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Psicologia di comunità: Modulo I - Identità e storia

Identità e obiettivi della psicologia di comunità

Prima di capire cosa è la psicologia di comunità e di cosa si occupa, è opportuno partire dall’analisi del concetto stesso di comunità. L’etimologia della parola deriva dal latino communis (il bene comune), cum moenia (avere mura comuni), cum munia (avere doveri comuni). Il prefisso cum sottolinea il carattere di relazione, di sistema interattivo e di contesto condiviso.

Piero Amerio, uno dei fondatori della psicologia di comunità in Italia, ne ha dato questa definizione: la comunità può consistere in un particolare luogo geografico oppure in una rete di relazioni che forniscono amicizia, stima e sostegno. Per Amerio, l’appartenenza territoriale, avere uno spazio geografico condiviso, sembra non essere più un dato sufficiente per parlare di comunità. Infatti, la proliferazione di legami deboli e dei social fanno ipotizzare l’esistenza di comunità come fenomeno relazionale più che territoriale.

Storia del concetto di comunità

Il concetto di comunità come lo intendiamo oggi trova le sue radici nel pensiero romantico. Nel pensiero classico, con la polis di Aristotele, la comunità garantisce la libertà individuale ma anche l’appartenenza a un ethos comune. Durante il Rinascimento, la concezione classica entra in crisi perché l’attenzione si sposta sul singolo, soggetto attivo in quanto capace di prendere decisioni.

Nel pensiero giusnaturalistico, il sociale è qualcosa di umano, frutto di contrattazioni dove gli uomini hanno gli stessi diritti e nessuno lede la libertà dell’altro. Nel romanticismo, c'è l'esaltazione del collettivo sociale, tenuto insieme non da un contratto tra uomini ma da un sentimento comune. Tonnies, nella sua opera Comunità e società, distingue queste due strutture. Definendo la comunità, dominante in epoca preindustriale, come fondata sul sentimento di appartenenza e sulla partecipazione spontanea, invece la società, tipica del periodo industriale, è frutto degli egoismi umani, basata sulla razionalità e lo scambio. Questa concezione sarà ripresa da Weber.

Elementi essenziali della comunità secondo Weber e Tonnies

  • Interdipendenza delle relazioni tra le persone.
  • Condivisione degli stessi valori e delle stesse norme.
  • Elementi interiorizzati da sempre e non appresi formalmente.
  • Forte senso di ingroup rispetto all’outgroup.

Dal concetto di comunità si è approdati all’assunto del senso di comunità e di capitale sociale, concetti fondamentali per la psicologia di comunità.

Il senso di comunità e il capitale sociale

Sarason e Mc Millan definiscono il senso di comunità come il senso di appartenere a un’unità più generale, dove il soggetto si percepisce come importante perché in grado di modificare la struttura della comunità e soprattutto nutre delle aspettative nei confronti della comunità che sarà in grado di soddisfare i suoi desideri e bisogni. I soggetti sono tenuti insieme da valori, credenze e aspettative comuni.

Il senso di comunità, cioè il sentirsi appartenenti e riconosciuti dall’altro, è collegato al benessere dell’individuo perché funge da fattore di protezione per la salute fisica e psicologica. Il concetto di senso di comunità è associato e sovrapponibile con quello di capitale sociale. Il capitale sociale è il grado di coesione sociale che esiste nella comunità e si crea dalle relazioni che istaurano i soggetti sotto forma di strutture formali e informali del territorio.

Evoluzione della psicologia di comunità

La psicologia di comunità nasce negli Stati Uniti e si sviluppa in modo pragmatico studiando situazioni concrete di disagio sociale e il modo in cui poterle migliorare. I teorici di questa disciplina lasciano progressivamente la visione individuale e intrapsichica del disagio per cercare spiegazioni e forme di intervento nel rapporto individuo-ambiente. Il loro campo di azione, all’inizio limitato ai servizi psichiatrici, si amplia così alla prevenzione del disagio e alla promozione delle risorse e al cambiamento sociale e istituzionale.

