Libro: Ga t ti no S., Mi g l i e t ta A. (2010). Cittadinanze nazionali e appartenenze culturali. Un'analisi psicosociale della cittadinanza. Liguori, Napoli.
Introduzione
Il mondo attuale, che pare sempre più aperto alle merci e agli scambi e sempre più chiuso alla circolazione e all’accettazione delle persone. Il termine cittadinanza si riferisce ad un insieme di regole, valori e pratiche che stabiliscono e disciplinano i rapporti tra soggetti che appartengono a gruppi sociali differenti, a prescindere dalle specificità individuali dei singoli membri. Essa è caratterizzata da diversi elementi:
- Può essere declinata in termini di status, da cui derivano diritti e obblighi.
- Appartenenza: la cittadinanza rimanda a una specifica forma di identità collettiva, caratterizzata dalla condivisione di tratti di natura linguistica, culturale, religiosa ed etnica ben definiti.
- Differenza tra forma di vita democratica, caratterizzata dal consenso e dalla partecipazione attivi, e l’assegnazione della cittadinanza sulla base di regole di appartenenza che sono di carattere passivo.
- Dimensione esclusiva: l’attribuzione di diritti ad alcuni gruppi sociali si accompagna con la negazione di questi stessi diritti ad altre categorie di soggetti, in forza della loro condizione di non-appartenenza.
Il contesto sociale entro cui le persone sono inserite assume particolare rilievo nel momento in cui si analizza la cittadinanza in chiave psicosociale. Il contesto è soggettivamente costruito a partire dalle categorie che le persone utilizzano per leggere ed interpretare la realtà sociale. È all’interno del contesto che il conflitto intergruppi assume un significato. Rispetto alla questione della cittadinanza, quest’ultima può manifestarsi in più forme: nei rapporti che le società intrattengono con gli outsider oppure dalla messa in discussione dei diritti di cittadinanza degli stessi insider. Parlare di cittadinanza significa, quindi, riferirsi ad uno spazio di convivenza particolare, caratterizzato da una molteplicità di dimensioni, elementi di complessità e contrapposizioni.
Capitolo 1: Cittadinanza e appartenenze culturali: i contorni del problema
La cittadinanza coinvolge l’identità politica e giuridica delle persone, definisce l’insieme dei diritti e dei doveri, nonché le modalità della partecipazione politica alla vita della comunità.
Una definizione di cittadinanza
Il significato moderno della cittadinanza nasce con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino in Francia, a seguito della rivoluzione del 1789, in cui si sostiene l’uguaglianza dei cittadini di fronte allo Stato. In questa concezione tutti i cittadini, ad eccezione delle donne, sono uguali poiché soggetti di diritto e, in quanto membri della nazione, ne detengono la sovranità in egual misura.
Attualmente la cittadinanza indica l’appartenenza di un individuo a uno Stato e richiama in particolare i problemi connessi all’acquisizione e alla perdita dello status di cittadino. In generale possiamo individuare due accezioni del termine:
- Coincide con lo status sociale del cittadino: il riferimento è all’insieme delle condizioni di ordine politico, economico e culturale che vengono garantite a chi appartiene a pieno titolo ad un gruppo sociale organizzato.
- Coincide con lo status normativo del cittadino: un soggetto viene ascritto all’ordinamento giuridico di uno stato in forza delle sue proprie connessioni territoriali, legami di parentela o per libera scelta.
Giovanna Zincone distingue 3 accezioni del termine cittadinanza:
- Sociologica: la cittadinanza coincide con l’insieme dei diritti garantiti al cittadino entro un sistema politico dato.
- Giuridica: la cittadinanza fa riferimento all’appartenenza di un individuo a una comunità che è sottoposta ad un determinato potere sovrano.
- Filosofico-politica: la cittadinanza è connessa all’ambito delle attività civili.
