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2.6. Inconscio, difese e molteplicità dei MOI

Il concetto di MOI include degli aspetti difensivi e degli aspetti di molteplicità.

Aspetti difensivi:

Abbiamo detto che all’interno dei MOI vi è una consistente base procedurale, che contiene

conoscenze che sono inconsce, nel senso che operano al di fuori della consapevolezza

dell’individuo. Ciò che accade a livello implicito nella relazione madre-bambino, influenza lo

sviluppo di strategie difensive. Infatti, gli stili di attaccamento possono essere intesi come

manovre difensive che si originano nelle relazioni d’infanzia, che sono funzionali per

fronteggiare uno specifico contesto di sviluppo. Le difese (non nascono dall’azione di forze

intrapsichiche, ma sono qualcosa che si struttura da una relazione reale!) in particolare, si

sviluppano in una relazione d’attaccamento problematica vissuta lungo l’intero arco evolutivo.

La formazione dei processi difensivi è condizionata dalle restrizioni nel dialogo con il

genitore (rintracciabili nell’AAI), o come diceva Bowlby, dalla distorsione, esclusione o mancanza

di integrazione di informazioni o esperienze affettive (esempio: quando il bambino deve conservare

un’immagine del genitore positiva, allontana la versione cattiva del genitore, per sentirsi in un

contesto sicuro).

Aspetti di molteplicità:

La ricerca tramite l’AAI, ha enfatizzato la presenza di MOI multipli e incoerenti come possibile

segno di patologia. Ma “molteplicità” non è sinonimo di patologia.

Molto importante è la definizione MOI di Bretherton: i MOI sono composti di sistemi di schemi

organizzati gerarchicamente (che comprendono sia conoscenze a livello dichiarativo sia

procedurale) con un numero imprecisato ma finito di livelli (non 2 livelli come suggeriva Bowlby!).

Tale definizione è fondamentale poiché:

- sostiene l’importanza del livello procedurale nel funzionamento dei MOI;

- afferma che i MOI sono strutture della memoria relazionale che funzionano parallelamente a

differenti e molti livelli;

> vediamo quindi che questa definizione implica una molteplicità dei MOI (non esistono solo molti

livelli ma molti moduli! E tutti funzionano in parallelo!)

Molteplicità, è un termine che esprime la ricchezza delle possibilità del funzionamento mentale.

Può essere applicato sia a un contesto di salute (una crescita della persona nella sua soggettività),

sia di patologia (espressione disarticolata di MOID).

La patologia più che nel concetto di molteplicità si può accostare al concetto di rigidità. La

dissociazione strutturale ad esempio, ostacola la flessibilità dei molteplici MOI e la possibilità di

! 11

connessione tra di essi, impedendo che alcuni significati possano essere integrati nell’esperienza

soggettiva della persona.

Inoltre i MOI non vanno intesi come qualcosa di statico, discreto, un qualcosa che

risiede nell’individuo! Le modalità di relazione dell’essere umano possono rivelare strategie

difensive più o meno rigide ma funzionali, e se sono inserite in un contesto che promuove lo

sviluppo, possono sempre restare aperte alla possibilità di una nuova riorganizzazione. La

psicopatologia può invece essere considerata come una restrizione, che rende le rappresentazioni

sempre più statiche, fisse e rigide.

2.7. I MOID e le ricerche sulla precoce relazione di attaccamento madre-

bambino: l’ampio paradigma dell’Infant Research

La mente si sviluppa all’interno della relazione di attaccamento madre-bambino e le strutture che

emergono si organizzano nei MOI. Il bambino ha bisogno del caregiver per imparare a regolare i

propri stati (affettivi, arousal, ritmi sonno-veglia ecc.). Sander in particolare (che fa parte

dell’Infant Research), descrive l’attaccamento in termini di regolazione diadica degli stati affettivi

del bambino. La regolazione degli stati affettivi è centrale nello sviluppo dei MOI, e dato che

l’attaccamento è biologicamente radicato, il bambino cerca la vicinanza del genitore anche quando

questo non riesce a regolare gli affetti.

Il bambino fin dalla nascita mostra di essere in grado di entrare in contatto con il mondo

esterno, come esploratore attivo (ciò sta alla base del suo senso di agency). In una situazione ideale,

bambino e genitore hanno due possibilità: di interagire in modo da regolare reciprocamente i propri

stati affettivi oppure anche di auto-regolarli indipendentemente dalla relazione. L’equilibrio tra

queste due possibilità rappresenta l’ideale evolutivo, e porta a sviluppare una corrispondenza delle

specificità reciproche che permette momenti di incontro, caratterizzati da sintonia affettiva e da

espansione diadica degli stati di coscienza. Sander chiama tale processo riconoscimento, che è

visto come la chiave di uno sviluppo sano (tale congiunzione affettiva non è necessario sia sempre

“attiva”, poiché devono esserci anche momenti di disgiunzione per una buona crescita). Il

fallimento di tale processo lungo l’intero sviluppo, può portare il bambino alla perdita della

competenza di saper regolare i suoi affetti, di descriverli a livello dichiarativo, e sentirli come parte

delle sue relazioni.

Stern, a tale proposito propone il concetto di sintonizzazione degli affetti, come modalità

di comunicazione della qualità dei sentimenti tramite i comportamenti reciproci. Tale

sintonizzazione non opera solo sulle emozioni categoriali (rabbia, tristezza, gioia, sorpresa ecc.) ma

anche sugli affetti vitali, qualità dell’esperienza che scaturiscono dagli incontri con le persone.

Schore, sostiene che esistano diversi gradi di sintonizzazione che possono degenerare in una

dissintonia diadica: la mancanza di riconoscimento e di sintonizzazione favoriscono la patologia. I

processi dissociativi sono infatti riconducibili a ripetuti fallimenti dell’incontro di specificità e del

riconoscimento dell’esperienza del bambino da parte del caregiver (attaccamenti traumatici). Ciò

che viene internalizzato è il fallimento dell’incontro: un’assenza e un’aspettativa interrotta. Il

! 12

bambino in questi casi non ha la possibilità di costruire processi mentali che sostengano la sua

regolazione affettiva: la distorsione riguarda i livelli procedurali della sua mente che potranno

essere recuperati solo tramite interazioni con potenzialità regolative. Sia un attaccamento

disorganizzato (abusi, maltrattamento, trascuratezza), sia una situazione in cui il genitore mostra

delle discontinuità molto forti nella sintonizzazione, sono legate al fallimento nel riconoscimento e

possono portare allo strutturarsi di MOID.

Stern sostiene che sono necessarie 4 esperienze per avere un primo senso soggettivo di se

stessi: il senso di avere un Sé agente; il senso di avere un Sé coeso, di essere una singola unità

dotata di confini; il senso di continuità; il senso di possedere una propria affettività; nell’esperienza

soggettiva di alcune persone possono mancare queste caratteristiche > segnale della strutturazione

di MOID.

2.8. Rappresentazioni presimboliche e rigidità patologica nei termini di Beebe e

Lachman

Beebe e Lachman descrivono nel funzionamento mentale l’esistenza di un livello implicito che

contiene delle rappresentazioni pre-simboliche, che si formano nel 2 mese di vita, a partire da

modelli di interazione (tali rappresentazioni contengono il rapporto di influenza reciproca tra

bambino e genitore momento per momento).

Già dalla fase senso-motoria nel bambino si sviluppano degli schemi primitivi sul proprio

agire nell’ambiente (finalizzato alla regolazione dei suoi stati interni e al mantenimento del contatto

con il genitore). Da tali schemi primitivi, il bambino crescendo astrae schemi più generali che

vanno a costituire delle categorie e dei prototipi. Questa forma rudimentale di rappresentazione

consente quindi lo sviluppo successivo del pensiero simbolico e del linguaggio, e successivamente

attraverso la capacità di simbolizzare, la costruzione di una rappresentazione del Sé e dell’altro.