Nel 1977, Rappaport nel suo volume Community Psychology Velius research and a action definisce la psicologia di comunità come: un’ideologia (approccio ecologico-sistemico), un insieme di valori (promozione delle competenze del soggetto), un atteggiamento preciso (preventivo). All’interno di questa visione anche lo psicologo cambia il suo ruolo, esce dal laboratorio e si cala nel sociale con la volontà di cambiarlo, attraverso la ricerca continua che favorisce, tra l’altro, il lavoro di rete cioè il collegamento tra le varie strutture del territorio.

Heller definisce la psicologia di comunità come un orientamento rivolto maggiormente alla prevenzione che al trattamento, che non si incentra quindi su deficit ma sulle competenze e sui modi per rafforzarle; l’oggetto di studio è l’interazione tra persona e ambiente perché è lì che si manifesta il disagio.

Nelle definizioni di Amerio e Orford vediamo una psicologia di comunità come un sapere teorico e pratico allo stesso tempo. Fino a quel momento, per spiegare il disagio si è fatto ricorso a due teorie:

  • Teoria eccezionalista o della selezione sociale: il disagio dipende da fattori individuali casuali del soggetto e va curato con un trattamento riparativo incentrato sulla persona (farmacologico, psicoterapeutico o riabilitativo).
  • Teoria universalistica: il disagio dipende dall’ambiente e cioè da un’iniqua distribuzione delle risorse della comunità e per risolverlo è necessario un intervento a livello sociale (per esempio interventi preventivi).

Secondo la psicologia di comunità, il disagio è determinato sia da fattori ambientali sia da fattori individuali.

Obiettivi della psicologia di comunità

  • Prevenzione.
  • Promozione della salute e del benessere e il miglioramento della qualità di vita.

Questi obiettivi trovano legittimazione nella legge sulla riforma sanitaria (833/78).

Tre livelli di prevenzione secondo Korchin e Caplan

  • Prevenzione primaria: riduce la possibilità di disagio in una popolazione o in un individuo che sono esposti al rischio.
  • Prevenzione secondaria: diminuisce la diffusione e la cronicizzazione del disagio servendosi della diagnosi e cura precoce.
  • Prevenzione terziaria: attenua le conseguenze di un disagio in chi l’ha già manifestato attraverso la cura e la riabilitazione.

Gli interventi preventivi agiscono sui fattori di rischio e di protezione e lo scopo è aumentare la resilienza del soggetto (capacità di resistere ai fattori di rischio e agli eventi stressanti integrandoli nella propria vita). La strategia preventiva incontra degli ostacoli dovuti a un predominio della teoria eccezionalista del disagio che comportano interventi riparativi nel presente e una scarsa domanda sociale di interventi di prevenzione.

Il benessere, altro obiettivo della psicologia di comunità, inteso in senso psicologico deve avere sei caratteristiche secondo Riff che sono: relazioni positive con altre persone (sviluppo del senso di comunità), accettazione di sé, autonomia, padronanza dell’ambiente, avere uno scopo nella vita e la crescita personale.

Storia della psicologia di comunità

La nascita della psicologia di comunità è preceduta da tre rivoluzioni nel campo della salute mentale. La prima rivoluzione è collocata nel periodo della rivoluzione francese, quando Pinel scarcera i detenuti con malattia mentale perché riteneva che questi esigessero un trattamento diverso. Questa concezione è ripresa 50 anni dopo da Eli Todd che afferma che la malattia mentale nasce nella società, in quanto si generano frustrazioni nel soggetto a causa delle alte aspettative. Entrambi affermavano l’esigenza di un trattamento umanitario.

Alla fine del 1800, in America la dottrina del trattamento umanitario del malato di mente si dissolve perché prevale l’ottica industriale e dell’individualismo. Inoltre, la psicologia non si occupa della società ma rimane chiusa nei suoi laboratori e l’unico ruolo è quello di selezionare reclute per la guerra o selezionare bambini con difficoltà di apprendimento che necessitavano di un insegnamento differente. Unica eccezione dell’epoca è rappresentata dal Movimento delle Settlement Houses, case sorte per dare cura e favorire l’inclusione sociale dei nuovi immigrati.

