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Riassunto esame Psicologia dell'educazione e della formazione in una prospettiva europea, prof. Pallini, libro consigliato L'arte di Aiutare, Carkhuff Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicologia dell'educazione e della formazione in una prospettiva europea, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dal docente Pallini: L'arte di Aiutare (corso avanzato) di Carkhuff. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicologia dell'educazione e della formazione in una prospettiva europea docente Prof. S. Pallini

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Prestare attenzione serve per comunicare un profondo interesse per le esperienze che l’helpee sta

comunicando e in questo modo motivarlo a lasciarsi coinvolgere nel processo di aiuto.

Le principali abilità del prestare attenzione sono:

- L’attenzione fisica, sottolinea l’importanza di essere uno di fronte all’altro, essere seduti alla

stessa altezza, giusta inclinazione del corpo e del contatto con lo sguardo;

- Osservare, sottolinea l’importanza di considerare l’aspetto fisico e il comportamento

dell’helpee;

- Ascoltare, sottolinea l’importanza di captare il tono e lo spirito delle espressioni verbali

attraverso cui l’helpee comunica la propria esperienza.

Rispondere per facilitare l’esplorazione

Nella fase iniziale del processo di aiuto l’helper deve essere in grado di rispondere alle esperienze

comunicate dall’helpee, per facilitare la sua esplorazione: l’helper cerca dunque di comunicare,

riformulando in altre parole, ciò che ha percepito di queste esperienze.

La risposta dell’helper può essere a 3 differenti livelli:

- Rispondere al contenuto, riformulando quello che effettivamente l’helpee sta dicendo;

- Rispondere al sentimento, ovvero agli aspetti affettivi ed emozionali, riformulando come

l’helpee si sente rispetto alla situazione che sta esponendo;

- Rispondere al significato complessivo unendo sentimenti e contenuti in un’unica risposta.

Es. Ti senti solo e senza speranza perché le persone finiscono sempre per rifiutarti.

Personalizzare

Durante le fasi intermedie del processo di aiuto, l’helper personalizza il grado di comprensione che l’helpee

ha dei suoi obiettivi. Un termine analogo a personalizzare è interiorizzare: l’helper tenta di facilitare

un’assunzione di responsabilità da parte dell’helpee rispetto alle esperienze che sta vivendo. Personalizzare

mette l’helpee in condizione di trasformare i problemi in obiettivi.

Anche il processo di interiorizzazione si articola su 3 differenti livelli, poiché l’helper può:

- Personalizzare il significato dell’esperienza dell’helpee;

- Personalizzare i problemi, l’helpee è aiutato ad interiorizzare la responsabilità di tali problemi;

- Personalizzare gli obiettivi, l’helpee è aiutato a interiorizzare la responsabilità rispetto al

raggiungimento degli obiettivi.

Es. Ti dispiace perché non riesci a gestire in maniera soddisfacente i tuoi rapporti con le persone e ti

piacerebbe molto imparare a farlo.

Iniziare l’azione

Nella fase culminante del processo di aiuto, l’helper deve cominciare a elaborare, insieme all’helpee, dei

programmi sulla base dei quali l’helpee può agire. L’helper deve definire in modo più preciso gli obiettivi

che sono stati in precedenza personalizzati, cercando di fissare modi e tempi per il raggiungimento degli

stessi. Il processo dell’iniziare prevede diverse fasi:

- Definire insieme all’helpee gli obiettivi verso cui impegnarsi;

- Sviluppare programmi anche con la definizione di nuovi obiettivi e la messa a punto di compiti

e passi necessari al raggiungimento di questi obiettivi;

- Fissare delle precise scadenze temporali e stabilire rinforzi (ricompense) in contingenza con la

realizzazione degli obiettivi;

- Preparare la realizzazione dei passi con la messa in pratica;

- Passi di verifica.

Es. Il tuo obiettivo è quello di rispondere con accuratezza alle esperienze degli altri. I tuoi compiti

comprendono: attenzione fisica, osservare, ascoltare e rispondere. Il primo passo è quello di imparare a

guardare in faccia l’altra persona.

Facilitare il feedback

Infine, l’helper deve facilitare all’helpee l’accesso ad informazioni di ritorno (feedback) sull’esito delle sue

azioni, ponendo l’accento sulla loro efficacia.

Nel feedback l’helper deve:

- Raccogliere informazioni sui risultati raggiunti

- Comunicare informazioni sui risultati

Es. Le tue risposte interpersonali riflettevano (non riflettevano) accuratamente le esperienze degli altri.

Riepilogo

Grazie alle abilità interpersonali di aiuto (ARPI=Attenzione, Rispondere, Personalizzare, Iniziare) l’helper

può entrare in contatto con lo schema di riferimento dell’helpee e fare in modo che esso si impegni nei

processi intrapersonali attraverso i quali si realizza l’aiuto (ECA=Esplorazione, Comprensione, Azione) in

vista di una crescita e uno sviluppo personali.