Tali rappresentazioni pre-simboliche contengono il processo interattivo che si svolge tra

madre e bambino. Vengono ipotizzate 4 dimensioni fondamentali che sono usate dal bambino

come strumenti di organizzazione: tempo, spazio, affetti e livello di attivazione. Inoltre vengono

descritti 3 principi di salienza che portano alla formazione dei MOI in senso più o meno difensivo:

Principo di Regolazione Attesa (sulla base di eventi ricorrenti si forma delle aspettative

1. riguardo all’ambiente);

2. Principio di Rottura e di Riparazione (esperienze si organizzano anche sulla violazione delle

aspettative e sullo sforzo di riparare tale rottura);

3. Principio dei Momenti Affettivi Intensi (memorizzate le trasformazioni del proprio stato in

segno positivo o negativo);

Secondo tali autori i MOI infantili non vengono riutilizzati nelle relazioni adulte, ma tracciano una

strada che può modificarsi. Solo in caso di patologia tale processo trasformativo viene a mancare in

! 13

parte: vi è una restrizione di tale possibilità e le rappresentazioni diventano più statiche, fisse e

rigide.

2.9. La teoria del bio-feedback sociale (BFS) del rispecchiamento affettivo

Tale modello mostra quale è il ruolo degli affetti e delle emozioni nello sviluppo, il loro legame con

i concetti di mentalizzazione e intenzionalità, e permette di formulare ipotesi su meccanismi molto

precoci di sviluppo di tendenze dissociative che creano condizioni per la nascita dei MOID.

!!! Secondo tale modello il bambino in modo innato è portato a esprimere tramite il

comportamento i processi di cambiamento dei suoi stati affettivi, mentre la madre è portata a

rispecchiare in modo marcato i comportamenti legati a quegli stati interni.

Il rispecchiamento affettivo genitoriale è una forma di bio-feedback sociale, che è fondamentale

nello sviluppo delle emozioni. Il meccanismo coinvolto è la detezione e la massimizzazione della

contingenza. Fin da piccoli i bambini sono sensibili alle relazioni che si instaurano tra le proprie

azioni e gli eventi nell’ambiente che ne derivano. Il meccanismo di detezione della contingenza,

analizza le probabilità con cui possono verificarsi le relazioni contingenti tra azioni-esito

nell’ambiente (esempio: se piango - mamma viene subito a consolarmi).

Attraverso il ripetuto rispecchiamento, contingente con lo stato emotivo del bambino,

quest’ultimo impara a riconoscere i cambiamenti dei propri stati interni e a sentirli come propri e si

sentirà agente causale attivo della propria regolazione, ovvero sentirà che il proprio comportamento

incide/riesce a produrre il rispecchiamento del genitore (per questo il rispecchiamento genitoriale

sta alla base del senso di agency).

Però quando il rispecchiamento non avviene in modo adeguato (stili devianti di

rispecchiamento) e per un tempo prolungato, possono generarsi degli esiti patologici.

Gergely sostiene che nella formazione dell’attaccamento disorganizzato non vi sono alla

base solo vissuti irrisolti dei genitori (traumi, perdite), ma anche il modulo di detezione della

contingenza. In un ambiente di contingenza deviante, il bambino alterna momenti in cui sente di

avere il controllo sul contesto intersoggettivo, a momenti in cui sente di non averlo più. Si

instaurano così tendenze dissociative e un attaccamento disorganizzato. Di conseguenza si produrrà

uno spostamento all’indietro del livello di contingenza prediletto (che coincide con il proprio

comportamento e non con quello del genitore). Nel tempo si produrrà uno stile dissociativo di

organizzazione dell’attenzione: l’angoscia provata dal bambino e il suo vissuto di abbandono

rispetto al caregiver innescano un ritiro e la dissociazione, che portano al collasso

dell’organizzazione del sistema di attenzione orientato verso l’altro. ! 14

Capitolo 3 - Il concetto di MOID

3.1. Fenomenologia dei MOID

MOI > molteplici strutture evolutive della memoria relazionale che funzionano a più livelli (da

procedurale a esplicito). Possono esprimersi tramite rappresentazioni simboliche (narrative

autobiografiche del modo di entrare in contatto intimo con gli altri), tramite rappresentazioni

simboliche in un dialogo (come in terapia), tramite rappresentazioni presimboliche (presenti nel

livello procedurale che la persona coglie nella sua esperienza di relazione), o ancora la connessione

tra tutti questi livelli. Un MOI organizza l’esperienza soggettiva in modo che un individuo può

essere consapevole del significato della relazione in corso o diventarlo per mezzo della

riflessione.

MOID >

- non possono diventare oggetto di esperienza soggettiva consapevole e non possono essere

oggetto di riflessione cosciente se non come consapevolezza di una “mancanza”; essi rimangono

a un livello procedurale, e sono esclusi da forme di elaborazione ulteriore a causa del loro potere

scompensante;

- il loro funzionamento è coartato, condizionato dal processo dissociativo che li costituisce, e

porta ad azioni prive di significato personale;

- non offrono nessuna strategia di regolazione affettiva anzi portano dei problemi di regolazione

affettiva, poiché la persona compie dei gesti in automatico senza sentirsene padrone,

coinvolgendo altre persone a livello implicito;

- la persona prova senso di vuoto, aspetti di sé mancanti, ambiti esistenziali annebbiati, trovarsi a

fare qualcosa senza sapere bene perché; non prova intensi sentimenti positivi o negativi, anzi

quando la persona prova un intenso dolore psichico ciò può essere segno di cambiamento;

- può essere alla base dello sviluppo patologie di vari tipi di dipendenza, ma anche

dell’impossibilità di avere relazioni intime soddisfacenti.

- le persona non hanno consapevolezza che il loro “vuoto” sia dovuto a dei MOID, al massimo

hanno una vaga consapevolezza che le cause siano qualcosa di inconscio, o causate dall’esterno

o dal proprio corpo (anche se una persona può accorgersi dei MOID con forme di

consapevolezza iniziale non elaborata).

- hanno infatti origine nel mancato riconoscimento da parte del genitore della propria esperienza

soggettiva specifica > mancata la regolazione degli stati affettivi! > i MOID sono quindi legati

all’esperienza di una mancanza di incontro e ripropongono all’individuo questa esperienza

tramite il loro riattualizzarsi nelle relazioni unico modo per portare un cambiamento. ! 15

3.2. Attaccamenti traumatici, trauma e MOID

I MOID si originano in contesti di attaccamento traumatico, contesti in cui il bambino non viene

riconosciuto nella sua specificità: il bambino cresce in relazioni di attaccamento che negano

l’esistenza di alcune dimensioni fondamentali della sua soggettività, il MOID posiziona quindi il

soggetto in un’assenza di soggettività.

L’individuo riattualizza poi nelle sue relazioni intime tutto ciò chiedendo implicitamente

agli altri aiuto. In tale quadro la dissociazione indica quindi uno stato particolare di coscienza, in

cui il soggetto attraversa eventi, relazioni come se fosse altrove.

I MOID agiscono anticipando la possibile formulazione, in termini di significato soggettivo,

dell’esperienza interattiva, portando l’individuo a disconoscere in anticipo il significato dei propri

gesti e rendendogli impossibile capire l’andamento delle sue relazioni intime.

I pazienti raccontano di non capire perché i loro bisogni non vengano ma rispettati e

contemporaneamente non hanno parole o gesti per renderli comprensibili agli altri. Chiedono agli

altri di essere compresi senza comprendersi e senza potersi spiegare. Si crea quindi l’aspettativa di

essere compresi in anticipo (si attiva l’antica aspettativa del neonato di essere riconosciuto).

Inoltre i MOID impediscono l’eventuale riconoscimento effettivo da parte dell’altro.

Quando da adulti queste persone eleggono un partner a figura di attaccamento, i MOID

spingono a porre la richiesta paradossale di essere riconosciuti e accettati per quello che si è, sia

essere riconosciuti per quello che si può diventare. È come se venisse fatta una valutazione di

quanto l’altro condivide le proprie rappresentazioni e di quanto sarà in grado di vitalizzare le

dimensioni mentali che non hanno legami con i livelli riflessivi.