Igniatieff contrappone due modelli di cittadinanza:
- Cittadinanza attiva: connessa alla concezione repubblicana, che promuove un’idea partecipativa della libertà e intende la società come una polis. La cittadinanza è l’agire politico in vista del bene condiviso dai membri della comunità; è una sorta di identità civica di livello sovraordinato, che prende forma a partire dalla condivisione di una cultura pubblica e di un’appartenenza ad uno specifico Stato. Essa ha la funzione di unire i cittadini superando le loro specifiche identità in quanto membri di gruppi differenti. È una pratica che nasce dal sentimento di appartenere ad una comunità e dall’aspirazione ad agire insieme agli altri per conseguire il bene comune.
- Cittadinanza passiva: connessa alla concezione liberale del rapporto individuo-società, che rimanda ad un modello di homo oeconomicus, inserito all’interno di una società intesa come un’associazione, basata sul mercato, di individui in competizione. La cittadinanza è considerata uno status definito dai diritti soggettivi che consentono agli individui di perseguire i loro interessi privati in uno spazio immune dall’interferenza.
Nonostante le diverse definizioni, la cittadinanza ha alcuni elementi comuni che ne definiscono l’essenza: implica la conoscenza e la messa in atto dell’insieme di norme, leggi, accordi comuni che definiscono una specifica comunità, quanto il condividere con altri soggetti un sistema culturale di riferimento comune, riconoscendosi parte di esso e partecipando con altri degli stessi valori che la comunità ha prodotto. Insomma la cittadinanza è un dispositivo per coltivare un senso di comunità, uno spazio in cui gli individui superano le proprie differenze e si adoperano per il bene comune.
Secondo Kymlicka la salute e la stabilità di una democrazia moderna dipendono non solo dalla giustizia sottesa alle sue istituzioni fondamentali, ma anche dalle qualità e dagli atteggiamenti dei suoi cittadini: la loro capacità di tollerare e lavorare con altre persone che sono diverse da loro, la loro volontà di esercitare l’autocontrollo. La cittadinanza svolge quindi una funzione integrativa, anche sul piano giuridico dove si esprime nell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Il concetto di cittadinanza rende possibile definire la relazione fra un individuo e l’ordine politico-giuridico all’interno del quale è inserito, mettendo a fuoco il rapporto politico basilare e le sue articolazioni fondamentali (le aspettative e le pretese, i diritti e i doveri, le modalità di appartenenza e i criteri di differenziazione, le strategie di inclusione ed esclusione).
Marshall afferma la possibilità di distinguere tra tre tipi di diritti connessi allo sviluppo della cittadinanza:
- Civili: relativi ai diritti degli individui nella sfera giuridica.
- Politici: includono il diritto di voto e di accesso a incarichi pubblici.
- Sociali: comprendono tutta la gamma che va da un minimo di benessere e sicurezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società.
Da un punto di vista psicosociale la cittadinanza fa riferimento ad un soggetto attivo, che insieme ad altri costruisce storie, norme e valori condivisi. La nozione di cittadinanza è un principio che sottende la concezione dei legami che si creano tra gli individui e chiama in causa il più generale tema dell’identità e la questione delle relazioni intergruppi. L’altro, inteso come straniero, costituisce l’antitesi del cittadino, così come la questione della cittadinanza viene a toccare anche il tema dell’inclusione sociale. La cittadinanza ha, quindi, il ruolo di favorire il senso di appartenenza degli individui alla collettività e nel promuovere la responsabilità sociale.
La cittadinanza: ambiguità e contrapposizioni
Esistono due principali dicotomie. Da un lato la cittadinanza si presenta come un elemento di inclusione e di uguaglianza; in questo modo i confini che definiscono l’ingroup sono funzionali sia allo sviluppo di un senso di appartenenza alla collettività, sia allo sviluppo di un senso di lealtà nei confronti delle istituzioni. Dall’altro lato quegli stessi confini consentono di distinguere chiaramente tra chi fa parte della comunità dei cittadini (insiders) e chi ne è fuori (outsiders), così che la cittadinanza possa presentarsi più come uno strumento di esclusione che di inclusione.
→1 Dicotomia duplice concezione delle relazioni tra gruppi sociali:
- Prospettiva particolarista: il particolarismo è una tendenza che induce a porre l’accento più sugli elementi di differenza tra i gruppi che non sugli aspetti che li accomunano. Questa prospettiva ammette che la qualità umana si esprima in modalità differenti, tutte di pari dignità. Una posizione di relativismo spinto costituisce la premessa per il manifestarsi di quello che l’antropologa Stolke definisce fondamentalismo culturale, il quale afferma che le culture sono tra loro sostanzialmente incomparabili e che i rapporti tra individui portatori di culture diverse sono inevitabilmente conflittuali e, quindi, che la xenofobia è propria della natura umana.