3. Le abilità di aiuto

Prestare attenzione

Prestare attenzione è la pre-condizione necessaria dell’aiuto, che mette l’helper nella posizione più adatta

per vedere e sentire l’helpee e serve per coinvolgere l’helpee nella relazione di aiuto. Quando l’helper è

veramente attento, l’helpee diventa a sua volta pienamente attento e si impegna nel processo di aiuto. Le

abilità del prestare attenzione comprendono:

- Il prepararsi all’attenzione:

- Preparare l’helpee:

La disponibilità dell’helpee a lasciarsi coinvolgere dipenderà da quanto sarà stato

preparato alla relazione di aiuto. È necessario quindi contattarli, informarli della

nostra disponibilità e incoraggiarli a utilizzare il nostro aiuto.

- Preparare il contesto:

Facilitare il coinvolgimento dell’helpee dipende anche dalla preparazione di un

ambiente fisico adatto all’helpee:

- Predisporre il mobilio in modo adeguato per facilitare una

comunicazione aperta, l’ideale sarebbe stare seduti l’uno di fronte

all’altro, senza scrivanie, tavoli o altre barriere in mezzo;

- Predisporre gli oggetti in modo che l’helpee si possa sentire a suo agio;

- Il luogo (setting) n cui si svolge la relazione di aiuto deve essere tenuto

pulito e ordinato, in questo modo comunichiamo all’helpee che siamo

liberi da altre faccende e siamo pronti a concentrarci sui suoi problemi.

- Preparare noi stessi:

- Ripassare ciò che sappiamo sull’helpee grazie ai precedenti incontri,

attraverso appunti, dati o semplici impressioni;

- Rivedere gli obiettivi del processo di aiuto per tenere presente lo scopo

dei colloqui con l’helpee;

- Rilassarsi prima di immergersi nell’interazione di aiuto.

- Il prestare attenzione alla persona:

Comunicando interesse per l’helpee, si tende a suscitare una corrispondente risposta di

interesse da parte loro. Dare attenzione alla persona sottolinea l’importanza di:

- Mettersi di fronte:

per prestare attenzione all’helpee è bene posizionarsi esattamente di fronte;

- Piegarsi in avanti:

da seduti, inclinando il corpo leggermente in avanti, riusciamo ad essere

maggiormente attenti, poiché la nostra attenzione è più completa se riduciamo lo

spazio fisico avvicinandoci all’helpee;

- Contatto oculare:

Un costante contatto con gli occhi è fondamentale per dimostrare la nostra piena e

incondizionata attenzione.

(È opportuno ricordare che noi comunichiamo la nostra attenzione alla persona attraverso tutti i modi di

fare e le nostre espressioni. Quando siamo emotivamente coinvolti ma rilassati, comunichiamo attenzione;

quando siamo nervosi e inquieti comunichiamo un senso di riluttanza ad essere lì; è importante quindi che

cerchiamo di mantenere sempre un certo controllo sul nostro comportamento attentivo).

- Osservare:

Le abilità dell’osservare sono fondamentali per un’efficace relazione d’aiuto, possiamo

imparare molto di ciò che ci serve sapere sulle persone semplicemente osservandole. Esse

richiedo all’helper la capacità di vedere e comprendere il comportamento non verbale

dell’helpee.

- Osservare l’aspetto esteriore e il comportamento:

- Osservare la postura;

- Osservare la corporatura;

- Osservare la cura di sé;

- Osservare le espressioni del viso;

- Osservare i movimenti del corpo;

- Inferire il grado di energia, sentimenti e disponibilità:

- Il grado di energia è la quantità di sforzo fisico che la persona è in grado

di investire nello svolgimento di un compito. Sapere quanto a lungo le

persone sono in grado di mantenere degli alti livelli di funzionamento è

essenziale per capire che tipo di vita conducono. Solo le persone con

alti livelli di energia possono sperimentare la pienezza della vita. Chi

dispone di bassi livelli di energia ha una grande difficoltà a far fronte

anche alle più semplici esigenze quotidiane. Il livello di energia può

essere osservato:

- Nella dinamicità della postura (essere seduti scomposti e con le

spalle curve è indice di bassi livelli di energia);

- Nella cura della propria persona, poiché è necessaria una

discreta quantità di energia per mantenere un aspetto pulito e

ordinato;

- Nei movimenti e nel comportamento (ad es. movimenti lenti

possono suggerire un basso livello di energia.

- Inferire i sentimenti attraverso:

- Le espressioni del viso;

- La postura;

- I movimenti.

- Disponibilità all’aiuto: attraverso le osservazioni sull’aspetto e sul

comportamento dell’helpee è possibile desumere la generale

disponibilità intellettuale a ricevere aiuto. Un helpee con un basso

livello di energia ha generalmente una scarsa disponibilità all’aiuto.

- Osservare le incongruenze: individuare discrepanze e incongruenze presenti nel

comportamento o nell’aspetto delle persone, laddove non c’è coerenza tra i

diversi aspetti del comportamento e l’aspetto esteriore. L’incongruenza è un

segno caratteristico delle persone con problemi.