3.3. Cosa sono e cosa non sono i MOID

• I MOID sono rappresentazioni dissociate?

I MOID sono privi di rappresentazione direttamente accessibile alla coscienza (perché dissociati) e

privi di rappresentazione simbolica (sono a un livello procedurale). Possiamo dire che i MOID

hanno una rappresentazione se non intendiamo il termine in senso simbolico! Rappresentazione, ne

caso dei MOID, può essere intesa più come un rimando a dei ruoli in relazione a una storia,

all’interazione e a gesti complessi che comunicano significati, se considerati nel loro insieme di

struttura narrativa.

• I MOID sono una nuova sindrome?

NO. I MOID non sono sintomi, sindromi, né una patologia. Inoltre il termine “dissociato” va

considerato come aggettivo. Dissociati possono essere l’aggressività, la sessualità, la vergogna ecc.

! 16

L’ipotesi di MOID può essere usata per osservare le difficoltà di un paziente nel mettersi in contatto

con il terapeuta e dall’altra con i propri stati e il proprio senso di iniziativa soggettiva. I sintomi dei

pazienti possono essere visti come un modo di adattarsi alle difficoltà di regolare e controllare le

relazioni intime/stati affettivi.

• I MOID sono “stati” dissociati?

I MOID non coincidono con stati dissociati, poiché non sono qualcosa di interno all’individuo, ma

richiedono per esistere l’attualizzazione di particolari interazioni. Non sono evocabili come un

ricordo, un evento del passato, o raccontabili, vengono semplicemente attualizzati. Si può prendere

coscienza dei MOID dopo un lungo lavoro di condivisione dell’esperienza.

• I MOID sono un processo?

Sì, sono un processo che porta alla riattualizzazione di configurazioni interattive. Sono quindi un

processo che elabora un processo interrotto nell’infanzia: la regolazione degli affetti e la

costruzione di significati intersoggettivi. I MOID sono quindi processi a disposizione della mente,

un possibile modo di funzionare e di trattare i contenuti mentali all’interno di contesti relazionali.

Sono un processo che non ha contenuti mentali positivi o negativi ma testimonia l’interruzione di

regolazione degli affetti, indipendentemente siano essi positivi o negativi (esempio: bambino che

entra felice in stanza e la mamma gli dice subito di smetterla che le fa venire mal di testa). La

psicopatologia è quindi testimone di un processo interrotto.

• I MOID si situano a un livello procedurale e sono inconsci?

I MOID funzionano a un livello procedurale come conoscenze relazionali implicite che, a

differenza delle altre conoscenze relazionali, restano inconsce. Impediscono una regolazione

affettiva, e privano la persona del suo sentimento di essere un propositore attivo di scambi

relazionali. I MOID sono sperimentati sia come una perdita di significato sia come una ricerca:

testimoniano un processo interrotto.

Per questo le persone sono attaccate alla loro dimensione dissociata di significato, cercando

anche in forme di vita patologiche (anoressia, tossicodipendenza ecc.) ciò che di vivo e

irrinunciabile sentono di aver perso in se stessi.

Inoltre, per sottolineare un altro paradosso, i MOID sono processi che negano la realtà del

male nella coscienza e lo affermano magari nelle relazioni (con male si intendono esperienze di

sofferenza poste magari dal genitore o suoi tratti negativi). Se pensiamo all’interiorità come alla

capacità di sentirsi vivi nonostante la mancanza di riconoscimento soggettivo, si può dire che i

MOID impediscono tale esperienza, lasciando un senso di non realtà. ! 17

• MOID è un altro termine per indicare la conoscenza procedurale?

I MOID non rappresentano la totalità della conoscenza relazionale implicita, ma quella parte di

esperienza, registrata a livello implicito, che è stata sconquassata dall’attaccamento traumatico e

che viene iscritta nella memoria insieme agli impedimenti che sono stati incontrati.

Tutto ciò si riflette ad esempio nella relazione terapeutica quando il terapeuta percepisce da

parte del paziente senso di rigidità, di pressione, di costrizione, di mancanza di alternative, di non

riuscire ad esprimersi col paziente, di essere frainteso, di non poter parlare se non a scapito di un

abbandono della terapia.

• I MOID consistono in un deficit e in un arresto evolutivo?

Secondo la teoria dei deficit e dell’arresto evolutivo, in psicoterapia il paziente può riprendere lo

sviluppo grazie alla riparazione dei suoi deficit evolutivi (tramite la comprensione passato si può

capire come viene affrontato il presente). I MOID corrispondono all’arresto dello sviluppo della

competenza di regolare i propri stati affettivi e nel costruire significati della propria esperienza. Ma

ciò che si arresta non è l’intero funzionamento mentale che si adatta, trasformando una molteplicità

di MOI in una molteplicità di MOID.

La terapia cerca di generare e costruire MOI alternativi, i quali elaborano parte

dell’esperienza dei MOID che si disattivano, ma restano potenzialmente a disposizione.

• I MOID si sviluppano definitivamente nell’infanzia?

I MOID si sviluppano nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, ma possono consolidarsi in età

adulta a causa di gravi esperienze traumatiche (quelle che sconquassano la mente di una persona

perché estremamente dolorose, e che la persona sente di non poter confidare a persone a lui care,

perché ha la sensazione di non poter comunicare, né formulare la sua esperienza interna, in quanto

sarebbe considerato matto, non accettato, non ascoltato ecc.). Tale esperienza può riattivarne di

simili avute nello sviluppo e convalidare il MOID.

• I MOID sono strutture che contengono una configurazione Sé-altro?

Sì, come i MOI derivano da esperienze relazionali, quindi hanno una configurazione diadica sé-

altro. I MOI funzionano integrando Sé e l’altro al livello più elevato del loro funzionamento, nel

senso che ognuno dei due è visto come soggetto con i propri bisogni, desideri e affetti che possono

trovare un’integrazione. Tale integrazione è però sempre sfuggente dato che quando vi sono in

gioco bisogni importanti di solito le persone pensano solo o ai propri bisogni o a quelli dell’altro. I

MOID invece non accedono al livello intersoggettivo e in particolare, possono sbilanciare il

funzionamento mentale verso la centratura sui bisogni dell’altro (per cui paziente giustificherà

razionalmente comportamenti anche molto aggressivi subiti non comprendendone la gravità). ! 18

3.4. MOID e psicoterapia

I MOID si esprimono nell’interazione terapeuta-paziente. Il terapeuta si confronta con l’intimità

alienata del paziente. Nei sintomi del paziente sono intrecciati sia la patologia, sia la sua vitalità

interrotta, sia la ricerca di evasione da questo pesante vissuto. Il trattamento dei MOID consiste

nello sviluppo di modalità alternative (nuovi MOI) di costruire relazioni intime che il soggetto

riconosce come proprie e vitali, e nelle quali può identificare qualcosa di suo e di significativo.

Capitolo 4 - Paradossi e MOID

Il paradosso degli attaccamenti traumatici: il caregiver suscita paura e il bambino prova quindi

il desiderio di fuggire, ma contemporaneamente il sistema di attaccamento (che è fondato

biologicamente) gli dice di mantenere la vicinanza.

La risposta dissociativa può essere vista come una soluzione che la mente elabora per

risolvere questa esperienza che si ripete nel corso dello sviluppo.

Il paradosso fa parte della vita umana (esempio educazione: educare i figli vuol dire favorire

il loro accrescimento ma anche limitarli), ed è presente anche nella soggettività, tesa tra

individualità e relazionalità. Accettare i paradossi della vita facilita la sopravvivenza. Tuttavia, chi è

cresciuto sviluppando attaccamenti traumatici vive al proprio interno paradossi insanabili (esempio:

per conciliare l’immagine del padre che accudisce vs. l’immagine del padre che abusa la mente usa

i MOID).

