Interazioni del comunicare
Capitolo 1 - La "buona" comunicazione: istruzioni per l'uso
1. La comunicazione verbale
Comunicare significa "rendere comune", "condividere"; quando comunichiamo incrementiamo la nostra conoscenza condivisa. Anelli definisce la comunicazione come uno scambio interattivo tra due o più partecipanti in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento. Nel 1960, Jakobson mette a punto la teoria della comunicazione verbale; la trasmissione di un messaggio tra mittente e destinatario in un contesto ben preciso attraverso un codice e un canale. I sei fattori della comunicazione verbale corrispondono alle sei funzioni:
- Espressiva e affettiva (legata al mittente e la funzione di esprimere uno stato d’animo)
- Conativa (cerca di influenzare il destinatario, riguarda i messaggi in cui do un ordine a qualcuno come ad esempio regolamenti e leggi)
- Fatica (cerca di vedere se il canale comunicativo è ancora attivo, ad esempio: pronto?)
- Referenziale (il messaggio è legato al contesto in cui è inserito)
- Metalinguistica (riguarda il linguaggio, dà su di esso informazioni e permette di parlare della lingua stessa)
- Poetica (riguarda il messaggio nella sua struttura formale)
Secondo Halliday, le funzioni fondamentali della comunicazione verbale sono tre: Ideativa (esperienza che il parlante ha del mondo reale), Interpersonale (permette l'interazione e definisce la relazione) e testuale (serve per costruire testi ben formati).
2. La comunicazione non verbale
I principali componenti sono i segni comunicativi verbali (comprendono le parole) e i segni comunicativi non-verbali (gesti, espressioni del volto, sguardo, emozioni e postura). "Non si può non comunicare"; "L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio, hanno tutti valore di messaggio". Watzlawick ha studiato la comunicazione e le sue funzioni e nel 1967 produsse il principio secondo il quale lo studio della comunicazione non verbale considera l'insieme dei gesti facendo riferimento al contesto in cui sono inseriti. Secondo Ekman e Frieser (1969), le cinque funzioni della comunicazione non verbale sono:
- Ripetizione (quando il gesto ripete il significato di ciò che sto dicendo a voce)
- Contraddizione (il comportamento non verbale contraddice il significato della parola, es. complimento a voce con tono sarcastico)
- Complementarietà (il comportamento non verbale conferma ed integra quanto detto)
- Accentuazione (il comportamento non verbale dà sostegno alla comunicazione verbale, es. quando dico no e lo accompagno con la testa)
- Regolazione (con lo sguardo, i gesti, regolano la comunicazione)
Secondo Ricci-Bitti e Cortesi (1977), le macro categorie dei segnali non verbali sono:
- Comportamento spaziale
- Motorio-gestuale
- Mimico
- Visivo
- L’aspetto esteriore
- Aspetti che accompagna il comportamento verbale senza essere verbali
2.1 Comportamento spaziale
Ci troviamo all’interno di un ambiente fisico con cui abbiamo continui rapporti di interscambio e siamo filogeneticamente adatti a modelli di vita in piccoli gruppi. Hall (1966) si è dedicato a studiare l’uso dello spazio personale e sociale e la percezione dello stesso da parte dell’uomo. Ha identificato 4 spazi usati per l’interazione per gli americani: intima, personale, sociale, pubblica. Inoltre spiega come le diverse modalità di comunicazione umana sono usate in modo diverso per le diverse zone. Distingue 3 tipi di organizzazione spaziale: spazio preordinato (limiti fissi), spazio semi-determinato (ordinamento di oggetti mobili), spazio informale (distanza negli incontri). Altre ricerche di psicologia sperimentale si sono incentrate sulla disposizione spaziale in relazione ai rapporti interpersonali (es. nel caso di competizione o collaborazione ci sarà un orientamento diverso, nel primo saranno faccia a faccia e nel secondo saranno l’uno di fianco all’altro).
2.2 Contatto fisico
Può esprimere diverse componenti, come aggressività o segnali di amicizia. Una sua caratteristica è la varietà nelle diverse culture. Viene generalmente molto usata nei nuclei famigliari, tra fratelli o moglie-marito, con però le proprie restrizioni su quali parti del corpo possono essere toccate e da parte di chi può essere effettuato. Vi sono anche gradi diversi di comunicazione, come un saluto, un bacio, una carezza, un abbraccio, o un palpeggiamento; indicano tutti rapporti diversi.
