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ruolo ben definito e i legami che legano gli individui sono funzionali al

raggiungimento dello scopo.

Il gruppo che noi prendiamo in considerazione è il piccolo gruppo che si colloca

come una struttura intermedia tra individuo e comunità ed è costituito da un

numero ristretto di persone. I legami che sviluppano al suo interno sono deboli

che permettono sia di soddisfare il bisogno di appartenenza e sia di

individuazione. Le comunità odierne sono caratterizzate da carenze di legami,

quindi compito dello psicologo di comunità è quello di far crescere i piccoli

gruppi, perché solo al loro interno si sperimenta l’interdipendenza fattore

predisponente allo sviluppo del senso di comunità.

Vi sono diversi piccoli gruppi.

Il gruppo terapeutico che si avvicina più a una logica clinica è nato dalla

richiesta del singolo di alleviare il proprio disagio. L’obiettivo infatti è la cura

attraverso una ristrutturazione della personalità del soggetto.

Si avvicina di più alla logica della psicologia di comunità il T-group o training

group o gruppo di addestramento. Esso rappresenta un’esperienza di

apprendimento indiretta cioè attraverso l’osservazione dell’altro che porta a

una maggiore consapevolezza di sé e degli altri, a una maggiore comprensione

degli altri e dei loro problemi, dove il soggetto svolge un ruolo attivo che

consiste nell’adattare il proprio comportamento alla realtà osservata all’interno

del gruppo. In questo tipo di gruppi diventa fondamentale il meccanismo del

feedback o retroazione, perché è grazie a esso che avviene l’apprendimento.

Un apprendimento che si articola su tre livelli: -intrapsichico (dai feedback che

ricevo dagli altri imparo a conoscermi meglio); - interpersonale (imparo a

conoscere gli altri) e - sociale (ciò che si appreso nel piccolo gruppo può essere

esteso anche in altri contesti).

I gruppi di lavoro sono caratterizzati da un insieme di persone che hanno un

obiettivo comune da raggiungere, il tratto che li caratterizza è

l’interdipendenza necessaria per il raggiungimento degli obiettivi. Lo psicologo

di comunità all’interno dei gruppi di lavoro lavora in due direzioni: aumentando

le caratteristiche positive del setting, cioè facendo in modo che ognuno

all’interno del gruppo possa crescere e svolgere ruoli congrui alle proprie

competenze e rinforzare l’empowerment dei singoli partecipanti. Gli interventi

nei gruppi di lavoro sono attuati mediante molteplici strategie: - analisi

organizzative, - consulenza sistemica, - intervento sulla crisi, - la ricerca

intervento – i programmi di formazione on the job che prevede una breve

introduzione teorica sulle caratteristiche del gruppo, un’esercitazione pratica e

infine una discussione finale sull’esperienza di gruppo fatta durante

l’esercitazione.

I gruppi di auto aiuto. Il self help è sempre esistito però nel ventesimo secolo

trova una sua legittimazione soprattutto quando l’OMS inserisce i gruppi di

auto aiuto tra quelle misure adottate dai non professionisti per promuovere,

mantenere o recuperare lo stato di salute. La definizione più esaustiva di

gruppo di auto aiuto è quella data da Katz e Bender nel 1997. In questa

definizione si legge come il gruppo di auto aiuto è formato da poche persone

che si sono riunite in modo spontaneo con lo scopo di darsi aiuto reciproco. La

composizione del gruppo è caratterizzata dall’orizzontalità cioè ognuno ha lo

stesso “potere” dell’altro, anche il facilitatore è alla pari degli altri. Ognuno è

dotato di una responsabilità personale che si vede dal duplice ruolo ricoperto,

cioè si è destinatari e fornitori di cure. Si tratta di realtà autogestite dai

membri: filosofia del learning by doing.

Il primo gruppo di self help nasce in America nel 1935 ed è quello degli Alcolisti

Anonimo. I fattori che favorirono la nascita e la diffusione di questi gruppi sono

stati una sfiducia generale nelle istituzioni, nei professionisti e nei sistemi di

cura tradizionali, che si sono dimostrati inefficaci nella cura della patologia;

anche un differente modo di vedere la patologia rispetto al passato e

l’importanza della prevenzione. Questi gruppi si sono rivelati importanti per le

diverse funzioni svolte: il sostegno sociale in tutte le sue forme, la possibilità di

offrire dei modelli di ruoli, il rafforzamento delle competenze e delle strategie di

coping cioè di affrontare la vita quotidiana.