4.1. Cosa significa la parola “paradosso”

“Paradosso” = ciò che è in apparente contraddizione con l’esperienza comune o i principi

elementari della logica; è un fatto, un comportamento, o una circostanza privi di logica,

un’assurdità, un controsenso. Parà = contro, doxa = opinione > in filosofia è una dimostrazione che

partendo da presupposti generalmente considerati validi, giunge a conclusioni contrastanti con

l’esperienza comune; ancora, può essere visto come una negoziazione di opposti (mantenere la

tensione tra elementi considerati antitetici) oppure un fenomeno contraddittorio ma profondamente

vero.

4.2. Conflitto e paradosso

Tolleranza al paradosso = capacità di stare nella molteplicità delle esperienze preservando un

senso di integrità personale nel tempo; il paradosso risiede nella molteplicità dei nuclei di Sé che

coesistono simultaneamente, si contraddicono o negano nello stesso tempo. ! 19

Conflitto = dicotomia tra tendenze divergenti all’interno di un singolo nucleo di Sé; il conflitto si

instaura con un dialogo interiore, composto dalle voci delle figure dei caregiver interiorizzate, oltre

che dall’elaborazione a livello dichiarativo della propria esperienza interna.

Il conflitto appartiene alla sfera dei MOI.

Ricordiamo che i MOI possono accedere a un livello verbale, alla sfera delle rappresentazioni

simboliche, alla funzione riflessiva, che può essere usata per riorganizzare la propria esperienza. Il

conflitto è quindi qualcosa che può essere affrontato con un dialogo sé/altri, simbolizzato,

rappresentato a livello dichiarativo, un qualcosa su cui si può riflettere oppure che si può allontanare

con processi difensivi. Comunque, vi è sempre la possibilità, attraverso la riflessione, di integrare

anche ciò che è stato allontanato con i processi difensivi.

Il paradosso estremo, generato in un contesto traumatico, appartiene alla sfera dei MOID.

Mentre il conflitto può essere risolto con negoziazioni interpersonali (e se è interno alla persona con

scelte o repressioni), il paradosso non può essere risolto. Inoltre un paradosso viola le regole

logiche: una proposizione può essere vera e falsa allo stesso tempo. Un paradosso che è logicamente

inaccettabile può sembrare soggettivamente accettabile, anche se rimane cognitivamente non

risolto.

4.3. Come si comportiamo di fronte al paradosso? Possiamo dissociare

La mamma è una persona da cui corro quando qualcuno ferisce i miei sentimenti.

La mamma è la persona che ferisce i miei sentimenti.

Questo è un esempio di esperienza che fanno tutti i bambini: attraverso questa esperienza ogni

bambino impara a stare nella molteplicità di esperienze relazionali che si negano a vicenda. Tali

esperienze non sono estreme e quindi contribuiscono a organizzare una molteplicità di MOI che

assicurano al bambino il suo adattamento.

Mentre impara a tollerare il paradosso, il bambino affronta dei momenti discrepanti tra Sé e

l’oggetto, che vengono categorizzati in diverse categorie di affetto. Se il paradosso non è estremo, il

bambino impara quindi a collegare tra loro le immagini di “madre che calma” e “madre che

ferisce”, mantenendo comunque una sensazione di unità di Sé e delle relazioni.

Ma quando il paradosso è nel contesto di un attaccamento traumatico, allora la mente non

riesce più a creare collegamenti e integrazioni. Per questo possono formarsi MOID: per difendersi

dalla confusione psichica. ! 20

4.4. Il concetto di MOID come processo e come paradosso

Il concetto di MOID può essere definito come un paradosso, ovvero qualcosa che è all’interno

della mente ma si manifesta solo nelle interazioni, qualcosa che crea disconnessione ma che

permette anche un senso di coerenza della coscienza, qualcosa che è legato all’esperienza del vuoto,

ma spinge a cercare ambiti di vitalità, qualcosa che fa si che una persona adulta sia anche un

bambino bisognoso (persone responsabili nel loro lavoro ma incapaci di avere relazioni sentimentali

costruttive). L’assenza di bisogni percepiti dal paziente è paradossalmente il loro bisogno di

trovare ascolto e riconoscimento per la prima volta nella loro vita.

I MOID conducono a forme di ripetizione dell’interazioni che sono paradossi, in quanto

sono l’unica possibilità di cambiamento.

Nel paradosso del cambiamento il paziente chiede di cambiare restando sempre lo stesso.

Nel paradosso della speranza, il paziente vuole essere accettato per quello che è e

desiderato per quello che vuole diventare.

Inoltre vi è il paradosso del lutto dei MOID, ovvero il tentativo di elaborare la perdita di

qualcosa che in realtà non si è mai avuto.

PARTE SECONDA - LA DISSOCIAZIONE NELLA PSICOANALISI

RELAZIONALE E I MOID

Capitolo 5 - Le origini del concetto di dissociazione e il fondamento della

prospettiva relazionale sulla dissociazione nel pensiero di Ferenczi

5.1. Introduzione

Molte definizioni della letteratura clinica definiscono la dissociazione come la perdita della

capacità di integrare o associare informazioni e significati delle esperienze vissute in modo

mediamente prevedibile.

Sul piano descrittivo, la dissociazione non è un processo sempre patologico: brevi

esperienze di stati alterati della coscienza e del senso di Sé sono rintracciabili in alcuni ambiti

quotidiani (automatismi, sport estremo, assunzione sostanze, rapporti sessuali, realtà virtuali al

computer o televisione). Come costrutto teorico invece vi sono vari punti di vista (visti dopo!).

Trauma e problemi di attaccamento sono in vario modo collegati alla dissociazione.

Alcune ricerche mettono in connessione anche trauma, dissociazione e alterazioni biologiche

(alcune ricerche mostrano che fallimenti nel legame di attaccamento, portano al mancato sviluppo

delle aree cerebrali deputate alla regolazione stress, affetti e adattamento a un ambiente che cambia

velocemente). ! 21

Nell’ambito teorico della psicoanalisi relazionale statunitense, il concetto di dissociazione

non viene usato solo per indicare i sintomi classificati nel DSM, ma i processi dissociativi sono

visti come essenziali per articolare la strutture della soggettività: sono fondamentali funzioni

costitutive della molteplicità essenziale della mente umana, che possono anche essere utilizzate

per far fronte a situazioni traumatiche. Per riflettere cosa significa che i processi dissociativi siano

presenti nell’esperienza della molteplicità umana, si può pensare al fatto che noi uomini abbiamo un

senso di coerenza interna e di continuità nell’esperienza di noi stessi, ma allo stesso modo, sempre

nel quotidiano, ci capita di sentirci “persone diverse”, a seconda delle persone con cui siamo, del

luogo in cui ci troviamo o dell’esperienza che stiamo facendo. Questa esperienza della molteplicità

è anche dettata dai contesti e dal ruolo che nelle diverse relazioni interpersonali dobbiamo

assumere.

La mente abbraccia una confederazione di entità psichiche. La nostra soggettività è

molteplice. Esistono molti centri di creazione del significato dell’esperienza, a volte in relazione tra

loro a volte non connessi (dissociati) che possono dare vita a conflitti interni. La nostra mente

contiene quindi multiple versioni di Sé e l’identità funziona come struttura di sintesi

sovrastante. Non ci sono quindi nuclei permanenti del Sé (o un aspetto privilegiato dell’identità): la

costituzione di ogni soggetto è un sistema idiosincratico di processi che sono costruiti di continuo. I

processi dissociativi concorrono ad organizzare la soggettività in ambiti di significato distinti.

Se i confini tra questi ambiti si irrigidiscono, i processi dissociativi possono dare vita a

sintomi/psicopatologie gravi, sia creando a un primo livello un’impossibilità di comunicazione tra

diversi significati della propria esperienza di Sé, sia a un secondo livello impedendo l’accesso di

significati troppo angoscianti, che rimangono primitivi e isolati da altri aspetti del funzionamento

mentale.

La psicopatologia dissociativa è quindi l’esito distorto di processi che sono presenti anche

nel funzionamento fisiologico della mente umana, ma che degenerano in disturbi: sono quindi

un’esagerazione patologica di processi di base del funzionamento mentale presenti fin dalla

nascita.

