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Riassunto esame Psicologia del ciclo di vita, prof. Maggiolini, libro consigliato Manuale di psicologia degli adolescenti, Maggiolini, Charmet Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicologia del ciclo di vita e del prof. Maggiolini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Manuale di psicologia degli adolescenti, Maggiolini, Charmet. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicologia del ciclo di vita docente Prof. A. Maggiolini

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minaccia della confusione identitaria e alla sottomissione passiva. Nel gruppo questo timore di passività si

diluisce: per questo in adolescenza le avventure si vivono con i compagni non con il padre, godendo

dell’appoggio identificatorio di transizione che il gruppo fornisce il quale consente di fare esercizio dei

propri aspetti identificati con il padre, senza per questo sentirsi da lui assoggettato.

Uno dei compiti fondamentali del gruppo maschile è di esplorare lo spazio esterno/fisico in cui si muove il

corpo pubere; da qui la sfida e il rischio che consentono di trovare nel mondo esterno il valore della propria

nuova identità.

Il percorso psicologico femminile è percepibilmente diverso: le femmine hanno prevalentemente rapporti

sociali a due/tre più che gruppali. Il compito evolutivo delle ragazze consiste nell'identificazione delle

caratteristiche della femminilità del proprio corpo sessuato e in questo processo rivolge la propria attenzione

alla madre e ai segni femminili del corpo materno.

Il corpo materno suscita attrazione e timore, che la portano ad allontanarsi da lei per rifugiarsi nel rapporto

duale con l'amica, che la proteggerà dal timore di essere abbandonata dalla madre.

Mentre il maschio simbolizza il proprio corpo sessuato il relazione al mondo esterno, la femmina deve dare

significato alla propria capacità generativa all'interno del proprio corpo.

Ed è proprio il legame con le amiche che sostiene l'esplorazione intrapsichica, e per questo è centralo sul

parlare insieme. Nelle coppie amicali femminili i rapporti si organizzano attorno al terzo assente: attorno a

questa assenza si organizzano le ipotesi sui pensieri e sentimenti degli altri e il rapporto di alterità.

Il gruppo banda

In alcuni casi il gruppo perde la sua valenza di transizione verso la vita adulta per strutturarsi come gruppo in

stallo. Se il lavoro di rielaborazione del lutto non ha avuto compimento, perdurano i rapporti infantili e si

instaura il processo della ricerca incessante dell’oggetto perduto.

L’angoscia nei confronti della dipendenza e della passività che il perdurare in un’area fusionale procura, è

esorcizzata assumendo comportamenti devianti, da bullo o delinquenziali; i soggetti che fanno parte di questi

gruppi negano l’esistenza degli altri e della loro realtà affettiva.

Paradosso iniziatico: non sono i ragazzi più maturi ad essere gli iniziatori, ma quelli che sentono meno colpa

e paura, i meno capaci di governare i propri impulsi. Poiché non si sentono in grado di governare la propria

vita e sviluppare un ideale dell’Io affidabile, lasciano la regia ai propri impulsi, investendo nel presente e nel

guadagno immediato.

7. L'apprendimento e la scuola

l'apprendimento di conoscenze riveste un ruolo significativo poichè consente di acquisire le competenze

necessarie alla realizzazione dei compiti evolutivi e al raggiungimento della condizione adulta.

Per quanto riguarda il nostro contesto sociale e culturale l'apprendimento e la formazione sono prerogative

della scuola, va da sè che l'istituzione scolastica abbia assunto un ruolo fondamentale in questo processo.

La scuola rappresenta un ambito fondamentale di sperimentazione e di valorizzazione del Sè e la qualità

della relazione che l'adolescente intrattiene con l'esperienza scolastica è indicativa della peculiare capacità di

soddisfare le esigenze personali di successo e di riconoscimento sociale.

La situazione scolastica italiana, ad oggi, non è delle migliori, infatti, i sentimenti prevalenti sono quelli di

noia, apatia e indifferenza.

Gli adolescenti tendono ad una dismissione del ruolo dello studente, divenendo anche a scuola solo degli

adolescenti.

Tutto ciò avviene nonostante gli adolescenti di oggi raggiungano livelli cognitivi più elevati e dimostrino una

maggiore intelligenza rispetto ai coetanei delle generazioni passate.

Ragionamento astratto

l'adolescenza è la fase evolutiva nella quale si acquisiscono nuove capacità di ragionamento che consentono

la risoluzione di problemi, a partire dalla formulazione di ipotesi.

È intorno agli 11-12 che l'individuo sviluppa questa capacità di trascendere la realtà concreta e di accedere ad

una dimensione astratta per ragionare sul possibile. Questa fase è quella che Piaget aveva definito delle

operazioni formali, conseguente a quella delle operazioni concrete, in cui l'individuo è in grado di utilizzare

solo relazioni logiche, parole e simboli senza il supporto della realtà concreta.

Il ragionamento ipotetico-deduttivo, tipico di questa fase evolutiva, viene definito da Piaget e Inhelder,

“pensiero del doppio o plurimo se”, in quanto consente di esaminare in maniera sistematica e flessibile

diverse ipotesi, di manipolare i pensieri e formulare astrazioni ideologiche e pensieri relativi al futuro.

L'adolescenza è quindi la fase in cui si sviluppa una nuova capacità riflessiva; questa capacità riflessiva può

sviluppare in tempi diversi nei singoli soggetti, non solo secondo una diversa maturazione neurologica, ma

anche a seguito di diversi condizionamenti ambientali.

Lo sviluppo della capacità riflessiva avviene gradualmente, perciò l'adolescente è coinvolto in una

trasformazione progressiva delle capacità di pensiero, che prevede oscillazioni, momenti di regressione e di

stallo.

Generalmente la capacità riflessiva si sviluppa prima nelle aree di maggiori interesse.

Lo sviluppo del pensiero operatorio formale è fortemente correlato all'istruzione, all'apprendimento e

all'esperienza culturale.

Piaget stesso ha rivisto le sue affermazioni, sostenendo che lo sviluppo del pensiero operatorio formale è

correlato e talvolta vincolato da un adeguato percorso formativo e di istruzione scolastica.

Non tutti i soggetti raggiungono il pensiero formale, altri solo in alcuni ambiti.

Gli elementi fondamentali che caratterizzano lo sviluppo cognitivo in adolescenza possono essere

schematizzati così:

- il pensierio adolescenziale enfatizza il mondo delle possibilità mentre il pensiero infantile è focalizzato sul

qui e ora

- si sviluppa il ragionamento scientifico e la capacità di condurre test basati su ipotesi sistematiche

- possibile pensare al futuro attraverso la programmazione

- effettuare introspezione sui propri processi di pensiero: pensare il proprio pensiero

- il contenuto del pensiero dell'adolescente si espande includendo questioni morali, sociali e politiche.

Capacità riflessive e metacognizione

l'idea di sè che si costituisce in adolescenza è il fondamento del senso di identità. L'idea di sè riguarda sia

aspetti affettivi del proprio funzionamento, sia elementi cognitivi.

La consapevolezza del funzionamento del proprio sistema cognitivo, è una capacità chiamata

metacognizione. La metacognizione può essere divisa in due domini:

- conoscenza metacognitiva : corrisponde alle idee che il soggetto ha sviluppato sul funzionamento mentale e

che hanno un carattere generale ed omogeneo. (es. La mente non può svolgere due compiti

contemporaneamente)

- processi metacognitivi : sono procedimenti cognitivi che sovraintendono ad ogni momento del

funzionamento cognitivo e che rimandano ad uno stato di conoscenza metacognitiva. (es. Impressione di

aver immagazzinato qualcosa, ma di non poterlo riportare alla memoria).

Nel risolvere i problemi, i due processi si intersecano. Bisogna sottolineare che i processi cognitivi e lo stile

di apprendimento sono "penetrabili", ovvero sono influenzati dall'idea che il soggetto ha del processo

implicato nei propri ragionamenti e della natura del compito che deve affrontare.

Un esempio delle capacità che vengono acquisite a livello cognitivo dagli adolescenti, riguarda la memoria

di lavoro ed il suo funzionamento.

Come già sappiamo la MBT è lo spazio in cui vengono manipolate e combinate le informazioni, ed è

regolata dal Sistema Esecutivo Centrale, che controlla i dati provenienti dal sistema fonologico-articolatorio

e visuo-spaziale.

Per spiegare i cambiamenti dello sviluppo, e di conseguenza le capacità mnestiche acquisite in adolescenza,

dobbiamo usare come indice la velocità di elaborazione delle informazioni: la maggior velocità degli

adolescenti nel recupero di info nella memoria a lungo termine è dovuta in parte ad un maggior sviluppo

neurologico, in parte a nuove strategie di elaborazione ed organizzazione mnestica. In particolare gli

adolescenti sviluppano nuove modalità di ripasso, facendo ricorso ad associazioni che aiutano la memoria, e

sono orientati ad accorpare item in gruppi e categorie, in modo da poterne ricordare un numero più elevato.

Autoefficacia e apprendimento

la capacità di autoriflessione viene descritta anche dalla "teoria sociale cognitiva" di Bandura.

Questi definisce il funzionamento psichico partendo da un modello a causazione reciproca triadica, in cui

entrano in interazione e si influenzano vicendevolmente: determinanti personali (cognitive, affettive e

biologiche), la condatta e l'ambiente.

Le determinanti personali operano attraverso meccanismi di agency che permettono di esercitare un'influenza

personale sul corso degli avvenimenti. Tra questi il meccanismo più importante è quello dell'autoefficacia

percepita, che riguarda le convinzioni relative alla propria capacità di essere all'altezza delle situazioni in cui

si è coinvolti. Le percezione della propria efficacia ha chiaramente un effetto sul comportamento.

La teoria sociocognitiva di Bandura promuove una prospettiva integrata nella quale gli influssi

sociostrutturali operano attraverso meccanismi psicologici per produrre effetti comportamentali. Ne

consegue che in quest'ottica lo sviluppo intellettivo dello studente sia fortemente influenzato dalle sue

relazioni sociali e dal suoi effetti interpersonali.

Secondo la teoria sociocognitiva uno dei principali obiettivi formativi deve essere dotare gli studenti di

risorse intellettive, certezze su di sè e abilità autoregolative che consentano di sviluppare adeguate capacità

di coping.

Tuttavia le abilità autoregolative devono essere abbinate ad un senso significativo di autoefficacia per

garantire apprendimento e successo scolastico.

Nella prospettiva cognitiva lo sviluppo delle competenze cognitive deve implicare il coinvolgimento diretto

dei soggetti in formazione.

Esistono tre modi in cui l'autoefficacia può fornire un importante contributo allo sviluppo delle competenze

cognitive a favore di un successo scolastico:

- convinzioni degli studenti circa la propria autoefficacia ( autoefficacia cognitiva degli studenti)

- convinzioni degli insegnanti circa la propria autoefficacia nel motivare e promuovere l'apprendimento (

autoefficacia degli insegnanti)

- senso di efficacia collettivo del corpo insegnante circa la capacità delle loro scuole di far compiere

significativi progressi scolastici (autoefficacia scolastica collettiva).

Scuola e formazione dell'adolescente

lo sviluppo cognitivo dell'adolescente nella civiltà occidentale attuale trova nella scuola il suo luogo elettivo

di realizzazione. È nell'istituzione scolastica che si realizza in modo quasi esclusivo il percorso di istruzione

e di apprendimento dell'adolescente. Come già detto l'adolescenza è la fase del ciclo di vita durante la quale

si forma l'identità personale e sociale.

Nel corso dei secoli, la scuola è divenuta sempre più un luogo di apprendimento sociale, più che di

apprendimento cognitivo. Per i ragazzi di oggi, infatti la scuola rappresenta un luogo dove poter socializzare

e arricchire la propria personalità, non solo un contesto in cui si acquisiscono conoscenze, competenze e

preparazione professionale. Possiamo quindi affermare che nel tempo in Italia si è assistito ad un processo di

"affettivizzazione della scuola"; all'interno del contesto scolastico vengono infatti portate istanze che non

riguardano solo l'apprendimento cognitivo, ma che anzi coinvolgono dimensioni più affettive della persona.

Contemporaneamente si è assistito ad una isterizzazione del gruppo classe: si è infatti passati dalla classe in

cui vigeva il timore, la paura e la formalità, ad una classe in cui prevale l'esibizionismo, l'informalità, la

teatralità dei gesti e l'espressione del Sè.

Allo stesso tempo anche i genitori hanno delegato sempre più la funzione educativa, di contenimento e di

socializzazione alla scuola, e gli insegnanti non si sono tirati indietro.

Scuola, compiti e conflitti evolutivi

La formazione in adolescenza ha un ruolo simbolico importante e profondo, perchè ha a che fare con una

trasformazione articolata, complessa e globale dell'individuo.

Dato che il cambiamento in adolescenza implica una trasformazione nelle rappresentazioni del Sè,

l'insuccesso e i conflitti scolastici possono essere analizzati a partire da questa trasformazione e dai vissuti ad

essa connessi: la sensibilità alle fratture, la confusione, la depressione per il lutto infantile e dei genitori, la

difficoltà nello sperimentare autotima e autenticità ora che il cambiamento determina lo spostamento dei

valori di riferimento. La scuola è anche un contesto utile per apprendere nozioni su di sè: il continuo

confronto con gli insegnanti, i compagni, le materie, permettono all'adolescente di misurare e ampliare i

propri limiti e le proprie possibilità. Non solo, ma a scuola si impara anche a fronteggiare le prime difficoltà

e frustrazioni.

La scuola è così importante e allo stesso tempo così complessa, perchè costituisce contemporaneamente:

- una realtà oggettiva > è definita da una propria struttura, da particolari dinamiche istituzionali, da precise

modalità di funzionamento e da una capacità formativa ed educativa.

- una realtà emotivamente rilevante

la scuola sollecitando le problematiche interne dell'adolescente, sia di tipo oggettivo, sia di tipo narcisistico,

diviene il luovo elettivo nel quale tali problematiche si manifestano.

La scuola può quindi contemporaneamente solleticare rappresentazioni interne contraddittorie e divenire

contesto prediletto in cui esternalizzare conflitti interni.

Ne consegue l'importanza di un intervento tempestivo a supporto dell'adolescente che si trova a fronteggiare

insuccessi scolastici, che a lungo andare possono diventare esperienze traumatiche che contribuiscono a

delineare un'immagine fallimentare del sè.

La scuola è importante anche perchè è l'area intermedia fra la famiglia e la società, un luogo di

sperimentazione e valorizzazione del Sè.

Nella mente dell'adolescente viene quindi a crearsi un "corpo scolastico", nei confronti del quale

l'adolescente sperimenta sensazioni e vissuti e rispetto al quale organizza delle relazioni che hanno delle

analogie con quanto avviene nei riguardi del corpo naturale.