- Ascoltare:

Gli input più utili nella relazione di aiuto provengono dalle espressioni verbali dell’helpee. Ciò

che le persone dicono e il modo in cui lo dicono ci fanno capire molto su come queste persone

vedono se stesse e su come vedono il mondo intorno a loro. Le espressioni verbali sono la più

ricca fonte di comprensione empatica. Quanto più stiamo attenti agli indizi esterni che le

persone ci presentano, tanto più siamo in grado di dare ascolto ai messaggi interni che

riflettono le loro esperienze interiori. Vi sono poi altri modi per migliorare le nostre abilità di

ascolto:

- Avere un motivo per ascoltare: per ascoltare bene bisogna avere un motivo,

dobbiamo sapere perché stiamo ascoltando, in realtà l’obiettivo della relazione di

aiuto è il motivo per il quale ogni helper deve impegnarsi ad ascoltare: raccogliere

tutte le informazioni possibili collegate ai problemi o agli obiettivi dell’helpee. È

importante concentrarsi:

- sulle parole, che ci trasmettono il contenuto intellettuale delle

esperienze dell’helpee;

- sul tono della voce, che ci permette di individuare i sentimenti;

- sul modo con cui le persone si presentano, che a sua volta ci permette

di scoprire il livello di energia dell’helpee.

- Sospendere il giudizio: è importante sospendere il nostro giudizio personale

mentre ascoltiamo, dobbiamo lasciarci penetrare dai messaggi dell’helpee senza

voler cercare di esprimere un giudizio su di essi, sospendere i nostri valori e le

nostre opinioni rispetto al contenuto di ciò che persone ci dicono. È possibile che

noi non approviamo il comportamento di un helpee o il modo in cui vive la sua

vita, ma dobbiamo tenere presente che le nostre sensazioni non c’entrano con le

sue esperienze e che il nostro scopo è quello di facilitare la sua crescita e il suo

sviluppo. È molto importante essere prudenti nel suggerire consigli o soluzioni

premature, poiché ogni helpee vive un’esperienza unica ed è nostro compito

permette che emerga l’originalità di questa esperienza.

- Sospendere i nostri valori personali;

- Sospendere le nostre opinioni personali;

- Sospendere le soluzioni premature.

- Concentrarsi sull’helpee e sul contenuto: la cosa più importante nell’ascoltare è

concentrarsi sull’helpee, ciò è possibile se si riesce a resistere alle distrazioni.

Dobbiamo cercare di metterci in posti tranquilli, in modo da poterci concentrare

sulle esperienze interiori dell’helpee, raccogliere tutte le nostre energie emotive

ed intellettuali per poterci concentrare sulle esperienze interiori e sui

comportamenti esteriori dell’helpee per poter poi rispondere con accuratezza.

- Resistere alle distrazioni;

- Concentrarsi sui comportamenti esteriori degli helpee;

- Concentrarsi sulle esperienze interiori degli helpee.

Per concentrarci sul contenuto di ciò dobbiamo tenere in considerazione le 6

domande chiave: CHI? – COSA? – PERCHE’ – QUANDO? – DOVE? – COME?

Se siamo in grado di rispondere a queste 6 domande possiamo essere certi di

aver colto gli ingredienti fondamentali che compongono il contenuto delle

esperienze dell’helpee, altrimenti è necessario continuare ad ascoltare.

- Ricordare le espressioni: per fissare in memoria il contenuto di ciò che persone

stanno dicendo e i relativi sentimenti che lo accompagnano è bene concentrarsi

sulle espressioni dell’helpee, facendo attenzione anche ad eventuali buchi o

pezzi mancanti.

- Ricordare i temi ricorrenti: nei dialoghi a lungo termine è possibile individuare i

temi o gli argomenti ricorrenti nelle esperienze dell’helpee. È probabile che le

tematiche importanti vengano ripetute più volte e l’helpee sia maggiormente

coinvolto emotivamente rispetto ad esse, dal momento che cerca di

comunicarcele continuamente. Sono proprio questi temi ricorrenti a farci capire

quello che veramente l’helpee cerca di dirci di sé e del suo mondo, e questi

stessi temi possono dirci da dove (da quali esperienze) le persone provengono.

- Ripetizione;

- Intensità;

- Temi correnti.

Un modo per strutturare le abilità di ascolto è quello di esercitare la capacità di memorizzazione ripetendo

le espressioni degli helpee.

In conclusione, l’intero processo di aiuto verbale dipende dalla nostra capacità di ascoltare e decodificare il

contenuto e il sentimento delle diverse espressioni che gli helpee cercano di inviarci.