2.3 Vicinanza-distanza
La distanza che le persone mantengono tra di loro nei rapporti interpersonali è un segnale non-verbale che indica vicinanza/distanza. Il modo in cui gli individui si rapportano dipende dal tipo di situazione, di relazione, dipende dall’ambiente sociale o alla cultura di appartenenza. Generalmente la distanza che un individuo adotta nei confronti di un’altra persona è proporzionale al rapporto o ai legami esistiti tra i due partecipanti. Dipende anche dalla relazione gerarchica che si è stabilita nel gruppo.
2.4 Orientamento
Si riferisce al modo in cui gli individui si posizionano nello spazio, in piedi, seduti, uno di fronte all’altro.
2.5 Postura
La postura è un atteggiamento corporeo, posizione che il corpo assume come forma immediata di adattamento all’ambiente; si esprime con la tensione o il rilassamento dei muscoli. Esistono posture dominanti-superiori vs. posture inferiori-sottomesse: il portamento eretto, la testa reclinata all’indietro e le mani posate sui fianchi possono segnalare il desiderio di dominare. La postura è influenzata notevolmente dallo status emotivo, infatti è meno controllabile coscientemente del volto o del tono della voce. Essa rappresenta il primo elemento che trasmette informazioni sull’atteggiamento verso gli altri. Infine vi sono una serie di posture convenzionali da assumere in situazioni pubbliche.
3. I movimenti del corpo
Ekman e Friesen considerano gesti le espressioni del volto, i suoi movimenti, il movimento delle mani e degli arti.
3.1 Gesti
Si definisce gesto qualunque azione che invia un segnale visivo a uno spettatore. Per diventare un gesto, un atto deve essere visto da un’altra persona e comunicarle qualche informazione (es. f. di regolazione). Si classificano in:
- Emblemi (sostituiscono le parole, es. indicare)
- Illustratori (gesticolazioni, illustrare cosa si dice)
- Indicatori dello stato emotivo (affect displays)
- Regolatori (regolare la sincronizzazione degli interventi)
- Gesti di adattamento (segnali abituali emessi inconsapevolmente). Questi si ridividono in 3 categorie: i gesti "auto-adattativi", i gesti di "adattamento centrali sull’altro" e i gesti di "adattamento diretti su oggetti".
4. L'espressione del volto
Comprende: i mutamenti nella posizione degli occhi, della bocca, delle sopracciglia, dei muscoli facciali, sudorazione frontale. Il parlante accompagna il suo eloquio con alcune espressioni facciali; l’ascoltatore esprime le sue reazioni a ciò che gli viene detto con piccoli movimenti delle sopracciglia, delle labbra, della fronte, che indicano l’atteggiamento positivo o negativo. Per Ekman e Friesen il viso è la principale area della comunicazione non verbale; l'espressione del volto coincide con la manifestazione delle emozioni. Hanno definito "ostentatori ad effetti" i segnali non verbali che esprimono uno stato emotivo, le Display Rules, che possono essere culturalmente apprese e sono:
- De-intensificare l'indizio visivo di una certa emozione
- Aumentare l’intensità
- Sembrare indifferente
- Mascherare l'emozione provata
Darwin nel 1872 pubblicò "The Expression of the Emotions in Man and Animals", dal quale si deduce che la mimica delle espressioni non è acquisita tramite la cultura del proprio gruppo di appartenenza, ma vale per tutti gli esseri umani poiché è frutto dell’evoluzione, sono le risposte che l’organismo dà in situazioni particolari. Da questa teoria, ne deriva quella neuro-culturale di Ekman e Friesen del 1969: per ciascuno stato emozionale primario corrisponde un movimento innato trasmissibile per via ereditaria. Da qui nasce il problema di riconoscere se le differenze intraculturali possono portare a una sbagliata interpretazione delle emozioni. Dopo un esperimento è stato notato che esistono delle emozioni universali, che esprimono appunto le emozioni primarie. Le emozioni fondamentali sono 6: gioia, paura, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa e disprezzo.
