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Manuale

L’arte di Aiutare

Intro

Carkhuff è stato allievo di Carl Rogers, psicologo umanista promotore dell’orientamento noto come

approccio centrato sulla persona, dal quale si è poi staccato per divergenze scientifiche e collaborando con

una stretta cerchia di collaboratori ha sviluppato il Client centred approach.

Considerato l’interesse che ha suscitato il pensiero di Rogers in Italia, sorprende che le innovazioni di

Carkhuff in Italia siano state completamente ignorate, probabilmente ciò è stato causato dall’eccessivo

bilanciamento tecnico dell’approccio di Carkhuff; di fronte alla sensibilità e all’umanità degli scritti di

Rogers, le proposte di Carkhuff appaiono probabilmente più fredde, razionali e più sistematizzate. Rogers

sembra più empatico con la cultura psicologica italiana, mentre Carkhuff è troppo americano per essere

facilmente accettato e assimilato, è più pragmatico e si interessa prevalentemente agli aspetti tecnici legati

all’efficacia della relazione di aiuto e l’efficacia dei metodi formativi indispensabili per l’acquisizione

meccanica di questa particolare competenza umana.

Rogers ha aperto il campo, ha creato nuove sensibilità, ha orientato lontano da errori epistemologici,

Carkhuff ha limato, perfezionato, standardizzato, creando un armamentario metodologico facilmente

utilizzabile e trasmissibile.

La questione dell’efficacia delle professioni d’aiuto

Agli inizi degli anni Sessanta, Carkhuff era rimasto colpito dalle irriverenti critiche di Eysenck, uno psicologo

comportamentista inglese, nei confronti delle psicoterapie tradizionali: non vi erano differenze

statisticamente significative fra le percentuali di miglioramento ottenute con psicoterapie a lungo termine e

quelle ottenute per semplice remissione spontanea dei sintomi. La conclusione di Eysenck in merito a ciò

era che le terapie avrebbero dovuto essere almeno brevi, in questo modo se la terapia avesse funzionato

avrebbe almeno anticipato quegli effetti che, naturalmente si sarebbero verificati comunque, ma molto più

lentamente.

Carkhuff invece reagì diversamente, egli riteneva che non contasse la lunghezza o la brevità della terapia,

ma che contasse la sua incisività. La sua convinzione era che si potessero migliorare e rendere

maggiormente efficaci gli interventi terapeutici, e seguendo l’intuizione di Rogers, migliorare i processi

terapeutici, significava migliorare i processi interpersonali nella terapia e nel processo d’aiuto.

Migliorare la capacità personale dei terapeuti di costruire (building) una relazione efficace qui e ora, con

l’altra persona, coinvolgendola in un processo sano e sanante.

Nell’intuizione di Rogers, il terapeuta è tale se riesce a costituirsi come un’unità complementare di

comunicazione con il cliente. L’helper deve sapersi collegare alla persona e al materiale portato da questa

nel colloquio, non semplicemente chiamarsene fuori e giudicarla con test, interviste, diagnosi cliniche,

oppure intervenire con farmaci, prescrizioni, ecc. Chi possiede queste doti interpersonali è un helper

efficace.

Quando la questione dell’efficacia dell’aiuto professionale è stata sollevata da Eysenck erano gli anni ‘60 e

la preoccupazione sociale era ancora molto limitata, ma nel corso degli anni Settanta e Ottanta le

professioni di aiuto hanno subito una vera e propria esplosione quantitativa sia nell’ambito sanitario, sia

nell’ambito sociale; questa abbondanza quantitativa di operatori non fa certo scomparire la questione della

loro efficacia, anzi la questione si ingigantisce. Ad oggi occuparsi di capire come funzionano e se funzionano

gli interventi di aiuto è un nodo cruciale di politica sociale.

Si possono rilevare degli indicatori per comprendere quanto il problema rimanga ancora aperto, e tra

questi il più allarmante è senz’altro il noto fenomeno della burning out syndrome (sindrome del burn out),

ovvero la tendenza al collasso motivazionale e all’abbandono di responsabilità che sembra colpire gli

operatori delle professioni di aiuto. L’efficacia nel lavoro socio-terapeutico ha anche questo delicato

risvolto umano: se chi aiuta, aiuta effettivamente, non solo l’aiuto sarà realizzato, ma vi sarà

corrispondentemente un ricarico di energia e motivazione verso l’helper stesso, per la soddisfazione

intrinseca al saper essere e al saper fare. Al contrario, se chi aiuta, non aiuta, non solo non sarà efficace, ma

lui stesso potrà sviluppare progressivamente una learned helplessness (sensazione di impotenza appresa:

destrutturazione cognitiva del Sé, sperimentando continue situazioni di fallimento, la persona impara a

vedere se stessa come impotente).

