La moralità e la percezione sociale
Capitolo 1: Una definizione di moralità legata ai gruppi sociali
La considerazione di ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, chiama in causa una vastità di temi, quali giustizia, affidabilità, la sincerità delle persone e la cooperazione. Ciò rende difficile una definizione del costrutto di moralità legata ai gruppi. Nonostante questo è possibile individuare due elementi fondamentali che fungeranno da guida per l’analisi:
- È stata riconosciuta nell’affidabilità la dimensione centrale e costante della moralità.
- I gruppi di riferimento sono fondamentali nella comprensione della moralità.
L'affidabilità come contenuto fondamentale della dimensione morale
Un considerevole corpus di ricerche ha evidenziato come le valutazioni che le persone fanno tanto di sé stesse quanto degli altri tendono a fondarsi su due dimensioni fondamentali di giudizio, definite calore e competenza.
- La dimensione della competenza fa riferimento alla valutazione di abilità legate all’intelligenza, alla capacità di completare compiti: queste abilità sono state spesso considerate come i principali indicatori di successo, tanto a livello individuale quanto a livello di gruppo.
- La dimensione di calore è considerata come una determinante alternativa dell’autostima delle persone, come un’informazione aggiuntiva che qualifica i giudizi legati alla competenza.
Modello del contenuto dello stereotipo: La dimensione del calore è utilizzata per indicare il modo in cui un individuo si relaziona alle altre persone ed è stata generalmente concettualizzata come l’essere affidabili e amichevoli con gli altri. Al contrario, la dimensione della competenza fa riferimento all’orientamento individuale verso il raggiungimento degli obiettivi.
Leach, Ellemers e Barreto: Hanno verificato che la dimensione del calore comprende due sotto-dimensioni, ovvero la dimensione di moralità e la dimensione di socievolezza.
- La socievolezza è associata alla cooperazione e con l’entrare in contatto con l’altro.
- Ma moralità si associa a specifiche caratteristiche del target sociale, quali ad esempio la fiducia, l’onestà, riguardanti più in generale la sua correttezza.
Inoltre, tra le varie declinazioni del concetto di moralità, l’aspetto dell’affidabilità sia il più importante in quanto è alla base della possibilità di fare inferenze sul mondo che ci circonda e di conseguenza, è alla base del nostro comportamento nei confronti degli altri. La centralità dell’affidabilità è legata a due sue caratteristiche:
- La definizione di affidabilità è largamente condivisa a prescindere dalla cultura di riferimento, ad esempio in una ricerca di Vauclair e Fischer è stato messo in luce come la percezione di disonestà di un comportamento, quale l’evasione fiscale, è simile tra gli intervistati di oltre 50 Paesi.
- La centralità dell’affidabilità nella definizione del costrutto di moralità è legata al suo potere inferenziale. Infatti, senza informazioni circa l’affidabilità di una persona o un gruppo non potremmo avere un’idea precisa della moralità di quella persona o di quel gruppo.
L'importanza dei gruppi nella definizione di moralità
La comprensione efficace della moralità deriva dal suo legame necessario e imprescindibile con i gruppi sociali.
La moralità come costrutto individuale
Gli studi individuali allo studio della moralità risentono certamente dei contributi filosofici, che hanno interpretato la moralità di un individuo come la vicinanza delle sue azioni a quelle che l’uomo morale metterebbe in atto.
- Smith: esiste un naturale senso di giustizia che spinge le persone a valutare positivamente coloro che rispettano le leggi che tutelano la vita e la libertà. Definisce lo “spettatore imparziale”, che agisce da censore rispetto ai comportamenti che violano queste regole fondamentali.
- Hume: gli esseri umani hanno un innato senso morale. L’autore parla di “spettatore giudizioso”.
- Kant: parla di “imperativo categorico” ovvero un’interpretazione razionalizzata della moralità. Inoltre considera la moralità come la sinossi definitiva dei comandamenti della ragione, comandamenti che definisce “imperativi”. Se gli imperativi ipotetici sono contesto-dipendenti (se ho bisogno di sfamarmi, devo mangiare), gli imperativi categorici non sono legati alla situazione e si riferiscono a ciò che l’autore chiama atto morale, ovvero quel comportamento che risulta corretto per qualsiasi persona in circostanze simili a quelle nelle quali un individuo si trova nel momento di eseguirlo.
Per quanto riguarda gli approcci individuali propri delle tradizioni psicologiche:
- Piaget: attraverso l’osservazione delle attività di gioco, ha compreso come si sviluppano le regole nei bambini. L’autore mette in luce il passaggio da una forma di pensiero denominata realismo morale (le regole vengono viste come un’imposizione esterna da parte dell’autorità) ad una forma di pensiero denominata relativismo morale (regole vengono viste come frutto delle intenzioni e del giudizio individuale piuttosto che come imposizioni esterne).
- Kohlberg: ha sviluppato una teoria secondo la quale lo sviluppo del ragionamento morale passa per 6 stadi, organizzati in tre livelli di complessità crescente.