La visione dell’individuo e della società è influenzata dalla seconda rivoluzione nel campo della salute mentale rappresentata da Freud e dalla psicoanalisi. Il disagio va ricercato all’interno dell’individuo e la cura avviene attraverso un processo di psicoanalisi. In questa fase l’attenzione è centrata sull’individuo.

Si ha un cambiamento intorno agli anni ’50 (terza rivoluzione nel campo della salute mentale) quando l’APA dichiara come suo scopo principale quello di far progredire la psicologia come scienza, professione e strumento per la promozione del benessere del genere umano. Viene istituita la Joint Commission che effettua uno studio, che mette in evidenza la necessità di togliere le persone dai manicomi e di curarli nella loro comunità e avvia il movimento di igiene mentale di comunità formalizzato dalla promulgazione di una legge community mental health centers act. Ovviamente tutto questo risente del particolare momento storico culturale attraversato dall’America, come la ripresa economica e le lotte sociali dei neri, degli studenti e delle donne.

L’ottica di base in cui si muove la psicologia di comunità è preventiva, si interviene sull’interazione del singolo e territorio e si sviluppa un approccio multidisciplinare come conseguenza di questo nuovo modo di intendere il disagio. Il 1965 è considerato l’anno di nascita della psicologia di comunità, durante il convegno “formazione degli psicologi per l’igiene mentale di comunità” a Swampscott. Durante questo convegno emergono alcuni punti chiave: fallisce la concezione individualistica, biologica e intrapsichica del disagio ma esso è un problema sociale e di conseguenza cambia anche la visione della cura che deve partire da un approccio interdisciplinare. I manicomi e gli ospedali non sono i posti migliori dove curare i pazienti psichiatrici ma essi vanno considerati all’interno dei loro ambienti di vita. Inoltre, la ricerca deve favorire il cambiamento sociale, quindi non ha solo funzione diagnostica ma di cambiare i membri della società (relazione circolare tra teoria e pratica).

Nel 1966, è fondata all’interno dell’APA la divisione di psicologia di comunità. Negli anni ’70 la crisi politica e istituzionale limita i fondi per i servizi sociali. Riemerge la voce degli psichiatri conservatori che auspicano il ritorno ai metodi tradizionali di cura alla quale si contrappone l’altra ala della disciplina che riversa le responsabilità del disagio proprio nei problemi di natura politico-economica e sociale e propone setting alternativi come quelli di self-help. Queste controversie fanno sì che la psicologia di comunità ridefinisca meglio i propri metodi (Conferenza Austin 1975) e così vengono approfonditi temi della psicologia ambientale, ecologica e sociale.

Negli anni ’80 c’è un altro momento di crisi a causa dei tagli ai programmi assistenziali da parte del governo Reagan e di un’affermazione del successo individuale. Alla fine, la crisi è superata e la disciplina ne esce con una più forte identità, i campi di intervento si ampliano (per esempio i luoghi di lavoro) e si attuano programmi di sviluppo comunitario che prevedono gli interventi di rete.

Rivoluzione e diffusione della psicologia di comunità

Negli anni ’90, la disciplina è ormai consolidata e si sviluppano i concetti di:

  • Empowerment.
  • Sostegno sociale che include: il supporto emotivo, informativo, interpersonale e materiale. Questi tipi di supporto insieme concorrono a costruire il capitale sociale cioè il senso di fiducia negli altri e di reciprocità.
  • Forme di auto mutuo aiuto che valorizzano il contributo del singolo rendendolo responsabile.

I programmi centrati sull’empowerment mirano ad aumentare il senso di potere individuale e la capacità di leggere i sistemi sociali. Per questa ragione le aree di interesse della psicologia di comunità si sono ampliate coinvolgendo i gruppi più emarginati della società, gli adolescenti, le donne abusate, gli omosessuali e i gruppi a rischio di contagio AIDS. L’obiettivo era quello di influenzare le politiche sociali attraverso la diffusione di studi e di ricerche sui diversi problemi sociali.