Il corpo scolastico non fa parte del Sè, ma è strettamente legato a questo, perciò può rimanere a disposizione

per essere utilizzato come ambito in cui riversare i conflitti intrapsichici e familiari dell'adolescente.

Se il corpo scolastico non viene integrato e rimane scisso, può essere utilizzato, manipolato e attaccato così

come avviene per il corpo biologico.

Il passaggio da un sistema educativo che insegnava a rispettare le regole ed essere ligi ai comportamenti, ad

un sistema educativo che ci impone di essere all'altezza delle aspettative, rappresenta un cambiamento

paradigmatico e non privo di problematiche.

Bambini che nascono sotto l'egida di questo sistema educativo si rivelano più fragili in adolescenza, poichè

troppo spesso le aspettative che vengono loro imposte dalla società sono troppo elevate ed inconciliabili con

il proprio esssere.

La scuola è una esperienza frustrante per molti ragazzi; ne consegue che spesso abbiamo uno scollamento fra

il ruolo affettivo di adolescente e il ruolo sociale di studente, dove il secondo, non essendo funzionale al

primo viene disinvestito poi reso inoffensivo.

Un altro dei molteplici prolbemi alla base della mancata o insufficiente mentalizzazione del "corpo

scolastico", riguarda il fatto che troppo spesso i genitori non consegnano ai figli la scuola, ma continuano a

tenerne le redini loro e concentrandosi in modo eccessivo invece che sul figlio adolescente, su quello

studente, il quale finisce per essere l'unico vero destinatario degli interessi quotidiani e degli interventi

educativi da parte dei genitori. Questa situazione non fa che aumentare ulteriormente la distanza fra corpo

scolastico e Sè adolescente.

Ad oggi il rendimento scolastico viene visto dai genitori come caposaldo, come elemento fondante, di un

sistema di valori che fa riferimento all'ideale dell'Io, non più al Super-io, in base al quale si valuta la qualità

della relazione affettiva fra genitori e figli. Questo significa in termini più pratici che il rendimento scolastico

diviene il metro di misura dell'amore e dell'odio, dell'appartenenza e della rottura fra genitori e figli, e

soprattutto del giudizio complessivo che si da dell'adolescente.

Femmine e maschi

recenti ricerche sottolineano la maggiore scolarizzazione e il miglior rendimento scolastico delle femmine.

Le ragazze conseguono un maggiore successo in campo formativo rispetto ai loro coetanei maschi e ciò

avviene a prescindere dalle risorse culturali e materiali a disposizione della famiglia d'origine.

I ragazzi mostrano anche un più elevato livello di conflittualità con la scuola e con l'autorità.

Una delle cause per cui le ragazze in adolescenza ottengono risultati migliori, potrebbe essere il fatto che la

scuola eroga un servizio didattico e formativo tendenzialmente più conforme alle caratteristiche che guidano

l'apprendimento femminile.

Il sapere scolastico è infatti ancora caratterizzato dalla centralità dell'esercizio della parole e del linguaggio

orale, elementi più sintonici con lo sviluppo dell'identità di genere femminile.

Interventi a sostegno della motivazione e della crisi scolastica

Possono essere messe in atto alcune iniziative all'interno dell'ambito scolastico al fine di promuovere la

motivazione allo studio e sostenere il successo formativo.

Un esempio di queste iniziative possono essere i progetti di accoglienza, che hanno lo scopo di curare l'avvio

e lo sviluppo di un clima nel quale si chiarisce sin da subito che il comune denominatore di questo gruppo,

formatosi forzatamente, risiede nel ruolo di sociale di studente e nell'interesse a raggiungere gli obiettivi

previsti dal lavoro scolastico.

La formazione del gruppo classe deve essere presidiata da adulti per evitare che la socializzazione spontanea

conduca a rigide suddivisioni in sottogruppi e a conflitti tra fazioni.

Può essere d'aiuto anche scegliere un tutor, investito dal consiglio di classe, con il compito di raccogliere

informazioni sulle risorse e difficoltà relazionali e di studio del componente del gruppo classe con l'obiettivo

di avviare processi di sostegno al singolo ma anche di promuovere la fluidificazione delle relazioni tra

docenti e studenti, tra consiglio di classe e gruppo classe. All'interno dell'attività di accoglienza e gestione del

gruppo classe, un ruolo importante è rivestito dal consiglio di classe. Il consiglio di classe è un gruppo di

adulti che rappresenta lo specchio sociale e istituzionale del gruppo classe. Il consiglio di classe è infatti un

organo decisionale chiamato a programmare ed organizzare la didattica, a definire il patto formativo, a

gestire le regole, a somministrare provvedimenti a valutare gli studenti e a decretare promozioni e bocciature.

La tendenza a valorizzare lezioni interattive, se da una parte risulta stimolante per le ragazze, si dimostra

invece inefficace con i ragazzi che al registro della parola, preferiscono quella dei gesti e delle azioni.

Un altro elemento importante dell'esperienza scolastica è la valutazione.

La valutazione, data la fragilità narcisistica degli adolescenti, deve essere eseguita in modo accurato e deve

sempre essere accompagnata da una spiegazione delle motivazioni per cui tale valutazione è stata assegnata.

Questo significa che ogni valutazione deve essere inserita in una relazione, e perciò affettivizzata.

Per evitare che le valutazioni negative intacchino la persona, è necessario spiegare agli studenti che le

valutazioni non sono rivolte a loro come persone, ma solamente al loro ruolo di studenti.

Consultazione psicologica a scuola

negli ultimi anno in Italia si è assistito all'ingresso e alla progressiva diffusione di competenze psicologiche

in ambito scolastico. È stato promosso l'inserimento dello psicologo a scuola e lo sviluppo di molteplici

iniziative organizzate e gestite da questa figura professionale. Gli interventi dello psicologo sono rivolti sia a

livello individuale, sia a livello di gruppo classe, possono iniziare a seguito di un trauma, o a seguito di una

semplice insoddisfazione.

La consultazione psicologica individuale con gli adolescenti si svolge in ambito scolastico, nelle scuole

superiori, nel contesto dei "Centri di Informazione e Consulenza" (CIC).

Esiste anche la "Consultazione psicopedagogica su base teorica psicoanalitica" (Lancini), che consiste in un

intervento breve focalizzato su due compiti e sui conflitti di sviluppo fase specifici, orientato a sostenere il

percorso evolutivo dello studente adolescente.

Prevede due fasi:

- fase 1: ascolto e bilancio della crescita = lo psicologo è prevalentamente orientato ad accogliere la domanda

dello studente adolescente e ad ascoltarlo in funzione di effettuare insieme a lui in bilancio evolutivo attuale.

- fase 2: restituzione del bilancio e sostegno socioeducativo = lo psicologo in questa fase è impegnato a

restituire allo studente adolescente ciò che è emerso nella prima fase del'intervento e, sulla base di tale

bilancio condiviso, a sostenerlo nell'elaborazione dell'eventuale scacco evolutivo e nella realizzazione del

processo di crescita. L'adulto a cui l'adolescente si rivolge è un adulto competente che si mette a disposizione

del suo interlocutore al fine di aiutarlo nel percorso di soggettivazione.

Lo psicologo si trova quindi a sostenere l'adolescente nel prendere decisioni, a richiamare sulla scena figure

genitoriali importanti, a migliorare la relazione in classe.

L'obiettivo è sostenere le competenze individuali ed avvicinare le risorse relazionali a disposizione dello

studente adolescente, per favorire la realizzazione dei compiti evolutivi.

8. La fine dell'adolescenza e il giovane adulto

la domanda che ci si pone ad oggi è: che cosa sancisce la fine dell'adolescenza e la conquista della maturità?

Oggi più che mai infatti è difficile tracciare una linea fra quella che è l'eta adolescenziale con i suoi compiti

evolutivi e l'età adulta.

In una società complessa come la nostra la fase di sperimentazione che coincide con l'adolescenza assume

rilievo sempre maggiore: in particolare parliamo di età del giovane adulto come di quella fase in cui concluse

le profonde trasformazioni psicologiche e affettive dell'adolescenza, l'individuo cerca di saturare e realizzare

pienamente la sua identità adulta nell'incontro con la realtà.

Una condizione difficile da definire

Non esistono indicatori e criteri condivisi per definire quando si diventa grandi. Esistono infatti ipotesi

interpretative differenti, provenienti da svariati ambiti teorici non omogenei.

Tuttavia esiste una caratteristica in comune, ovvero una categorizzazione distinta dell'uscita dall'adolescenza

e dell'entrata nell'età adulta.

La fine dell'adolescenze sembra caratterizzata da aspetti che riguardano principalmente la sfera intrapsichica,

mentre l'ingresso nell'età adulta riguarda maggiormente scelte e comportamenti che hanno a che fare con

l'assunzione di ruoli e posizioni fortemente marcati da un punto di vista sociale.

Ad oggi si va configurando un periodo di transizione prolungato e di durata variabile, complessivamente

collocabile fra i 18 e i 34 anni, durante il quale gli individui appaiono non più adolescenti, ma ancora non

adulti da un punto di vista psico-sociale. Questa è particolarmente accentuate nelle società occidentali, il cui

tratto specifico è la transizione, ovvero l'essere a metà tra una condizione e l'altra.

La fine dell'adolescenza: acquisizioni e modificazioni della struttura psichica

generalmente intorno ai 18 anni le principali trasformazioni corporee sono avvenute e con esse sono diventati

stabili gli schemi di funzionamento fisico e psichico. Sebbene possano esserci ancora piccole trasformazioni

sul piano intrapsichico e interpersonale, generalmente le modificazioni strutturali divengono sempre più

ridotte. Possiamo quindi dire che le vicissitudini adolescenziali si concludono con una buona stabilità

interna.

Gli autori di matrice psicoanalitica hanno descritto con particolare profondità il funzionamento psichico alla

fine dell'adolescenza. L'io è più forte, in quanto meno assorbito nella gestione dei conflitti e dei desideri

adolescenziali, e quindi fornisce un miglior adattamento alla realtà. Anche i meccanismi di difesa sono

utilizzati in modo più fluido e meno invasivo.

Poichè l'adolescente è maggiormente assorbito nell'interazione con la realtà, assistiamo ad una diminuzione

delle capacità creative ed espressive.

Nella fase finale dell'adolescenza cambia anche l'immagine interna dei propri genitori: questi non sono più

visti come protettivi e onnipotenti, ma sono diventate individui a sè, da cui ci si può separare e con i quali ci

si può, per certi aspetti, identificare.

Chiaramente la separazione dai genitori non è facile; se da una parte si ha un maggior senso di libertà,

dall'altra la perdita genera una grande tristezza.

Anche le relazioni interpersonali assumono un carattere differente: se nella prima fase dell'adolescenza si era

maggiormente concentrati sulla costruzione della propria identità, nella fase finale dell'adolescenza gli

individui sono più orientati alla costruzione di legami sentimentali e sociali.

Concezioni psicoanalitiche della transizione all'adultità

Freud: il compito principale dell'adolescenza è approdare alla scelta di un nuovo oggetto d'amore. Verso

questo oggetto d'amore saranno indirizzate in maniera integrata desiderio sessuale e tenerezza, e l'adulto sarà

in grado di rimuovere e sublimare gli aspetti della sessualità infantile e perversa.

Bisogna ricordare, tuttavia, che Freud legge l'adolescenza più come il compimento di un processo iniziato in

età infatile, che non come un percorso a se stante dotate di sue proprie peculiarità.

Anna Freud: ritiene che l'adolescenza termini con l'acquisizione di un maggior controllo sulle spinte

pulsionali dell'Es e con il distacco dai legami infantili e l'orientamento verso nuovi oggetti d'amore.

Edith Jacobson: il centro della sua riflessione è l'intenso lavoro che durante l'adolescenza l'Io e il Super-io

svolgono. L'adolescente per diventare adulto deve impegnarsi in nuovi legami abbandonando quelli infantili

idealizzati. Un sostegno all'adolescente viene dalla possibilità di identificarsi positivamente con figure adulte

esterne alla famiglia. Secondo la Jacobson un altro esito importante dell'adolescenza è la definizione di una

visione del mondo autonoma, contenente principi morali e modelli etici sulla cultura, sui problemi sessuali,

sociali, razziali, nazionali, religiosi e politici.

Peter Blos: secondo questo autore la chiusura dell'adolescenza è segnata dal superamento di quattro sfide che

determinano la formazione del carattere:

- secondo processo di individuazione > conquista del Sè stabile, che deve avere precisi confini con il mondo

oggettuale e minore dipendenza dal sostegno esterno.

- distacco dai traumi dell'infanzia

- acquisizione di una continuità storica del Sè

- formazione dell'identità sessuale

Ancora una volta, anche per Blos, la fine dell'adolescenza ha il suo fulcro non tanto nella sperimentazione

successiva delle competenze acquisite, quanto più nella conclusione della crisi adolescenziale.

Hein Kohut: sottolinea una maggiore continuità tra la conclusione dell'adolescenza e l'adultità. Sostiene che

il compito principale dell'adolescenza sia la costruzione di un Sè maturo, che sappia mantenere la propria

autostima e stabilizzare degli obiettivi significativi di autorealizzazione. Nel momento di un fallimento,

continueremo ad avere sentimenti grandiosi di sè ed idealizzazioni irrealistiche. Perchè la maturazione possa

compiersi in modo adeguato, è necessario che i caregiver sappiano rispondere in modo adeguato ai tre

bisogni fondamentali di: rispecchiamento, idealizzazione e gemellarità.

Secondo Kohut, l'adultità coincide non con la completa indipendenza dagli altri, bensì con la capacità di

trovare una buona relazione con nuovi oggetti, capaci di rifornire l'individuo del supporto di cui necessita,

rimanendo in sintonia e in contatto con quanto proviene dal mondo interno.

Nuove prospettive psicoanalitiche: l'idea di genitalità è intesa in senso più ampio come capacità di assumere

il punto di vista dell'altro in una dimensione di reciprocità e di scambio invece che di appropriazione. La

maturità psicologica, invece, coincide con la capacità di assumere ed armonizzare diversi ruoli affettivi e

punti di vista.

Ciò significa che bisogna essere in grado di tollerare la dipendenza accanto al raggiungimento

dell'indipendenza, di sottolineare i processi di integrazione piuttosto che quelli di separazione o

subordinazione gerarchica.

La definitiva assunzione delle responsabilità adulte

Nel momento in cui descriviamo i processi che segnano la conquista dello status di adulto, non dobbiamo

dimenticare di considerare che non è sufficiente acquisire nuove compotenze, ma è necessario anche

assumersi la responsabilità della loro realizzazione.