Scala dei livelli di aiuto

Scala di valutazione cumulativa delle varie abilità che compongono la relazione di aiuto:

LIVELLI DI AIUTO

5.0

4.5

4.0

3.5

3.0

2.5

2.0 Osserva e ascolta

1.5 Presta attenzione alla persona

1.0 Non attento

Se l’helper è attento alla persona, osserva e ascolta, possiamo valutarlo pienamente attento. (livello 2.0)

Se l’helper è solamente attento alla persona. (livello 1.5)

Se l’helper non è attento alla persona, non lo possiamo considerare in relazione con l’helpee (livello 1.0)

Se abbiamo veramente ed efficacemente prestato attenzione all’helpee, è probabile che saremo riusciti a

coinvolgerlo nella relazione d’aiuto, egli sperimenterà un senso di fiducia scaturito dal lavoro di

preparazione che abbiamo svolto per lui. Si sentirà sicuro della nostra capacità di attenzione e avrà fiducia

nelle nostre osservazioni, inizierà a condividere le sue esperienze, si avvierà una comunicazione e avremo

così l’opportunità di ascoltare e registrare le sue espressioni. Ma ciò che più conta è che l’helpee

incomincerà a lasciarsi coinvolgere nel processo di aiuto, si preparerà alle sedute e agli incontri, sarà più

attento e imparerà a osservare se stesso e gli altri. In questo modo l’helpee dimostrerà di essere pronto ad

entrare nella fase successiva della relazione di aiuto: la fase dell’esplorazione della sua esperienza.

Rispondere – Facilitare l’esplorazione

Rispondere getta le basi sulle quali si costruisce il processo di aiuto perché ciò avvenga in primo luogo è

necessario prestare attenzione: osservare e ascoltare l’helpee. Rispondere presuppone la capacità di

entrare nello schema mentale di riferimento dell’helpee e comunicargli ciò che sentiamo. Nel rispondere

quindi sono coinvolte due abilità: discriminare accuratamente le esperienze dell’helpee cosi come le vive e

comunicare con accuratezza all’helpee ciò che noi abbiamo percepito. In questo modo l’helpee sarà

incoraggiato ad esplorare il punto in cui si trova rispetto alla sua situazione, rispondere quindi rinforza i

tentavi di esplorazione e ne stimola di nuovi.

Rispondere è un’abilità compressa che può essere scomposta in 3 sottodimensioni:

- Rispondere al contenuto: gli ingredienti del contenuto si possono ricavare dalle sei domande

chiave: chi – cosa – perché – quando – dove – come.

Una buona risposta è quella che riformula le espressioni dell’helpee in una forma diversa,

appoggiandosi a formule come “Stai dicendo che…” oppure “In altre parole…”

Le sei domande chiave ci aiutano a organizzare i dettagli e ci permettono di capire se l’helpee

sta trascurando qualcosa, se il racconto è incompleto. L’helper cercherà di parafrasare il

contenuto dell’helpee sintetizzandolo con parole proprie, nei quali si indicano i punti principali

comunicati dall’helpee. Ciò contribuirà a far sì che l’helpee possa comprendere con chiarezza la

sintesi. Questo rispondere al contenuto, facilita l’ulteriore esplorazione da parte dell’helpee per

colmare eventuali buchi nel contenuto. In ogni caso, dobbiamo trattenerci dalla tentazione di

indagare e fare domande, dobbiamo semplicemente continuare a rispondere per incoraggiare

l’esplorazione. Organizzando bene il contenuto, con una sintesi centrata di ciò che l’altro ha

detto, noi comunichiamo che abbiamo compreso pienamente il contenuto trasmesso

dall’helpee. Un buon esercizio è quello di applicare questa abilità alle situazioni di vita

quotidiane.

- Rispondere al sentimento: rispondendo al contenuto abbiamo dimostrato all’helpee la nostra

capacità di empatia; rispondendo al sentimento possiamo dimostrargli anche la nostra capacità

di comprendere le sue esperienze. Rispondere ai sentimenti è l’abilità più critica dell’intero

processo di aiuto, perché il sentimento riflette l’esperienza affettiva che l’helpee ha di se stesso

di fronte alla sua situazione. L’helpee a volte esprime verbalmente e direttamente i sentimenti

che prova, altre volte solo indirettamente, attraverso il tono della voce o il modo in cui descrive

la situazione che sta vivendo. Sia che l’espressione dei sentimenti sia diretta, sia che sia

indiretta, l’obiettivo dell’helper è quello di rispondere efficacemente, mostrando il suo livello di

comprensione dei sentimenti dell’helpee. Rispondere ai sentimenti richiede:

- Porsi la domanda dell’empatia: dopo aver osservato le espressioni non verbali,

posturali e facciali, ed ascoltato quelle verbali, dobbiamo riformulare a parole il

sentimento percepito. In seguito dobbiamo porci questa domanda: “Se fossi al

posto dell’helpee e facessi e dicessi queste cose, come mi sentirei?” Nel

rispondere a questa domanda si deve prima di tutto individuare la categoria di

sentimento (felice, arrabbiato, triste, confuso, spaventato, forte o debole) e la

sua intensità. Bisogna scegliere poi una parola che corrisponda alla categoria e

al livello di intensità del sentimento. Infine, si deve verificare, attraverso

l’osservazione, se l’espressione scelta è appropriata.

