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Libro: B ue c hl e r S. (2 0 0 4 ), Va l o ri c l i ni c i. L e e mo z i oni ne l t ra t t a ment o

ps i c o t e rape uti co. R a ffae l l o C o rt i na, Mi l a no , 2 0 1 2 .

Introduzione

Buechler è stata influenzata da:

1. la teoria delle emozioni e dalla concezione del ruolo delle emozioni nel funzionamento umano: il

concetto di salute che informa il suo senso di finalità della cura terapeutica implica di concedere spazio a

ogni emozione fondamentale. Le emozioni sono adattive e sono i modulatori più potenti delle emozioni

stesse, ci motivano.

2. Sullivan: il momento in cui un comportamento si manifesta e il modo in cui influisce sulla vita

interpersonale ci forniscono maggiori informazioni rispetto allo scopo e al significato di quel

comportamento. Buechler si sforza di aiutare il paziente a stabilire nessi tra esperienze che non aveva

ancora collegato tra di loro.

3. Erich Fromm: l’analista può sopportare lo sforzo di condurre l’analisi se ha un’idea sufficientemente

salda della finalità della terapia.

La curiosità, la speranza, la premura, il coraggio, il senso di finalità, l’equilibrio e l’integrità sono qualità che

manifestiamo come il risultato dell’impatto della formazione e dell’esperienza clinica sulla nostra

personalità. Per animare la teoria dobbiamo ricordare tutto ciò che abbiamo appreso sulla vita e

coinvolgerci a fondo nel lavoro. I pazienti ci conducono in luoghi sconosciuti e per affrontare lo sforzo di

tale incontro dobbiamo poter disporre di tutte le nostre risorse.

CAP.1 – SUSCITARE CURIOSITA’

Esiste un continuum che va da un atteggiamento di curiosa apertura mentale alla chiusura paranoide. Per

sollecitare la curiosità del paziente in analisi dobbiamo affrontare la spinta pervasiva della paranoia, in noi e

in lui. La curiosità non è innata, secondo McDougall è un istinto; gradi inferiori di estraneità suscitano

curiosità, gradi superiori scatenano la paura.

Il significato psicologico di questa emozione è coinvolgere l’individuo in ciò che è possibile,

nell’esplorazione e nell’attività costruttiva. La curiosità motiva i nostri forzi attivi, in analisi e nel resto della

vita, e seleziona l’attenzione.

La curiosità può essere una risorsa clinica. Essa offre all’analista una protezione dal burnout, poiché

conservarla può concorrere a equilibrare la sofferenza spesso suscitata dal lavoro clinico. La curiosità è

essenziale per:

- rivolgere l’attenzione selettiva, evitando ad entrambi i partecipanti di lasciarsi sopraffare dal materiale

clinico

- creare un contesto che permette altri scambi importanti

- promuovere l’integrazione di diversi stati del Sé in ogni partecipante alla terapia

- ampliare il materiale

- riflettere sul controtransfert

Occorre un compito intorno al quale organizzate la relazione con il paziente, la nostra curiosità deve essere

autentica, dobbiamo voler conoscere il paziente e noi stessi, sia coscientemente che in altri modi. Quando

Sandra l’autrice incontra un paziente nuovo le interessa sapere in che modo ha sentito parlare di lei, perché

l’ha scelta, perché si rivolge a lei in quel momento, da quanto tempo lo preoccupano i problemi descritti, la

situazione in cui è nato e tante altre cose. Mentre il paziente esplora la sua storia insieme a lei, quest’ultima

verifica e scarta delle ipotesi. Secondo Sullivan l’indagine dettagliata è il cuore del processo.

Levenson ha abbozzato l’approccio dell’algoritmo dell’analisi, il quale consiste in 3 tappe:

1. stabilire la cornice, includendovi le aspettative dei partecipanti rispetto al lavoro

2. rilevare le lacune nel materiale presentato in seduta

3. giocare fino in fondo le questioni transferali e controtransferali centrali

La curiosità dell’analista rispetto ai tasselli mancanti nella storia del paziente e al motivo della loro assenza

permette di condurre delle indagini che espandono il conoscibile. Egli ignora la possibilità di bollare il

paziente come pazzo, gli interessa di più la verità.