A cavallo degli anni ’70 e ’80, la disciplina si diffonde oltre gli USA. Cosa accomuna i diversi sviluppi della disciplina nei differenti paesi? Sicuramente il desiderio di andare oltre la psicologia individuale, di mettere insieme la persona e l’ambiente e di guardare le loro interazioni per spiegarne e comprenderne i comportamenti. L’enfasi sulla prevenzione e sulla ricerca di nuove strategie per la risoluzione dei grandi problemi sociali. La diffusione negli altri paesi è comunque influenzata dallo status che la psicologia ha nelle varie nazioni.

Anche nei paesi europei si sviluppa questa disciplina. Nel 1992 c’è il primo convegno internazionale in Portogallo. La psicologia di comunità europea si differenzia presto da quella americana, più interessata all’azione che alla riflessione teorica e sempre orientata al cambiamento dell’individuo piuttosto che del gruppo.

Negli anni ’70, la psicologia di comunità si diffonde in Italia in un contesto culturale progressista. L’ottica è quella della prevenzione, del miglioramento della qualità di vita e delle competenze della comunità.

Fattori che influenzano lo sviluppo della psicologia di comunità in Italia

  • A livello teorico: la diffusione delle idee della scuola di Palo Alto e gli studi sulla pragmatica della comunicazione.
  • A livello pratico: l’erogazione di alcune leggi innovative. Si ricordino la legge 405/75 (istituzione dei consultori familiari); la legge 685/75 (tossicodipendenza); la legge 354/75 (riforma del sistema penitenziario); legge 180/78 (chiusura manicomi); la legge 833/78 (istituzione del servizio sanitario nazionale).

Ostacoli allo sviluppo della psicologia di comunità

  • Fattori culturali: diffidenza nei confronti della psicologia, ostacolata soprattutto dal fascismo.
  • Fattori professionali: istituzione tardiva dei corsi di laurea in psicologia, dell’albo e degli ordini professionali.
  • Attuazione parziale della riforma sanitaria.
  • La predominanza di una rappresentazione mentale dello psicologo clinico.

Lo psicologo di comunità si pone in un’ottica proattiva cioè interviene prima che i problemi insorgano, perciò previene il disagio e promuove il benessere. Il disagio nasce da una relazione alterata dell’individuo con l’ambiente, per cui gli interventi vanno attuati sull’ambiente modificandolo al fine di migliorare l’adattamento della persona. Lo psicologo clinico invece lavora secondo un’ottica reattiva, cioè interviene dopo la manifestazione del disagio che è collocato all’interno dell’individuo o all’interno delle sue relazioni familiari.

Nel 1980, la società italiana di psicologia costituisce la divisione di psicologia di comunità, che nel 1994 diviene la società italiana di psicologia di comunità.

Modelli teorici della psicologia di comunità

La psicologia di comunità nasce come disciplina pratica/operativa. L’interesse per un aspetto teorico avviene in un secondo tempo, anche perché è difficile trovare un’unica teoria in grado di spiegare un oggetto così complesso quale l’interesse alla relazione tra uomo e ambiente. È usata la metafora ecologica per definire l’insieme di questi modelli teorici. Cosa vuol dire ecologia? Questa metafora si basa sull’idea che l’ambiente in cui ciascuno è inserito esercita un’influenza significativa sul comportamento individuale. Di conseguenza le persone possono controllare il proprio comportamento attraverso una maggiore comprensione delle influenze ambientali, che appunto possono ostacolare la crescita dell’individuo ma anche promuoverne il benessere e facilitarne lo sviluppo di competenze.

I principali autori che hanno contribuito allo sviluppo della metafora ecologica sono:

Kurt Lewin: attraverso la teoria del campo ha sviluppato un modello di analisi dei problemi sociali. Il presupposto su cui si basa questa teoria è che qualsiasi comportamento entro un campo psicologico dipende dalla particolare configurazione di quel campo in quel dato momento. Il comportamento dipende dallo spazio di vita inteso come relazione tra la persona e l’ambiente percepito dalla persona. Lewin sottolinea da un lato l’importanza della componente individuale e dall’altro degli ambienti di vita. La teoria del campo porta Lewin allo studio dei gruppi. Il gruppo è una totalità dinamica di membri in stretta interdipendenza, in cui il cambiamento di un elemento interessa tutti gli altri.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fre15189 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica internazionale UNINETTUNO di Roma o del prof Curiale Antonietta.
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