- rispondere alla domanda dell’empatia:

- risposte intercambiabili al sentimento: rispondendo alla

domanda dell’empatia, l’helper può fornire una risposta

intercambiabile, ovvero esprime gli stessi sentimenti che

l’helpee aveva espresso. “Ti senti…” Risposte semplici e

accurate rispetto ai vari stati emotivi:

- rispondere ai sentimenti di tristezza: “Ti senti triste”,

“Ti senti scoraggiato” …

- rispondere ai sentimenti di felicità: può capitare che

l’helpee esprima sentimenti positivi perché magari ha

trovato una qualche via d’uscita o una qualche

direzione e il suo atteggiamento si trasforma, è

energico e vitale, è importante saper rispondere

all’helpee anche in questi momenti per aiutarlo a

progredire verso nuovi comportamenti. “Ti senti

eccitato…”

- rispondere ai sentimenti di rabbia: a volte si teme l’idea

di lasciar sfogare questo sentimento, perché non

sappiamo quanto lontano può portare l’helpee, in

verità, più egli esplora ed ha modo di parlare dei suoi

sentimenti negativi, più è facile che abbandoni

atteggiamenti distruttivi e riesca a canalizzare tali

sentimenti in maniera costruttiva. “Sei furioso.”

- Rispondere ai sentimenti con precisione: l’helper deve

rispondere a tutta la completezza emozionale

dell’helpee, se non risponde con accuratezza ad essa,

la conseguenza sarà che l’helper non riuscirà a

trovarlo, lo perderà. E se l’helper lo perderà, l’helpee

non riuscirà a trovare se stesso. Vi sono molte varietà

di sentimenti possibili, pertanto è necessario

espandere il più possibile le parole emozionali

dell’helper il più possibile. È possibile organizzare i

vocaboli di sentimento classificandoli in base alla loro

intensità (alta, media, bassa).

CATEGORIE DI SENTIMENTO

LIVELLI DI FELICE TRISTE ARRABBIATO SPAVENTATO CONFUSO FORTE DEBOLE

INTENSITA’ Euforico Disperato Furioso Terrorizzato Sgomento Potente Impotente

Raggiante Depresso Fuori di sé Sconvolto Sconcertato Poderoso Oppresso

ALTO Pazzo di Distrutto Inviperito Angosciato Esterrefatto Vigoroso Svuotato

gioia

Allegro Addolorato Adirato Intimorito Intontito Energico Insicuro

MEDIO Su di giri Amareggiato Irritato Insicuro Disorientato Capace Vulnerabile

In forma Desolato Aggressivo Ansioso Allibito Determinato Indeciso

Lieto Giù di Scocciato Timoroso Perplesso Sicuro Incerto

morale

BASSO Soddisfatto Scoraggiato Seccato A disagio Dubbioso Ottimista Labile

Pago Avvilito Indispettito Teso Imbarazzato Solido Apatico

- Rispondere al significato: rispondere al sentimento e al contenuto delle espressioni usate

dall’helpee non è sufficiente. La nostra risposta deve essere arricchita combinando insieme

sentimento e contenuto. Possiamo dire che il contenuto viene espresso per dare significato al

sentimento, il contenuto dà un significato intellettuale alle esperienze, il sentimento dà loro un

significato emozionale. Rispondere al significato, sottolinea l’importanza di formulare risposte

intercambiabili di grado superiore, risposte che riescono a cogliere sia il sentimento che il

contenuto espresso dall’helpee.

- Cogliere sentimento e contenuto;

- Rispondere in modo intercambiabile: attraverso la formula “sei… (sentimento)

perché… (contenuto)” si riesce a cogliere sia sentimento che contenuto, ma

soprattutto si riesce a cogliere il significato che quest’esperienza ha per

l’helpee. “Sei triste perché lei è andata via”.

A volte l’helpee esprime nello stesso tempo più di un contenuto, e più di un

sentimento, è importante che l’helper sia attento a tutti i contenuti e a tutti i

sentimenti di maggiore rilevanza.

Possiamo misurare l’accuratezza delle nostre risposte partendo dal feedback che riceviamo dall’helpee. Se,

dopo la nostra risposta, l’helpee continua ad esplorare, significa che siamo stati accurati nella

comprensione e nella comunicazione di ciò che ha espresso.

Possiamo misurare l’effetto delle nostre risposte:

Alta capacità di risposta Risposta accurata e intercambiabile al significato (sentimento e contenuto)

Media capacità di risposta Risposta accurata e intercambiabile al sentimento

Bassa capacità di risposta Risposta accurata e intercambiabile al contenuto

LIVELLI DI AIUTO

5.0

4.5

4.0

3.5

3.0 Risponde al significato

2.5 Risponde al sentimento

2.0 Risponde al contenuto

1.5 Presta attenzione alla persona

1.0 Non attento

Personalizzare – Facilitare la comprensione

Personalizzare è la dimensione critica di ogni cambiamento o progresso umano. È un processo

fondamentale perché sottolinea l’importanza di interiorizzare la responsabilità che le persone hanno

rispetto alla soluzione dei problemi. Richiede di superare il livello della base intercambiabile per andare al

di là di quanto già espresso dall’helpee. Quando aggiungiamo qualcosa con delicatezza, alle espressioni

dell’helpee, facilitiamo la sua comprensione di dove si trova, e questo è un presupposto indispensabile per

comprendere poi dove desidera o dove dovrebbe essere.