Secondo D. Francescato i gruppi di self help si dividono in:

- Gruppi di controllo del comportamento nati per modificare e controllare il

proprio comportamento.

- Gruppi di portatori di handicap o malattie croniche.

- Gruppi di parenti di persone con problemi gravi.

- Gruppi di persone che attraversano un periodo di crisi positivo o

negativo.

I fattori di efficacia trasformativa presenti nel gruppo sono:

- Le funzioni socio emotive del gruppo fra pari: riconoscendomi uguale agli

altri, abbasso le mie difese e resistenze, per cui riesco a comunicare con

gli altri e a riceverne sostegno.

- Il valore terapeutico del ruolo di helper, cioè chi aiuta riceve aiuto perché

aumenta le proprie competenze personali.

- La carica ideologica del gruppo che permette la trasformazione.

I maggiori gruppi di auto aiuto presenti in Italia sono quello degli alcolisti

anonimi e dei soggetti malati di tumore. Sono maggiormente diffusi nel nord

Italia.

Lo scopo dello psicologo di comunità è quello di sostenere e facilitare la

creazione di gruppi di auto aiuto e di favorire la loro integrazione con il sistema

istituzionale, perché queste realtà possono migliorare la qualità di vita delle

persone e rafforzare il loro senso di empowerment.

Le indicazioni da tenere presenti per la promozione e la costituzione dei gruppi

di self help sono: identificare i gruppi a rischio, cioè quelli che presentano o

potrebbero presentare determinati problemi cui le istituzioni non sono in grado

di rispondere; coinvolgere le persone e informarle sul ruolo importante del

gruppo. È necessario un periodo di accompagnamento iniziale e di formazione

poiché il gruppo deve acquisire le competenze del lavoro di gruppo, tale

periodo dura circa 4 incontri.

Rete sociale, sostegno sociale e lavoro di rete.

Altro strumento usato dallo psicologo di comunità è il lavoro di rete che si base

sulle reti sociali.

Cosa è la rete sociale? Secondo Mitchell, la rete sociale è l’insieme specifico di

legami tra un insieme di persone, di conseguenza lo studio della rete sociale è

lo studio dei legami che uniscono le persone tra loro.

Il primo a effettuare lo studio sulle reti sociali fu Moreno che studia le relazioni

spontanee esistenti tra gli individui. Questo studio porta alla definizione del

sociogramma, uno strumento atto a misurare i rapporti di accettazione o di

rifiuto all’interno del gruppo. E ciò porta alla creazione di una mappa

sociometrica, che si costruisce secondo due criteri: criterio socio- affettivo e

criterio socio-funzionale.

Da Moreno iniziano una serie di studi sulle reti sociali.

Barnes, studiando un villaggi di pescatori norvegesi e rendendosi conto delle

relazioni che ogni individuo aveva con altri, distingue la rete personale (i

legami diretti dell’individuo con altri) e la rete sociale (l’insieme dei legami) e

descrive la rete graficamente come un insieme di punti collegati da linee, dove

i punti rappresentano gli individui o i gruppi e le linee indicano i legami tra le

persone.

Granovetter studia la forza dei legami e mette in evidenza legami forti e legami

deboli. I primi tendono a concentrare le interazioni all’interno dello stesso

gruppo, i secondi invece permettono il passaggio da un gruppo a un altro.

Le caratteristiche delle reti sociali dipendono da:

- Struttura (variabili morfologiche, quali ampiezza, densità, frequenza di

interazione e posizione di un individuo nella rete).

- Interazione fra persone, cioè tipi di relazione tra gli attori della rete

(reciprocità, simmetria, direzionalità, molteplicità).

- Qualità delle relazioni (amicizia, intimità, vicinanza affettiva).

- La funzione svolta dai membri della rete che è il sostegno sociale.