Sviluppare sensi di impotenza di fronte a compiti rilevanti nella propria vita equivale a introiettare la stessa

condizione che è propria di coloro che gli operatori definiscono gli “utenti” dei loro servizi. L’utente, o

l’helpee, è colui che non sa agire, o non sa essere efficace, nel risolvere i problemi della sua vita o colui che

vive la vita stessa come un problema.

I fattori principali che possono condurre al burn out sono due: da un lato le carenze tecniche di base, quelle

già denunciate da Eysenck, e che oggi ancora molti operatori sentono; dall’altro l’oggettiva complessità dei

compiti cui questi operatori sono chiamati. Si tratta di due fattori interrelati: il fatto che l’aiuto sia uno dei

compiti intenzionali più complessi fa sì che interventi incerti o improvvisati abbiano basse probabilità di

rendere efficace chi li mette in atto. Da qui poi si installano i germi della sfiducia, del senso di impotenza,

del tirare a sopravvivere.

Secondo il sociologo Niklas Luhumann l’aiuto vero è trasformazione psicologica, trasformazione della

persona stessa e tale processo non è controllabile in modo tecnicamente causale. La riprocessazione del sé

è possibile solo attraverso un moto proprio, un qualcosa che deve essere risvegliato e direzionato. Gli

approcci di aiuto sono pertanto obbligati a elaborare una delicata tecnologia che possa entrare a smuovere

i potenziali della persona e far sì che l’aiuto si faccia da sé, per una sorta di auto impulso, avviando processi

intra-personali di ricostruzione del sé.

In quest’ottica, l’approccio elaborato da Carkhuff si basa sul fondamento che l’operatore di aiuto è colui

che sblocca automatismi endogeni di autoapprendimento.

Lavoro sociale come lavoro relazionale: il lavoro sociale di rete

Si è appena detto che le terapie o l’aiuto si realizzano attraverso le relazioni, ma non solo le relazioni

curative specializzate, attraverso tutte le relazioni. L’intreccio possibile di tutte le relazioni cui una persona

può accedere è definito “rete sociale”.

Queste considerazioni, secondo cui da un lato le relazioni naturali nella vita quotidiana possono avere un

insostituibile effetto terapeutico o di supporto, mentre dall’altro gli operatori professionali devono essere

intesi come esperti della relazione d’aiuto, suggeriscono l’opportunità di organizzare il lavoro professionale

di cura sociale anche come “lavoro di rete” (in questo caso l’operatore professionale agisce indirettamente

verso gli utenti, organizzando le risorse delle reti informali o creando integrazione tra le reti formali e

informali), Carkhuff è colui che ha colto dunque la necessità di allargare la base del lavoro socio-terapeutico

ed il suo metodo si presta ad essere appreso efficacemente anche da parte di operatori di aiuto

paraprofessionali, volontari, familiari, amici, ecc e anche da parte degli utenti stessi. Questo apprendimento

si può svolgere autonomamente oppure sotto la diretta supervisione degli operatori all’interno di gruppi

esperienziali di formazione o di gruppi di mutuo aiuto. Agendo in questo modo gli operatori di aiuto

diventano appunto operatori di rete.

Relazione di aiuto, counseling, psicoterapia

Il modello di Carkhuff è più specificamente riferito al counseling che non alla psicoterapia, ovvero è un

modello esaustivo per il counseling, mentre per la psicoterapia fornisce un modello base, la piattaforma

relazionale sulla quale poi vengono innestate tecniche psicoterapiche più specifiche.

Il counseling presenta una chiara connotazione educativa e dunque si presta in modo particolare ad un uso

incisivo nel lavoro sociale. Il termine counseling è intraducibile in italiano, se non nella nozione poco precisa

di consulenza. Il counseling è una forma di intervento diversa dalle tradizionali modalità d’aiuto: non da

consigli, non da informazioni, non è un’azione diretta, non è un insegnamento, quindi l’aiuto non dipende

interamente dalla competenza di chi aiuta. Il counseling è una strategia di aiuto più profonda, esso si

sviluppa sulla originaria intuizione rogersiana secondo la quale se una persona si trova in difficoltà, il miglior

modo per venirle in aiuto non è quello di dirle cosa deve fare, quanto piuttosto di aiutarla a comprendere la

situazione e a gestire il problema prendendo da sola e pienamente la responsabilità delle scelte.