- Base intercambiabile: dopo aver dato una serie di risposte che racchiudono fedelmente il

sentimento e il significato espresso dall’helpee, l’helper ha stabilito una base intercambiabile di

comunicazione. Può essere conveniente porre alcune domande per colmare dei buchi, ma

queste dovranno essere inserite in mezzo a due risposte intercambiabili. Nel corso della

costruzione di una base intercambiabile di comunicazione, lo stesso helpee ci informa,

attraverso il suo comportamento, della sua disponibilità a passare ai livelli successivi di aiuto,

mantenendo un comportamento di autoesplorazione e rispondendo con accuratezza alle sue

stesse impressioni.

- Personalizzare il significato: è il primo passo per condurre l’helpee a comprendere dove si

trova in rapporto a dove desidera o dovrebbe essere. L’helper personalizza il significato quando

riferisce il significato delle sue esperienze dirette all’helpee, ponendo l’attenzione sul perché

tali esperienze sono così significative per lui., per fare ciò si deve rispondere alla domanda:

“Quali conseguenze ha questa situazione sull’helpee?”. Per personalizzare il significato è

opportuno:

- Individuare i temi ricorrenti: le risposte personalizzate devo essere formulate tenendo

sempre presente lo schema di riferimento dell’helpee, basandosi quindi sulle esperienze

che l’helpee ha del mondo. Questo è possibile cercando di individuare quelle che sono le

tematiche ricorrenti nelle espressioni dell’helpee, che rivelano ciò che l’helpee dice a se

stesso. “Ti senti … perché… “

- Interiorizzare le esperienze: le tematiche ricorrenti possono poi essere personalizzate

interiorizzando le esperienze dell’helpee. Spesso l’helpee parla di terze persone sulle

quali non è possibile agire direttamente, concentrandosi sugli altri, esso pone le sue

esperienze al di fuori di sé. Concentrandosi su di sé invece può interiorizzare le

esperienze. La formula è la seguente: “Ti senti … perché tu… “

- Personalizzare le implicazioni: l’elemento chiave, nel personalizzare il significato, è il

fatto di considerare quali sono le implicazioni personali per l’helpee da ciò che sta

riferendo. Considerare, quindi le conseguenze che le esperienze vissute dall’helpee

hanno su se stesso. “Che impatto hanno avuto queste esperienze sull’helpee?” “Ti senti

… perché tu …”

- Personalizzare i sentimenti rispetto al significato: man mano che il colloquio procede

l’helper avrà modo di notare che i sentimenti dell’helpee cambiano.

- Personalizzare i problemi: rappresenta il passo più critico tra quelli che portano all’azione. È dai

nostri problemi che derivano i nostri obiettivi. L’helper personalizza i problemi quando aiuta

l’helpee a comprendere quali sono le cose che non riesce a fare e che sono alla base della sua

difficile esperienza, e gli chiede di assumersi in prima persona la responsabilità della sua vita e

di guardare al ruolo di se stesso come causa dei suoi problemi. È necessario rispondere alla

domanda personalizzante: “Cosa c’è nell’helpee che contribuisce ai suoi problemi?”

- Concettualizzare i deficit: l’helper si pone la seguente domanda: “Quale mancanza è

alla base del problema? Formula: “Ti senti … perché ti è mancata …”

- Interiorizzare i deficit: ora bisogna responsabilizzare l’helpee rispetto al ruolo che ha nei

suoi deficit: “Ti senti … perché tu non riesci a… “

- Concretizzare i deficit: riuscendo ad esprimere ciò di cui la persona ha bisogno o difetta,

senza astrazioni. Nel concretizzare il deficit si risponde alla domanda: “Come possiamo

osservare o misurare il deficit?” la formula rimane sempre: “Ti senti … perché non riesci

a…”

- Personalizzare i sentimenti rispetto al deficit: sottolinea l’importanza di rispondere a

come l’helpee si sente con se stesso, dopo aver compreso il suo ruolo diretto rispetto al

deficit. Quando l’helpee interiorizza un deficit spesso cambia il suo vissuto e i

sentimenti che prova nei propri confronti. Ad esempio, sentimenti di dolore, fastidio,

debolezza o vulnerabilità potrebbero trasformarsi in sentimenti di delusione e sfiducia

in se stessi, poiché l’helpee non sa ancora quali siano le risposte per riuscire a gestire le

sue situazioni di vita.