- Preconvenzionale: (suddiviso in “orientamento premio-punizione” e “orientamento individualistico e strumentale”) l’individuo vive le norme morali e sociali come entità esterna a sé, non negoziabile. Il rispetto di tali norme deriva dall’evitamento delle sanzioni.
- Convenzionale: (suddiviso in “orientamento del bravo ragazzo o conformismo” e “sistema sociale e coscienza”) le persone iniziano a considerare le regole di comportamento come componenti del sé, ma l’adesione alla regola è ancora acritica.
- Postconvenzionale: (suddiviso in “contratto sociale e dei diritti individuali” e “principi etici universali”) l’individuo aderisce in modo pieno e profondo ai principi morali di natura universale, quali ad esempio la libertà e la giustizia.
Per quanto riguarda la psicologia di personalità:
- Il modello più diffuso è quello che descrive 5 caratteristiche: apertura all’esperienza, coscienziosità, gradevolezza, estroversione e neuroticismo. Nel corso del tempo o tratti legati alla coscienziosità e alla gradevolezza sono stati accostati alla dimensione morale.
- Sulla base di queste considerazioni Lee, Goldberg e Ashton hanno proposto il modello della personalità a 6 fattori, il modello HEXACO, che prevedere un fattore denominato Onestà-Umiltà, rappresentato dai tratti umiltà, onestà e affidabilità, la mancanza di furbizia e scaltrezza.
Nota bene: ad oggi sono numerosi gli studi che mostrano che le persone che si descrivono attraverso punteggi più bassi sul fattore Onestà-Umiltà tendono anche ad attribuirsi una serie di comportamenti non etici.
Questi approcci individuali allo studio della mortalità sembrano non considerare affatto i gruppi di riferimento, quando in realtà gli individui possono comprendere la propria moralità soltanto confrontandola con quella di altri significativi.
Il modello delle funzioni sociali regolatrici della moralità
- La moralità non può infatti essere un costrutto puramente individuale. Senza una visione condivisa di ciò che è da ritenersi giusto e ciò che invece è da considerare sbagliato in un determinano contesto sociale, le persone non avrebbero modo di formulare aspettative sul comportamento altrui, così come avrebbero difficoltà a decidere come comportarsi. Pertanto, la moralità facilita la coordinazione necessaria all’intento del gruppo per garantire l’esistenza stessa del gruppo.
- Inoltre, a partire dagli studi di Darwin, è stato sostenuto il valore adattivo della moralità: la tendenza ad aiutare gli altri sarebbe funzionale nelle relazioni di lunga durata. Quindi secondo questa prospettiva funzionalista, per un individuo agire moralmente equivarrebbe a sopprimere comportamenti di natura egoistica e individualistica e l’agire in modo morale all’interno del gruppo servirebbe principalmente a garantire la cooperazione (interdipendenza e reciprocità).
Nota bene: questa visione che vede la moralità al pari dell’altruismo e della cooperazione risulta essere troppo semplicistica.
- Per questo sono state sviluppate ulteriori ipotesi basate sulla teoria dell’identità di Tajfel e Turner. In questa ottica l’interdipendenza e la reciprocità non vengono più considerate come i meccanismi chiave, per l’interpretazione dell’agire morale. Diventano invece chiavi di lettura il mantenimento o il raggiungimento di un’identità sociale positiva.
- A questo proposito Ellemers e Van Den Bos distinguono 3 funzioni sociali dei giudizi morali:
- Definiscono l’identità: gli obiettivi e le caratteristiche delle persone e dei gruppi possono aiutare le persone a definire meglio chi sono e a quali gruppi desiderano appartenere. Inoltre, alla luce della teoria dell’identità sociale, una mancanza di moralità da parte di un membro del gruppo è lesiva non soltanto per la sua immagine individuale, ma anche per la componente sociale della sua identità, così come per l’immagine del gruppo nel suo complesso.
- Funzione legata alle dinamiche del gruppo: la moralità è determinante nei processi di regolazione interruppe, in quei processi che garantiscono la coordinazione dei membri, l’adesione alle norme e la gestione della devianza interna al gruppo. Sulla base di questo è comprensibile che una persona cerchi di acquisire rispetto, rispettando i dettami morali del gruppo stesso.
- Funzione sulle relazioni intergruppi: infatti la valutazione degli altri in termini morali determina ciò che pensiamo di loro, se siamo quindi disposti a concedere loro la nostra fiducia, se siamo disposti a cooperare o entrare in conflitto con loro. Infatti, quando i valori morali, centrali per la definizione dei gruppi e per la propria identità sociale, divergono molto tra l’ingroup e l’outgroup, le persone sperimentano intense emozioni negative. Questo perché le persone tendono ad apprezzare maggiormente coloro che condividono i propri valori morali.