L’operatore che vuole impegnarsi in un processo di counseling non deve cedere alla tentazione di azzerare

il problema con una soluzione, se il problema gli appartenesse potrebbe risolverlo e agire su di esso con le

proprie soluzioni. Ma essendo il problema di un’altra persona, queste soluzioni diverrebbero estranee o

inattuabili, dunque il più delle volte inefficaci. Le soluzioni devono venire per quanto possibile dalla persona

e innestarsi sui suoi schemi di riferimento. L’autodeterminazione è un principio classico dell’aiuto, laddove

nel problema è ricompresa la stessa incapacità della persona a trovare da sé le soluzioni, questo problema

non potrà dirsi risolto se non ricostituendo, in qualche modo, proprio quella capacità compromessa. Per

questo si può dire del counseling che è un aiuto complesso e un processo paziente. E’ un aiuto complesso

perché la competenza dell’helper non si esercita sul problema in sé, ma deve innestarsi sui residui di

competenza della persona, per farla crescere. Il counseling si basa sul presupposto che nella persona vi

sono delle risorse interiori necessarie a che l’aiuto si produca dentro nel suo interno, l’aiuto consiste nel

rendere possibile una riattivazione o riorganizzazione di queste risorse originarie, anche senza nulla

aggiungere dall’esterno.

Rogers ha esteso questo helping fino alla terapia (intendendola come stimolo relazionale complesso

all’autocura).

Per evidenziare la distinzione tra counseling e terapia si potrebbe dire che quando le situazioni sono

soggettivamente (psicologicamente) complicate, allora questo è l’ambito della psicoterapia. Quando le

situazioni sono complicate per un mix di cause soggettive (definibili come incapacità d’azione) e cause

oggettive (life stress) allora questo è l’ambito del counseling. Il counseling è concettualizzato appunto come

aiuto in situazioni di crisi psico-sociali. Ma l’utilità del counseling è data anche dallo stimolo alla crescita e

allo sviluppo, poiché comporta una crescita della persona e la modificazione di sé può avvenire anche prima

che si sia caduti nel fallimento personale o in situazioni ingestibili. Infine, le abilità del counseling non sono

spendibili esclusivamente nel rapporto uno ad uno, ma anche nelle sessioni di gruppo (group counseling), la

persona nel gruppo non è investita solo dalla relazione verticale con l’operatore, ma ha anche l’opportunità

di attivare relazioni laterali nelle quali potrà dare e ricevere aiuto.

Il contributo tecnico di Robert Carkhuff alla relazione di aiuto

Carkhuff ha esteso entrambi i punti del sistema rogersiano:

1. L’analisi delle disposizioni personali dell’operatore di aiuto

2. L’articolazione dell’apparato tecnico-metodologico indispensabile per una relazione di aiuto

efficace

Rogers e Carkhuff hanno seguito un percorso a tappe invertite: Rogers si era inizialmente interessato a

mettere a punto una tecnica standard e ha finito poi per dare più importanza alle disposizioni umane di

base; Carkhuff è partito col dare molta rilevanza agli atteggiamenti disposizionali e in seguito si è convinto

della necessità di procedere oltre per approfondire la sequenza e la natura di precisi comportamenti che

danno visibilità di atteggiamenti interiori, egli ha voluto privilegiare la necessità di divulgazione

interessandosi della semplificazione possibile fino ad arrivare a procedure standardizzate.

Le disposizioni personali dell’operatore di aiuto: da Rogers a Carkhuff

Rogers aveva individuato una triade di atteggiamenti personali, elencandoli in ordine non casuale ma di

priorità e importanza, che riteneva indispensabili nei processi interpersonali costruttivi a favore dell’aiuto:

1. Genuinità o Spontaneità dell’operatore di aiuto, che si evidenzia nell’essere sempre se stesso,

sempre in collegamento con i propri sentimenti e con ciò ch nel rapporto si sta svolgendo dentro di

lui. Egli non nega la propria personalità, bensì la esprime. E’ opportuno precisare però che la

genuinità implica la congruenza tra i livelli psicologici, perciò essere se stessi è necessario ma in

senso costruttivo. Perché l’aiuto sia efficace occorre pertanto che il Sé dell’helper sia liberato da

atteggiamenti connaturati di tipo distruttivo che, se espressi liberamente, bloccherebbero

senz’altro ogni progresso della persona. Data la premessa di genuinità costruttiva, la genuinità è

per Rogers la condizione-base dell’aiuto, poiché se la persona avverte che l’operatore non è se

stesso nella relazione e finge, l’helper sarà inefficace prima ancora di iniziare ad operare.