Seguendo la linea dei pensieri di Ferenczi, possiamo dire che l’integrazione tra processi

dissociativi e processi integrativi viene persa per la profonda distorsione della relazione di

attaccamento, che avrebbe il compito di favorire il controbilanciamento tra questi processi

differenti. La fisiologica molteplicità dell’essere umano, mediata anche dai processi dissociativi,

andrebbe quindi contenuta attraverso il riconoscimento operato dal caregiver.

5.2. Gli “Studi sull’isteria” di Freud e Breuer (1892)

La dissociazione è un argomento di cui Freud si è occupato sopratutto negli Studi sull’isteria

(1892). Nella sua ottica il paziente ha una sofferenza psicopatologica nevrotica quando nella sua

mente vi è un intenso conflitto che non permette soluzioni. Si attivano così le difese (rimozione): il

contenuto sgradito che crea conflitto viene sospinto nell’inconscio, generando però il sintomo. ! 22

Il modello di apparato psichico a cui fa riferimento Freud (presente nell’Interpretazione

dei sogni, 1899), vede la mente umana come un’unità complessiva, con gradi progressivi di accesso

dei contenuti mentali alla coscienza (inconscio-preconscio-coscienza), regolati dalle difese dell’Io.

Negli Studi sull’isteria, scritti insieme a Breuer, Freud usa il concetto di dissociazione per

comprendere la patologia dei pazienti isterici. Egli vede una netta distinzione tra gli stati di

coscienza vigile e quelli di trance indotti dall’ipnosi (non ricordano cosa era avvenuto nello stato

ipnotico). Ipotizza quindi che la dissociazione di questi due stati di coscienza sia alla base

dell’isteria e che essa rappresenti una forma rudimentale di personalità multipla.

In particolare ciò che predispone alla malattia isterica è il “l’abituale sognare a occhi aperti,

che pone il fondamento della dissociazione”.

Secondo Freud quindi, nell’isteria la coscienza si organizza in gruppi di contenuti mentali

che non sono fra loro connessi, dando vita allo stato ipnoide.

Freud, considera alla base dell’isteria la dissociazione come fattore importante, ma sostiene

anche che la scissione della coscienza avviene per un atto intenzionale, e che non hanno peso i

traumi subiti dalla persona (dal 1897 considererà fantasie i ricordi di traumi infantili che riportano

i pazienti).

In seguito infatti vedrà i sintomi legati alla soddisfazione di un desiderio di origine

pulsionale, non conseguenti a una mancata risposta dall’ambiente a un bisogno fondamentale

dell’individuo. Tale visione portò la comunità clinica lontano dal modello della mente basato sulla

dissociazione, che enfatizzava la molteplicità degli stati di sé e l’importanza dell’ambiente ecc. e la

portò verso un modello basato sulla rimozione e il conflitto intrapsichico.

5.3. La teoria di Pierre Janet (1889)

Janet è il primo a studiare la dissociazione come processo di risposta della mente al trauma.

Secondo Janet, attraverso la dissociazione, le emozioni, i pensieri, le cognizioni connesse al trauma

diventano “idee fisse subconsce”, ovvero memorie collocate in una coscienza separata da quella

ordinaria, a causa dell’impossibilità di trovarvi un senso; tali idee continuano a influenzare la vita

del soggetto restando invariate.

I traumi appartengono alla sfera di ciò che è stato sperimentato soggettivamente e interiorizzato ma

che non può essere riconosciuto a causa dell’intensità dell’esperienza, della sua durata e

ripetitività. A seconda di queste caratteristiche infatti cambia il grado di disintegrazione della

coscienza. La severità della psicopatologia è determinata dalla forza della reazione emotiva al

trauma: più è forte l’intensità emotiva, più la persona fa fatica ad elaborare concettualmente il

trauma e a immagazzinarlo in memoria.

Anzi, immagazzinamento e categorizzazione non sono attuabili: le esperienze traumatiche

non sono integrati, è impossibilitata la sintesi personale, che alla fine è ciò che permette all’uomo

di adattarsi al suo ambiente. Ciò significa che il soggetto non sarà in grado di raccontare la

! 23

storia del trauma subito, né di integrare la storia del trauma nella sua storia di vita (incapacità di

raccontare = impossibilità di prenderne coscienza).

Secondo Janet, a causa dell’impossibilità di integrare il trauma, si perde la possibilità di

assimilare nuove esperienze e l’evoluzione della vita di tali soggetti sembra bloccarsi.

Per tale autore la dissociazione è sempre patologica.

Dissociazione e psicopatologia:

I sintomi che seguono il trauma possono essere per Janet sia somatici che psicologici. La

psicopatologia non emerge subito dopo il trauma, c’è sempre un periodo di latenza. Il soggetto

cerca di dimenticare l’episodio e la persona si trova impossibilitata a costruire una memoria

narrativa dell’evento: ciò porta a una fobia della memoria, che impedisce l’integrazione

dell’evento traumatico. Quello che accade è invece che il ricordo viene dissociato.

Finché le memorie traumatiche non saranno narrate continueranno ad essere intrusive

(ad agire nel soggetto con percezioni paurose, preoccupazioni ossessive, rivivere trauma, ansia,

abulia, sintomi relativi al sistema endocrino, respiratorio, cardiovascolare e digerente ecc.) Il

trauma infatti continua a ripetersi in questi soggetti nella speranza di cambiarne l’esito.

5.4. Il contributo di Sàndor Ferenczi: origini e fondamenti di una comprensione

psicoanalitica del trauma e della dissociazione

Ferenczi fu un grande innovatore poiché si concentrò anche sulla natura potenzialmente traumatica

del fallimento adulto nel comprendere i significati del mondo psicologico del bambino: ha

importanza anche ciò che accade nella relazione, nel contesto di crescita, dell’intersoggettività.

Inoltre Ferenczi afferma che la psicoterapia psicoanalitica non può essere una sorta di

introspezione guidata del paziente. Con il concetto di “ritmo”, di necessità di adattarsi al paziente,

di smarrire anche a volte i confini dell’individualità per poi ritrovarli, dà vita a un vivo pensiero

intersoggettivo. Ferenczi è infatti interessato a studiare i processi reciproci che sono all’opera

nella costruzione della relazione intersoggettiva. In sintesi, i due temi principali (che ci

interessano in questa sede) nella sua opera sono: la reciprocità della relazione terapeutica (che

vedremo nei capitoli dopo) e il concetto di dissociazione (da lui chiamato “metafora della

frammentazione”).

Dissociazione e molteplicità:

Secondo Ferenczi l’ambiente che accoglie il bambino segna in modo fondamentale la nascita

psicologica dell’individuo.

Ferenczi inizialmente ipotizzava un concetto di inconscio molto vicino a quello descritto da

Freud (insieme di frammenti pulsionali esplosivi e disorganizzati); nonostante ciò Freud elaborerà

poi il concetto di rimozione come modello di difesa prototipico, mentre Ferenczi svilupperà le idee

! 24

sulla dissociazione e sulla molteplicità del Sé. Successivamente egli concepisce l’inconscio come

un sistema di costellazioni di significati organizzati attorno a relazioni o parti di personalità.

L’inconscio per lui implica una molteplicità di modi di essere, che possono essere traumaticamente

interrotti.

In Ferenczi, la tensione dinamica nella mente ha luogo tra organizzazioni di significato

molteplici e contrastanti, che nel caso del trauma sono dissociate e che legano l’individuo a

impegno di lealtà con le figure della sua storia (mentre in Freud i conflitti derivano da scontri di

pulsioni, esigenze morali e di realtà e esigenze regolative). Per questo, può essere considerato un

autore che vede il Sé come una molteplicità e non un qualcosa di unitario.

Trauma e dissociazione:

Ferenczi parla del concetto di dissociazione (usando il termine scissione), suggerendo che

l’amnesia non è sempre frutto di rimozione/repressione, ma può essere determinata anche dalla

dissociazione. La dissociazione è per lui una reazione specifica al trauma (che viene paragonato

a un’aggressione in piena notte nella quale la persona è impreparata a difendersi).