Il completamento della separazione e l'uscita di casa

Il processo di separazione dai genitori trova il suo culmine nell'uscita di casa e nella formazione di un nuovo

nucleo familiari. Ad oggi il 68% dei 15-34enni, in Italia, vive ancora in famiglia.

Il lavoro non sembra un motivo di uscita di casa, mentre è ancora il matrimonio ad assumere un ruolo

centrale in questo passaggio.

Attualmente sembra che la convivenza con i genitori sia una condizione meno imposta e più scelta: questa

infatti permette di godere della libertà desiderata, senza dover affrontare i costi e le difficoltà del vivere da

soli.

Per quanto riguarda il livello psicologico, completare la separazione dai genitori significa mantenere con loro

un rapporto di continuità e vicinanza, ma su un piano differente. Si tratta di costruire "complementarietà e

nuove simmetrie relazionali", al fine di approdare a relazioni di tipo paritetico, in cui i propri genitori sono

individui separati e diversi, ma anche individui per cui si può provare empatia.

L'ingresso nel mondo del lavoro

la capacità di lavorare costituisce un altro marcatore sociale di accesso all'adultità, e comporta numerosi

effetti anche a livello psicologico.

Andare a lavora consente infatti all'adolescente o al giovane adulto di avere un immediato feedback su di sè,

di sentirsi un soggetto attivo e non più passivo.

La situazione attuale in cui i giovani sono sempre più a lungo costretti a percorsi scolastici che li considerano

come soli fruitore passivi, porta ad una frustrazione molto prolungata del bisogno di sentirsi attivi.

Un'altra importante conseguenza dell'esperienza lavorativa, è la possibilità di socializzare e creare nuovi

rappporti. Non solo, ma è una scuola di vita importante perchè a seconda delle relazioni l'individuo dovrà

imparare a relazioni con soggetti gerarchicamente diversi da lui.

L'adolescente quindi acquisirà nuove competenze anche di carattere affettivo e relazionale. L'essere soggetti

attivi e produttivi, implica anche assumersene la responsabilità. Con il tempo la responsabilità da imposta,

diverrà interna, con la conseguenza questa potrà influire sulla propria sensazione di soddisfazione personale.

Nella maggior parte dei casi il lavoro determina grandi cambiamenti nella personalitù dell'individuo,

soprattutto perchè consente e veicola una rappresentazione nitida di sè come soggetto impegnato

nell'interpretazione di un ruolo sociale.

Anche Erikson sostiene ce l'ingresso nel mondo del lavoro sia un prerequisito necesario per accedere

all'adultità. L'identità lavorativa è infatti necessaria alla costruzione di un'identità personale.

Proprio per questo gli effetti della disoccupazione hanno conseguenze devastanti.

Alcuni autori si soffermano sul concetto di "socializzazione al lavoro" = capacità di apprezzare i valori, le

abilità, i comportamenti attesi e le conoscenze adatte ad assumere un ruolo occupazionale e a partecipare

come meno a pieno titolo alla vita di un'organizzazione di lavoro.

Riassumendo possiamo affermare che ottenere e mantenere un lavoro, offre al giovane l'occasione cruciale

per riorganizzare profondamente il Sè nei termini di un'identità definitivamente adulta. Il lavoro permette

all'individuo di presentarsi alla società assumendo un ruolo produttivo, agendo su di essa e per questo

acquisendo una posizione definitiva.

La costruzione di una coppia stabile e generativa

un'altra tappa fondamentale dell'essere adulto è la capacità di impegnarsi in una relazione di coppia, che oltre

ad essere intima e stabile sia aperta alla progettualità e alla generatività. In questa fase si aggiunge anche la

capacità di assumere un impegno, all'interno di un progetto condiviso, che trova nel matrimonio la propria

sanzione sociale.

In Italia attualmente il matrimonio è ancora la modalità principale di convivenza per i giovani. Il fatto che

recentemente l'età media del matrimonio si sia alzata, è probabilmente dovuta al fatto che la coniugalità è

vista dai giovani come un vincolo, come una rinuncia e come una diminuzione di interazioni sociali e di

fruizione di interessi culturali.

Altra caratteristica importante di questa fase è che l'adulto si caratterizza per la possibilità di assumere un

ruolo genitoriale.

Secondo Erikson per accedere alla relazione di coppia l'individuo deve sviluppare una capacità di "intimità":

con intimità si intende la possibilità di sperimentare relazioni caratterizzate da vicinanza e dipendenza

reciproca, senza cadere nei rischi di perdita del senso di sè, invischiamento e annullamento nell'altro.

Fairbairn parla di una "dipendenza matura", caratterizzata da una differenziazione tra i bisogni propri e i

bisogni dell'altro, e da relazioni fondate sulla reciprocità.

Erikson ritiene che il passaggio successivo all'intimità sia la capacità della coppia di essere generativa.

Età del giovane adulto

la realizzazione dei tre passaggi soglia (uscita di casa, ingresso nel mondo del lavoro, costruzione della

coppia stabile e progettualmente generativa) caratterizza il fenomeno sociologico oggi definito come età del

giovane adulto.

Per quanto sia un termine ossimorico, è proprio questa la condizione in cui l'individuo si trova: infatti il

soggetto si percepisce come un adulto sospeso, potenziale, che talvolta ha delle regressioni adolescenziali.

Anche la comunità sembra riconoscere questa condizione, dando la possibilità ai giovani adulti di essere e

non essere contemporaneamente adulti.

Secondo Erikson, si tratta di una sorta di moratoria psicosociale, volta a permettere al giovane adulto di

sperimentare e di completare il proprio sviluppo.

Lutte, invece, sostiene che la condizione di sospensione e moratoria in cui si trova il giovane oggi, sia

piuttosto il frutto di una costruzione sociale, grazie alla quale una porzione sempre più ristretta di adulti si

garantisce la possibilità di gestire auntonomamente il potere economico, politico e culturale.

Questo meccanismo sarebbe così radicato nelle società moderne, che gli stessi giovani finirebbero in un

secondo momento, per aderire alla rappresentazione sociale che li vuole ancora immaturi ed impreparati ad

assumersi le responsabilità da adulti.

La famiglia lunga: un sostegno o un ostacolo alla crescita?

Il fenomeno della permanenza prolungata dei giovani in famiglia viene definito "famiglia lunga".

La famiglia lunga si colloca nel delicato equilibrio fra istanze di protezione e garanzia, e istanze di

impedimento e ostacolo alla crescita.

La famiglia lunga è fondata su una trasformazione profonda delle relazioni tra genitori e figli e degli stili

educativi. È infatti ad oggi possibile continuare a convivere con i genitori, facendo però esperienza di una

progressiva autonomizzazione.

Nelle società complesse come la nosstra, l'identità si definisce attraverso una maggiore compresenza e

integrazione dei diversi ruoli, in cui il livello di distanza tra genitori e figli, si ridefinisce e si riduce

progressivamente.

La famiglia lunga, in quest'ottica, diviene un ottimo campo di sperimentazione controllata. Possiamo anche

leggere la famiglia lunga come un mediatore sociale di grande importanza, che serve a ricucire il rapporto tra

le generazioni.

Ma come già detto la famiglia lunga non ha solo aspetti positive: esiste infatti il rischio che invece che un

trampolino di lancio, la famiglia lunga produca un lancio a rallentatore, dove i giovani adulti faticano ad

assumersi i propri doveri e le proprie responsabilità, senza acquisire lo status di adulti.

PARTE 3 – I PROBLEMI DEGLI ADOLESCENTI: VALUTAZIONE, PREVENZIONE E

INTERVENTO

1. IL DISTURBO DELLA CONDOTTA ALIMENTARE

La diffusione di disturbi dell’alimentazione negli ultimi anni è aumentata tantissimo, al punto che si potrebbe

parlare di epidemia. Questi numeri sono indice di un più diffuso disagio tra le adolescenti. Anoressia e

bulimia nervosa possono essere considerate disturbi evolutivi correlati alla fragilità narcisistica

dell’adolescenza contemporanea e alla conflittuale integrazione dei valori dell’identità di genere

nell’immagine di sé.

Si pensa che il sintomo alimentare faccia parte di un più complesso stile di funzionamento anoressico, i

soggetti con analoghi problemi alimentari possono presentare quadri psicopatologici diversi. Anoressia e

bulimia sono considerate espressioni di un insieme di comportamenti sintomatici piuttosto che di una

struttura di personalità.

DISTURBO DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE: sottolinea la tendenza a esprimere sofferenza

psichica attraverso il comportamento. È caratteristico degli adolescenti infatti esperire con il corpo e con

l’azione, contenuti che non sono traducibili in rappresentazioni mentali; lo spazio psichico allargato degli

adolescenti che ha confini vaghi e indefiniti, non permette loro di rappresentare e elaborare emotivamente i

conflitti ne di costruire dei sintomi e quindi esteriorizzano la sofferenza psichica attraverso le azioni.

In generale i disturbi del comportamento in adolescenza segnalano un intoppo evolutivo nei processi di

soggettivazione; possono nascondere difficoltà più o meno gravi, essere solo una crisi passeggera o fare

riferimento a un quadro psicopatologico, ma in generale l’esteriorizzazione del conflitto permette di evitare

un’elaborazione emotiva che è impossibile fare a causa della non tolleranza del dolore psichico, e di

scaricare la tensione emotiva nei gesti. Il comportamento diviene valvola di sfogo di tensioni emotive. In

comportamenti l’azione prevale sul pensiero, ciò dimostra un’incapacità di mentalizzare o di rifiuto a farlo

per evitare dolore psichico.

Il punto di vista psicosociale: i disturbi del comportamento alimentare acquistano una dimensione di

carattere edipico a partire dalla seconda metà del 1900, è più che altro un’opinione diffusa e non un dato

certo e derivante da ricerca epidemiologica. È infatti assai complicato confrontare i dati ottenuti da

popolazioni differenti, usando diversi criteri diagnostici per giunta. Per inquadrare questo fenomeno infatti è

necessario tenere presente di molti fattori differenti che agiscono in concomitanza. In generale la diffusione

femminile del dist. Alimentare compare solo con la pubertà, il che conferma la correlazione con la

costruzione dell’identità di genere. In passato erano maggiori i casi di anoressia rispetto a bulimia, ora è il

contrario, ad ogni modo questi due disturbi tendono ad alternarsi in fasi differenti della vita di una persona.

Alla diffusine del disturbo contribuiscono: fattori individuali come adolescenza e femminilità, fattori

psicosociali, espressioni dei modelli culturali e relazionali della famiglia e della società.

L’immagine di sé e la costruzione dell’identità personale e di genere dell’adolescente nella società

occidentale contemporanea rappresentano il fattore centrale nei disturbi della condotta alimentare; questo

disturbo rivela le contraddizioni dell’identità femminile contemporanea e mostra le difficoltà a fronteggiare

le richieste evolutive degli adolescenti. Anoressiche e bulimiche esprimono con il loro corpo il disagio delle

adolescenti attuali, incarnano il modello di femminilità intellettualizzata e disincarnata che viene proposta da

tanti modelli culturali attuali, promuovono con rituali dietetici la sottomissione alla mente del corpo il quale

con la pubertà rivela le proprie potenzialità materne: impongono il silenzio al proprio corpo visto come

ricettacolo di un’impulsività che disprezzano e di un destino femminile materno rifiutato, e lo fanno

attraverso il controllo ascetico. Questo progetto assume i valori della cultura estetica e porta avanti un ideale

di corpo magro e disincarnato, atletico ed efficiente. La cultura attuale svolge un ruolo importante nel

sostenere i disturbi alimentari: promuove modelli di magrezza eccessivi e un’etica di estetica che rinforza i

comportamenti anoressici. Dieta, fitness, look super curato, cura eccessiva del corpo e dell’alimentazione…

avvengono in parallelo due cambiamenti: in primis abbiamo il rifiuto del corpo materno caldo, morbido e

accogliente a favore di uno magro, atletico etc; dall’altro lato abbiamo una perdita del valore sociale di

maternità che oggi viene visto da molte donne non come un destino obbligato ma una meta conflittuale e

difficile. In generale il modello di valori culturali che rinforza comportamenti anoressici è caratteristico per

ogni cultura, mentre il rifiuto del corpo femminile puberale e il conflitto relativo all’identità di genere

sembrano essere universali: questi comportamenti sono un modo per esprimere col corpo il proprio rifiuto

della propria cultura e i modelli di ruolo femminili che esse ci impone. Esse fanno fatica a integrare nella

propria immagine di sé, i diversi ruoli femminili che dovrà assumere una volta divenuta donna.

Il punto di vista psicodiagnostico: per diagnosi s’intende comprensione delle modalità di funzionamento di

cui dispone la psiche di un soggetto. Una diagnosi psicodinamica riduce i fenomeni sintomatici a una

struttura di fondo e definisce il funzionamento psichico attraverso l’interrelazione dinamica fra diversi

soggetti. Le diagnosi nosografiche descrittive invece classificano descrittivamente le sindromi

raggruppandole per sintomi senza fare interpretazioni e tenendo il più possibile neutralità teorica; da questo

pdv le diagnosi di anoressia e bulimia non individuano un’organizzazione di personalità, possono essere

considerate un insieme di condotte organizzate in uno stile di funzionamento psichico coerente ma non

strutture di personalità.

Lo stile di funzionamento psichico del soggetto anoressico è dominato da 3 pensieri: rifiuti di cibo e

nutrizione, iperattività e amenorrea. Gli elementi distintivi sono: alterazione della condotta alimentare

egosintonica e volontaria, che limita ogni interesse per il cibo; un conflitto centrato sul corpo visto come

nemico e persecutore, e un’alterazione dell’immagine di sé e del corpo puberale tesa a eliminare ogni traccia

femminile materna; un’iperattività maniacale che contrasta con l’entità della magrezza del corpo.

La bulimia nervosa invece riguarda soggetti che possono essere peso norma ma che hanno condotte

alimentari di abbuffate e poi rigetto; questi soggetti hanno solitamente maggiore instabilità emotiva,

relazionale, incapacità di controllare gli impulsi e di tollerare sentimenti di solitudine, vuoto e noia; hanno

una rappresentazione di sé scissa e instabile; presentano spesso tratti borderline, depressivi e di falso sé. A

differenza delle anoressiche però, le persone bulimiche tendono a mantenere una maggiore identificazione

con il tradizionale ruolo femminile e la loro vita sessuale è più attiva di quella delle anoressiche.

In entrambe i disturbi comunque si evidenzia un conflitto tra autoaffermazione e adeguamento

conformistico: questo conflitto crea una spaccatura tra una facciata compiacente e di perfezione e un sé

nascosto che esprime e inibisce allo stesso tempo i sentimenti.