- Prospettiva universalista: l’universalismo rimanda all’idea che la natura umana sia sostanzialmente unica, che gli esseri umani siano tra loro uguali e pertanto debbano godere di pari dignità. La tensione egualitaria, sottesa a questa prospettiva, implica un ideale di omogeneità che può confliggere con la tolleranza e la valorizzazione del diverso, il quale può essere interpretato come una deviazione dal modello ideale di essere umano.
La scelta da parte dello Stato di posizionarsi su uno dei poli determina una specifica formulazione delle regole: aderire alla concezione particolarista comporta l’adozione di criteri restrittivi, spesso fondati sul diritto di discendenza, mentre privilegiare il polo universalista conduce a scegliere criteri che enfatizzano la condivisione di quelle tradizioni e quei valori che si producono attraverso la convivenza.
→2 Dicotomia concezione attiva e passiva della cittadinanza. Questa contrapposizione porta con sé il riferimento al tema dei diritti e dei doveri, entrambi pilastri del contratto sociale tra l’individuo e lo Stato, che definiscono il ruolo e i limiti delle azioni di questi due soggetti sociali. Secondo Castles (1984) le persone a cui mancano la sicurezza della residenza, i diritti civili e politici non hanno l’opportunità di decidere in quale misura vogliono interagire con il resto della popolazione e in quale misura vogliono preservare la loro cultura e le loro norme; la scelta è già svuotata dalle disabilità legali.
Honneth nella sua teoria del riconoscimento distingue due forme di riconoscimento:
- Giuridico: assume il diritto come quadro di riferimento ed è indipendente dalle qualità proprie della persona in oggetto. Questa forma è del tipo sì/no, i diritti o si hanno o non si hanno.
- Sociale: corrisponde alla stima e al rispetto che viene accreditato ad un individuo. Questa forma, che fa riferimento all’insieme di valori su cui si fonda una società data, ammette considerevoli variazioni e gradazioni.
Questa distinzione permette di precisare il significato della nozione di altro, la quale rimanda ad un collettivo al quale, pur in presenza di un riconoscimento giuridico formale, spesso viene negato quello sociale. Tale negazione si applica all’interno gruppo al quale l’altro appartiene.
Margarita Sanchez-Mazas (2003) ha individuato due diverse concezioni della cittadinanza:
- Rappresentazione etnica: enfatizza gli aspetti di carattere etnico/culturale e individua, quali criteri di comunanza che definiscono l’appartenenza degli individui alla comunità, la condivisione della medesima storia e della medesima cultura. L’enfasi viene posta sul valore dell’appartenenza che si fonda su una comune origine etnoculturale.
- Rappresentazione democratica: pone l’accento sulle dimensioni democratiche e civili della cittadinanza, ovvero sul progetto politico che ne è alla base. Ricorda il modello repubblicano, articolandosi intorno ai concetti di comunità e partecipazione, funzionali al raggiungimento di fini comuni e condivisi. Questo legame rimanda al difficile rapporto con l’estraneo, il quale non condivide l’appartenenza e viene posto fuori dall’ingroup dei cittadini dal quale è separato da un confine netto. La creazione dei confini sottende una riflessione di carattere interculturale, in quanto i valori e le regole che permettono di definire il cittadino sono definite e costruite all’interno di uno specifico contesto culturale. Esse incidono, quindi, sulle politiche attuate dai diversi stati, che stabiliscono chi deve e chi può essere riconosciuto come cittadino e chi, invece, rappresenta lo straniero.
Le culture consentono di costruire, a livello sociale, un universo simbolico in cui viene tracciato un confine ideale che separa l’ingroup dall’outgroup e la gestione delle differenze culturali è connessa alla più generale questione della cittadinanza.