Il trauma è un violento attacco alla possibilità di comprendere il senso dell’esperienza.

In un contesto normale di sviluppo, Ferenczi sostiene che l’amore è necessario al bambino per

crescere e per sviluppare la sua mente, e che anche la dimensione sensuale e corporea sono

fondamentali per la trasmissione di amore nel bambino e per la sua educazione sessuale.

L’abbracciarsi e il toccarsi tra genitori e figli è di importanza centrale per la capacità di esprimere

tenerezza.

In un contesto dove invece il genitore ha tendenze psicopatologiche/alterato da qualche

disgrazia o uso di sostanze, accade che l’adulto scambia i giochi del bambino per desideri di una

persona sessualmente matura > sfocia in una situazione di abuso. In risposta, nel bambino si

attivano i processi dissociativi. Se non vi fossero tali processi probabilmente il primo impulso del

bambino sarebbe di rifiuto, odio, disgusto, energica difesa, ma queste reazioni sono inibite da una

paura immensa; il primo impulso viene cancellato, la stessa facoltà di pensare di compromette.

!!! Il paradosso è che le funzioni cognitive e affettive del bambino si formano nella relazione con la

figura di attaccamento, e la paura immensa che il genitore suscita, porta nel bambino

l’attivazione del sistema di attaccamento (teorizzato solo in seguito da Bowlby), che lo porta ad

attaccarsi ancora di più al genitore maltrattante.

L’identificazione con l’aggressore:

La paura tremenda che il bambino prova durante il trauma, quando raggiunge il culmine, lo

costringe a sottomettersi alla volontà dell’aggressore, a indovinarne i desideri, a obbedire

! 25

ciecamente, a identificarsi completamente con lui. L’aggressore viene introiettato e diventa una

realtà intrapsichica.

Il processo di introiezione qui esposto permette di comprendere come la costituzione dei

MOID avvenga con la perdita di contatti dei propri stati interni. L’identificazione con l’aggressore è

un processo a disposizione della nostra mente, che quando si sente senza via di scampo cerca, come

i camaleonti, di mescolarsi proprio con la minaccia nel mondo circostante.

Tale processo avviene in due fasi (a livello teorico, perché in realtà accadono in

simultanea):

1. si intuiscono i desideri dell’aggressore, cercando di entrare nella sua mente per capire ciò che

sta pensando e sentendo, per anticiparne le azioni;

2. si assecondano tali desideri facendo ciò che al momento può salvare;

> Ciò che è rilevante è che la personalità ancora debolmente sviluppata risponde a un dispiacere

improvviso non difendendosi ma identificando e introiettando colui che aggredisce.

L’identificazione con l’aggressore instaura nelle modalità relazionali (tramite i MOID), l’incapacità

di tenere conto nelle relazioni successive i danni, le manipolazioni, i soprusi e gli abusi che si

subiscono da persone con cui si hanno rapporti e anche un certo grado di dipendenza. L’altro come

aggressore non viene più percepito, poiché i MOID trattengono a livello di elaborazione implicito

l’idea che esistono persone che dicono di fare bene e poi fanno del male.

Dissociazione e identificazione con l’aggressore:

Per identificarsi con l’aggressore è però necessario che vi sia prima una dissociazione dai

propri sentimenti e percezioni (messa in atto quando il bambino si sente senza vie d’uscita), che

lascia un vuoto, riempito da una forma di intelligenza sempre vigile, orientata ad anticipare

costantemente la volontà dell’altro.

Questo vuoto in terapia emerge come la sospensione del discorso sopra a un sentimento di

confusione che deve rimanere sottostante a causa del suo potenziale di sofferenza silente ma

fragorosa. Nei MOID questa dimensione del vuoto o della mancanza è molto importante: nelle

relazioni sentimentali spesso questi pazienti fuggono senza capirne le ragioni. Riportano i discorsi

con i loro partner come qualcosa che non comprendono.

Riflessioni sul concetto di dissociazione in Ferenczi:

La dissociazione più che un separare aree diverse di esperienza, è un processo continuo di

anticipazione ed evitamento di ciò che si attende come pericoloso nel mondo reale.

I MOID funzionano allo stesso modo, ma non si limitano ad anticipare ed evitare sentimenti/

stati disturbanti: hanno ricadute nel condizionare le relazioni attraverso una continua comunicazione

! 26

inconscia. Tramite i MOID viene mantenuta una forma di continuità della coscienza e di sicurezza

interna ma si perde il contatto con i propri sentimenti e la propria interiorità. Viene cioè persa

la capacità di comprendere il significato relazionale di quel che succede nella propria vita affettiva,

di riflettere sulla propria esperienza (viene impedita la funzione riflessiva); in più viene perso il

senso di agency. La dissociazione va: dal continuare a percepire la realtà ma in uno stato di torpore,

fino a vedere l’abuso come uno spettatore esterno, fino alla totale negazione della realtà.

Il contesto relazionale del trauma e della dissociazione:

In contesti di trauma relazionale i genitori legano i figli a sé con:

- il terrorismo della sofferenza: bambini che sono costretti ad appianare ogni conflitto familiare e

portano sulle spalle il peso di tutti i membri della famiglia; non lo fanno per altruismo, ma per

godere della tranquillità perduta.

- l’amore passionale

- la punizione passionale

La mente del bambino opera una divisione del Sé, organizzandone le parti come personalità distinte

in modo che possano sopravvivere separatamente. Tale autoscissione narcisistica, è un tentativo di

auto-guarigione, fatta dal bambino per salvarsi. Nella autoscissione narcisistica, una parte del Sé si

arresta, un’altra è esposta a precoce maturazione a livello emotivo e intellettuale (progressione

traumatica). Il bambino diventa così capace di sopravvivere restando indifferente all’esperienza

traumatica.

Secondo Ferenczi, vi è anche un’inversione dei ruoli: il bambino diventa uno psichiatra per

difendersi dal pericolo degli adulti privi di autocontrollo.

5.5. Breve cenno al pensiero di Winnicott sulla dissociazione

L’interesse di Winnicott verte alla comprensione dei processi che regolano l’emersione del bambino

dalla matrice relazionale con la madre. L’essere umano è in una lotta perenne tra l’esistenza

individualizzata e un intimo contatto con gli altri: il bambino deve essere in grado di rimanere

legato alla madre senza perdersi in lei, di comunicare senza essere svuotato, evitare di isolarsi ma

conservare la propria autenticità nel rapporto di attaccamento.

Lo sviluppo primario dell’individuo:

Già il feto, secondo Winnicott, ha una vita psichica. All’inizio della vita per Winnicott vi è uno

stato di non integrazione primaria, da cui poi l’individuo inizia a strutturarsi, collegando la

molteplicità delle sue prime esperienze che sono motorie e sensoriali innanzitutto. Nello sviluppo,

questi momenti di non integrazione tornano per brevi periodi (riposo, distensione, sogno ecc., stati

che prevedono una fiducia nell’ambiente). Anche la creatività è associata alla capacità di restare in

! 27

contatto con un Sé primitivo, non integrato. La non-integrazione è vista quindi come

un’esperienza positiva, in cui l’individuo è libero di lasciarsi andare a differenza della

disintegrazione, che è una difesa molto elaborata. Nella non integrazione, gli stati di Sé in un

contesto di holding, sono tollerati nella loro molteplicità, grazie alla funzione di integrazione offerta

dai caregivers.

La disintegrazione è invece la risposta a un sovraccarico traumatico di stimoli o un paradosso

estremo che non è possibile tollerare. Attraverso la dissociazione si cerca di ristabilire un

senso di mastery (padronanza).

Parallelamente all’integrazione, Winnicott, sottolinea il processo di personalizzazione, ovvero lo

stabilirsi di un rapporto stretto tra psiche e corpo per mezzo dell’Handling (cure fisiche)

materno, che abitua il bimbo a provare piacere nelle funzioni corporee, e gli fa sentire di esistere

anche come Io corporeo. Ciò è molto importante perché quello che chiamiamo psichismo all’inizio

non è che l’elaborazione immaginativa delle parti somatiche, dei sentimenti e delle funzioni.