Inoltre, gli autori hanno considerato il ruolo che la moralità svolge a livello intrapersonale, considerando processi come il rapimento morale o le intenzioni morali.
Approccio intuizionista allo studio della moralità: la teoria dei fondamenti della morale
- All’approccio intuizionista alla moralità, o meglio allo sviluppo del ragionamento morale, si contrappone al più classico approccio razionalista, visto che considera il giudizio morale non l’esisto di un ragionamento, quanto piuttosto un’intuizione innata.
- Secondo la teoria dei fondamenti della morale o delle intuizioni morali (Haidt), le intuizioni orali rappresentano degli insight che si presentano alla coscienza e che consentono di associare una determinata azione o ad un agente o ad una situazione.
- Secondo la teoria è possibile identificare 5 codici morali denominati: cura/danno; equità/reciprocità, ingroup/lealtà, autorità/rispetto e purezza/santità.
Ad esempio:
- Il codice cura/danno: rimanda alle questioni relative alla sofferenza degli altri e alla possibilità di prendersi cura di loro, tramite sentimenti di compassione.
- Il codice autorità/rispetto: richiama gli obblighi nei confronti delle gerarchie ed è quindi inerente ai valori del rispetto e dell’obbedienza.
- Il codice purezza/santità: ai valori di castità e autocontrollo.
Capitolo 2: Moralità, percezione di sé e formazione delle impressioni
Quando ci viene chiesto di descriverci in pochi minuti, in primo luogo ignoriamo il fatto che probabilmente tenderemo a sovrastimare la positività di tale valutazione, in secondo luogo utilizzeremo informazioni di diversa natura.
La percezione sociale: i primi studi
Esperimento Asch: Asch condusse degli studi per comprendere come si arrivasse, attraverso la combinazione delle informazioni presenti nel contesto sociale, a formare un’immagine globale di una persona sconosciuta.
- L’esperimento consisteva nel presentare una lista di caratteristiche inerenti un target sconosciuto. Sulla base di queste caratteristiche, veniva chiesto di scrivere una breve descrizione della stessa, indicando quali aggettivi descrivevano meglio la persona.
- Le condizioni sperimentali erano tali per cui ai partecipanti venivano presentante liste di tratti che differivano soltanto per una caratteristica:
- Condizione 1: intelligente, abile, lavoratore, caldo, determinato, prudente
- Condizione 2: intelligente, abile, lavoratore, freddo, determinato, prudente
- È stato notato come la sostituzione di un singolo elemento, producesse delle risposte molto differenti nei partecipanti.
- Successivamente l’autore sostituì le parole caldo-freddo con educato-brusco, tuttavia questa volta le descrizioni non differivano in modo così marcato.
- Questa differenza consente di concludere che alcune caratteristiche, come il calore, rappresentano tratti centrali che sono in grado di determinare l’impressione globale che si forma su una persona. Gli altri invece vengono considerati più periferici.
Nota bene: il modo che Asch intende la formazione di impressioni è stato chiamato modello configurazionale.
- L’ordine di presentazione delle caratteristiche determinava la formazione di impressioni differenti. Infatti, le informazioni presentate per prime hanno un impatto maggiore (effetto precedenza).
- Si può quindi notare come le persone formino precocemente le loro impressioni, non si limitano semplicemente a sommare le informazioni che hanno a disposizione.
- Le persone sembrano possedere degli schemi mentali che indicano quali caratteristiche sono associate tra di loro (una persona sarà anche gentile).
- Questi schemi mentali sono definiti teorie implicite di personalità.
Il modello configurazione è in opposizione al modello algebrico di Anderson: è la somma algebrica dei diversi pezzi di informazione disponibili a determinare l’impressione formata. Fiske e Neuberg hanno tentato di integrare questi due modelli, nel modello del continuum, sostenendo che questi due modelli non rappresentano alternative mutuamente escludenti, piuttosto gli estremi di un continuum di strategie che vengono attivate a seconda della quantità di informazioni disponibili, della quantità di risorse cognitive e della sua motivazione ad emettere un giudizio accurato.
- Quando incontriamo una persona siamo portati a categorizzarla sulla base di elementi salienti, questo avviene in modo automatico ed è poco approfondito.
- Per avere un’impressione più precisa, il processo di elaborazione chiama in causa l’impiego di energie cognitive.
La formazione delle impressioni sugli altri
- Wojcisze mise in luce che nella vita di tutti i giorni, formare delle impressioni sugli altri, sarebbe un processo basato sul criterio dell’interesse personale, inteso come la necessità di salvaguardare nell’immediato il benessere dell’individuo a fronte di possibili minacce.
- Questo permette di capire se una persona sia da approcciare o piuttosto vada tenuta a distanza. Questo genere di informazioni sono state definite da Peeters tratti vantaggiosi per gli altri, in quanto implicati sul benessere degli altri. Queste informazioni si differenziano dai tratti vantaggiosi per sé, i quali invece sono in grado di produrre vantaggio unicamente per la persona che li possiede.
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