Diverse sono le definizioni date al sostegno sociale, ma tutte sono accomunate

dal declinare il sostegno sociale in quattro componenti.

- Il sostegno emotivo: cioè manifestare affetto e interesse per l’altro

soddisfacendo i bisogni socio emotivi di base.

- Il sostegno strumentale: assistenza e aiuto pratico.

- Il sostegno informativo: aiuto che arricchisce le conoscenze della

persona.

- Il sostegno affiliativo: deriva dall’appartenenza a gruppi formali (strutture

istituzionali o i professionisti) e informali (gruppi primari). L’interazione di

questi gruppi e il sentirsi appartenenti a entrambi promuove un sano

sviluppo individuale e rafforza le capacità di reazione allo stress.

Il sostegno sociale esercita un ruolo di health protective intervenendo in diversi

momenti della sequenza evento stressante e reazione allo stress. Può

intervenire fra l’evento stressante e la reazione allo stress o fra l’esperienza

dello stress e la comparsa di effetti patologici.

In sintesi gli effetti del sostegno sociale sono: la modifica del modo di percepire

lo stimolo stressante, allevia l’impatto emotivo e psicologico di tali stimoli e

favorisce risposte attive e adattive.

Questa definizione di sostegno sociale è stata oggetto di diverse critiche e

confuso con quello di rete sociale, per questo motivo oggi si parla di

sostegno sociale percepito e sono state create delle misure per valutarlo. Si

tratta del Social support questionnaire che è un questionario che misura il

numero delle persone percepite come fonte di sostegno e la soddisfazione nei

confronti del sostegno percepito, e il Social support resource che è un’intervista

strutturata che permette di rilevare la capacità supportiva della rete sociale.

Gli interventi che si possono effettuare sul sostegno sociale sono:

- Il collegamento intersistemico tra sistemi formali e informali.

- Interventi terapeutici che possono essere centrati sugli individui o sui

sistemi. Gli interventi centrati sugli individui sono di tipo

psicoterapeutico, in cui l’intervento è finalizzato alla risoluzione dei

conflitti dei soggetti e si aumenta la capacità di inclusione sociale. Gli

interventi sistemici potrebbero essere quelli di riformulare le reti del

soggetto. Altra terapia è la network therapy che evita l’etichettamento

del paziente inserendolo in una rete.

Il lavoro di rete è un vero e proprio paradigma operativo dell’intervento sociale

che permette di aumentare l’accordo intersistemico.

Interventi centrati sull’individuo o a livello macro (attivazione di reti stabili che

facciano fronte ai problemi della comunità).

I processi che hanno favorito il lavoro di rete sono il processo di

democratizzazione della società, lo sviluppo delle politiche sociali, e

cambiamenti a livello sociale (nuove emergenze, evoluzione di nuove famiglie).

Le caratteristiche fondamentali della rete sono la presenza di soggetti

interagenti, la stabilità delle transizioni esistenti e la condivisione dei saperi,

delle metodologie e anche dei conflitti.

Per effettuare un lavoro di rete bisogna rispettare dei passaggi fondamentale: -

identificare il tipo di rete – analisi della rete – intervento congruo e adeguato.

Esistono tre tipologie di rete:

- Rete coesa e omogenea.

- Rete frammentata formata da piccoli gruppi.

- Rete dispersa caratterizzata da relazioni sporadiche.

A seconda del tipo di rete, possiamo individuare l’intervento più adatto.

Il compito dello psicologo di comunità è integrare le reti esistenti, per cui

partecipa ai vari momenti importanti del lavoro di rete, collabora

nell’elaborazione del progetto, elimina le resistenza, dà a tutti lo stesso potere

per la creazione di una cultura comune.

Lo sviluppo di comunità e l’empowerment.

Uno degli obiettivi della psicologia di comunità è lo sviluppo di comunità. Lo

sviluppo di comunità è un processo che porta al miglioramento della qualità di

vita grazie alle capacità acquisite dalla comunità di risolvere i problemi e

soddisfare i propri bisogni. Quali sono le strategie che permettono lo sviluppo di

comunità?

- Migliorare le relazioni interpersonali creando coesione sociale.