- Il confronto rispetto al deficit: è possibile accelerare la personalizzazione dei problemi

attraverso la tecnica del confronto. I confronti possono assumere forme diverse. E’

possibile mettere l’helpee a confronto con comportamenti che sono in contrasto con

quanto egli afferma verbalmente, a volte emergono delle contraddizioni tra come

l’helpee dice di sentirsi e come in effetti appare; possono esserci del discrepanze tra

come l’helpee è in realtà e come vorrebbe essere; oppure possono esserci delle

contraddizioni tra l’insight e l’azione. Nel fare tali confronti, è meglio non esplicitarli in

maniera esasperata, utilizzando la formula seguente: “Da una parte tu dici (ti senti o ti

comporti) …, mentre dall’altra dici…”

Il confronto può essere efficace, ma non è indispensabile, in ogni caso nelle mani di un

helper efficace, può essere un utile strumento per riattivare un’ulteriore esplorazione e

comprensione.

- Personalizzare gli obiettivi: se abbiamo personalizzato efficacemente il problema, sarà più

facile personalizzare gli obiettivi, questa operazione richiede di mettere a fuoco dove l’helpee

desidera arrivare in rapporto a dove si trova. Il modo più semplice per fare ciò è individuare i

comportamenti che sono all’opposto del problema, poiché l’obiettivo è il rovescio del

problema. Personalizzare gli obiettivi richiede:

- Concettualizzare le risorse: per mettere a fuoco le risorse desiderate possiamo ribaltare

il problema rispondendo a questa domanda: “Cosa può contribuire a risolvere il

problema?” Il comportamento da raggiungere è l’opposto del comportamento-

problema. E’ possibile usare la formula: “Ti senti … perché vorresti … ma non ci riesci”

- Interiorizzare le risorse: a volte è molto difficile per l’helpee riuscire a interiorizzare le

risorse desiderate, capiscono perfettamente dal punto di vista razionale cosa andrebbe

fatto, ma è incapace di sentire se stesso in sintonia con queste risorse. In questa

situazione può essere necessario riciclare l’esplorazione e la comprensione per

attingere alle potenzialità dell’helpee, affinché impari a sviluppare queste risorse,

attraverso un’ampia base di risposte intercambiabili che esplorino la capacità di

interiorizzare queste potenziali risorse.

- Concretizzare le risorse: quando concretizziamo le risorse facciamo in modo che gli

obiettivi diventino realizzabili, individuando quindi le risorse specifiche per raggiungere

gli obiettivi.

- Personalizzare i sentimenti (rispetto alle risorse): in genere come ai problemi di solito si

accompagnano sentimenti negativi, i sentimenti positivi di solito si accompagnano

all’individuazione di nuovi obiettivi. Spesso accade che improvvisamente l’helpee acquista

fiducia nel suo futuro o accetta con piacere di avere finalmente una direzione nella vita. Nel

personalizzare i sentimenti che accompagnano gli obiettivi, possiamo usare la formula: “Ti senti

… perché stai per…”

- Il confronto (con le risorse): a volte l’helpee può essere riluttante all’idea di darsi

finalmente da fare, spesso tende ad avere più paura del successo che dell’insuccesso,

essendosi ormai abituato all’idea di non farcela. E’ possibile quindi effettuare dei

confronti rispetto ai punti di forza (risorse), così come in precedenza avevamo fatto per

i punti di debolezza (deficit). E’ sempre bene presentare dei confronti che non siano

troppo esasperati per non rischiare di trascinare troppo la persona.

Per valutare con quanta accuratezza abbiamo personalizzato le esperienze degli helpee:

Personalizzazione Alta problemi, sentimenti e obiettivi accuratamente personalizzati,

comprendendo la risposta dell’helpee, i deficit, le risorse.

Personalizzazione Media significato personalizzato con accuratezza, comprendendo le implicazioni

personali dell’esperienza che l’helpee sta vivendo.

Personalizzazione Bassa accurata capacità di risposta al significato

LIVELLI DI AIUTO

5.0

4.5

4.0 Personalizza il problema

3.5 Personalizza il significato

3.0 Risponde al significato

2.5 Risponde al sentimento

2.0 Risponde al contenuto

1.5 Presta attenzione alla persona

1.0 Non attento

Riuscire a formulare delle efficaci risposte personalizzate è la chiave del processo di aiuto, se riusciamo a

entrare nello schema mentale di riferimento dell’helpee, rendendolo in grado di vedere le cose con

chiarezza, potremo aiutarlo a muovere i passi più importanti nel cambiamento del suo comportamento.

Iniziare – Facilitare l’azione

Definire gli obiettivi, elaborare dei programmi e metterli in pratica. Iniziare è la fase culminante del

processo di aiuto e sottolinea l’importanza di facilitare gli sforzi che l’helpee compie per agire in modo da

riuscire a raggiungere i suoi obiettivi, ovvero darsi da fare per modificare o migliorare le sue capacità di

funzionamento. Questa azione si basa sulla comprensione personalizzata che l’helpee ha dei suoi obiettivi

ed è facilitata da dall’iniziativa dell’helper. Le fasi dell’iniziare sono:

- Definire gli obiettivi: nel definire l’obiettivo, è necessario stabilire tutti gli elementi

indispensabili per raggiungerlo, ciò si realizza definendo le sei domande critiche (chi? – cosa? -

Come e perché? – dove e quando?) e stabilire uno standard sul quale rispondere alla domanda-

base dell’iniziare: “Come facciamo a sapere quando abbiamo raggiunto il nostro obiettivo?”,

per comprendere quando l’helpee ha raggiunto l’obiettivo è necessario definire dei criteri

osservabili e misurabili (quantità di volte o di tempo in cui l’helpee deve esercitare un

determinato comportamento). Per comunicare all’helpee la definizione dell’obiettivo si può

utilizzare la formula: “Tu vorresti (sei domande critiche) come indicato da (criteri)…”

- Elaborare dei programmi: per poter raggiungere gli obiettivi bisogna elaborare dei programmi

d’azione. Si tratta di procedure passo dopo passo che facilitano il raggiungimento dell’obiettivo.