La lettura psicoanalitica interpreta i dist. Alimentari secondo il modello pulsionale, la perdita di appetito

viene letta come un0espressone della rimozione dell’erotismo orale. C’è chi sostiene che tensioni e desideri

puberali portino a una regressione a fasi precedenti dello sviluppo libidico con uno spostamento dalla

genitalità all’oralità e questo porta ad un rifiuto di alimentarsi da parte delle ragazze. C’è chi sostiene che

queste ragazze provino un piacere immenso (orgasmo della fame) nel poter controllare e manipolare i propri

bisogni pulsionali e nell’avere una relazione perversa con il proprio corpo/feticcio.

Dagli anni ’60 la letteratura si sposta dall’asse pulsioni a quello del narcisismo: anoressia e bulimia sono

interpretate in chiave di sviluppo narcisistico- identitario, hanno un nucleo comune nel sentimento di un

“difetto di base” ed è centrale il vissuto di mancanza di valore ed efficacia che deriva dal disconoscimento

della propria identità e dei propri bisogni nel rapporto primario con la madre.

Nell’ultimo periodo di parla dei due disturbi in modo molto più ravvicinato tra loro, si parla di disturbi

alimentari! De Clercq li considera insiemi di comportamenti organizzati, finalizzati e controllare e “curare”

una sofferenza psichica profonda. Questo punto di vista viene adottato anche da Recalcati che non considera

i comportamenti anoressici dei sintomi, ma piuttosto espressioni di una posizione soggettiva egosintonica

che deriva da un’identificazione idealizzante, compensatoria di un deficit di funzione paterna. Possono essere

viste come espressioni di un’ideologia affettiva rigida e militarizzata, illusori progetti di autoaffermazione

che attraverso un controllo insano su se stessi e sugli altri, permettono di compensare profondi vissuti di

inadeguatezza.

Il punto di vista evolutivo: secondo loro sono centrali nello sviluppo dei dist. Alimentari due compiti

evolutivi: separazione-individuazione e la costruzione dell’identità. I disturbi alimentari giungono

all’appuntamento con i compiti in un momento in cui l’organizzazione della personalità non è ancora definita

ma ha delle specifiche aree di fragilità:

- un ideale dell’io rigido e perfezionista sostenuto dalla cultura familiare orientata al successo e alle

relazioni familiari strette. L’ideale dell’io è la funzione psichica che interiorizza etica e valori e

dunque è assai soggetta all’influenza genitoriale. Da bambine queste ragazze erano perfette, così

come da adolescenti: fonte di gratificazione per i genitori, brave su tutti i fronti, assai critiche nei

loro confronti e del proprio corpo. Contro i propri difetti però ingaggiano lotte stenuanti che

divengono quasi delle ossessioni. Questi comportamenti sono governati però da un io arcaico e

primitivo che controlla corpo e mente in maniera tirannica. A questo proposito è importante anche

l’identità di genere che si costruisce con l’interiorizzazione delle norme di genere culturali e

dunque risente delle tendenze storiche in cui viviamo. Oggigiorno è difficile costruirsi un’identità di

genere attraverso l’integrazione di valori femminili e materni a causa del contesto socioculturale che

attribuisce scarso riconoscimento al valori materni (appartenenza, dipendenza, accoglimento,

contenimento, corporeità). Conseguenza di questo è che le ragazze destinate a diventare anoressiche

tendono a impossessarsi di valori tradizionalmente maschili (separatezza, autonomia, competizione

intellettuale) e vedono il padre come figura identificatori privilegiata a cui chiedono un

riconoscimento. Lo stile anoressico riflette i conflitti dell’interiorità femminile attuale: annulla

l’onnipotenza materna rinunciando a dipendenza e soddisfazione dei bisogni, attacca il corpo

femminile cercando di trasformarlo in quello maschile. Nel suo progetto di controllo tirannico del

corpo da parte della mente, la ragazzi si ispira a un modello di corpo magro ed efficiente, energico;

questa dinamica non è intrinseca nel disturbo ma giustifica l’attacco al corpo pubere da un pdv di

estetica.

- Difetto nel processo di separazione-individuazione: fatica da parte dei genitori a sostenere i

bisogni d’individuazione del ragazzo. Questo difetto si manifesta nella non separatezza dall’oggetto,

tipico dei bulimici, e nella rigidità della corazza narcisistica che aiuta a controllare asceticamente le

pulsioni che la ragazze sente di dover controllare. Jeammet sostiene che i dist. alimentari vadano letti

da un pdv della dinamiche dipendenza-autonomia: l’adolescente anoressica fatica a strutturare

un’identità autonoma e non è desiderosa di provare piacere a causa di una non interiorizzazione di

relazioni primarie autenticamente supportive. Queste ragazze negano di aver bisogno dell’oggetto

cibo attraverso il rifiuto autarchico di ogni nutrimento. Molto spesso i disturbi alimentari vengono

scatenati da eventi che riguardano una perdita: la futura anoressica non può permettersi di soffrire la

mancanza dell’altro e quindi la annulla attraverso il controllo ascetico del cibo (= dieta)àsaper

controllare la dieta è segno per la ragazza che è in grado di controllare la mancanza di qualcosa e il

bisogno dell’altro, in questo caso il cibo. L’impossibilità di elaborare psichicamente la separazione

per un difetto proprio e dell’ambiente relazionale circostante spinge l’adolescente a esprimere

attraverso il corpo i bisogni di separatezza e di autonomia: il rifiuto del cibo diventa la difesa

narcisistica dalla dipendenza inglobante da cui il soggetto si difende impedendo con il rifiuto orale

l’intrusione materna.

- scissione mente-corpo alimentata dal tentativo di compensare carenze di contenimento e

riconoscimento primarie attraverso un’invasione narcisistica del pensiero. Mentalizzare il corpo

significa attribuirgli un significato simbolico relazionale, sociale, sessuale etc…facendolo baluardo

della nostra immagine e identità. Questo processo è fondamentale durante l’adolescenza ma le sue

basi vengono poste nelle relazioni primarie con i genitori durante l’infanzia con l’introiezione

progressiva delle funzioni clamanti e protettive. Nella futura anoressica il corpo non investito come

oggetto d’amore e di cure nella prima relazione con la madre, diventa altro da sé, un oggetto

estraniato che può essere aggredito e svalutato; per compensare le carenze empatiche della madre, la

ragazzi sovrainveste il potere della mente a cui affida il potere di contenimento e sostegnoàle

competenze intellettuali si sviluppano così tanto che vanno a sostituire la “buona madre” e renderla

non più necessaria. La mancata mentalizzazione del corpo ha conseguenze gravi: ostacola la

costruzione dello spazio interno in cui avviene la costruzione fantasmaticaàil pensiero viene

estraniato dal corpo, si ossessivizza, de-enfatizza, perde spessore simbolico e diventa uno strumento

difensivo, inibito. Per difendersi dalla realtà interna restano sono l’azione volta a svalutare la realtà

esterna. Questi conflitti tra pensiero e pulsioni, sé psichico e sé corporeo, mente e corpo, minano

l’integrità dell’equilibrio psichico: l’anoressica inibisce e nega le rappresentazioni psichiche per

difendersi e si aggrappa alla realtà esterna che è più controllabile o ricorre al linguaggio del

comportamento per esprimere sofferenze non elaborabili nello spazio psichico.

Il corpo scisso dal sé, non riesce a inviare segnali di benessere o malessere. Spesso queste ragazze si

sottopongono a drastici trattamenti estetici con l’idea che in questo modo dimostrano di poter

controllare il proprio corpo ormai estraniato e minaccioso a causa dei cambiamenti puberali. La

difficoltà di integrare corpo pubere e i suoi bisogni pulsionali in un’immagine di sé idealizzata,

produce la scissione fra polo fisico malefico e polo mentale idealizzato. La scissione separa il regno

della materia (corpo che rimanda alla madre) dalla soggettività mentale/pensiero (simbolo della

potenza del padre).

L’assunzione dell’identità di genere segna la perdita del sé bisessuale, il nuovo sé p limitato,

incompleto e necessita dell’altro per essere finito: questo può tramutarsi nel timore di dover

dipendere da qualcuno ed essere percepito come una minaccia che induce a mobilitare difese capaci

di padroneggiare il desiderio e proteggere la propria integrità.

La scissione mente-corpo è favorita oggigiorno da una cultura sociale in cui è sempre più diffuso il

rifiuto della maternità e allo stesso tempo della sterilità femminileà evidenzia un conflitto tra aspetti

diversi del sé femminile (quello della carriera e quello di madre) che negli ultimi periodi stanno

entrando sempre più in conflitto. L’attacco al corpo delle anoressiche rappresenta un fallimento nel

tentativo di integrare identità personale e di genere in modalità compatibili con l’affermazione di sé

nell’ambito della propria famiglia e cultura.

La cultura affettiva familiare: sono state osservate diverse famiglie con persone con disturbi alimentari e si

è cercato die evidenziare i tratti comuni senza ricercare relazioni causa-effetto col sintomo. In generale questi

genitori si sentono rifiutati/vomitati loro stessi: alcune madri sono molto determinate a far mangiare ad ogni

costo le figlie le quali sono ancor più determinate di loro nel non volerlo fare e opporsi; i padri terrorizzati

cercano di intervenire in qualche modo o di levarsi da queste dinamiche. Si è notato che i dist. Alimentari

compaiono in famiglie borghesi del 1800 con posizione dominante del padre, madre che gestisce le funzioni

domestiche e figlio come centro della vita affettiva familiare: hanno in comune una serie di cose: cultura

affettiva improntata al successo; labili confini tra individui e generazioni che favoriscono continue intrusioni

negli spazi fisici e psico-emotivi dei singoli; tendenza a evitare i conflitti perché non li esplicitano e non

danno loro soluzioni che favoriscano processi di differenziazione; le norme familiari sono solitamente rigide

e non permettono l’espressione della peculiarità del singolo, le relazioni sono artificiali. I figli devono

rassicurare i genitori circa il loro compito parentale e lo fanno attraverso un comportamento sempre

adeguato, in questo modo però i genitori non riescono a riconoscere le caratteristiche di ogni figlio.

Si sono notate delle differenze tra le famiglie anoressiche e quelle bulimiche: le prime hanno solitamente

climi molto rigidi e limitanti, le seconde invece hanno scenari conflittuali più aperti.

Le madri anoressiche tendono ad essere poco affettuose, dominate dal senso del dovere, angosciate all’idea

di non essere buone madri, ansiose, fragili e insoddisfatte; la loro dedizione al dovere le rende sollecite a

rispondere ai bisogni fisici delle figlie ma incapaci di contatto empatico e affettivo. Queste madri si sono

sacrificate per la famiglia (quella originaria e quella attuale), questo accompagnato dalle ambizioni di

successo personale, un vissuto di rancore e delusioni, va ad alimentare il bisogno di essere nutrite dalla

bellezza e dai successi della figlia la quale vedrà sua madre come un mostro avido e divorante e fagocitante.

La figura paterna è troppo debole per porre limiti al cannibalismo materno e quindi finisce per ritirarsi dalla

relazione offrendo in cambio la figlia come “merce di scambio” per la moglie: l’intensità del legame madre-

figlia e il non volerle concedere spazi di autonomia vanno letti in un’ottica di delusione per il proprio

rapporto di coppia col marito: l’assenza del marito porta la moglie a rivolgersi alla figlia per soddisfare i suoi

bisogni. Il padre rimane escluso da questa relazione, e in un certo senso rinuncia alla sua funzione paterna,

possono entrare in competizione con la madre e instaurare con la figlia relazioni privilegiate. Molto spesso

questi padri sono superficialmente affettuosi e supportivi ma in realtà cercano nella figlia un sostegno

emotivo che non ritrovano nel matrimonio o a causa di insuccessi personali. In generale i padri vivono in

maniera piuttosto dolorosa l’attacco della figlia al proprio corpo le reazioni possono essere svariate tra cui

reagire con irritazione e ritiro nel lavoro oppure maternalizzandosi al puto da sostituirsi alla madre.

Altro aspetto che mina l’equilibrio è l’intrusione della famiglia d’origine e i bisogni dei figli: il marito ritira

alla moglie la stima e lei a lui la disponibilità affettiva.

“L’identificazione fallica” rappresenta per l’anoressica un tentativo di supplire alle debolezze della funzione

paterna per separarsi dalla madre; l’adesione a un ideale maschile si radica in dinamiche familiari in cui la

figlia si sente vincolata ad aspettative paterne e desidera allontanarsi dal modello materno.

La difficoltà di integrare identità di genere e personale accomuna figli e genitori.

2. TENTATO SUICIDIO

in Italia dal 1987 al 2000 il tasso di suicidi non anno subito variazioni particolari, si aggirano intorno ai 46

suicidi di minori l’anno. Paragonato a quello internazionale non ce la caviamo poi così male! Il suicidio non

è un fenomeno tipico in età giovanile, i suicidi tra minori non superano mai il 2%, è piuttosto il tentato

suicidio che è comune: il tasso è assai più alto, i minorenni pensano al suicidio o arrivano a inscenarlo più

del resto della popolazione ma per fortuna non arrivano a compierlo. Il suicidio tra minori è più frequente tra

i maschi mentre il tentato suicidio tra le femmine.

Psicodinamica del tentato suicidio: nel cercare di studiare la psicodinamica del tentato suicidio molte

difficoltà si sono riscontrate nel cercare di ricostruire la storia del ragazzo, la tipologia di relazione con i

genitori e le motivazioni della atto. I ricercatori non hanno ancora trovato un accordo sulla natura dei

principali fattori di rischio e sono ancora in discussione quali siano le modalità d’intervento più efficaci da

usare sia preventivamente che per cura. Il tentato suicidio in adolescenza è sintomo di una malattia mentale o

rappresenta il tentativo fallimentare di trovare soluzioni a una situazione di crescita angosciosa? Il dubbio

non p stato risolto, e ad alimentarlo c’è anche il fatto che la maggior parte dei ragazzi che tentano suicidio

non mostrano altre manifestazioni psicopatologiche e sono solitamente ben inseriti nelle relazioni, a scuola e

in famiglia. Molti degli adolescenti che si suicidano poi non hanno mai lasciato trapelare questa intenzione o

la sua ideazione: è difficile a posteriori poi rintracciare segni palesi di sofferenza mentale così grave da

configurare il quadro di una psicopatologica note, mentre non è difficile individuare eventuali fatti/eventi

relazionali che messi insieme hanno favorito lo sviluppo di queste idee.