- Sostenere l’auto aiuto.

- Sensibilizzare tutti i cittadini sui problemi della comunità-

- Identificare e promuovere le capacità dei leader locali.

- Sviluppare la coscienza civica.

- Formare sulla gestione dei conflitti.

- Coordinare l’azione dei diversi servizi.

A volte il concetto di sviluppo di comunità è confuso con quello di azione

sociale (strategia che mira alla ridistribuzione delle risorse e alla modifica

delle relazione di potere e coinvolge maggiormente i gruppi minoritari

svantaggiati).

Nella formulazione pratica degli interventi, tale distinzione è meno netta.

Martini e Sequi individuano alcuni fattori cruciali per lo sviluppo di comunità:

- Il coinvolgimento, le persone o i gruppi sono toccati emotivamente da un

evento e assumono la propensione a fare qualcosa.

- Creazione di connessioni: sviluppo di rapporti tra gli attori sociale della

comunità che sviluppano un vissuto di condivisione e appartenenza.

- Partecipazione: esercizio del potere decisionale.

- Senso di responsabilità sociale: consapevolezza che la qualità della vita

della propria comunità chiama in causa ogni suo membro.

Nello sviluppo di comunità il ruolo dello psicologo è quello di un consulente che

interviene in modo complementare ad altri operatori e membri della comunità.

Egli necessità di conoscere la realtà in cui opera. A questo scopo Martini e

Sequi hanno messo a punto l’analisi di comunità, uno strumento che consente

di valutare la molteplicità delle variabili di un territorio e le loro interdipendenze

tracciando un profilo della comunità in esame.

- Profilo territoriale: caratteristiche fisiche del territorio e impressioni

soggettive su di esso (passeggiata e fotografie di quartiere).

- Profilo demografico: numero di abitanti per categorie (età, sesso,

scolarizzazione), flussi migratori.

- Profilo delle attività produttive: attività primarie, secondarie e terziarie e

presenza di concorrenza esterna.

- Profilo dei servizi: servizi sociosanitari, educativi, ricreativi, culturali

pubblici e privati.

- Profilo istituzionale: organizzazione politico-amministrativa.

- Profilo antropologico: storia, sistemi valoriali e atteggiamenti sociali.

- Profilo psicologico: dinamiche affettive, grado di apertura chiusura del

gruppo, identificazione con il gruppo, livello di partecipazione e senso di

sicurezza. (tecniche disegno del quartiere e sceneggiare un film sul

quartiere).

- Profilo del futuro: come si vede la propria comunità nel futuro, tecniche

intervista e discussioni in focus group. Introdotto dalla Francescato.

La Francescato ha introdotto il metodo delle ricerca partecipata che

presuppone la partecipazione dell’operatore alla vita di comunità e di tutta la

comunità nella conoscenza e progettazione degli interventi a essa destinati.

La prima fase di questo metodo prevede:

1 richiesta di un committente (sindaci e assessori all’ambiente, ambientalisti,

servizi socio sanitari, cooperative sociale e scuole).

2 formazione di un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da

rappresentanti diversi della comunità e coordinato da uno o più psicologi

esperti, esterni alla comunità target.

3 analisi preliminare con tecniche di brain storming e focus group vengono

individuati i punti di forza e debolezza della comunità.

4 analisi di ogni profilo tramite indicatori obiettivi. Tecniche per l’analisi dei

profili. Profilo territoriale- passeggiata e fotografie di quartiere. Profilo

demografico- consultazioni anagrafiche. Profilo attività produttive- interviste a

esperti e dati statistici. Profilo dei servizi- intervista a esperti e focus group.

Profilo istituzionale-intervista a esperti delle varie istituzioni. Profilo

antropologico-intervista a esperti e cittadini, focus group. Profilo psicologico-

scale di sostegno sociale e tecniche proiettive. Profilo del futuro- interviste e

focus group su domande stimolo.

5 comparazione tra dati obiettivi e percezione di analisi preliminare.

6 presentazione dei risultati al committente e discussione in gruppo.

7 formulazione di progetti concreti per il cambiamento.

8 follow – up riunione dopo sei mesi con il gruppo interdisciplinare per

monitorare l’empowerment.