5. Lo sguardo
Lo sguardo è la parte principale dell'espressione globale del volto; comunica l'atteggiamento interpersonale, serve per instaurare rapporti, aiuta a captare le informazioni relative alle reazioni dell'interlocutore e pone in contrasto le persone estroverse con quelle introverse. Gli studi effettuati considerano la relazione esistente tra sguardo e atteggiamento interpersonale comunicato. L’ascoltatore che non guarda dà l’impressione di rifiuto o di indifferenze verso il comunicante; ma colui che guarda troppo, restando in silenzio, dà l’impressione di essere una persona strana. Infine, le persone più distanti sono guardate di più: aumentando la vicinanza fisica, diminuisce la comunicazione visiva. Inoltre, il tutto dipende molto dalla personalità dell’interlocutore.
6. L'espressione delle emozioni
Nello studio delle emozioni vi sono stati diversi problemi. Infatti, poiché l’attività razionale era considerata la base dalla quale partire per spiegare le azioni umane, l’emozione perturbante assumeva anche la qualità di attributo spregevole, un attributo connesso con la parte "animale" e irrazionale. Fu Darwin che considerò l’emozione come elemento di adattamento per la sopravvivenza della specie e perciò rientrante nella logica evoluzionistica. Anche Freud le considera gli elementi fondanti della struttura della personalità dell’individuo.
7. Cultura e comunicazione
La comunicazione è un processo complesso che richiede all'emittente e al ricevente di avvicinare e condividere i loro campi percettivi. In una comunicazione interculturale queste differenze sono ancora più marcate. Samovar e Porter (1988) sottolineano che le variabili del processo di comunicazione di cui la cultura determina in una certa misura i valori sono:
-
La percezione del mondo: gli elementi che le influenzano sono:
- Credenze (la nostra convinzione che qualcosa sia vero)
- Valori (di ciò che è "buono" e "cattivo")
- Atteggiamento (stati che ci predispongono e comportarci in un modo)
- Organizzazione sociale (come una cultura organizza se stesse e le organizzazioni)
- I processi verbali: non solo come parliamo ma anche le attività di pensiero e di associazione del significato alle parole che usiamo.
-
I processi non verbali: gesti, espressione del volto, ecc. il significato loro attribuito spesso cambia da cultura a cultura.
- Comportamento non verbale (comportamenti legati al corpo)
- Concetto del tempo (attitudine verso passato, presente e futuro)
- Uso e organizzazione dello spazio (comprendono gli elementi prossemici)
8. Assertività
Vi sono stati molti studi per comprenderla. Il primo fu Salter, egli ritenne che se un bambino viene ripetutamente punito per dei comportamenti sociali questi verranno inibiti; da adulto avrà diverse patologie, con una personalità inibita e tenderanno a sviluppare ansia e depressione. A loro propose una serie di esercizi come parlare dei propri sentimenti, allenare l’espressione facciale, usare il pronome "io", sostenere un contraddittorio, accettare i complimenti ed essere spontanei. Successivamente Wolfe dimostrò come il rilassamento, la collera, l’eccitazione sessuale, sono in grado di inibire l’ansia. L’incapacità di esprimersi in maniera adeguata può portare a diversi problemi nella psiche della persona. L'assertività (dal latino asserere = asserire, affermare con convinzione e tenacia, pienamente convinti di quello che si sostiene) è una competenza sociale, è la qualità di chi è in grado di far valere i propri diritti pur rispettando quelli degli altri, in accordo col principio di reciprocità (perfetto equilibrio tra passività e aggressività). La persona assertiva è in grado di comprendere gli altri e rispettarli salvaguardando i propri diritti. Inizialmente qualsiasi training mira a eliminare la convinzione secondo cui alcune persone sarebbero più importanti di altre. Gli elementi che la contraddistinguono sono molteplici; tra i quali ricordiamo:
- Espressione - la persona assertiva esprime quello che pensa e che sente in modo chiaro e diretto
- Contesto - significa dare una risposta adeguata al contesto
- Scelte - la persona assertiva ha di fronte a sé diverse scelte
- Obiettivi - nelle relazioni con gli altri è importante avere ben chiaro l’obbiettivo e avere un atteggiamento proattivo
- Scelte - libertà di seguire i propri desideri
- Responsabilità
- Serenità - si ha il diritto di intervenire ad una riunione anche se si è l’ultimo arrivato
- Una buona considerazione di sé e degli altri
- La persona assertiva è consapevole dei propri diritti ed altrui
9. Imparare-insegnare l'assertività
Per realizzare se stesso l’uomo deve avere l’assertività, deve essere in grado di affrontare situazioni sapendo scegliere ogni volta il comportamento più adatto per raggiungere i propri obiettivi. Il training per diventare assertivo comprende: abilità non verbali come l’espressione mimica, la postura e la gestualità; abilità verbali come la conversazione e abilità protettive e abilità cognitive.
