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Capitolo 1 che cos'è la memoria

Perché abbiamo bisogno della memoria?

Clive, un musicista di raro talento, contrasse un’infezione cerebrale da herpes simplex; un virus che in genere non provoca nulla di più che un herpes facciale, ma qualche volta di rado provoca un’encefalite (infiammazione del cervello che può risultare fatale). Negli ultimi anni il trattamento è migliorato e i pazienti hanno più probabilità di sopravvivere, in molti casi però subiscono estesi danni cerebrali, di solito nelle aree deputate alla memoria. Clive era gravemente amnesico e non riusciva a tenere a mente un’informazione per più di qualche secondo; interpretava la sua condizione supponendo di avere appena riacquisito la coscienza. Egli sapeva chi era ed era in grado di rievocare a grandi linee la sua vita passata, ma ne ricordava ben pochi dettagli; l’amnesia lo aveva reso completamente inabile a leggere un libro o seguire un programma. Esisteva però una parte della sua memoria che sembrava essere stata risparmiata: quella concernente la musica.

Il caso di Clive mostra che la memoria è essenziale per la vita quotidiana e non è un sistema semplice, unitario e globale ma è qualcosa di più complesso. I pazienti amnesici sono capaci di diversi tipi di apprendimento anche se non hanno memoria di tale esperienza.

Teorie, mappe e modelli

Negli scorsi anni '50 molti pensavano che le teorie psicologiche dovessero somigliare alle teorie fisiche. Hull cercò di costruire una teoria generale che permettesse di predire il comportamento di apprendimento degli uomini alla luce di una serie di postulati ed equazioni. Tolman, invece, sostiene che i ratti costruiscono mappe cognitive, rappresentazioni interne acquisite nell’attività di esplorazione. Per entrambi era necessario postulare rappresentazioni che andassero oltre l’associazione tra stimolo e comportamento appreso, ma nessuno era in grado di risolvere il problema di come studiare tali rappresentazioni.

Teorie differenti adottano livelli di spiegazione differenti e hanno prospettive differenti (es: un litigio fra un negoziante e un cliente sarebbe spiegato in modo molto diverso da un sociologo, uno psicologo sociale o cognitivo e uno psicofisiologo). Tutte queste spiegazioni possono essere collegate l’una all’altra, ma nessuna di esse è corretta. Questa concezione è in contrasto con il riduzionismo, secondo il quale l’obiettivo della scienza è ridurre ogni spiegazione al livello inferiore e spiegare i fenomeni a livelli differenti ma al tempo stesso connessi.

Ebbinghaus, filosofo tedesco, fu il primo a dimostrare come fosse possibile studiare sperimentalmente la memoria. L’apprendimento verbale si sviluppò fra gli anni '30 e '60 del secolo scorso negli Stati Uniti e pose l’accento sull’accurata mappatura dei fenomeni anziché sulla costruzione di grandi edifici teorici, come quello di Hull.

Si sviluppò un secondo orientamento, negli anni '30 in Germania: la psicologia della Gestalt che cominciò ad applicare alla memoria umana un insieme di idee sviluppate nello studio della percezione. Gli psicologi della Gestalt davano più importanza alle rappresentazioni interne che non agli stimoli e alle risposte osservabili, e sottolineavano il ruolo attivo della persona che ricorda.

In Gran Bretagna si sviluppò un terzo approccio alla memoria. Barlett negava che l’apprendimento di materiale senza significato permettesse di studiare utilmente la memoria e impiegava materiali complessi, sottolineando il ruolo dell’effort after meaning, lo sforzo per cogliere il significato compiuto dalla persona che ricorda. Questo approccio dava importanza allo studio degli errori di memoria che commettiamo, spiegandoli in termini di assunzioni culturali sul mondo, dipendenti da rappresentazioni interne che Barlett chiamava schemi.

Craik, psicologo scozzese, scrisse un breve libro nel quale proponeva di rappresentare le teorie come modelli e di usare i computer per svilupparli. Qualunque sistema di memoria - fisico, elettronico o umano - richiede tre cose: la capacità di codificare (immettere info nel sistema), di immagazzinare (tale info), e recuperare.

Quanti tipi di memoria ci sono?

Con l’accrescersi dell’influenza dell’approccio cognitivo, l’idea di un singolo sistema di memoria basato su associazioni stimolo-risposta fu lasciata cadere in favore dell’idea che vi fossero più sistemi di memoria.