Gli strumenti della ricerca partecipata sono: tradizionali (intervista face to face,

il sondaggio telefonico, il questionario self report spedito a casa con domande e

risposte predefinite), innovativi (focus group).

In ogni caso, il ruolo dello psicologo è quello di attivatore di processi e

consulente di comunità. Le tecniche da lui usate si ispirano ai principi guida

della psicologia di comunità, cioè facilitare l’unione e la cooperazione tra le

persone che vivono uno stesso problema, far emergere il legame esistente tra

l’empowerment individuale e sociale, permettere la realizzazione di progetti

finalizzati al cambiamento sociale, identificando le risorse presenti nel

territorio.

L’empowerment è un concetto chiave della disciplina, in quanto opera una

buana mediazione tra dimensione individuale e sociopolitica. Il suo significato

letterale è favorire l’acquisizione di potere e indica nello stesso tempo un

processo e un risultato. Oggi rappresenta l’obiettivo tipico degli interventi dello

sviluppo di comunità.

Rappaport è stato il primo a definire l’empowerment come quel processo che

permette a individui, gruppi e comunità di accrescere la capacità di controllare

la propria vita. Si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente che

richiede anche, all’individuo e alla comunità:

- Consapevolezza critica: comprensione del contesto sociopolitico e delle

strutture di potere.

- Azione collettiva: processi partecipativi di tutti per arrivare a obiettivi

condivisi.

- Mobilitazione di risorse: interne e esterne alla comunità.

Zimmerman introduce il concetto di empowerment psicologico come prodotto

del processo attraverso cui il soggetto passa da una situazione di passività,

subisce tutte le variabili esterne, a una di attività e di fiducia in sé e nelle

proprie potenzialità. Egli lo paragona a una variabile continua, che si articola su

più livelli (individuale, di gruppo, organizzativo e di comunità), che ha

un’evoluzione non lineare e si specifica in relazione al contesto e alla

popolazione.

L’empowerment psicologico è il senso di padronanza e controllo su ciò che

riguarda la propria vita, la consapevolezza delle proprie risorse e di quelle

potenziali per agire sulla propria vita e determinarla. Un modo per definire

l’empowerment psicologico e per rendere misurabile questo concetto è

individuare le sue dimensioni/componenti. Le più importanti sono:

- Attribuzione al sé di risultati ed effetti del proprio agire (internal locus of

control).

- Percezione di autoefficacia.

- Percezione di competenza.

- Tendenza motivazionale all’azione: tendenza a sentire volontà e desiderio

di partecipare all’azione.

- Tendenza alla speranza.

- L’importanza delle esperienze collettive per il cambiamento.

L’empowerment di comunità fa riferimento all’azione collettiva finalizzata a

migliorare la qualità della vita e alle connessioni tra le organizzazione.

Attraverso esso si realizza la comunità competente, in cui cittadini hanno le

risorse necessarie per migliorare la vita. Secondo Iscoe le comunità competenti

sono caratterizzate da tre fattori:

- Il potere di generare opportunità e alternative.

- La conoscenza su come ottenere le risorse.

- La motivazione e l’autostima.

Questi due aspetti sono collegati tra loro e le strategie adottate dallo psicologo

di comunità sono interventi di azione sociale e sviluppo di comunità e interventi

sul singolo.

Ricerca e valutazione in psicologia di comunità.

Un elemento fondamentale della psicologia di comunità è il suo essere

disciplina empirica e applicativa. La psicologia di comunità è innanzitutto

azione concreta prima di essere teoria, ma anche area di ricerca. Essa si

sviluppa e si evolve per porre soluzioni a concrete situazioni di disagio sociale,

il fine ultimo è la produzione di cambiamento.

Le metodologie che la psicologia di comunità usa si differenziano in base al

livello di partecipazione del ricercatore e della comunità, in funzione degli

obiettivi.

Nel caso di un controllo basso sui fenomeni del ricercatore, ma di un alto grado

di partecipazione della comunità, si usa il metodo dell’osservazione

partecipante che permette di conoscere il contesto focalizzandosi su elementi

strutturali, relazionali e di gestione della comunità.