Cittadinanza e modelli nazionali di gestione della diversità
Le società multiculturali si dividono in:
- Società multinazionali: l’origine della diversità presente all’interno di uno stato-nazione è ricondotta all’incorporazione di minoranze etniche preesistenti. Le politiche di gestione della diversità culturale da parte di un governo prestano attenzione al tema dell’integrazione delle minoranze entro la società allargata.
- Società polietniche: l’origine della diversità presente all’interno di uno stato-nazione è ricondotta ai processi di migrazione di massa. In queste società non sempre i gruppi che nel tempo si sono insediati sul territorio vengono avvertiti come elementi fondanti dello Stato e parte integrante della nazione e molto spesso le politiche di integrazione riflettono l’orientamento ideologico del gruppo dominante.
L’analisi politica e filosofica ha consentito di individuare due modelli teorici principali attraverso i quali le società incorporano la diversità culturale e identitaria:
- Il modello assimilazionista di stampo francese: tende a rimuovere la questione della diversità, relegando gli eventuali particolarismi e le identità specifiche degli individui esclusivamente alla loro vita privata. Nelle società che fanno riferimento a questo modello si presume che gli immigrati e le eventuali minoranze nazionali si integrino entro la maggioranza, attraverso un processo unilaterale di adattamento culturale. Tale processo viene facilitato e accelerato dallo Stato attraverso l’adozione di politiche specifiche.
- Il modello pluralista di matrice anglosassone: le società sono concepite come una giustapposizione di comunità etniche e culturali tra loro in competizione, se non in conflitto, per il controllo dello Stato e quindi dell’accesso alle risorse. I diritti vengono conferiti all’individuo in funzione della sua appartenenza ad una comunità particolare, pubblicamente riconosciuta e sufficientemente potente dal punto di vista politico da riuscire a conquistarseli. Lo stato non interviene direttamente per promuovere la sopravvivenza delle culture minoritarie.
A questi due modelli se ne aggiunge un terzo di inclusione/esclusione differenziata, quello etnico. Tale approccio prevede che venga riconosciuta l’esistenza solo di alcune minoranze presenti sul territorio e che il loro livello di inclusione sia strettamente controllato dallo Stato. Nei paesi che favoriscono questo approccio i principi che regolano l’accesso alla cittadinanza sono restrittivi e basati sullo ius sanguinis. La naturalizzazione degli stranieri è comunque possibile, ma viene regolata in modo severo e sottoposta a procedure lente.
→Politiche di integrazione spesso esiste uno scollamento tra il loro aspetto normativo e la loro effettiva traduzione in pratiche sociali, politiche e amministrative, attuare a livello sociale. Queste contribuiscono a orientare gli atteggiamenti che i membri della maggioranza dominante hanno nei confronti delle comunità culturali minoritarie, nazionali o immigrate e, inoltre, incidono sulle effettive modalità di inserimento delle minoranze all’interno della società plurale. Le politiche adottate da uno Stato possono variare anche a causa di fattori quali: eventi di natura economica, politica, demografica e militare, nazionali e internazionali oppure gli orientamenti del gruppo di maggioranza.
Fattori in comune tra i modelli: convinzione che i membri delle minoranze debbano adottare i valori pubblici di cui la società di accoglienza è portatrice, tra cui l’adesione agli ideali democratici, alle norme espresse dal Codice Civile e Penale e ai valori della Carta Costituzionale.
Differenze tra i modelli:
- Il diritto attribuito allo Stato di interferire con i valori privati di cui gli individui sono portatori. Il modello pluralista sostiene che debbano essere rispettate le libertà individuali nella vita privata e pubblica, mentre quello assimilazionista sostiene che vi siano alcuni ambiti in cui lo Stato deve intervenire. Il modello etnico rivendica allo Stato il diritto di limitare l’espressione di alcuni aspetti ei valori privati specialmente nel caso delle minoranze immigrate.
- Considerare o meno la cultura di cui le minoranze sono portatrici come una risorsa. L’ideologia pluralista ritiene importante che siano mantenuti alcuni aspetti fondamentali della cultura minoritaria, mentre l’ideologia etnica richiede esplicitamente ai membri delle minoranze di abbandonare la cultura di origine e adottare i valori privati e la cultura della maggioranza.
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