Memoria sensoriale

Nei primi anni '60, alcuni ricercatori adottarono l’approccio dell’elaborazione dell’informazione per analizzare questo sistema temporaneo di memoria visiva, che ricevette il nome di memoria iconica. Sperling presentava per breve tempo una matrice di 12 lettere; i soggetti di solito erano in grado di ricordare correttamente 4 o 5 lettere. Per sfuggire al problema dell’oblio delle lettere, si presentava la stessa matrice riducendo il numero di lettere da riportare ma senza dire in anticipo ai soggetti quali lettere dovessero rievocare. Egli richiedeva ai soggetti di riportare le lettere di una sola delle tre righe e per indicare la riga si serviva di un segnale acustico. Il risultato è influenzato dal momento in cui è presentato il segnale; quando la rievocazione è immediata il risultato rappresenta la capacità massima di memoria, quando il segnale acustico viene ritardato la prestazione peggiora e ciò rappresenta la perdita di informazione. Un esperimento successivo ha mostrato che quanto più luminoso è il campo, tanto peggiore è il risultato; ciò fa pensare che la luce interferisca con la traccia mnestica (mascheramento). Sono state studiate due forme di interferenza: una sembra dipendere dall’energia luminosa della maschera interferente e l’altra dai contorni visivi posseduti dalla maschera. Sperling parla di buffer di riconoscimento come magazzino in grado di mantenere l’info in una forma che permette ai soggetti di riportarla. Successivamente Neisser diede a questo magazzino di memoria visiva a brevissimo termine il nome di memoria iconica, che ha un analogo uditivo che prende il nome di memoria ecoica (in una presentazione visiva la probabilità di errore aumenta dall’inizio alla fine della sequenza; invece in quella uditiva le ultime due cifre hanno più probabilità di essere corrette rispetto a quelle centrali).

Memoria breve termine e di lavoro

La memoria a breve termine si riferisce all’immagazzinamento temporaneo di piccole quantità di informazione per brevi intervalli di tempo; non riguarda solo il materiale verbale, ma anche quello spaziale e visivo. Il concetto di memoria di lavoro si basa sul fatto che vi sia un sistema per la ritenzione e la manipolazione temporanea dell’informazione e che esso ci aiuti a svolgere molti compiti complessi. La maggior parte degli studiosi sostiene che la memoria di lavoro sia una sorta di spazio di lavoro mentale che offre una base al pensiero; mentre molti ritengono che essa sia associata all’attenzione.

Memoria a lungo termine

La memoria a lungo termine proposta da Squire distingue la memoria esplicita (o dichiarativa) da quella implicita (o non dichiarativa). La memoria esplicita si riferisce alle situazioni nelle quali pensiamo sia in gioco la memoria: il ricordo di eventi particolari e fatti o conoscenze sul mondo. Vi sono 2 tipi di memoria esplicita:

  • Memoria semantica che riguarda la conoscenza del mondo e abbraccia gli attributi sensoriali e la conoscenza generale del modo in cui la nostra società funziona.
  • Memoria episodica è alla base della nostra capacità di ricordare episodi o eventi particolari. Tulving parla di viaggio mentale nel tempo e sottolinea la sua utilità, sia perché ci permette di rievocare e rivivere particolari eventi, sia perché ci permette di pianificare un’azione futura (questa capacità viene meno nei pazienti amnesici).

Se è vero che la memoria semantica e quella episodica possono essere basate su sistemi separati, è vero anche che esse interagiscono. La memoria implicita si riferisce alle situazioni in cui vi è stato apprendimento che influenza la prestazione senza tradursi in ricordi espliciti (es. andare in bicicletta). Vi sono alcune situazioni in cui l’apprendimento sembra procedere in modo normale. Un tipo di apprendimento che resta intatto è il condizionamento classico, che avviene normalmente ma i pazienti amnesici non ricordano l’esperienza. Quando i pazienti dovevano rievocare le parole presentate in precedenza, i risultati erano pessimi. Ma quando il tipo di compito era quello di indovinare una parola, essi erano in grado di mettere a frutto l’esperienza passata, pur non ricordando di aver visto alcuna parola in precedenza, a dimostrazione che qualcosa era stato immagazzinato. Questo fenomeno, noto come priming, si presenta in una varietà di compiti percettivi, visivi e uditivi, e può manifestarsi anche nell’apprendimento di attività più complesse. Apprendimento e memoria implicita hanno caratteristiche in comune, ma rappresentano sistemi di apprendimenti differenti.