Nel caso di un basso livello di controllo e partecipazione del ricercatore e della

comunità, si usano i metodi di ricerca diagnostica per analizzare i bisogni e le

risorse di una comunità al fine di formulare nuovi programmi. Tra questi vi

sono: metodi di ricerca epidemiologica che stimano la prevalenza e l’incidenza

di determinati fenomeni, in modo da comprendere l’entità del problema e

evidenziarne i fattori di rischio e protettivi; metodi degli indicatori sociali che

rilevano misure di benessere o malessere in diversi gruppi sociali, sottoposti a

distorsioni soggettive da parte del ricercatore.

Nel caso di un alto controllo da parte del ricercatore e una media

partecipazione della comunità si usano i metodi sperimentali che permettono al

ricercatore di considerare la relazione tra alcune variabili mantenendole

costanti altre, attraverso l’uso di un gruppo sperimentale e uno di controllo.

Ovviamente devono essere soddisfatte alcune condizioni: la presenza di un

campione ampio e rappresentativo, l’assegnazione casuale dei soggetti nei due

gruppi, somministrazione di un trattamento solo al gruppo sperimentale per

verificare eventuali cambiamenti e eliminazione delle variabili di disturbo. Il

confronto dei risultati fra i due gruppi permette la verifica dell’ipotesi

sperimentale. Questo metodo di analisi di ricerca quantitativa è valido dal

punto di vista scientifico però riduce la complessità dei fenomeni studiati.

Nel caso di influenza media del ricercatore e della comunità, il metodo usato è

quello della ricerca quasi sperimentale, dove si usano gruppi non equivalenti e

si effettuano analisi su serie temporali.

Il metodo privilegiato di ricerca in psicologia sociale è quello della ricerca-

intervento o action-research, teorizzato da Lewin. I principi che guidano questa

ricerca sono due:

- Rapporto circolare tra teoria e prassi che producono trasformazioni

continue.

- Partecipazione e collaborazione dei soggetti cui l’intervento è diretto.

Si articola in 3 fasi:

- Fase della diagnosi: si individua il problema, le ipotesi e gli obiettivi.

- Fase conoscitiva: raccolta dei dati prima dell’intervento.

- Fase dell’intervento.

Una quarta fase valutativa con la raccolta e confronto dei dati prima e dopo

l’intervento. È bene precisare che la valutazione è effettuata al termine di

ogni singola fase, perché funziona da feedback sull’andamento dell’attività.

I vantaggi della ricerca intervento sono:

- L’integrazione della competenza locale e della cultura professionale del

ricercatore.

- Ruolo costruttivo dell’azione.

- Favorire i processi di empowerment.

I limiti della ricerca intervento: rischio di non raggiungere una sufficiente

validità scientifica.

Differenza tra approccio sperimetale e ricerca intervento.

Scopo: verificare ipotesi, stabilire rapporti di casualità e generalizzare risultati.

Conseguire cambiamenti rilevanti socialmente.

Oggetto e soggetto dell’indagine: oggetto semplificato, poche variabili isolate.

Soggetto e oggetto indistinguibili, molte variabili, l’intervento su un unico

gruppo di controllo.

Negli ultimi anni si è diffusa la consapevolezza dell’importanza di effettuare

valutazioni sulla qualità e l’efficacia dei programmi di intervento. I vantaggi

della valutazione sono su più livelli: per gli operatori (ho un feedback sul mio

lavoro), per l’organizzazione (migliore il servizio), per l’utente (promuove un

atteggiamento partecipativo e aumenta il potere di intervento), per

l’amministratore e politico (facilita la scelta tra più alternative d’azione ).

La progettazione di un intervento valutativo può rispondere a orientamenti

epistemologici diversi, i più importanti sono:

- Orientamento realista: la realtà esterna è oggettiva, regolata da

meccanismi stabili, la valutazione, che permette di misurare variazioni

oggettive di variabili in relazioni a criteri di efficacia e efficienza, è

importante ma non costitutiva della progettazione.

- Orientamento costruttivista: la realtà è molteplice e si costruisce

sull’esperienza individuale e i fattori ambientali. La valutazione fa parte

della progettazione.