10. Obiettivi dell'assertività
- Riconoscere le emozioni
- Manifestare le emozioni
- Consapevolezza dei diritti della persona
- Disponibilità ad apprezzare se stessi e gli altri
- Capacità di auto-realizzarsi
11. Diritti personali
- Autonomia di giudizio - prendersi le proprie responsabilità anche se si sbaglia
- Rispetto di sé - fare le proprie scelte senza giustificarsi
- Giustizia distribuita - non prendersi la responsabilità degli altri
- Cambiare opinione
- Apprendimento per prove ed errori - si può sbagliare senza essere accusati
- Autonomia emotiva
- Spontaneità e fantasia
- Saper di non sapere - non conoscere ogni aspetto di ogni cosa
- Autonomia dei punti di vista
- Libertà di scegliere
12. Poli della passività e aggressività
Il concetto di assertività si trova in un continuum tra passività e aggressività. La persona passiva dipende dagli altri e ha come obiettivo di ottenere la benevolenza di chi lo circonda. La persona aggressiva dipende dagli altri ma deve poter gestire l’altro. Il suo obiettivo è il successo personale. La persona assertiva invece è autonoma, possiede un atteggiamento positivo, non dà colpe agli altri o a sé.
13. Le critiche
Le critiche manipolative cercano di creare imbarazzo, senso di incompetenza, ignoranza, colpa, ansia generica. Le critiche costruttive invece sono tese al miglioramento, al benessere o all’aiuto dell’altro. Le critiche manipolative possono avere un effetto molto potente sulla nostra autostima e sono situazioni abbastanza frequenti. Rischiano di farci diventare troppo passivi o aggressivi e spesso i più efficaci critici del nostro comportamento possiamo essere noi stessi. Ci sono persone che hanno subito critiche manipolative da persone importanti che, anche a molti anni di distanza, sono ancora vive nella nostra mente.
Capitolo 2 - Comunicazione e cambiamento: comunicazione terapeutica
Lo studio dei processi comunicativi si è concentrato sullo studio della patologia e della sua genesi attraverso la comunicazione. Dagli anni ’80 è stato studiato il ruolo dei processi comunicativi nel cambiamento comportamentale verso un maggiore adattamento e un’esistenza più vitale.
1. Il primato del comportamento e dell’esperienza nella comunicazione e nella terapia
1.1 Antecedenti storici: verbale e non verbale
Per Watzlawick, ogni comportamento implica una comunicazione "Non si può non comunicare". Oltre le parole, l’uomo ha segni comunicativi non verbali tra cui i gesti, sguardo, mimica, postura, l’uso dello spazio, quindi non se ne può fare a meno. Diderot diceva che le fattezze mostrano le passioni del momento e quelle più radicate segnano l’uomo. Nel ‘900 ci sono studi sul comportamento verbale: i messaggi non verbali sono più efficaci per trasmettere un messaggio rispetto al linguaggio. Se c’è incongruenza tra messaggio verbale e non verbale, si considera più vero quello che si coglie con la comunicazione non verbale. Ekman e Friesen dissero che gli indizi periferici come i movimenti del corpo, braccia degli arti siano meno soggetti a un controllo consapevole rispetto a indizi centrali come l’espressione o lo sguardo. Anche la decodifica e le reazioni nei confronti dei messaggi non verbali tendono ad essere molto più immediate ed automatiche. Il legame tra le emozioni e le espressioni facciali è così forte che le persone sembrano sperimentare l’emozione appropriata semplicemente quando vengono istruite a muovere i loro muscoli facciali in configurazioni associate all’inv...
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