Suscitare la curiosità nel paziente è essenziale per l’esito dell’analisi, dato che rappresenta una fonte di

motivazione per il paziente nel lavoro terapeutico, malgrado la sofferenza che comporta, e gli permette di

essere un partecipante attivo nella propria analisi.

La paranoia inibisce la curiosità, si contrappone a tutto ciò che non ci è familiare, esclude l’esplorazione,

restringe la nostra visione, contrasta la sorpresa e limita la disponibilità al rischio. La paranoia cerca una

certezza che possa ancorarla, deve saper dove sta andando, prima di arrivare a destinazione, vuole

scoprire, non creare verità. Mentre la curiosità deve poter vagare liberamente, il focus si sposta

liberamente da un pensiero all’altro, la mente è sgombra da qualsiasi destinazione.

La differenza tra pensiero paranoide e non risiede nel modo in cui trattiamo le eccezioni alle nostre teorie,

se non le celebriamo allora ci interessa mantenere uno stato di certezza. L’analista deve vivere e amare le

domande, apprezzando l’avventura di andare ovunque lo portino i suoi interrogativi più che venerare la

stabile certezza.

Buechler propone 3 aspetti intrinseci al modo in cui ci rapportiamo alle teorie che hanno importanza nel

compito di aiutare il paziente ad accogliere una posizione di maggiore apertura (curiosa), abbandonandone

una di chiusura (paranoide):

1. l’analista propone una posizione di contrapposizione al pensiero paranoide, abbracciando l’incertezza e

l’ambiguità

2. l’analista invita il paziente a partecipare, in seduta, a un’esplorazione vitale e incoraggia la

sperimentazione di nuovi modi di essere curiosi

3. l’analista lancia una sfida relazionale

Il terapeuta spesso deve bilanciare due modi di essere terapeuta. Da una parte la sensazione di dover

assumere il ruolo di leadership, nel senso di dover aiutare la paziente a descrivere gli eventi emotivamente

significativi della sua vita e di interpretare le sue parole. Dall’altra intende promuovere in lei un tipo di

scoperta di sé più autodeterminata, che partisse maggiormente da lei.

Zeddies propose le 3 componenti fondamentali per agevolare la curiosità:

1. contrastò profondamente la chiusura mentale della paziente

2. agì da catalizzatore, invitandola a seguirlo nella sperimentazione di una curiosità che in seguito la

paziente avrebbe introdotto nella sua vita

3. le lanciò una sfida relazionale: fece in modo di non lasciarsi mettere da parte e rese difficile alla paziente

tenere la mente in chiusura

L’analista soppesa i rischi a ogni interpretazione che propone. Dobbiamo manifestare il nostro impegno nei

confronti della vita, a volte rispondendo quando sarebbe più sicuro tacere. Il paziente percepisce che

abbiamo delle buone intenzioni e che ci sforziamo di aiutarlo anche a scapito delle nostre certezze. In parte

il compito terapeutico consiste nell’affrontare apertamente e faticosamente gli interrogativi fondamentali

sulla vita, l’amore, le relazioni, le priorità e i valori che emergono in analisi e nel trovare un modo di

descrivere questo sforzo al paziente.

CAP.2 – ISPIRARE SPERANZA

La speranza ha una natura intrinsecamente interpersonale, poichè può essere un dono che un individuo fa

a un altro. Indipendentemente dal setting, se crede nelle buone intenzioni del clinico, il paziente può

conservare la speranza. Il paziente guarda all’analista per un cambiamento e un aiuto e quest’ultimo

incarna la speranza e l’aspettativa di cambiamento. A entrambi i partecipanti conservare la speranza

richiede:

- la spontanea sospensione dell’incredulità (il non voler credere)