Francois Ladame sostiene che il suicidio viene tentato da un adolescente che non riesce a portare a

compimento il processo di separazione e individuazione dalla madre, si sente costretto a replicare lo sforzo di

farsi completamente accettare e capire dalla mamma, senza riuscire a investire i propri affetti e desideri su

nuovi oggetti. L’insuccesso nella realizzazione di questo compito evolutivo è la replica del fallimento patito

nel processo di individuazione della madre nelle prime fasi di sviluppo che lo portò ad avere una visione

della madre come fredda, espulsiva, rifiutante. Il tentato suicidio diventa la soluzione a questi problemi.

L’adolescente continua a provare quelle difficoltà che aveva da piccolo nel tentativo di farsi accettare dalla

madre, ma non riuscendoci si convince che una suo sacrificio potrebbe rendere la madre più disponibile nei

suoi confronti e possano così divenire un’entità unica. Se la si legge da questo pdv si capisce perché il

ragazzo che tenta il suicidio è apparentemente libero da psicopatologia e il suo adattamento è buono: il suo

problema è inconscio e profondo e non gli permette di distrarsi dal tentativo di risolverlo. Il non riuscire ad

ottenere piena approvazione da parte della madre fa si che non riesca a instaurare nuove relazioni d’amore

che lo distoglierebbero dall’oggetto primario inesistente ed inoltre nelle nuove relazioni rivive il dramma

della madre proiettando le componenti di questo sul nuovo oggetto sentendosi rifiutato. Basta un semplice

incidente relazionale ad esporre l’adolescente a sperimentare il rischio di sperimentare un insopportabile

dolore narcisistico, rabbia ingovernabile e la tendenza ad arrendersi all’oggetto cattivo interno che gli

propone di morire come soluzione che da un lato esaudisce i suoi voleri e dall’altra permette di fomentare

l’illusione di rimanere per sempre nella mente della madre affranta e finalmente convinta della devozione del

figlio.

Ladame pone l’attenzione sul processo adolescenziale come evento in grado di slatentizzare l’originaria

sofferenza infantile e l’antico dramma. I compiti evolutivi adolescenziali impongono di investire

affettivamente nuovi oggetti e separarsi da quelli infantili (genitori), è proprio questo che l’aspirante suicida

non può e non riesce a fare sentendosi gravemente minacciato da ciò che lo potrebbe salvare dalla

dipendenza dall’oggetto interno cattivo che lo spinge a sacrificare crescita e godimenti a favore dell’utopia di

convertire la madre alla piena accettazione del figlio. Il corpo viene attaccato perché il ragazzo non p riuscito

a mentalizzarlo e dunque non coincide con il sé, ma è usato per proiettarci il persecutore interno

nell’illusione che poi attaccandolo a morte possa liberarsene. Il corpo simbolizza la sintesi tra madre, sé e

àil

persecutore interno gesto suicidale si ipotizza avvenga in un momento di rottura con la realtà in una

situazione psichica assimilabile a una crisi psicotica. Letta da questo punto di vista, il tentato suicidio ha un

valore difensivo della propria integrità e continuità del sé, come fosse un progetto evolutivo. Jeammet

enfatizza molto questa idea: a suo parere esiste una profonda analogia tra azione suicidale e svariati altri

passaggi adolescenziali che possono essere visti come tentativi disperati di difendere la propria identità, per

ristabilire i propri confini e limitiàl’attenzione non è più sulle vicende originarie con la madre ma sulle

minacce attuali provocate dall’attrazione troppo intensa per l’oggetto d’amore: agire diventa l’unico modo

per ristabilire controllo sulla propria realtà interna. Nell’aprirsi a relazioni con nuovi oggetti d’amore, i

confini del sé appaiono minacciati dal potere di questo oggetto che il soggetto non riesco a tenere a debita

distanza e da cui si sente pervaso; il tentativo di suicidio è un modo estremo di riprendere il controllo sul

proprio destino, riappropriarsi della propria vita, proprio nel momento in cui si rischia di perderla. Questa

intrusione dell’oggetto fa sperimentare perdita di indipendenza e autonomia e secondo Jeammet, questa

sensazione ha un precursore nella relazione intrusiva dei genitori nella vita del figlio che pretendevano che il

àil

bambino fungesse da contenitore delle loro problematiche personali/di coppia corpo simbolizza il

legame con le figure genitoriali dunque annientano il corpo, il figlio prende di mira i genitori.

Anche Pommereau sostiene che l’atto suicida sia sempre rivolto a qualcuno. La crisi suicidale è sempre

legata a sentimenti di perdita, reali o immaginari che siano; attraverso la morte l’adolescente cerca di

realizzare la fantasia di uscire da una condizione diventata insostenibile e di realizzare uno stato di radicale e

eterna fusione con l’altro che lo liberi finalmente dalle sofferenze narcisistiche e dal dolore delle angosce di

abbandono. Pommereau descrive le premesse infantili di queste situazioni con l’aneddoto dei “figli amati

male”: imprigionati in rapporti di dipendenza, succubi di passati abbandonici che sono legati a sentimenti di

perdita alternati a terrore di improvvise e imprevedibili intrusioni nello spazio privato del sé. Nei loro

confronti il c-g ha espresso sentimenti ambivalenti, desiderio che restino e che il loro rapporto non cambi

mai contrapposti al desiderio che il figlio se ne vada; sono dei figlio oggetto d’amore intrappolati però in una

relazione in cui c’è poco spazio per la loro individualità che viene schiacciata per non deludere le aspettative

àtentato

genitoriali. suicidio inquadrato da un lato nelle sofferenze dell’assenza di limiti e dall’altra in

legami affettivi patologici. Le storie patologiche relazionali di questi ragazzi sperimentate in infanzia, li

mettono molto in difficoltà a relazionarsi con nuovi oggetti d’amore che cercheranno di entrare in relazione

con il loro sé da un lato, e dall’altro ci saranno i richiami minacciosi del vecchio oggetto. L’azione suicidaria

può illudere l’adolescente di essere l’unica soluzione per estrapolarsi da queste forze.

I Laufer hanno dimostrato la centralità del corpo sessuato nel tentato suicidio; il gesto autolesivo documenta

un controllo premeditato anche se i ragazzi non sembrano essere consapevoli della realtà della morte come

esito del loro gesto. Solitamente ipotizzano di raggiungere un tranquillo stato di inesistenza libero dai

conflitti che li attanagliano. È solo dopo la pubertà che i ragazzi sono capaci di decidere coscientemente di

morire, è la maturazione sessuale che si accompagna alla capacità di fantasticare o attualizzare il suicidio.

Gli adolescenti reduci da un tentato suicidio odiano il proprio corpo sessualizzato: esso è sede e istanza di

desideri mostruosi di cui si vergogna profondamente: la morte del corpo è l’unica soluzione. Le pulsioni del

nuovo corpo allontanano dal desiderio antico di conservare con la madre un rapporto privilegiato e rovinato

da un corpo che aspira a nuove mete. Il tentato suicidio è accompagnato e preceduto da un disgusto per se

stessi, il corpo deve essere punito per le pulsioni sessuali e aggressive che contiene e che alimenta

fomentando il distacco con la madre: se elimino il corpo riconquisto la madre e mi ricongiungo a lei.

Fattori di rischio: importanti sono le situazioni di crisi innescate da microtraumi attuali ma che molto

spesso hanno premesse nella storia del soggetto. Solitamente questi ragazzi non soffrono di depressione.

L’ipotesi più condivisa è che nel momento del tentato suicidio, il soggetto non sia in grado di effettuare un

attento esame di realtà e che non sia pienamente consapevole che non abbia una corretta percezione che

l’azione che medita può comportare la sua morte. Molto spesso quando i ragazzi si risvegliano dopo il

tentato suicidio non si meravigliano di essere vivi: probabilmente sono in uno stato di distacco dalla realtà

tale da non comprendere quanto accaduto e non saper prevedere adeguatamente le conseguenze delle proprie

azioni, come fossero in una crisi psicotica. La disperazione dell’adolescente che lo porta a uccidersi è dovuta

alla perdita della speranza di riuscire a farso amare, allo scocco della propria capacità di avere fiducia nelle

possibilità di recuperare l’amore e l’onore perduti. Il contesto affettivo e relazionale in cui nasce l’istanza

suicidale è collegato maggiormente al dolore della vergogna e non al sentimento di colpa. L’angoscia che

precede la trasformazione della latente fantasia suicidale in progetto e successivamente in azione, è molto

spesso legata al timore di subire una mortificazione intollerabile o alla reazione ad un evento relazionale o

sociale che è stato vissuto come umiliante e che lascia intuire quanto ancora di possa/debba soffrire in

termini di ferite narcisistiche.

Questi adolescenti sono molto fragili narcisisticamente, codificano con il registro dell’oltraggio e dell’insulto

anche le rotture sentimentali che provocano in lui un forte senso di vergogna: insuccesso scolastico

inaspettato, scherno dei compagni, giudizio negativo di un insegnate, litigio familiare o con un amico, sono

tutte situazioni che possono scatenare una vergogna acutissima nell’adolescente, esse aprono la strada a

vissuti di umiliazione sconvolgenti arrivando fino alla rappresentazione non sostenibile di essere stati

mortificati. Questa sensazione di infinita vergogna/mortificazione inibisce completamente le altre funzioni

mentali mandando in tilt il ragazzo e facendogli pensare che la soluzione migliore è quella di sparire. Questa

follia lucida che spinge il ragazzo a desiderare di sparire è paragonabile a una perdita di esame di realtà, al

desiderio di morte tipico della disperazione depressiva ma nel caso del nostro adolescente, la disperazione è

governata da rabbia, furore per l’insulto subito, desiderio di vendetta e riabilitazione.

Il corpo disponibile: l’attacco al corpo a volte viene fatto con modalità rabbiose, impulsive, ma non sempre,

la maggior parte delle volte la questione è più che premeditata, pensata al dettaglio in particolar modo il

momento in cui i genitori o coloro a cui è indirizzato il gesto troveranno il corpo fino al momento della

rinascita e dei chiarimenti. È proprio l’accanimento al corpo che costituisce il centro dei pensieri e affetti che

precedono e seguono il comportamento suicida. Quasi tutti coloro che tentano il suicidio hanno

precedentemente manifestato conflitto col corpo alterano per esempio la dieta alimentare, sviluppando vissuti

dismorfobici etc. i sintomi poi sono spariti fino al momento dell’attacco ufficialeà per poter realizzare il

tentativo di suicidio è necessario che il corpo sia vissuto come estraneo al sé, come un ambiente biologico,

non integrato al sé, non mentalizzato! Il corpo viene attaccato ma la maggior parte delle volte viene poi

risparmiato: restano delle ferite e il dolore ma il corpo è vivo: molti dei ragazzi che si risvegliano dopo un

tentato suicidio non sanno dire perché non si sono uccisi. In generale sappiamo che la tentazione della morte

accompagna molti adolescenti, fra gli studenti superiori almeno il 20% fantastica saltuariamente il suicidio;

si tratta di fantasie di morte e di suicidio frequenti in adolescenza e che documentano come essa rappresenti

una compagna di viaggio dell’adolescenza, occulta e tentatrice e che può divenire un chance per scampare a

mortificazioni narcisistiche.

La famiglia dell’adolescente che tenta il suicidio: anche il suicidio è espressione di un disperato tentativo

di recuperare il controllo, di difendere la propria identità minacciata dal disonore o dalla cancellazione, allo

stesso tempo è anche un modo per far capire che lui ha qualcosa da dire di molto importante ma che non sa

come dirlo o che è stufo dei sui infiniti intenti comunicativi non compresi. Il tentato suicidio appartiene a

quelle azioni finalizzate a riannodare i fili di un linguaggio spezzato, condensa e stratifica un gran numero di

informazioni, di segreti e di richieste di perdono, di accuse e di speranze: porta con se una comunicazione

che non deve essere perduta. Molto spesso il destinatario dell’ultimo messaggio è destinato a un genitore:

questo mostra come sia proprio la relazione con i genitori a scatenare la tentazione della scomparsa e come

sia inevitabile tornare a loro per assicurarsi che il messaggio sia stato recepito e compreso nelle sue più

remote intenzioni. Ciò che non devono fare i genitori è enfatizzare solo l’aspetto comunicativo del tentato

suicidio sdrammatizzando la gravità dell’azione.

La madre generalmente è la destinataria dei messaggi, il tentativo di suicidio le impone di essere ancora più

presente e disponibile di prima ma autorizzando e bonificando le manovre che vanno nella direzione di una

maggiore autonomia. I messaggi solitamente sono finalizzati a testare la disponibilità della madre ad

accettare un figlio “modificato” dall’adolescenza e sono incentrati sulla richiesta di perdono per la crescita

sfuggita di mano, giustamente punita da rovesci e frustrazioni accumulate (sessuali, scolastiche etc…). La

risposta della madre è complicata perché il messaggio è enigmatico e contraddittorio e perché deve quasi

sempre riuscire a trasmettere, con manovre acrobatiche, la disponibilità di dare più spazio pur garantendo

una vicinanza estrema e far capire al figlio che il suo nuovo oggetto d’amore è il benvenuto.

Per il padre il contenuto del messaggio mandato dal figlio è molto complesso, è difficile per lui organizzare

una risposta che sancisca la disponibilità a trattare e a far capire che c’è comunque un increscioso equivoco

perché mai avrebbe pensato di essere un ostacolo tanto grande per il figlio.

In generale la richiesta implicita del gesto suicidale è di aspettarsi un po’ meno dal figlio, tentare di non

deludersi, mantenere una visione d’insieme che consideri una media nazionale in cui il figlio rientra senza

eccessivi sforzi. La richiesta di perdono riguarda invece il mancato sviluppo di competenze e abilità, le

disdette di patti sottoscritti nel tempo, il voltafaccia per seguire altre prospettive diverse da quelle dei

genitori, è una richiesta di non indignarsi, di stare vicino ma con modalità contemplative e non di allenatore

focoso. Il tentativo di suicidio come abbiamo già detto è caratterizzato da richieste di ascolto, proteste,

desiderio di essere riaccolto, perdonato e legittimato pur nella differenza dai genitori. Il gesto suicidale nasce

e finisce nella relazione con i genitori, una volta tentato il suicidio i genitori sono molto più disponibili ad

ascoltare quello che il figlio ha da dire ma lui tendenzialmente non ha idea di come dire ciò che prova a

parole, il suo gesto ha già detto tutto, e questo rende molto difficile e imbarazzante la ripresa la

comunicazione verbale e non.

