Sommario
- Interazioni del comunicare .................................................................................................................... 1
- Capitolo 1. La buona comunicazione: istruzioni per l’uso. ..................................................................... 2
- Capitolo 2. Comunicazione e cambiamento: lo studio scientifico della comunicazione terapeutica. ....... 4
- Capitolo 3. La comunicazione nella costruzione dell’alleanza terapeutica. .................................................. 5
- Capitolo 4. Comunicazioni e organizzazioni. ......................................................................................... 6
- Capitolo 5. Comunicazione, pubblicità e decisioni. ................................................................................ 7
- Capitolo 7. Comunicare per immagini. ................................................................................................ 10
- Capitolo 9. Comunicazioni e linguaggi musicali. .................................................................................. 11
- Capitolo 10. I nuovi strumenti per comunicare.................................................................................... 121
Capitolo 1. La buona comunicazione: istruzioni per l'uso
Il termine “comunicazione” è stato oggetto di molte interpretazioni.
- Secondo Rosengren, comunicare deriva dalla parola comune, e quindi condividere.
- Secondo Anolli, la comunicazione è uno scambio reciproco e intenzionale, possibile perché i partecipanti alla comunicazione condividono la stessa cultura di riferimento.
- Secondo Cimatti, la comunicazione odierna non è nient’altro che lo sviluppo di una più primordiale forma di comunicazione, ovvero la percezione e la capacità di muoversi nello spazio.
- Jakobson ha individuato sei aspetti fondamentali della comunicazione (teoria della comunicazione verbale):
- Funzione espressiva = colui che parla manifesta sé stesso
- Funzione conativa = colui che parla cerca di influenzare l’altro
- Funzione fatica = colui che parla cerca di verificare se gli altri lo stanno ascoltando
- Funzione referenziale = colui che parla si riferisce in modo specifico al contesto che lo circonda
- Funzione metalinguistica = quando si parla del linguaggio stesso
- Funzione poetica = l’attenzione è per l’aspetto formale del messaggio
Allo stesso modo, anche Halliday individua tre funzioni base del linguaggio:
- Ideativa = il parlante esprime la sua idea della realtà
- Interpersonale = riferita all’interazione tra gli uomini
- Testuale = capacità di adattare il discorso a seconda del contesto
Una delle distinzioni basi relative alla comunicazione è quella tra comunicazione verbale e comunicazione non verbale.
La comunicazione non verbale
Anche qui le definizioni sono tante.
- Per Argyle il cnv include tutto quello legato alla postura, ai movimenti e alla voce.
- Per Ekman e Friesen, il cnv include 5 caratteristiche:
- Ripetizione = quello che viene detto oralmente viene ripetuto dai gesti
- Contraddizione = il gesto contraddice quello che viene detto oralmente
- Complementarità = il gesto integra quello che viene detto oralmente
- Accentuazione = il gesto sottolinea quello che viene detto oralmente
- Regolazione = i gesti servono a gestire la comunicazione
Ricci-Bitti e Cortesi suddividono tutte le caratteristiche del cvn in 6 gruppi:
- Comportamento spaziale = l’uomo storicamente tende a vivere in società e perciò a organizzare in modo significativo lo spazio attorno a sé. Lo studio del modo in cui l’uomo usa il proprio spazio è detto prossemica. Ci sono per esempio 4 zone d’interazione (Hall): intima, personale, sociale e pubblica. Più le persone sono spazialmente distanti, meno forte o inesistente è il loro legame personale. Fondamentali sono anche il contatto fisico, che cambia molto a seconda della cultura ed è indice del rapporto intercorrente tra i parlanti, l’orientamento e la postura.
- Comportamento motorio-gestuale. I gesti possono essere di diverso tipo (Ekman e Friesen): emblematici, quando il gesto sostituisce la parola; illustratori, se i gesti sottolineano quello che viene detto oralmente; indicatori dello stato emotivo; regolatori, se servono a controllare la comunicazione; di adattamento, se servono a soddisfare i bisogni elementari dell’uomo (sono infatti appresi durante l’infanzia).