La figura di attaccamento deve adattarsi sempre ai bisogni del bambino, permettendogli di fare

esperienza della continuità dell’essere. Winnicott postula due stati dell’esperienza del bambino

(stati di quiete e di eccitazione), a cui corrispondono due funzioni materne (madre-ambiente =

protezione; e madre-oggetto = gratificazione desideri). Quando il bambino è in stato di quiete, la

mamma deve offrire una presenza non impegnativa: ciò è necessario affinché si sviluppi il senso di

continuità dell’esistenza e della capacità di essere solo.

Lo strutturarsi di MOI o MOID dipende dal riconoscimento che il bambino incontra

nell’ambiente e dal significato che gli eventi psico-corporei del bambino acquistano nel contesto di

relazione con la madre.

Non integrazione, disintegrazione e MOID:

Per Winnicott i fallimenti materni possono essere di due tipi: fallire nel rispondere ai bisogni del

figlio, interferire ed essere intrusiva mentre il bambino è nel suo stato di quiescenza (egli deve

allora plasmare se stesso in base alle richieste esterne, perdendo contatto con i suoi bisogni più

profondi e autentici). In entrambi i casi il bambino fa l’esperienza di una minaccia di

annichilimento: un’angoscia molto primitiva e reale.

In seguito all’esperienza di intrusione genitoriale vi è una dissociazione tra Vero Sé e Falso Sé.

Il bambino diventa l’immagine che la madre ha di lui: un falso sé che assume le funzioni che sono

state carenti nella sua crescita, ovvero quelle intellettive. Ne risulta un eccesso di attività cognitiva

nell’ambito di una condizione di isolamento da qualsiasi base affettiva o somatica.

Ciò significa che l’esperienza di non integrazione è qualcosa di molto importante, ma

dipende dalla relazione con la figura di attaccamento: la mamma deve permettere al bambino

! 28

senza intrudere, l’esperienza di assenza dei bisogni, da cui può emergere la spontaneità dei gesti

individuali.

La relazione oggettuale:

Gli oggetti transizionali o i fenomeni transizionali, fanno riferimento all’uso che il bambino fa di

determinati oggetti, che non sono parte del suo corpo ma che non sono ancora pienamente

riconosciuti come appartenenti alla realtà esterna (orsetto). L’oggetto transizionale è visto come un

possesso (al controllo onnipotente esercitato in maniera mentale sull’oggetto interno, si passa alla

manipolazione attiva dell’oggetto transizionale), e sostituisce un qualche cosa di cui compensa

l’assenza (la madre, il seno).

I MOID, in un certo senso, operano in una direzione opposta rispetto a quella

dell’oggetto transizionale, che favorisce la costruzione dell’esperienza soggettiva con un

movimento dall’interno all’esterno. I MOID possono diventare esperienza soggettiva, dalla loro

esperienza nella relazione alla loro elaborazione riflessiva (dall’esterno all’interno).

5.6. Fairbain: repressione, dissociazione e modello della mente

Dissociazione = processo mentale attivo attraverso cui contenuti mentali/funzioni mental i

inaccettabili (irrilevanti, incompatibili o spiacevoli) sono isolati dalla consapevolezza senza

cessare di essere mentali.

Repressione = processo mentale attivo attraverso quale elementi mentali, che se inseriti nel mondo

cosciente porterebbero spiacevolezza, sono esclusi dalla coscienza, senza cessare di essere mentali.

La repressione è la dissociazione dello spiacevole. La repressione per Fairbain, è possibile solo

quando la coscienza riesce e riconoscere l’incompatibilità fra diversi contenuti.

Fairbain arriva anche a considerare le scissioni del Sé come un processo fondamentale della natura/

struttura della psiche. Egli ritiene che le scissioni dell’Io, siano strutturali nella mente umana e

tutti gli individui hanno un dilemma schizoide. Di base la psiche è in una posizione schizoide: il

bambino, non tollerando la situazione di frustrazione nella relazione con la madre, crea due oggetti

interni, uno buono e uno cattivo, che rispecchiano l’esperienza con la madre soddisfacente/

insoddisfacente. L’oggetto (madre) ha due aspetti quindi, uno eccitante e uno rifiutante che

vengono introiettati come due oggetti scissi. Le scissioni che fa il bambino della madre sono di

tre tipi: madre gratificante, eccitante e rifiutante.

L’Io del bambino è di conseguenza costretto a scindersi in diverse posizioni che restano legate ai

differenti oggetti interni:

- oggetto madre gratificante > Io centrale (è la parte che permette all’individuo di stringere

relazioni reali con persone reali del mondo esterno); ! 29

- oggetto madre eccitante > Io libidico;

- oggetti madre rifiutante > Io antilibidico o sabotatore interno (opera aggressivamente dentro

la personalità ed è ostile e ironico nei confronti di qualsiasi relazione);

Io libidico e antilibidico (formano insieme l’Io sussidiario) sono quindi le parti dell’Io rivolte al

mondo interno del bambino e rimangono inutilizzabili per le relazioni interpersonali reali poiché

sono strettamente legati agli oggetti interni.

Un’ulteriore parte della personalità inutilizzabile per le relazioni viene sottratta dalla difesa

morale dell’Io centrale: l’Io centrale si lega all’oggetto ideale (è la parte della relazione con la

madre da cui vengono scissi aspetti troppo eccitanti e troppo frustranti), difendendolo, e cercando di

vivere conformandosi alle proposte di questo oggetto ideale per guadagnarsi contatto e relazione;

Questa concezione di Fairbain dell’identità è molto importante perché è relazionale. Le

forme che assume la rappresentazione del Sé sono in stretta relazione con quelle assunte

dall’oggetto in quella particolare struttura relazionale, e dipendono dalla storia di entrambe le

rappresentazioni (Sé e oggetto).

Capitolo 6 - Alcune riflessioni psicoanalitiche successive sulla dissociazione

6.1. La scissione verticale in Kohut

Secondo Kohut, una frustrazione traumatica del desiderio/bisogno, appropriato alla fase di

sviluppo, provoca un intensificazione di tale desiderio/bisogno, che non trovando risposta

nell’ambiente, arriva a un esclusione del desiderio dall’attività psichica.

Il trauma crea una spaccatura della personalità a seconda della difesa utilizzata.

Nel caso di spaccatura orizzontale della personalità, si crea una barriera ad opera della rimozione,

che si manifesta con freddezza emotiva e insistenza a mantenere la distanza da oggetti da cui si

potrebbe desiderare un sostegno narcisistico.

La scissione verticale separa un intero segmento della psiche dal Sé centrale, e si manifesta

con un alternarsi tra stati di grandiosità (che negano il bisogno) e stati di vuoto e bassa autostima.

Tale concetto è il modo che Kohut ha di formulare il concetto di dissociazione, e opera nei confronti

di eventi relazionali traumatici.

La differenza tra la scissione verticale e il concetto di dissociazione degli autori

relazionali sta nel fatto che: secondo Kohut vi è un conflitto intrapsichico nel bambino, che deriva

dal fatto che il bimbo percepisce i propri bisogni come una minaccia alla relazione con il caregiver

(perché in contrasto con i bisogni del genitore) ed è un conflitto che richiede un’elaborazione in

termini rappresentazionali; in Ferenczi (e altri autori relazionali) invece, la dissociazione è un

processo che fronteggia un’esperienza di confusione, e previene qualsiasi formulazione simbolica.

! 30

La scissione verticale è composta quindi da due aspetti fondamentali:

1. mantenere un legame indifferenziato con il genitore, come risposta adattiva ai bisogni del

caregiver;

il fatto che il bambino decide di salvare il proprio Sé, non accettando le condizioni del

2. caregiver, e quindi vivendo il proprio Sé, ma come qualcosa di isolato, depresso e vuoto, non

essendovi alcun sostegno dal genitore.