La morte di un compagno di scuola: il suicidio di un adolescente è un evento drammatico, difficile da

capire, perdonare ed elaborare. Gli amici più intimi e i compagni di classe dovranno lavorare a lungo per

elaborare una perdita inspiegabile di cui non hanno potuto condividere i motivi. La prevenzione primaria al

suicidio è molto difficile da fare, ma quella secondaria (a posteriori) invece è più fattibile. Un intervento di

prevenzione secondaria utile è la presa in carico dell’adolescente che ha tentato per la prima volta il suicidio,

per cercare di aiutarlo a risolvere in altro modo ciò che lo tormenta. Il principale fattore di rischio di morte

per suicidio infatti, è l’averlo già tentato in passato. Altro fattore di rischio concerne l’effetto reclutamento

che può avere in una comunità giovanile il tentato suicidio di uno dei suoi membri. In questi casi i

“sopravvissuti” sono esposti al rischio di idealizzare il compagno scomparso e il suo gesto che viene così

glorificato facendo correre il rischio ad altri ragazzi coinvolti di volerlo emulare.

3. SVILUPPO DELLA RESPONSABILITA’, TRASGRESSIVITA’ E ANTISOCIALITA’

La trasgressività è caratteristica dell’età adolescenziale in cui si iniziano a mettere in discussione le regole

educative e sociali, spesso p difficile capire fino a che punto un atteggiamento trasgressivo è espressione di

un desiderio di crescita e dunque è un modo per accedere al ruolo sociale e psicologico adulto, o è

manifestazione di un disagio individuale/difficoltà evolutiva che si tramuta in un comportamento antisociale.

Il significato dei comportamenti trasgressivi va ricercato nel periodo storico in cui avvengono, in questo

momento per esempio non sono giustificati da ideologie politiche e non rappresentano quindi un attacco al

potere degli adulti, ma è piuttosto una trasgressione privata all’insegna di piacere e divertimento che non

vuole mettere in discussione lo stato delle cose e resta spesso confinata nell’attività ludica.

Gli atteggiamenti degli adolescenti nei confronti della trasgressione: sono state fatte molte ricerche a

proposito, le più recenti sottolineano una grande trasversalità nella tendenza alla trasgressività che non

coincide con un area di rischio evolutivo o disagio sociale: saper trasgredire e rischiare sembra essere una

condizione necessaria per il successo in una società sempre più competitiva. Saper correre dei rischi è

correlato ad assumersi delle responsabilità. Alcuni fenomeni di trasgressione vengono interpretati come

forme di espressione di libertà (uso di droghe leggere, uno di materiale pirata, rapporti prematrimoniali,

rapporti omosessuali, convivenza…). È diffusa tra i giovani l’opinione che non dovrebbero essere

regolamentati socialmente i comportamenti che appartengono all’area privata (comportamenti sessuali, uso

droghe leggere, alcool…); la conseguenza è che si delinea un sistema normativo fondato su un’etica privata

più che pubblica, non sostenuta da ideologie/sistemi politico o religiosi e quindi scarsamente condivisa dalla

comunità sociale.

Una ricerca ha delineato 4 tipologie di adolescenti: IMPEGNATI (sensibili al bene comune, tolleranti, attenti

alle aspettative delle persone), PUNITIVI (più orientati a sostenere il valore della legge e delle autorità),

DEFILATI (evadono impegni morali e sociali, sostengono l’importanza di disporre di beni, tutto è consentito

se non esplicitamente vietato), OPPORTUNISTI(seguono soprattutto il tornaconto del momento). I 4

atteggiamenti variano in funzione di età ed estrazione culturale. In generale rifiutano i comportamenti lesivi

per la persona, azioni violente, vandalismo etc.

Trasgressione e transizioni evolutive: diverse teorie spiegano il rapporto trasgressività-adolescenza, tra i

principali fattori implicati abbiamo: aumento impulsività, difficoltà di mentalizzare, messa in discussione

autorità adulti, nuove esigenze di autonomia, diffusione di responsabilità favorita dal far parte di un gruppo.

BLOS sottolinea la dimensione impulsiva e regressiva del comportamento trasgressivo, è come se

adolescenti e preadolescenti fossero sopraffatti da desideri pregenitali che non sono ancora capaci di

organizzare nel nuovo sé sotto il primato della genitalità.

TEORIA DELLA TRANSIZIONE EVOLUTIVA: La trasgressività è da ricondurre soprattutto alle maggiore

opportunità decisionali dell’adolescente che derivano da una sua maggiore autonomia. I comportamenti

trasgressivi sono soprattutto indici di transizione che l’adolescente usa per indicare in maniera esplicita o

meno il suo passaggio all’adultità; possono essere visti come catalizzatori del cambiamento e possono

assumere un valore di segno di disagio della transizione quando il ragazzo si trova davanti a un sovraccarico

di compiti evolutivi e quando le sue esigenze evolutive non coincidono con l’offerta del contesto di sviluppo.

àENTRAMBE LE PROSPETTIVE MOSTRANO L’IMORTANZA DELL’ ASSUNZIONE DI RUOLI

SOCIALI E DELLE RELATIVE TRANSIZIONI. IL COMPORTAMENTO TRASGRESSIVO è INDICE DI

UN PASSAGGIO.

La trasgressività può essere messa in relazione alle caratteristiche dello sviluppo morale dell’adolescente. In

adolescenza infatti si assiste a un passaggio da una concezione morale più rigida (super-io), alla concezione

dell’ideale dell’io in cui il soggetto rivede e si riappropria dei sistemi di valori che muovono il suo

comportamento. Anche Kohlberg sostiene che prima dell’adolescenza i bambini non abbiano una moralità

matura, essa è guidata da atteggiamenti di obbedienza, evitamento della punizione e da bisogni strumentali;

segue un fase convenzionale in cui l’accento è posto sul rispetto delle regole sociali e dell’autorità; poi c’è

uno stadio post-convenzionale in cui vi è mutuo rispetto, convenzionalità e concezione differenziata

dell’etica. ATTENZIONE SOPRATTUTTO SU DIVIETI E COME BAMBINI/ADOLESCENTI VI

RISPONDONO.

Altri autori propongono un modello per stadi che però pone l’attenzione sul RAGIONAMENTO

PROSOCIALE: stadio edonistico seguito nella preadolescenza da ricerca di approvazione degli altri con lo

sviluppo di capacità empatiche; in adolescenza poi c’è soprattutto un riferimento alle norme interiorizzate e

lo sviluppo di una maggiore considerazione dei diritti altrui.

Questi vari modelli di sviluppo della morale, oggi vengono messi in discussione perché è difficile dimostrare

che diversi tipi di moralità o prosocialità si susseguono in livelli gerarchici progressivi, la moralità è stata

intesa in modo troppo globale e non in funzione dei diversi ruoli affettivi. A seconda dell’ambito che si

osserva una persona può essere più o meno “evoluta” rispetto ad altri ambiti! Le differenze di genere inoltre

sono piuttosto importanti: le femmine hanno un maggiore orientamento alla relazione piuttosto che al diritto,

mentre i maschi tendono a ragionare in modo più impersonale. Inoltre non sempre le differenze degli stadi e

quelle di genere evidenti e che in buona parte dipendono dal contenuto del dilemma morale. Si è inoltre

dimostrato che molto spesso le differenze nei comportamenti trasgressivi dipende dai meccanismi di

DISIMPIEGO MORALE che vengono usati (Bandura). (meccanismi che ci permettono di giustificare con

forme distorte di ragionamento le nostre azioni negative, sono come una sorte di doppia morale). Sono:

- giustificazione morale: si fa appello a scopi morali

- etichettamento eufemistico: gli eufemismi permettono di ingentilire le offese dando loro uno status di

rispettabilità (picchiare quelli fastidiosi è un modo per dargli una lezione)

- confronto vantaggioso: confronto la mia azione con una più grave

- dislocazione della responsabilità: rinvio della responsabilità propria ad altri (ero costretto, lui mi

provocava)

- distorsione conseguenze: svalutazione gravità danno

- deumanizzazione della vittima

- attribuzione di colpa alla vittima

i valori e le scelte morali sono più orientati dagli ideali di ruolo che dal livello di sviluppo cognitivo e può

essere utile considerare le scelte etiche come funzione di un complesso rapporto tra ideali morali,

convenzioni sociali e atteggiamenti interpersonali, che sono tutti e tre sistemi separati. L’analisi dello

sviluppo morale deve tenere presente tutti questi fattori.

Lo sviluppo dei comportamenti trasgressivi e antisociali: la trasgressione è una caratteristica così diffusa

anei comportamenti adolescenziali da essere condivisa dalla maggior parte della popolazione, non è

infrequente che un adolescente commetta un piccolo furto, danneggi oggetti pubblici o faccia uso di sostanze

illegali, ma i comportamenti trasgressivi e antisociali si differenziano per gravità. In generale sono in parte

espressione di un tendenza/fase specifica alla trasgressività, ma anche manifestazione di veri e propri disturbi

evolutivi o psicopatologici che esprimono si esprimono attraverso il comportamento. Tipicamente le

trasgressioni sono: furto, danneggiamento di oggetti, consumo di sostanze; avvengono in un clima concitato

ed eccitante, in coppia o piccoli gruppi; i maschi sono solitamente più coinvolti (12-13 anni vandalismo e

aggressioni, 14-15 anni furto e trasgressioni hanno a che fare con uso e spaccio sostanze).

Continuità e discontinuità tra trasgressività e devianza sono frutto di diversi fattori che variano a seconda dei

comportamenti esaminati e dei significati implicito o meno che vengono loro attribuiti in una certa cultura:

un giovane per esempio non valuta come legalmente perseguibile fumarsi le canne ma la società invece si.

La presenza di un singolo comportamento non è sufficiente a indicare tendenze antisociali/delinquenziali in

un adolescente, gli adolescenti antisociali manifestano infatti comportamenti trasgressivi più frequenti e più

gravi, il loro comportamento trasgressivo è indice di una forte difficoltà d’inserimento sociale e di sviluppo

dell’identità adulta. Ci sono diversi modi con cui si può sviluppare un comportamento antisociale:

- ci sono ragazzi che già in età prescolare manifestano difficoltà di adesione alle regole, problemi di

comportamento e iperattività. Da adolescenti spesso sviluppano comportamenti violenti.

- Ci sono ragazzi non particolarmente violenti che iniziano a manifestare comportamenti antisociali

nella tarda infanzia/prima adolescenza; spesso commettono trasgressioni meno gravi e

prevalentemente in gruppo.

- Uno di sostanze. Inizia solitamente a metà adolescenza e non vi sono altre violazioni sistematiche

delle regole.

Il percorso di sviluppo antisociale dall’infanzia all’adolescenza è abbastanza standardizza: problemi di

attenzioneàcomportamenti aggressivi e/o ritirati + umore depressoàuso di sostanze in adolescenza,

comportamento sessuale precoceà comp. antisociale e delinquenza. È importante l’età di insorgenza di

questi comportamenti. In generale adolescenti con frequenti comportamenti antisociali tendono ad essere

bambini iperattivi, con problemi di apprendimento, oppositivi, difficoltà ad andare d’accordo coi compagni,

tendono ad avere problemi di umore con tendenza a sentirsi abbattuti; da adolescenti tendono ad essere

impulsivi e a cercare esperienza eccitanti e se questi comportamenti persistono anche nella tarda

adolescenza/prima giovinezza tendono a diventare alcolismo, irritabilità al lavoro, difficoltà di relazione con

famiglia e amici, tendono a fare debiti, giocano d’azzardo e spesso usano la violenza come risposta alle

difficoltà/frustrazioni della vita anche se non persistono i comportamenti delinquenziali.

Pittsburgh Youth Study: studio sull’antisocialità minorile che si prefigge l’obiettivo di esaminare i fattori che

concorrono all’insorgere di delinquenza, uso di sostanze, comportamento sessuale precoce o problemi

mentali. Quello che si è osservato è che su tutto il campione, il 44% mostra assenza di delinquenza, tra i 7 e i

10 anni questa percentuale accelera ma verso i 12 anni 1 ragazzo su 2 mostra qualche comp. delinquenziale

di diversa gravità e 1 su 10 grave. Tra i 13 e i 14 anni il 64% ha commesso un furto, il 35% violenza, il 26%

atti di vandalismo, il 38% frode, e il 48% più di un comportamento trasgressivo. La correlazione tra la

gravità della delinquenza e la varietà dei comportamenti delinquenziali è maggiore nel campione dei più

grandi. Solitamente si inizia con una piccola delinquenza seguita da precoce consumo di birra/vino e poi

comportamenti sessuali precoci; delinquenza moderatamente grave e poi uso di tabacco fino a una

delinquenza grave e all’uso di droghe.

Tra i fattori che favoriscono l’insorgere di questi comportamenti abbiamo: mancanza di senso di colpa,

problemi di iperattività, impulsività, deficit d’attenzione, ritardo scolastico, basso rendimento scolastico; a

livello familiare influiscono uno scarso controllo, poca comunicazione tra i genitori e figli, uno delle

punizioni fisiche, uso di droghe da parte dei genitori, problemi di ansia e depressione; aspetti

socioeconomici: famiglia seguita da assistenza sociale, basso livello socioeconomico, casa piccola, padre

disoccupato madre con basso livello scolastico; variabili demografiche: famiglia divisa, etnia, madre

giovane; residenza in un quartiere a rischio.

Delinquenza: in generale il comportamento delinquenziale è piuttosto stigmatizzato dalla società. La

risposta che un adolescente riceve davanti al suo comportamento può costituire un fattore di rischio o di

protezione a causa dell’effetto etichettamento e di definizione della sua identità. Sono soprattutto i mass

media che fomentano la distorsione negativa di questi comportamenti creando allarme sociale a volte più di

quanto non sia necessario: molto pensano che negli ultimi anni la delinquenza minorile sia aumentata

moltissimo, in realtà dagli anni ’80 si sta assistendo a una diminuzione. In generale l’antisocialità minorile è

soprattutto appropriativa. A livello europeo negli ultimi decenni sono aumentati soprattutto le violenza contro

la persona ma non gli omicidi che sono invece più legati ai paesi che permettono possesso di armi. Gli

adolescenti comunque preferiscono il suicidio. Le differenze di genere si stanno assottigliando anche se i

reati rimangono maggiormente maschili, quando una ragazza commette un reato, se non è a causa di un

legame sentimentale con un ragazzo delinquente, solitamente ha problemi psicopatologici gravi e commette

reati più gravi. L’età principale in cui gli adolescenti commettono reati si sta alzando forse anche perché la

soglia della scuola dell’obbligo si è alzata: si è osservato che in generale il maggior numero di reati viene

commesso da coloro che stanno vivendo la transizione tra fine della scuola dell’obbligo e mondo del lavoro,

periodo in cui si hanno forti incertezze sul proprio futuro, identità e dove c’è un minore controllo sociale.