2. Accettazione incondizionata o considerazione positiva incondizionata, ovvero l’atteggiamento di

non porre delle condizioni al fatto di accettare o mantenere una positiva disposizione verso la

persona cui il nostro aiuto è rivolto. La persona è accettata indipendentemente da ciò pensa, fa o

dice, solo per quello che è, e per la sua motivazione a cambiare. Il terapeuta deve comunicare al

suo cliente il più profondo e sincero interesse per lui come persona con potenzialità umane, un

interesse non contaminato da un giudizio sulle idee, sui sentimenti o sul comportamento del

paziente. Questa disposizione di accettazione si manifesta nella capacità di interagire senza dare

giudizi morali, né di riprovazione, né di approvazione. Questo perché il processo di aiuto è

un’opportunità che si offre alla persona per prendere piena consapevolezza di comportamenti o

modi di essere che possono presentarsi come moralmente riprovevoli e favorire il cambiamento. Il

poter trovare un interlocutore non giudicante ed affettuoso è per Rogers la condizione essenziale

per lo sviluppo di una piena maturità della persona.

3. Comprensione empatica che riguarda la capacità dell’helper di cogliere accuratamente la

situazione personale di colui che gli sta di fronte: da ciò che dice a ciò che è (comunicazione non

verbale). Per Rogers empatia significa “capacità di mettersi al posto dell’altro, di vedere il mondo

come lo vede costui”. Questa comprensione dell’altro non deve essere né troppo condizionata da

emotività, né troppo intellettualizzata, essa dovrebbe prodursi con un mix di sentimento

(coinvolgimento affettivo) e di intelligenza percettiva.

Queste tre disposizioni personali hanno la caratteristica di essere di tipo passivo. Un helper capace di

autenticità, accettazione completa ed empatia accurata è un operatore che ha sviluppato una piena

competenza responsiva, la capacità di accogliere l’altro e creare un’atmosfera dentro la quale la persona si

sente accettata e ben protetta. Secondo Carkhuff la capacità di accoglienza, è una caratteristica femminile,

essa è essenziale all’aiuto perché permette l’iniziale libertà alla persona di muoversi senza pericoli

nell’autoesplorazione creando le premesse per ricompattare le energie endogene di autorealizzazione.

Mentre Rogers enfatizza questa dimensione femminile, non direttiva dell’aiuto, e la ritiene sufficiente,

Carkhuff ritiene che il terapeuta debba essere femminile e maschile insieme. Deve saper accogliere come fa

la madre, ma anche dirigere come fa il padre. Quindi egli aggiunge alla dimensione responsiva, la

dimensione iniziativa. Carkhuff ritiene necessaria la triade di atteggiamenti rogersiani, ma non sufficienti,

egli è a favore di un action oriented approach, un approccio proattivo di counseling che pur fondandosi

sempre su un atteggiamento primario di tipo non direttivo, si proietti anche verso il comportamento e

l’azione.

Rogers ha posto l’attenzione sull’accoglienza e sulla non direttività dell’aiuto per contrastare una naturale e

inconsapevole tendenza all’invadenza e al gusto della manipolazione, ma un operatore che ha acquisito un

profondo senso di prudenza psicologica, che ha una consapevolezza matura del valore dell’autoiniziativa e

della responsabilizzazione delle persone, può all’occorrenza, secondo Carkhuff, estendere la sua azione fino

a sostenere o riorganizzare direttamente la capacità di azione dell’altro, laddove questa assistenza risulta

necessaria. Un intervento di aiuto dovrebbe contenere né più né meno della direttività necessaria.

Sulla base di queste considerazioni, Carkhuff ha elaborato un suo primo modello di aiuto nel 1969, che

ricomprende atteggiamenti di blanda inizi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FUTHURA di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'educazione e della formazione in una prospettiva europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Pallini Susanna.
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