- Comportamento mimico = il viso è la prima parte del corpo dove avviene la comunicazione. È indicatore di emozioni, per questo secondo Ekman e Friesen gli individui tendono a controllare le espressioni mimiche per raggiungere 4 risultati:
- Far sembrare la propria emozione meno forte
- Far sembrare la propria emozione più forte
- Sembrare indifferente
- Mascherare l’emozione
- L’esteriorità. Si riferisce in particolare allo sguardo, fondamentale per instaurare rapporti e dipendente sia dalla cultura che dalla personalità del singolo parlante.
- Vari aspetti non connessi all’oralità.
Le emozioni
Le emozioni sono sempre state messe in connessione con la parte animale e istintiva dell’uomo, contrapposta alla razionalità che era invece considerata il motore dell’essere umano. Il primo invece a considerare l’emozione come una parte fondamentale della vita umana è stato Darwin, che ritiene infatti che l’emozione sia una risposta adattiva all’ambiente e come tale essenziale per la sopravvivenza. Dopo di lui, Freud ha considerato le emozioni come parte integrante della struttura psichica dell’uomo.
Il rapporto tra cultura e comunicazione
Il rapporto tra cultura e comunicazione è innegabile. In particolare, Samovar e Porter sottolineano che la cultura influenza la comunicazione nei seguenti aspetti:
- Percezione del mondo, ovvero il modo in cui vengono selezionati gli stimoli esterni.
- Le credenze, ovvero quello che noi crediamo sia vero.
- I valori, ciò che noi consideriamo buono o cattivo.
- Gli atteggiamenti, cioè il modo precostituito con cui trattiamo una certa cosa (stereotipi).
- Organizzazione sociale, in quanto la cultura influenza sia la nazione che la società.
- I processi verbali.
- I processi non verbali, tra cui il comportamento non verbale, il concetto di tempo e l’uso e organizzazione dello spazio.
L'assertività
Nel 1949 lo psichiatra americano Salter, nel tentativo di risolvere il problema dell’ansia sociale, elabora la sua teoria sull’assertività. Secondo lui, tutti i comportamenti sociali inibiti quando si è bambini danno origine a personalità adulte troppo passive, inibite e condiscendenti. Tutto ciò genera alti gradi di ansia sociale. Per risolvere la situazione, Salter ha elaborato un programma sull’assertività, con lo scopo di indurre questi individui ad aprirsi, a parlare dei propri sentimenti e a essere meno passivi.
Infatti, assertività deriva dal latino asserere = affermare con forza e convinzione; essere assertivi significa appunto comportarsi in modo attivo, in piena consapevolezza delle proprie azioni, senza farsi schiacciare dai condizionamenti e dalle aspettative degli altri. La teoria dell’assertività è stata infatti definita come la teoria del sano egoismo. Lo scopo di Salter era insegnare l’assertività in quanto capacità di agire liberamente, di scegliere consapevolmente i comportamenti da adottare ogni volta, di riuscire a esprimere sé stessi senza essere né passivi né aggressivi nei confronti degli altri. Infatti il concetto di assertività si trova nel mezzo di una linea immaginaria, ai due poli della quale si trovano l’aggressività e la passività.
Agendo su tre livelli, emotivo, comportamentale e cognitivo, si possono quindi raggiungere i cinque obiettivi dell’assertività:
- Riconoscere e accettare le emozioni
- Essere capaci di manifestare tali emozioni
- Essere consapevole dei diritti della persona
- Essere disponibili ad apprezzare sé stessi e gli altri
- Essere capaci di auto-realizzarsi
Infine, nell’ambito della teoria dell’assertività si analizza anche la funzione delle critiche, che possono essere di due tipi:
- Manipolative, volte cioè a creare disagio e imbarazzo
- Costruttive, volte all’effettivo miglioramento di chi viene criticato
Capitolo 2. Comunicazione e cambiamento: lo studio scientifico della comunicazione terapeutica
La comunicazione può essere molto importante in ambito terapeutico, perché può influire sul comportamento dei pazienti.
Comunicazione non verbale
- Secondo Watzlawick, ogni comportamento implica una comunicazione; ed essendo impossibile “non comportarsi”, è anche impossibile “non comunicare”.
- Diderot aveva colto l’importanza delle emozioni nella comunicazione, tanto che secondo lui le emozioni più profonde...
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