Memoria quotidiana

Se la teoria deve essere utile oltre che informativa, essa dovrà essere applicabile anche fuori delle mura del laboratorio e spiegare come funzionano i ricordi della vita quotidiana. Neisser criticò le tradizionali ricerche di laboratorio. Alcuni studi sui pazienti con un’amnesia molto grave hanno dimostrato l’importanza della memoria episodica nella vita quotidiana e hanno permesso di sviluppare test e tecniche di riabilitazione utili ai neuro-psicologi clinici. Uscire dalle mura del laboratorio ci permette di vedere come alcuni aspetti della memoria sfuggano alla presa delle teorie esistenti. Gli studi neuro-psicologici si suddividono in 2 categorie:

  • Un approccio mira a far luce su specifiche malattie come l’Alzheimer (deficit di memoria).
  • L’altro, invece, riguarda quei rari casi in cui c’è un deficit molto specifico e puro relativo ad un particolare aspetto della cognizione (caso H.M.=il cui deficit di memoria era limitato alla MLT episodica).

Il cervello è un sistema complesso le cui funzioni spesso dipendono da più di un’area, e una parte del cervello può riuscire a compensare i deficit in un’altra sua parte.

Neuroimaging

In anni recenti, sono state sviluppate nuove tecniche che permettono di studiare il funzionamento del cervello in individui normali impegnati in una varietà di compiti. La più antica è l’elettroencefalografia, che permette di registrare l’attività elettrica del cervello per mezzo di elettrodi posti sullo scalpo; più recenti sono i potenziali evento-correlati, tecniche per misurare l’attività cerebrale provocata da particolari stimoli. In anni recenti hanno guadagnato notorietà gli studi di neuroimaging, che impiegano diversi metodi per raccogliere info sul funzionamento del cervello. I primi studi si basavano sulla tomografia a emissione di positroni (PET), in cui una sostanza radioattiva viene introdotta nel flusso ematico. Poiché le aree cerebrali più attive richiedono una maggiore quantità di sangue, esse mostrano anche una maggiore concentrazione di emissioni radioattive. Ciò permette di tracciare una mappa delle zone di attivazione all’interno del cervello. La PET si basa sul calcolo della media dell’attivazione nel tempo, il che la rende inappropriata per analizzare una sequenza di processi in rapida evoluzione. Essa è stata sostituita dalla risonanza magnetica funzionale (fMRI), che è più sicura della PET, perché non è invasiva e non fa uso di sostanze radioattive, permette la misurazione in tempo reale dei livelli di ossigeno nel cervello, rendendo possibile la registrazione di singoli eventi all’interno del cervello nel momento in cui accadono. La magnetoencefalografia (MEG) permette di rilevare e localizzare le minuscole forze magnetiche generate dai neuroni nel cervello.

Capitolo 2: la memoria a breve termine

Memoria a breve termine e di lavoro

La memoria a breve termine (MBT) si riferisce alla capacità di tenere a mente qualcosa per qualche ora o giorno, capacità che peggiora con l’avanzare dell’età ed è deteriorata nei pazienti con Alzheimer. Essa si riferisce alla prestazione in un particolare tipo di compito, la ritenzione di una piccola quantità di info, testata dopo un breve intervallo di tempo. I sistemi di memoria su cui si basa la MBT fanno parte della memoria di lavoro: sistema che immagazzina temporaneamente l’informazione e la manipola, in modo da rendere possibili attività complesse come il ragionamento, l’apprendimento e la comprensione. Sono stati descritti diversi modelli teorici della memoria di lavoro: il modello multicomponenziale di Baddeley e Hitch deriva dagli studi sulla MBT e la sua componente studiata più a fondo è il loop fonologico, che fornisce un modello teorico della MBT verbale.

Lo span di memoria

Lo span di cifre è compito di memoria a breve termine, in quanto richiede di ritenere una piccola quantità di materiale per un breve intervallo di tempo. Le misure dello span di memoria richiedono due cose:

  • Ricordare quali sono gli item.
  • Ricordare l’ordine in cui essi sono stati presentati.

Miller sostiene che la capacità di memoria sia limitata non dal numero di item da ricordare, ma dal numero di raggruppamenti (se si interpone una pausa più lunga fra il terzo e il quarto item e fra il sesto e settimo, ricordare le cifre sarà più facile). Conrad e Hull mostrano che il ricordo di sequenze di consonanti è significativamente peggiore quando esse si somigliano nel suono.