La ricerca valutativa è un processo che deve accompagnare tutte le tappe del

programma intervento:

- Valutazione ex ante: valutare l’adeguatezza degli obiettivi e del piano

teorico.

- Valutazione di processo: si realizza durante l’attuazione del programma di

intervento e serve per apportare modifiche al programma di intervento.

- Valutazione di efficacia: nella parte conclusiva di un intervento e si

concentra sugli obiettivi raggiunti, sui cambiamenti indotti e il rapporto

costi benefici (efficienza). È integrata dalla prime due.

Analisi organizzativa multidimensionale.

Lo psicologo di comunità agisce anche sui sistemi sociali in modo da renderli

più congruenti con i bisogni delle persone. Egli per decidere le strategie di

intervento deve effettuare l’analisi organizzativa di un sistema e delle

interazioni che questo ha con l’individuo.

Le organizzazioni sono fenomeni complessi per questo per interpretarla è

necessario un approccio multidimensionale. All’inizio degli anni ’82,

Francescato elebora un approccio multidimensionale all’organizzazione, che

tiene conto degli aspetti strutturali, funzionali , psicoambientali e psicodinamici

di un sistema. Gli assunti di base sono:

- Identificare variabili comuni a tutte le realtà organizzative.

- Le diverse teorie privilegiano fenomeni organizzativi diversi.

- Ogni teoria dispone di strumenti e tecniche per la lettura organizzativa.

- Nessuna lettura è più vera delle altre.

Usare più di una lettura consente di formulare una diagnosi multipla del

funzionamento organizzativo. Questa visione comprende uno schema guida in

grado di orientare l’individuazione degli aspetti salienti, le aree problemi e i

fattori funzionali al cambiamento.

Quali sono le fasi in cui si articola questo processo metodologico?

Analisi preliminare (modello degli 8 profili)

Analisi delle quattro dimensioni.

Confronto dei dati rilevati.

Diagnosi globale.

Interventi mirati

Follow up.

Quali sono le 4 dimensioni?

1) Dimensione strategico-dimensionale (giuridico-politico-economica):

analisi dello sviluppo storico della struttura. Analisi dei bilanci e dello

stato patrimoniale, distribuzione del potere. Esame del territorio in cui la

struttura sorge. Le fonti di informazione sono normative,statistica,

economica, sociale. Tutte queste informazioni creano la cultura e il

sistema dei valori dell’organizzazione.

2) Dimensione funzionale: sono analizzati i processi, ogni organizzazione è

costituita da tre sistemi interagenti tra loro e con l’ambiente. Essi sono:

sistema di controllo di gestione (pianifica l’attività in funzione dei vincoli

e delle risorse ambientali e degli obiettivi), sistema operativo (include la

produzione e l’erogazione di servizi), sistema informativo (acquisizione

delle informazioni e archiviazione).

3) Dimensione psicodinamica: come l’organizzazione è vissuta dal singolo

individuo in modo inconscio. Essa può essere vissuta in modo

ambivalente buono-cattivo. Nei soggetti dell’organizzazione può

generarsi un conflitto intrapsichico perché da un lato il soggetto tende ad

assumersi la responsabilità dall’altro la respinge. Questi conflitti si

generano nel capo: ambivalenza tra desiderio di dominio e senso di colpa

e le strategie difensive sono la rinuncia della propria posizione di potere o

la delega ai collaboratori o al contrario la messa in atto di comportamenti

di estrema autorità. I conflitti intrapsichici nei dipendenti sono

determinati da lotta e competizione tra colleghi, coalizioni tra colleghi

contro il capo, desiderio di ricevere protezione e tutela dal capo. Le

tecniche usate per esplorare i vissuti psicodinamici istituzionali sono

soggettive e proiettive: tecnica del disegno e delle libere associazioni,

tecnica dello sceneggiato, romanzo lavorativo.

4) Dimensione psicoambientale: studio dei fenomeni di gruppo, gli stili di

leadership, la comunicazione, i bisogni, le motivazioni e gli

atteggiamenti, il grado di accordo psicosociale. Gli strumenti usati sono

test o scale di atteggiamenti, il questionario di check up organizzativo,

interviste individuali e discussioni di gruppo.