- Fissare il passo iniziale: è il passo fondamentale che l’helpee deve compiere.

- Fissare passi intermedi: i passi intermedi fanno da ponte tra il primo passo e l’obiettivo.

- Fissare dei sotto-passi: i sotto-passi si sviluppano trattando ogni passo intermedio del

programma come un obiettivo finale.

Nell’esempio dell’helpee che vuole avere un rapporto costruttivo con i suoi genitori, il

programma potrebbe essere questo:

OBIETTIVO

- prestare attenzione (passo iniziale)

- osservare (sotto-passi)

- Ascoltare (passo intermedio)

- Rispondere(sotto-passi)

- Rapportarsi agli altri (obiettivo)

- Fissare delle scadenze e individuare rinforzi: la programmazione riguarda anche i tempi di

realizzazione di ciascun passo e dell’obiettivo.

- Stabilire tempi di inizio(“potresti cominciare”)

- Stabilire tempi di conclusione (“Puoi riuscire a finire entro …”)

Lo sviluppo dei rinforzi è necessario invece per incoraggiare l’helpee a realizzare i passi

necessari. Sono particolarmente efficaci quando vengono applicati immediatamente dopo la

realizzazione del passo. I suddetti rinforzi devono essere ricavati a partire dallo schema di

riferimento dell’helpee.

- Stabilire i rinforzi positivi: le ricompense sono i nostri rinforzi più potenti, l’helper deve

individuare efficacemente i rinforzi positivi dell’helpee sulla base del suo schema di

riferimento. (“Quando completi ciascun passo puoi …”)

- Stabilire i rinforzi negativi: sarebbe bene evitare punizioni, i rinforzi negativi stimolano

reazioni negative (rifiuto), pertanto è meglio definire i rinforzi negativi come assenza di

rinforzi: (“Se non completi il passo non puoi …”)

Anche l’helper nel rispondere ai comportamenti dell’helpee può rinforzare positivamente i

comportamenti quei comportamenti che sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo

ed estinguere, tramite rinforzi negativi, i comportamenti non appropriati ed incompatibili

con l’obiettivo.

- Individualizzare i passi: la maggior parte dei programmi di aiuto prevedono dei passi che sono

legati l’uno all’altro da un rapporto di continuità: ciascun passo dipende dalla realizzazione del

passo precedente. Alcuni helpee non sono in grado di realizzare subito i passi, sentono quindi

l’esigenza di avere dei programmi individualizzati, più adatti al loro modo di apprendere e

rielaborare. Ogni passo della fase iniziare dovrebbe essere individualizzato attraverso una

verifica che viene fatta insieme, attraverso delle risposte intercambiabili che ci diano la certezza

di essere in sintonia con lo schema di riferimento dell’helpee.

- Preparare alla realizzazione dei passi: si tratta dei passi finali di preparazione che precedono la

realizzazione vera e propria:

- Rivedere i passi: ricontrollare accuratamente e rivedere obiettivi, programma, scadenze

e rinforzi e i passi individualizzati

- Provare i passi: provare tutti i passi del programma per evidenziare eventuali problemi

legati alla realizzazione

- Correggere i passi: correggere quello che nelle prove risulta carente o inadeguato.

- Iniziare passi di controllo: un’ulteriore forma di prudenza ai fini della costruzione di programmi

efficaci, è possibile sviluppare passi di controllo (verifica)

- Controllare prima: per verificare le nostre risorse fisiche, emotive, intellettuali.

- Controllare durante: verifica in itinere

- Controllare dopo: per verificare se sono stati raggiunti risultati fisici, emotivi e

intellettuali.

E’ possibile valutare l’efficacia della nostra risposta di iniziativa :

Alta capacità di iniziativa Realizzare i passi

Media capacità di iniziativa Definire gli obiettivi e sviluppare i programmi

Bassa capacità di iniziativa Personalizzare gli obiettivi

LIVELLI DI AIUTO

5.0 Inizia i passi

4.5 Definisce gli obiettivi

4.0 Personalizza il problema, sentimento e obiettivo

3.5 Personalizza il significato

3.0 Risponde al significato

2.5 Risponde al sentimento

2.0 Risponde al contenuto

1.5 Presta attenzione alla persona

1.0 Non attento


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32

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AUTORE

FUTHURA

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze pedagogiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FUTHURA di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'educazione e della formazione in una prospettiva europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Pallini Susanna.

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