Due tipi di memoria?

Lloyd e Margaret Peterson idearono una procedura, presentando ai soggetti una tripletta di consonanti da ricordare. Per distrarli, lo sperimentatore chiedeva loro di contare a ritroso con salti di tre a partire da un numero dato. Dopo un certo numero di secondi passati a contare, i soggetti dovevano ripetere la tripletta. Murdock ha dimostrato un effetto analogo per le triplette di parole. Una possibile spiegazione è che i numeri interferiscano con il ricordo delle lettere. I Peterson interpretarono i loro risultati nei termini del rapido dissolvimento di una traccia mnestica a breve termine. L’ipotesi di un semplice decadimento della traccia fu messa in discussione da Keppel e Underwood, i quali mostrarono che il rapido oblio osservato dai Peterson aumentava dopo le prime 4 o 5 prove dell’esperimento. Quindi, l’interferenza dipende dalla similarità, per questo, se l’item precedente è dissimile non dovrebbe provocare oblio.

Un secondo paradigma sperimentale è il compito di rievocazione libera: vengono presentate ai soggetti delle liste di item che essi sono poi liberi di rievocare nell’ordine che preferiscono. In un esperimento di Postman e Phillips venivano presentate 10, 20 o 30 parole che dovevano essere rievocate immediatamente o dopo un intervallo di 15 secondi in cui i soggetti erano impegnati in un’altra attività. I risultati illustrano che:

  • La probabilità di rievocare un singolo item è minore per le liste più lunghe, anche se il numero totale degli item rievocati è più grande.
  • Gli item che occupano le prime posizioni tendono a essere rievocati meglio (effetto di priorità).
  • Se la rievocazione è immediata gli ultimi item tendono a essere rievocati meglio (effetto di recenza), questo effetto viene meno dopo un breve intervallo di tempo in cui il soggetto è impegnato in un’altra attività.

Una serie di variabili influenzano la prestazione relativa ai primi item di una lista e a quelli centrali e sono:

  • Velocità di presentazione (lento è meglio).
  • Frequenza delle parole (parole familiari sono più facili).
  • Immaginabilità delle parole (parole visualizzabili, prestazione migliore).
  • Età dei soggetti (giovani adulti ricordano di più).
  • Stato fisiologico (droghe danneggiano la prestazione).

Bjork e Whitten chiedevano ai soggetti di rievocare sequenze di parole presentate in tre condizioni. Nella condizione di base, i soggetti svolgevano un compito di rievocazione libera immediata di una lista di parole (vi era un effetto di recenza). In una seconda condizione, fra presentazione e rievocazione era interposto un intervallo di 20 sec nel quale i soggetti dovevano contare all’indietro (ciò cancellava l’effetto di recenza). In una terza condizione, vi era un intervallo di 20 sec in cui il soggetto contava all’indietro fra ciascuna delle parole presentate e tra la fine della lista e la rievocazione (l’effetto di recenza riemergeva). Effetti di recenza sono stati dimostrati anche per intervalli di tempo molto più lunghi (recenza lungo termine). Quando la rievocazione è immediata, l’item più recente è avvantaggiato, ma quando l’intervallo aumenta, diventa sempre meno facile distinguere l’ultimo item dal suo predecessore.

Modelli della memoria breve termine verbale

Il loop fonologico fa parte del modello di memoria di lavoro multicomponenziale proposto da Baddeley e Hitch. Esso ha due sottocomponenti: un magazzino a breve termine e un processo di ripetizione articolatorio. Il magazzino ha capacità limitata e gli item sono registrati come tracce di memoria che decadono nell’arco di qualche secondo; le tracce però possono essere rinfrescate ripetendo gli item attraverso un processo articolatorio, vocale o sub-vocale. L’effetto di similarità fonologica è un tratto caratteristico del magazzino il quale dimostra che lo span di lettere si riduce quando gli item hanno un suono simile. Di conseguenza, ricordare una lista di 5 parole fonologicamente dissimili è facile, mentre è molto più difficile ricordare parole fonologicamente simili. Il sistema di ripetizione sub-vocale si blocca se ci viene chiesto di pronunciare ripetutamente una parola non attinente; processo noto come soppressione articolata. Esso rende impossibile rinfrescare la traccia amnestica e impedisce di reg...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher RobertaDaniele di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'apprendimento e della memoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Coluccia Emanuele.
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