Lavorare per la comunità: livelli d’azione dello psicologo di comunità.

Altri strumenti usati dallo psicologo di comunità variano in base al livello di

azione.

Interventi sull’individuo, la cui finalità sono potenziare comportamenti

individuali che aumentano il benessere e rafforzano i legami dell’individuo con

gli altri e il proprio contesto di vita.

- Training: modificano le conoscenze, le abilità, gli atteggiamenti. Lo

psicologo può decidere di fare un training direttamente con il target

interessato, in modo indiretto con soggetti che modificheranno il

comportamento di altri (insegnanti), con professionisti che gestiranno

interventi nel sociale.

- Mentoring: attività che coinvolgono minori affiancati da persone più

mature per un arco di tempo definito e si sviluppa una relazione che

promuove cambiamenti in tre aree: sviluppo sociale e emotivo, sviluppo

cognitivo e sviluppo dell’identità.

Interventi sul microlivello: lavorare con le famiglie.

- Parent training: percorsi formativi rivolti ai genitori, con l’obiettivo di

modificare conoscenze, comportamenti e atteggiamenti dei genitori che

si ripercuotono sulla relazione con i figli.

- Lavorare sulla rete sociale. – gruppi di auto aiuto – peer education si usa

nei giovani e usa il gruppo dei pari come modello positivo da seguire.

Interventi sul macrolivello (organizzazione e comunità totale). A questo livello

lo psicologo di comunità si attiva per apportare cambiamenti di tipo strutturale,

relazionale e legislativo. Esempio lavoro di rete.

Modulo III: Ambiti di applicazione.

Settori tradizionali di intervento dello psicologo di comunità.

L’affermazione dello psicologo nei suoi settori di intervento è frutto di un

processo suddivisibile in tre fasi.

La prima fase detta preprofessionale ha inizio intorno agli anni ’40 e si conclude

nel ’68. In questo periodo gli psicologi lavoravano nelle aziende di selezione del

personale e in alcuni centri medici o per ragazzi devianti. La loro funzione era

prevalentemente diagnostica.

La seconda fase detta di professionalizzazione preistituzionale ha inizio nel ’68

fino al ’79. Nascono nel 1971 i corsi di laurea in psicologia e ha inizio il dibattito

che mette in evidenza il divario tra la ricerca psicologica e la realtà sociale.

La terza fase di legittimazione ha inizio nel 1980 e dura fino a oggi. Si assiste a

una crescita notevole sia del numero degli psicologi sia delle richieste di aiuto.

Nell’ambito professionale si delineano due figure di psicologo, quello

universitario orientato alla ricerca, e quello inserito nei servizi socio sanitario

che si occupa di interventi terapeutici sul singolo o sulla comunità in

collaborazione con altri professionisti.

L’inserimento dello psicologo nei servizi territoriali è stato sancito da alcune

leggi: - 431/68 (affiancamento psicologo e psichiatra) - dpr 821/84 formalizza

l’autonomia professionale degli psicologi – d.l. 502/92 garantisce agli psicologi

lo stesso trattamento normo giuridico dei dirigenti sanitari.

In questi servizi, lo psicologo svolge attività di prevenzione, diagnosi,

abilitazione, riabilitazione e sostegno alla persona, alla famiglia, al gruppo e

alla comunità con lo scopo di promuovere il benessere e la salute dei cittadini.

Per fare questo, lo psicologo partecipa attivamente alla programmazione

generale del servizio, progettando interventi alternativi a quelli assistenziali. Dà

un contributo alla formazione degli altri operatori, fornisce sostegno ai gruppi,

promuove e svolge attività di ricerca, si impegna nel buon funzionamento del

lavoro di équipe.

Lo psicologo nelle strutture ospedaliere agisce su tre livelli:

- Formazione degli operatori, per facilitare la comunicazione nel lavoro di

èquipe, ma anche formazione sull’aspetto psicologico del problema, per

evitare rischi di burn out.

- Assistenza al paziente e ai familiari.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Discipline Psicosociali
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fre15189 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Uninettuno - Uninettuno o del prof Curiale Antonietta.

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