dalla separazione del bambino dal proprio genitore.

Così, ad esempio, i fenomeni isterici costituivano per Bowlby il protrarsi in età adulta delle reazioni

di protesta inconsolabile che il bambino esibisce a seguito della separazione prolungata dal proprio

genitore; le difese della negazione e dell’isolamento affettivo gli apparivano corrispondere ai

processi di distacco affettivo tipici della soppressione del lavoro di una persona significativa nel

corso dell’infanzia.

8. Contributi all’Infant Research

Con il termine di Infant Research ci si riferisce ad un filone di ricerca internazionale nel campo

infantile, che, a partire dagli anni Settanta ha contribuito a cambiare profondamente la visione del

neonato come organismo immerso in uno stato di narcisismo primario originariamente scollegato

dal mondo esterno, mettendo in luce le competenze percettive, cognitive e sociali precocemente

presenti nello sviluppo infantile.

Le interazioni faccia-a-faccia intercorrenti tra la madre e il bambino nei primi mesi di vita, centrate

su precoci forme di comunicazione di scambi di sguardi, sorrisi, vocalizzazioni e forme di

imitazione reciproca del comportamento mimico-espressivo materno e di un’attività di

rispecchiamento del comportamento infantile da parte della madre, svolgerebbe la funzione cruciale

di permettere un’originaria condivisione di stati emotivi, sviluppando lo stabilirsi del contatto

relazionale tra i due membri della coppia.

Mary Ainsworth

Fin dai primissimi mesi di vita, come documentato dai dati dello studio osservativo di Mary

Ainsworth sui bambini Ganda, sono osservati una serie di comportamenti finalizzati ad ottenere la

vicinanza con la madre, la cui intensità aumenta fra i sei e i nove mesi, come se l’attaccamento alla

madre si facesse più solido, e che continuano a manifestarsi in modo estremamente regolare fino

alla fine del terzo anno.

Il comportamento di attaccamento continua a svolgere una funzione vitale per tutto il corso della

vita dell’individuo. Mary Ainsworth, che ha descritto l’interazione tra i sistemi di attaccamento ed

elaborazione sottolineando la capacità del bambino di usare la madre come una base sicura da cui

esplorare, identifica nell’equilibrio dinamico tra il sistema di attaccamento e il sistema di

esplorazione un prezioso meccanismo adattivo che permette al bambino di imparare e di sviluppare

le proprie capacità senza allontanarsi troppo dalla madre o restare lontano troppo a lungo. Sulla base

di queste osservazioni, la Ainsworth ha creato uno strumento di valutazione, la strange situation,

che ha prodotto un’enorme quantità di studi empirici sulle differenze individuali nella qualità

dell’attaccamento e che ha segnato un progresso importante nello studio della separazione del

bambino dalla madre.

L’identificazione di questi tre pattern comportamentali:

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Riassunti di Psicologia Dinamica Luca Grignoli

• →

sicuro il bambino è in grado di bilanciare l’esplorazione e il bisogno di vicinanza; mostra

di privilegiare la figura di attaccamento all’estraneo, e dimostra di gradire il

ricongiungimento

• → il bambino evita il contatto con la figura di attaccamento soprattutto dopo le

evitante

separazioni, e non dimostra particolare turbamento quando lasciato con l’estraneo

• → il bambino mostra un profondo turbamento durante le

ambivalente o resistente

separazioni e inconsolabilità nelle fasi di ricongiungimento

nella strange situation permetteva di formulare l’ipotesi che i bambini partecipassero a questa

situazione standardizzata con diverse aspettative cognitive riguardo a come il genitore avrebbe

risposto in un momento per loro angosciante. A queste aspettative o modelli operativi delle madri

erano collegabili i diversi modi in cui i bambini rispondevano allo stress di una breve separazione.

Main e Solomon hanno successivamente sviluppato una nuova classificazione, disorientato o

disorganizzato caratterizzato da comportamenti contraddittori messi in atto simultaneamente

(ricerca del contatto fisico ed evitamento dello sguardo).

I principali punti della teoria dell’attaccamento, basati sull’osservazione delle interazioni madre-

bambino nella strange situation sono:

1. il comportamento di attaccamento è sostenuto dall’attività di un sistema comportamentale

concettualizzato come un sistema di controllo corretto allo scopo, che funziona all’interno di

un ambiente ben definito e che è costruito in maniera tale da mantenere una vicinanza

ottimale tra madre e bambino, svolgendo una funzione biologica fondamentale: aumentare la

probabilità di sopravvivenza del bambino; e assicurando inoltre una corrispondenza tra

l’esperienza soggettiva di sicurezza e l’effettiva sicurezza dell’ambiente

2. il comportamento di attaccamento è in genere molto evidente quando la persona è

spaventata, affaticata, stanca e viene ridotto quando la figura di attaccamento offre sollievo,

protezione e aiuto

3. il comportamento di attaccamento, ben più evidente nella prima infanzia, può essere

osservato in tutto il ciclo di vita

4. il comportamento di attaccamento è essenzialmente conservativo, tende cioè a mantenere

uno stato relativamente costante tra un individuo e il proprio ambiente

5. il comportamento infantile può essere visto come risultato dell’attività di questi sistemi

antitetici che, intrecciandosi, facilitano l’esplorazione in situazioni di sicurezza

6. il comportamento di attaccamento è regolato così da mantenere il legame con la figura di

attaccamento che svolge la funzione di base sicura. Quando il bambino si sente sicuro, cioè

quando il sistema ha valutato l’ambiente come non minaccioso, l’attrazione della figura di

attaccamento diminuisce e il bambino se ne allontana, dedicandosi alle attività di

esplorazione

7. la valutazione dell’ambiente come moderatamente o fortemente allarmante o minaccioso fa

cessare il comportamento di esplorazione e vengono invece attivati i comportamenti volti a

ottenere la vicinanza fisica e la rassicurazione da parte della figura di attaccamento

L’Adult Attachment Interview

L’Adult Attachment Interview è un’intervista semistrutturata, inizialmente costruita per studiare le

rappresentazioni di attaccamento delle madri di un gruppo di bambini osservati durante la Strange

Situation. Valuta lo stato della mente del genitore relativo all’attaccamento, vale a dire un aspetto

parzialmente inconsapevole, ma costitutivo, della modalità dell’adulto di rappresentarsi e di porsi

nei confronti delle proprie esperienze di attaccamento: ovvero la storia dei Modelli Operativi

Interni, nei loro aspetti maggiormente consapevoli, ma anche in connessione con vissuti profondi e

inconsapevoli, rielaborati, definiti e integrati con modalità differenti dai diversi soggetti.

La valutazione dell’Adult Attachment Interview è composta da due momenti distinti:

• →

Prima fase i contenuti e la forma del testo vengono analizzati tramite l’utilizzo di scale

graduate di valutazione. Queste sono di due tipi:

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Thanthius di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Tagini Angela.

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