Solitamente i reati vengono commessi in gruppo ma non è che si tratti necessariamente di una gang unita

dall’intento di arrecare danno; il gruppo crea deresponsabilizzazione del singolo e moltiplica la tendenza

antisociale. L’Italia è in una posizione privilegiata rispetto a tanti altri paesi tra cui gli USA, il tasso di

delinquenza minorile è piuttosto basso. Gli adolescenti che commettono reati hanno uno stile di vita

irresponsabile (abbandono scolastico, difficoltà a trovare e mantenere un lavoro) aggressività, reattività,

problemi sociali, emotivi e comportamentali nella vita adulta con anche un disadattamento sociale. Ci sono

poi casi più gravi che vengono indicati come patologici: sono ragazzi che commettono reati molto più gravi

ma che solitamente conducono una vita normale, frequentano la scuola e non hanno problemi nel controllo

dell’impulsività. Sono spesso narcisisti, freddi, duri, senza empatia ne senso di colpa, hanno un’aggressività

attiva e sadica. Altri adolescenti possono avere patologie diverse che li portano a perdere l’esame di realtà

(disturbo mentale). In generale queste dimensioni patologiche si intrecciano con le patologie del contesto di

vita e dello sviluppo dell’adolescente: se si cresce in una cultura individualistica che non considera

antisociale le trasgressioni ma piuttosto un modo per inserirsi nel gruppo.

Nella spiegazione del sorgere del comportamento delinquenziale è importante la combinazione di una

predisposizione individuale (tratti temperamento) con negative interazione educative che trasformano le

predisposizioni in problemi di comportamento attraverso la costruzione di sistemi di aspettative nelle

relazioni interpersonali. Questi sistemi di rappresentazione di sé e dell’altro acquistano particolare

importanza nel momento in cui l’adolescente deve crearsi una sua identità e definire il suo sé; userà il

comportamento antisociale come modo per costruirsi un’identità. La messa in atto dei comportamenti

dipende dalle motivazioni e dai sistemi di valori individuali in relazione alle opportunità del contesto

territoriale, in funzione degli scopi. L’antisocialità degli adolescenti p soprattutto spiegata da variabili

psicologiche e relazionali; i fattori familiari contribuiscono più indirettamente al sorgere della devianza e

anche i fattori sociali esercitano un loro peso attraverso i fattori familiari. I problemi di comportamento sono

di norma mantenuti dalla messa in atto di schemi educativi inadeguati: è un circolo vizioso. Il

comportamento antisociale può essere letto come una difficoltà evolutiva nella costruzione dell’identità

sociale maschile. La mancanza del proprio valore del sé sociale maschile, che l’adolescente percepisce e che

può essere effetto di una mancanza nella realtà interna o esterna, può essere allora risolta con

l’appropriazione (furto) o autoaffermazione aggressiva; la fragilità della nuova sessualità può essere

esorcizzata con la violenza sulla donna; la paura di dipendenza con lo spaccio.

l’antisocialità è legata, dal punto di vista del minotauro, alla difficoltà di costruzione dell’identità che regola

l’assunzione di responsabilità del comportamento: la capacità di sentirsi in colpa, di rispondere, di

impegnarsi. Queste capacità di basano su uno sdoppiamento dell’idea di sé che porta a fare in modo che una

persona possa sentire di dover rispondere degli esiti del proprio comportamento al di là delle proprie

intenzioni. La responsabilità è un atto soggettivo, non coincide con intendere e volere, implica la capacità di

assumersi un impegno all’interno di un legame sociale, riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e

essere disponibile a riparare errori commessi. L’intervento psicosociale è infatti volto alla progressiva

responsabilizzazione del minore quale che sia il livello di difficoltà che ostacola il suo inserimento sociale a

prescindere dalle sue cause. Gli interventi più efficaci sono multimodali e integrati, orientati a riconoscere un

senso soggettivo al comportamento trasgressivo e a sostenere l’acquisizione di responsabilità del

comportamento favorendo la costruzione dell’identità dell’adolescente e il suo inserimento sociale. Quando

sono nelle prime fasi di adolescenza è quasi indispensabile un intervento anche con i genitori e la scuola.

Anche la prevenzione è utile: sostegno a madri sole, interventi domiciliari, supporto di famiglie affidatarie,

interventi nelle scuole…

4. ADOLESCENZA E SOSTANZE PSICOATTIVE

L’uso di droghe tra gli adolescenti è un fenomeno molto diffuso, l’ampia diffusione del consumo ha portato a

ritenere che l’uso di droghe sia diventato un aspetto della costruzione dell’identità. Gli adolescenti che

rifiutano l’uso di sostanze sono una minoranza così come quelli che sviluppano una dipendenza. La

costruzione dell’identità prevede anche una presa di posizione circa le droghe, e quanto decidono nel corso

dell’adolescenza andrà a influenzare il loro futuro.

Storia: fin dall’antichità abbiamo traccia dell’uso di droghe per i più svariati motivi: sconfiggere il dolore,

ricerca piacere, ampliare le capacità percettive…l’uso adolescenziale di sostanze però è un fenomeno molto

recente che vede il suo inizio circa 40 anni fa. Fino agli anni ’50 l’uso di droghe era elitario (artisti, poeti,

medici, pazienti), è dagli anni ’60 che emerge l’uso di droghe come fenomeno giovanile creando un allarme

sociale. Vengono importati dal Marocco e dall’India hashish e lsd, e in occidente si diffondono che si

oppongono ai valori tradizionali (sono lente, meditative e non competitive), si ricercano stili di vita differenti

da quelli dei propri padri, ci si oppone al conformismo, alla cultura repressiva e al rigore adulto. Negli anni

’70 il mercato si amplia con l’arrivo degli oppiacei: inizialmente è un mercato piccolo e artigianale portato

avanti dai consumatori ma nel 1975 la criminalità organizzata si impossessa del primato e amplia

notevolmente il mercato, gli adolescenti nel sono consumatori ma solo marginalmente. Negli anni ’80

avviene un cambiamento notevole nella concezione dell’uso di droghe, non son più una forma di protesta ma

diventano un possibile supporto per il successo sociale, gli stili di consumo diventano meno estremi e l’uso si

diffonde a tutti i contesti sociali; la droga è disponibile ovunque e si abbassa l’età di prima assunzione

all’adolescenza. Nei primi anni ’80 abbiamo i primi casi di aids, i giovani iniziano progressivamente ad

abbandonare l’eroina (si usa prevalentemente per via iniettiva quindi è facile il contagio) e passano a

cannabis e cocaina (si fuma o inala). Nascono i primi servizi pubblici per tossicodipendenze. Negli anni ’90

la cocaina si diffonde ulteriormente, arrivano le droghe sintetiche che si diffondono tra gli adolescenti per la

facile commercializzazione (ecstasy). La cannabis è sempre più usata dagli adolescenti che ne depenalizzano

l’uso. Si consolida un sistema di volari orientato al rischio, alla scarsa disponibilità a prendere decisioni, ad

assumersi responsabilità e si afferma invece una cultura della performance in cui l’uso di sostanze psicoattive

è ritenuto lecito e pubblicizzato. Affianco a questo c’è anche una maggiore diffusione d’interventi per

modificare il proprio corpo, ampliando molto i confini del possibile e che consente di sentirsi artefici di

esperienze esistenziali.

Le droghe e il loro utilizzo, piccolo glossario: DROGA: qualsiasi sostanza chimica, naturale o di sintesi

capace di alterare l’umore, le percezioni e l’attività mentale. Esistono droghe legali, legali con prescrizione

medica (alcuni farmaci), droghe illegali. Tutte quante hanno un effetto psicoattivo ma sono assai diverse per

effetto che hanno e accettazione sociale. In ambito farmacologico sono classificate in base all’effetto che

hanno sul SNC:

- Droghe che deprimono il SNC (alcool e tranquillanti: riducono ansia e inducono sensazioni di

benessere e rilassamento. L’alcol viene usato ampiamente in adolescenza ed è legato ai processi di

socializzazione, alla ricerca di disinibizione e di una blanda euforia. I tranquillanti sono più ricorrenti

negli adulti.

- Droghe che riducono il dolore (oppiacei): alleviano stati d’angoscia e infondono tranquillità e calore.

Dosi eccessive possono portare anche alla perdita di coscienza. L’eroina è poco diffusa tra gli

adolescenti a causa del suo effetto di intontimento che è in antitesi con una cultura di affermazione

personale.

- Droghe che stimolano il SNC (amfetamina, cocaina, caffeina, nicotina): rendono vigili, aumentano la

performance, non fanno sentire fame e stanchezza. La nicotina è molto diffusa e la cocaina lo è

sempre di più.

- Droghe che alterano la funzione percettiva (cannabis, ecstasy, lsd): modificano le esperienze

sensoriali, percettive, spazio-temporali, creano euforia e fenomeni allucinatori. La cannabis è molto

diffusa, l’ecstasy meno.

L’età di primo contatto (il primo uso) è l’adolescenza, ma bisogna distinguere tra uso dipendente e uso non

dipendente. L’uso di droghe caratteristico degli adolescenti non è dipendente, è saltuario, occasionale.

Regolare (tutti i we). Quando parliamo di abuso ci riferiamo a fenomeni diversi: beve fino a non reggersi in

piedi, a perdere il controllo, fa uso costante eccessivo. L’uso problematico indica che una sostanza produce

effetti indesiderati nella vita sociale, relazionale e sulla salute del soggetto. Parliamo di dipendenza quando,

interrompendo la somministrazione, compaiono sintomi fisici caratteristici (crisi di astinenza). La tolleranza

è caratterizzata dalla necessità di aumentare le dosi per ottenere lo stesso effetto. Non tute le sostanze danno

dipendenza o tolleranza. Gli effetti dell’assunzione dipendono da diversi fattori: frequenza, dosi, modalità di

assunzione, caratteristiche farmacologiche. Anche le aspettative circa l’effetto della droga da parte di chi ne

fa uso influenzano il suo effetto: le caratteristiche biologiche, psicologiche e culturali sono importanti.

La diffusione del fenomeno: i dati a disposizione sull’incidenza dell’uso di sostanze sono lacunosi, è molto

difficile quantificare il fenomeno soprattutto per la sua mutevolezza assai veloce. La tendenza registrata negli

ultimi anni mostra un costante aumento nell’uso di cannabis e nuove droghe come l’ecstasy. È urgente

migliorare la conoscenza scientifica del fenomeno, la diffusione e le motivazioni.

L’alcol è stato sperimentato dall’80% degli quattordicenni, il 33% è bevitore assiduo, il 19% regolare, il 21%

occasionale, solo il 3% ne fa uso problematico. In generale sono aumentate le ragazze bevitrici del 104% tra

il ’95 e il 2000. L’uso di tabacco invece sembra essere diminuito, tra i 14 e i 24 anni, il 20% delle femmine

fuma e il 32% dei maschi; nella maggior parte dei casi non si tratta di dipendenza. Per quanto riguarda

cannabis e altre droghe illegali, è costantemente cresciuto negli ultimi 20 anni. Un giovane su due dichiara

che gli è stata offerta almeno una volta un tipo di droga: il 35% hashish o marijuana, il 10% cocaina, acidi o

ecstasy. Il 5% dei giovani si colloca in una zona di alto rischio per la vicinanza a più tipi di sostanze. Un

ragazzo su due ammette di aver provato a fumare e due su 10 che poi hanno continuato. L’accettazione

dell’uso di sostanze è alta: 2/3 accetta la cannabis mentre gli altri tipi di droghe sono per la maggioranza

rifiutati (l’eroina del tutto). La cannabis ha lo stesso livello di accettazione del tabacco.

Età di inizio: è specifica per ogni sostanza, in generale prima inizia più è probabile che continui/diventi

eccessivo. ALCOL E TABACCO: tra i 10 e i 15 anni (età in cui il fumo di sigaretta si è stabilizzato), da qui

in poi la probabilità di iniziare è più bassa. L’uso raddoppia tra i 14 e i 18 anni e il picco max si ha tra i 18 e i

34. I ragazzi bevono prima di più e con più frequenza delle femmine. DROGHE LEGALI: esordio in

adolescenza ma lo sviluppo nel corso della vita. DROGHE ILLEGALI: hashish e marijuana tra i 15 e i 17

anni, eroina e altre droghe pesanti 18-25 anni, cocaina 20-25 anni. Le femmine sono circa 1/3 dei maschi e il

livello di consumo è più basso in frequenza e quantità. C’è una relazione fra uso di sostanze illegali e

ingresso nell’età adulta: il loro consumo rimane piuttosto basso fino ai 14 anni, aumenta nell’adolescenza e

raggiunge il culmine tra i 18 e i 30 anni poi decresce drasticamente.

Sequenza nell’uso di sostanze e differenze di genere: esiste una sequenza nell’uso delle diverse sostanze

che prevede quattro stadi: 1. Birra e vino; 2. Tabacco e superalcolici; 3. Marijuana; 4. Altre droghe illecite.

Ogni stadio coinvolge meno persone rispetto a quello precedente, quello che ha un ruolo chiave nel

determinare il passaggio da uno stadio all’altro è la precocità nell’uso e il grado di coinvolgimento nel

consumo. Le motivazioni che portano all’uso di droghe diverse sono spesso profondamente differenti.

L’incidenza di uso è maggiore nei maschi, il minor ricordo delle ragazze all’uso di droghe è spiegato

soprattutto in relazione a un loro maggior coinvolgimento nella vita familiare e scolastica; l’uso di sostanze

da parte delle ragazze è incompatibile con il ruolo della donna (materna, femminile seduttrice). La donne che

fa uso di sostanze spesso viene vista come di facili costumi, promiscua, corrotta. Oltre a questo vi è anche il

diverso modo di declinare il desiderio di avventura tra maschi e femmine: i maschi devono mostrare di

conquistare il territorio, le femmine invece sono più introspettive quindi fantasticano nella loro testa e

condividono i sogni con le amiche. Se da un lato la loro educazione le ha protette, dall’altro ha favorito lo

sviluppo di un consumo solitario (alcol soprattutto tra le donne adulte). Per le adolescenti attuali

probabilmente le immagini rappresentative della femminilità non valgono più: l’uso tra le ragazze infatti è

aumentato. In generale la dipendenza è un fenomeno raro prima dei 20 anni.

Teorie dell’uso adolescenziale di sostanze: sono state fatte delle ipotesi per cercare di spiegare l’uso

adolescenziale delle droghe. In generale procurarsi droga è oggigiorno assai facile e molti decidono di vedere

che effetto fa. Le motivazioni che stanno spingono al primo contatto, ad un uso saltuario o stabile sono assai

diverse. Il primo contatto e l’uso saltuario o episodico sono legati soprattutto al bisogno esplorativo, al

desiderio di avventura e ai processi imitativi degli adolescenti. L’uso protratto e significativo è diverso: se un

ragazzo si affeziona alla potenzialità di una sostanza, inizierà a vederla come uno strumento per la cura di sé

poiché offre lui qualcosa di positivo.