- l’accettazione del mistero: non esiste una strada razionale per spiegare perché un insight sia possibile in

un determinato momento

- l’accettazione della contraddizione e del paradosso: Pizer considera la tolleranza del paradosso una

conquista evolutiva o terapeutica fondamentale

- è impossibile separare la speranza dalla fiducia: la fiducia è una convinzione che non poggia su prove

logiche e la fiducia nel processo consiste nella fiducia riposta nella persona del clinico

Non avere speranza, nel caso di speranza per la cosa sbagliata, salvaguardia la possibilità che un giorno

saremo in grado di sperare nella cosa giusta. Talvolta la mancanza di speranza è una consapevolezza di sé

che non è stata ancora lasciata crescere e trasformarsi in speranza realistica. Spesso le persone sperano in

cose sbagliate (ES: il paranoico vuole una certezza impossibile, spera che, afferrando meglio ciò che gli altri

intendono realmente, sarà più in grado di trovare la rotta nel mondo interpersonale. Il narcisista ripone le

proprie speranze in una riflessione su di sé che esalta l’Io, ma sa che se anche ottenesse quanto chiede, ciò

non lo rassicurerà adeguatamente rispetto al suo valore autentico), ma la speranza nella cosa sbagliata è

sempre debole.

Per essere genuinamente speranzoso, l’analista deve essere sicuro di fare tutto il possibile per far

progredire l’analisi. La speranza dell’analista reca in lui l’autoconoscenza rispetto alla forza della sua

autodeterminazione a realizzare qualcosa. Possiamo riconoscere gli ostacoli emotivi della speranza e

lavorarci sopra in noi stessi, negli analisti che seguiamo in supervisione e nei nostri pazienti, ma non

possiamo costringere qualcuno a sperare.

Il modo in cui generiamo speranza è incoraggiando la sperimentazione con la vita: molti pazienti vengono

in cura con una gamma molto ristretta di possibilità rispetto a chi possono essere, parte del lavoro consiste

nel rischiare di sperimentare diversi modi di essere nel mondo che possono offrire un modo migliori di

vivere. Invece di assumere un approccio più sicuro, mettiamo a rischio la nostra posizione, assumendone

una più difficile e andando incontro ad altri pericoli.

La speranza emotiva ci spinge a procedere, mentre la dimensione del desiderio è meno diretta e più

cognitiva. La speranza cognitiva è l’aspettativa che le cose muteranno in meglio in futuro (ES: una paziente

che veniva umiliata dal padre quando manifestava di desiderare qualcosa, in analisi dovette comprendere

ciò che si aspettava automaticamente, ovvero l’umiliazione per avere espresso un desiderio, e il motivo,

ovvero le ripetute esperienze con il padre, prima di poter riconoscere che la situazione presente era

diversa). La speranza cognitiva è molto utile, ma spesso non basta per sostenere l’analisi; c’è bisogno di una

speranza attiva, galvanizzante, emotiva.

Bisogna ispirare la giusta dose di speranza: l’eccesso di speranza è presunzione e porta al disastro, la sua

scarsità è disperazione e porta al deperimento. Per comprendere la forza motivante di attività della

speranza dobbiamo guardare al di là delle aspettative, indipendentemente dalla loro certezza, volgendo lo

sguardo verso una schiera di altre emozioni.

Pizer crede nell’asimmetria dei ruoli diversi di paziente e analista nella relazione di cura e nel processo

clinico, ma dichiara la reciprocità e lo spirito di negoziazione: dipendono l’uno dall’altro. L’analista

contribuisce con la sensibilità rispetto alla speranza nella cosa sbagliata, ha studiato molte cose sbagliate in

cui le persone ripongono le speranze. Quando si tratta della speranza nella cosa giusta, l’analista non

possiede un sapere superiore, paziente e analista collaborano in pari misura in questa fase del processo.

CAP.3 – LA SOLLECITUDINE IN ANALISI (apprensione per le persone)

Evento: la sua analista le disse che voleva portare fuori a colazione, invece di fare la seduta. Quell’episodio

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IlariaRognoni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di psicologia clinica relazionale e dell'attaccamento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Albasi Cesare.
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