TEORIA DEL COMPORTAMENTO PROBLEMATICO (Jessor e Jessor): condotte diverse (droghe,

precocità sessuale e atti devianti) tendono a presentarsi in un cluster; un soggetto coinvolto in una di esse è

spesso coinvolto anche nelle altre.

TEO DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE: gli adolescenti imparano nel corso del processo di

socializzazione a avere aspettative positive sugli effetti dell’uso di droghe. Questo avviene con l’influenza

dei coetanei e degli adulti soprattutto i genitori. Tanto più sono esposti a definizioni positive della droga

quanto più aumenta la probabilità che possa diventarne un consumatore.

TEORIE DEL COMPORTAMENTO DEVIANTE (Kaplan): l’uso di droghe viene messo in relazione al

fallimento: i comportamenti devianti sono una risposta ad un fallimento del proprio inserimento sociale, alla

mancata costruzione di un’identità positiva spendibile socialmente. Questi fallimenti fanno crollare

l’autostima e predispongono ad atti devianti che diventano strategie per costruirsi un’identità alternativa più

forte.

Altre teorie vedono i comportamenti devianti una risposta allo stress causato dalla non capacità di rispondere

alle richieste che l’ambiente fa all’adolescente.

TEORIA DEI COMPITI EVOLUTIVI (Maggiolini, Charmet): l’uso di droghe è letto come una modalità

preriflessiva di elaborazione del cambiamento e delle difficoltà a esso legate. Il consumo di sostanze è un

indice di difficoltà a simbolizzare il cambiamento evolutivo. Fare uso di sostanze può essere visto dal

ragazzo come un’attività antipensiero per cercare di modificare le emozioni anziché pensarle e interpretarle

come segnali del corpo. L’uso di droghe può essere paragonato ad una serie di attività che permettono

all’adolescente di decentrarsi dal sé sofferente alla ricerca di stati di sé alterati (sport estremi, guida

spericolata…). È un modo per evitare di pensare al proprio sé e allontanare la percezione di pochezza, di

fragilità e la precarietà della propria identità. L’adolescenza è una terra di confine: da un lato l’infanzia bella

spensierata sicura, dall’altro l’adultità incerta; l’angoscia di separazione è forte così come lo sono

l’individuazione e l’assunzione della propria identità sessuale. L’uso di droghe può essere visto come una

risposta alla percezione della propria vulnerabilità: alterare chimicamente i processi mentali interferisce con i

processi di simbolizzazione. La simbolizzazione consente di affrontare le situazioni difficili e dolorose

promuovendo rappresentazioni più nitide di sé e del mondo. Sotto l’effetto di sostanze, l’adolescente invece

può contemplare un’immagine di sé che rispecchia le sue aspettative, è vitale, creativo, il sé ideale diventa

accessibile e non più persecutorio. Da questo punto di vista il rischio maggiore della droga è la capacità di

offrire esperienze illusorie, la costruzione dell’identità adulta che è un processo duro e faticoso, con l’ausilio

delle droghe diventa magico e privo di sforzo. Il soggetto non cresce ma regredisce, si illude di essere

cresciuto ma non è così. Queste illusioni si oppongono all’elaborazione di costrutti mentali capaci di

sostenere la crescita.

Motivazioni dell’uso di droghe nella cultura adolescenziale: innanzi tutto bisogna dire che l’uso di droghe

ormai è un fatto generazionale non legato necessariamente a situazioni patologiche. Le droghe per gli

adolescenti non sono tutte uguali e hanno motivazioni differenti. In generale l’uso è legato a desideri

esplorativi, di avventura, alla ricerca di sensazioni piacevoli, alterate e amplificate, alla sedazione di

sentimenti dolorosi; le motivazioni possono essere più o meno importanti a seconda di sesso ed età.

CANNABIS: ne enfatizzano l’uso gruppale con motivazioni di autonomia e divertimento con l’intento di far

tacere le istanze di controllo regredendo a uno stadio ludico-infantile senza pensieri. È questione di stare

meglio con se stessi liberi dalla coscienza morale opprimente e rigida. Divertimento e spensieratezza.

ECSTASY: posta in relazione al divertimento, con la ricerca di un aumento di sensazioni e del senso di

potenza e resistenza alla fatica, al miglioramento dell’immagine di sé.

COCAINA: divertimento, aumento senso di potenza, forza e immagine di sé, negazione delle proprie paure,

EROINA: è la droga dei perdenti, incapace di dare smalto, rifiutata dalla cultura giovanile perché associata

ad un’immagine di perpetua dipendenza.

Adolescenti che rischiano di passare da un uso sporadico a una cronicizzazione del consumo: adolescente

precoce, con difficoltà a controllare gli impulsi, carente nella percezione del senso di colpa, iperattivo, scarso

supporto familiare, partecipa a gruppi di pari devianti, vive in quartieri a rischio, tende ad esternalizzare il

locus of control. Altri fattori di rischio sono eventi traumatici. Questo quadro di adolescenti consumatori li

mette in relazione con altre condotte devianti, in realtà non tutti gli adolescenti che usano sostanze hanno la

necessità di trovare una propria identità attraverso l’esternalizzazione e l’aggressione del mondo esterno.

Molti cercano soprattutto di scacciare i pensieri che mortificano e umiliano o di accendere la fantasia per

immagini del sé più gratificanti. Spesso l’uso di sostanze è legato alla necessità di stare calmi, far tacere la

rabbia, stare tranquilli e non pensare troppo. È un modo per mettere a tacere la mente che continua a sbatterci

in faccia il fatto che stiamo crescendo e cambiando.

5. LA PREVENZIONE

Una concezione evolutiva della formazione della persona e della psicopatologia considera ogni fase del ciclo

di vita un potenziale rimaneggiamento dell’equilibrio raggiunto nelle fasi precedenti riducendo il primato

dell’adolescenza. Il rapporto fra adolescenza e rischio è complesso ma bisogna distinguere tra normale

trasgressività e condotte che mettono a rischio l’incolumità della persona. Negli interventi di prevenzione è

importante valutare in che misura alcuni atteggiamenti e comportamenti rientrino nei normali processi di

individuazione e nella ricerca di sé, rispetto a quelli che comportano un grave pericolo per la salute e per la

crescita. L’attenzione al significato soggettivo attribuito dal ragazzo alle sue azioni, aiuta a dare un senso ai

comportamenti rischiosi, apparentemente inspiegabili. L’intervento educativo degli adulti ha un ruolo

importante per lo sviluppo adolescenziale, sono una guida a diventare uomini e donne responsabili. Al

momento le principali preoccupazioni dei genitori riguardano soprattutto la droga, la trasmissione di malattie

sessuali e il rendimento scolastico. Tra gli obiettivi più frequenti degli interventi di prevenzione troviamo la

riduzione dell’abbandono scolastico, miglioramento rendimento scolastico, diminuzione comp antisociali,

rinvio inizio consumo o riduzione di droghe alcol e tabacco, precauzioni rapporti sessuali, riduzione

gravidanze etc… l’adulto durante gli interventi preventivi assume un ruolo di mediatore che comprendere le

esigenze evolutive e le motivazioni del ragazzo con l’intento di aiutarlo a diventare un adulto responsabile.

I comportamenti a rischio: definiti come azioni intenzionali, dagli esiti incerti, che implicano la possibilità

di conseguenze negative per lo sviluppo dell’adolescente. Il rischio evolutivo è costituito dalla riduzione

delle probabilità che soggetti in età evolutiva hanno di crescere come adulti responsabili. Tra i

comportamenti a rischio abbiamo consumo di sostanze, incidenti dovuti a giuda imprudente, attività sessuale

non protetta, comp antisociali. I ragazzi che tendono a correre rischi hanno diverse cose in comune: basso

rendimento scolastico, no supporto genitoriale, poca resistenza all’influenza dei pari, tendenza ad agire

impulsivamente, residenza in quartieri a rischio. Dal pdv emotivo, i comportamenti a rischio sono correlati

con depressione e stress. Non ci sono prove a sostegno dell’ipotesi che il principale fattore di rischio sia la

mancanza di abilità cognitive che permettono di discernere giusto-sbagliato e valutare le situazioni. Ci sono

poi differenze di genere, i maschi sono più propensi a correre rischi.

Epidemiologia e prevenzione: non si ha ancora un quadro ampio dell’epidemiologia adolescenziale.

le diverse fasi dell’adolescenza presentano comportamenti e rischi specifici, così come vi sono rischi tipici

per maschi e femmine. La prima adolescenza (12-14 anni) è l’età più ricca di cambiamenti e difficoltà

(adattamento al cambiamento del corpo, aumento delle esperienze personali). È il momento in cui

l’adolescente è più fragile e più esposto a cambiamenti dell’umore. L’adolescenza di mezzo (15-16 anni) è

un periodo più tranquillo dal pdv delle trasformazioni psicologiche ma spesso è accompagnato da problemi

di adattamento scolastico. Nella tarda adolescenza (17-19 anni) le difficoltà sono legate soprattutto al

rapporto con l’inserimento nel contesto sociale allargato o a reazioni da stress dovute alle decisioni

necessarie al passaggio all’età adulta. I sentimenti di depressione sono più frequenti nella prima e nella tarda

adolescenza.

I disturbi adolescenziali vanno distinti da quelli infantili che si prolungano nell’adolescenza. È difficile

pronosticare l’evoluzione di un certo tipo di comportamento anche perché essa dipende dalla presenza o

assenza dell’associazione con altri comportamenti ugualmente a rischio. Altro fattore che complica le cose è

valutare il peso del contesto nel determinare l’evoluzione dei comportamenti, sia esso positivo o negativo.

Bisogna poi considerare anche il peso di fattori genetici, di fattori legati all’identità di genere e di fattori che

contribuiscono a delineare il confine normalità-patologia.

Esistono anche i fattori di protezione (contribuiscono a evitare o attenuare una situazione di disagio o un

comportamento a rischio), tra essi troviamo caratteristiche di personalità (simpatia, atteggiamento positivo,

livello di competenze), caratteristiche positive dei genitori, la presenza di figure adulte che possono

sostituirsi ai genitori come supporto, relazioni con adulti diversi dai propri genitori, maggiori opportunità

economiche e sociali. La maggiore parte degli adolescenti non presenta disturbi nelle diverse fasi, anche se

ovviamente esistono dei punti critici nel percorso evolutivo. Il 34% dei soggetti attraversa l’adolescenza

senza alcun tipo di problemi. La turbolenza considerata caratteristica dell’adolescenza è un fenomeno

importante ma non generalizzabile a tutti i giovani. In generale le ragazze hanno una superiorità di

funzionamento e tendono a risolvere nel corso del tempo i disturbi in cui possono incorrere; i maschi invece

mostrano maggiore stabilità nel disturbo.

Uno stesso disturbo osservato nella prima adolescenza va inteso come elemento evolutivo da valutare con

attenzione ma al di fuori della dimensione patologica, mentre un disturbo che persiste nella fase media

dell’adolescenza dovrebbe essere considerato con una certa preoccupazione.

Orientamenti nella prevenzione: in generale la prevenzione si pone degli obiettivi che siano di sostegno

all’adolescente nell’affrontare i suoi problemi. Tra gli obiettivi: rafforzare la consapevolezza individuale e

collettiva dei problemi evolutivi e incoraggiare comportamenti adeguati; promozione di condizioni sociali,

economiche e ambientali che favoriscano uno sviluppo positivo dell’adolescente; incoraggiamento del

sostegno sociale e del ricordo al sostegno sociale.

Teorie basate principalmente sull’aumento di competenze: bisogna puntare come misura preventiva efficace,

sull’aiuto fornito all’adolescente nel favorire la soluzione ai suoi problemi soprattutto migliorando le sue

capacità di rendersi conto della loro natura e di affrontarli con strategie alternative a quelle che usano di

solito.

Altri interventi si propongono di migliorare le capacità dei ragazzi di chiedere aiuto e di sfruttare le

opportunità offerte dal contesto, imparare a costruirsi una rete sociale.

Psicologia ambientale: la prevenzione va svolta agendo sull’ambiente e non sull’adolescente. Si agisce sulla

relazione tra soggetto e ambiente come ad esempio le ricerche-intervento per migliorare l’organizzazione

scolastica, interventi a orientamento clinico attuati in contesto istituzionale come la scuola. Questi interventi

sono mirati soprattutto a migliorare e fornire degli spazi e delle strutture in cui gli adolescenti possano avere

una vita sociale che offra stimoli positivi e che siano utili all’incontro dei ragazzi tra di loro e con un adulto

competente nell’ascolto e nel dialogo, capace di promuovere attività stimolanti che favoriscono il percorso di

individuazione. La prevenzione come educazione si realizza essenzialmente attraverso il fare insieme

all’interno di una relazione che valorizza le potenzialità del singolo. Questi interventi però non mirano ad

una elaborazione psicologica approfondita della realtà intrapsichica. Fare prevenzione in senso piscologico

significa avere come obiettivo primario l’elaborazione dei significati delle esperienze per migliorare la

consapevolezza di sé e sostenere lo sviluppo. Questo può favorire la mentalizzazione dei compiti evolutivi e

l’approfondimento delle motivazioni psicologiche che possono portare a interpretare i compiti in modo

distorto o attraverso comportamenti che vanno di fatto contro lo sviluppo. Modelli di prevenzione

psicologica:

1. l’attenzione sul fatto che i compiti evolutivi e i cambiamenti che essi richiedono sovrastano le

capacità dell’adolescente di affrontarli: i comportamenti a rischio possono diventare una strategia per

far fronte ai cambiamenti e i nuovi problemi. Gli interventi di prevenzione devono cercare di tenere

conto di queste difficoltà per aumentare le capacità dell’adolescente di affrontare le situazioni nuove

(sportelli di accoglienze nelle scuole medie che cercano di favorire l’integrazione degli studenti nelle

nuove scuole…).

2. Un altro modello propone di far risaltare le capacità ed autonomia del singolo, non solo cognitive e

scolastiche. Questo in un ottica in cui i comportamenti a rischio sono visti soprattutto come l’effetto

di un mancato adattamento tra le esigenze evolutive personali e i contesti di sviluppo che fanno parte

della propria vita, è un continuo oscillare tra dipendenza e autonomia. Un comportamento

rappresenta il tentativo di apparire grande e responsabile delle proprie azioni. E decisioni.

3. Parte dal presupposto che il modo in cui un adolescente affronta una nuova fase evolutiva dipende

fortemente dal modo in cui ha affrontato e risolto le fasi precedenti più o meno positivamente. La


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AUTORE

f.rob

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher f.rob di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del ciclo di vita e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Maggiolini Alfio.

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