La scissione verticale è quindi un meccanismo di negazione in cui il soggetto evita che il nucleo

fondamentale della sua personalità prenda coscienza di percezioni esterne altrimenti disponibili alla

coscienza.

6.2. Arnold Goldberg: scissione verticale, diniego e la mente che si sdoppia

Goldberg sviluppa una modello della dissociazione che usa i concetti di scissione verticale e

diniego. Egli sostiene che la scissione verticale può essere il risultato sia di un adattamento

favorevole sia sfavorevole allo sviluppo dell’individuo.

La mente che si sdoppia:

La scissione verticale avviene nel bambino nell’infanzia, perché il genitore impone regole o ha un

comportamento che portano alla ripartizione della personalità del bimbo in settori. Sentire la mente

che si sdoppia (è talvolta qualcosa che proviamo tutti) e consiste nell’avere una sensazione di

ambivalenza che porta a scegliere tra due possibilità ugualmente attraenti. La scissione verticale

opera quando la scelta da farsi è tra obiettivi che hanno significati opposti e portano a stili di

vita diversi.

Nel caso di scissione orizzontale invece, il soggetto opta per una soluzione e l’altra parte è

scartata. Quando la scelta presa non rappresenta una soluzione valida, e quindi quando nessuna

delle sue parti della personalità sopporta di perdere, si innesca la patologia.

Un processo mentale patologico associato alla scissione verticale è il diniego, tramite cui il

soggetto cerca di risparmiarsi l’esperienza delle assenze e delle manchevolezze genitoriali: è una

caratteristica di rifiuto percettivo.

Il senso soggettivo della dissociazione:

Nell’esperienza della dissociazione, soggettivamente percepita, vi sono diverse trame narrative che

veicolano significati, che restano scissi in settori distinti e impermeabili. Il soggetto percepisce

dentro di sé una parte estranea, e verso di essa può avere un atteggiamento di rifiuto/

tolleranza. Ciò significa che personalità diverse possono coesistere all’interno della stessa persona.

Tuttavia molto spesso le persone che vivono una scissione verticale provano un sentimento di

differenza e alienazione, come se vi fosse un estraneo al loro interno. Tutto ciò porta a una lotta

interiore che procura infelicità, perché la propria sofferenza è vista come debolezza e perdita di

! 31

controllo: vi è quindi l’occultamento, ovvero tale parte della propria personalità viene nascosta sia

agli altri sia a se stessi.

Il fallimento della sintesi:

Il soggetto vive una costante oscillazione tra l’avvicinarsi e l’allontanarsi da una parte di sé. Il

fallimento della sintesi è quindi lo sforzo fatto dalla persona per evitare il dolore

dell’integrazione, per evitare il dover fronteggiare sentimenti dolorosi che non saranno quindi mai

vissuti pienamente. Il prezzo da pagare per mantenere la scissione è un grande investimento di

energie.

Nel soggetto in cui opera la scissione verticale, il comportamento soggettivamente

inaccettabile (esempi clinici di scissioni verticali sono: dipendenze, anoressia/bulimia, attività

criminale ecc.) è sia rifiutato sia mantenuto, senza mai essere elaborato completamente, diventando

una sorta di rifugio disponibile.

Per Goldberg avere una mente dissociata significa possedere una visione diversa del

mondo in momenti diversi della propria vita. Questa può essere considerata una cosa comune

(pensiamo alla visione di un film). La situazione diventa patologica quando le due realtà

diventano contrastanti, in quando portatrici di sistemi di valori, obiettivi e piaceri diversi. È a

questo punto che agisce il diniego, in cui ognuna delle due parti tenta di sconfiggere l’altra.

L’individuo si sente attirato e allo stesso tempo inorridito di ciò che considera necessario e terribile.

Egli possiederà due realtà soggettive diverse a cui corrispondo due realtà oggettive diverse (cioè

posizioni socialmente riconosciute per ciascuno dei due stati).

Interazione madre-bambino:

La relazione con il genitore ha un ruolo importante nel manifestarsi della scissione verticale. Se il

bambino dissocia i propri bisogni/desideri, il genitore non sarà più in grado di percepire la

paure/sofferenza del figlio, sia per limiti propri, sia perché “la sofferenza in quel bambino non

esiste più” > perché ha trovato una soluzione alternativa a tale sofferenza: ha scoperto un modo

scisso di alleviare l’angoscia, e ciò viene registrato come positivo dal genitore che preferisce questo

che fronteggiare una depressione abnorme del figlio. Secondo Goldberg il bambino cercherà

modalità alternative per consolarsi e per regolare i propri stati in modo autonomo, percependo così

un senso di grandiosità. Secondo Basch, tutto ciò avviene perché i genitori scoraggiano

attivamente a discutere di situazioni angosciose; in tal modo il bambino arriva a credere che non

parlare/non pensare alle situazioni dolorose permetta di evitare le conseguenze emotive legate a tali

situazioni. ! 32

Psicopatologia della scissione verticale:

- nei disturbi di personalità la parte scissa di Sé è un trionfo di fantasie che hanno il ruolo di

soddisfare desideri inaccettabili;

- nei disturbi della condotta la parte scissa cerca di soddisfare i propri bisogni attraverso atti

condannati socialmente, nascosti o palesi.

Secondo Goldberg, in entrambi i casi vi è una scissione verticale, ma nel primo caso la parte scissa

di sé provoca imbarazzo, nel secondo caso la parte scissa non rispetta la disciplina del Super-io e

diventa causa di vergogna.

Diverse possono essere le posizioni assunte da ciascuna parte di sé verso l’altra: si può

avere vergogna, o colpa (se si ritiene di aver trasgredito una regola sociale), oppure delusione (non

sono rispettati i propri valori), o anche disgusto (se si è fatto qualcosa che va contro il proprio

codice morale).

Vi è anche la scissione disforica: una parte di sé scissa provoca stati affettivi dolorosi. Le

personalità parallele non producono piacere e benessere, ma sentimenti simili ad angoscia e

depressione.

6.3. La prospettiva intersoggettiva di Stolorow, Atwood, Lachmann, Fosshage,

Orange, Brandchaft

Tali autori coniugano la loro esperienza clinica, la letteratura dell’Infant Research, la psicologia del

Sé di Kohut, Ferenczi e la tradizione relazionale recente. La dissociazione è un fenomeno a due

facce, da un lato protegge dal dolore il bambino e dall’altra è una forma di accomodamento

patologico all’ambiente:

1. da una parte si separano dalla propria persona eventi e circostanze che producono stati affettivi

laceranti e disgreganti che non possono essere assimilati.

dall’altra parte vi è un ambiente emotivo che non fornisce validazione e riconoscimento

2. necessari a rendere assimilabili tali eventi.

I processi dissociativi non emergono solo in seguito a eventi relazionali eccessivi, ma da un

contesto formativo intersoggettivo in cui vi è il fallimento della sintonizzazione affettiva, che

determina nel bambino la perdita della capacità di regolazione affettiva e uno stato di

disorganizzazione opprimente > in tal modo gli affetti continuano a esprimersi in forma di stati

corporei e non si evolvono in sentimenti perché, in assenza di risposte convalidanti, non hanno mai

la possibilità di ricevere una codificazione simbolica. Di conseguenza, quando la persona incontra

situazioni emotivamente intense a livello relazionale, in assenza della capacità di significazione

della propria esperienza, si producono dei fenomeni dissociativi: “egli si sentirà minacciato da

un’imminente frammentazione”. ! 33

Stolorow e Atwood riconcettualizzano il termine inconscio. Ciò che si sperimenta nella

relazione con il genitore, porta alla costituzione di principi invarianti (chiamati principi

organizzatori) che organizzano le esperienze del bambino e diventano parti costitutive della sua

soggettività. Vi sono così 3 forme di inconscio:

- preriflessivo: sede dei principi organizzatori che operano fuori dalla consapevolezza in modo

autonomo come convincimenti emotivi. Sono tratti dall’esperienza con la famiglia d’origine.

- dinamico: consiste in informazioni emotive che una volta erano consce ma sono state

dimenticate poiché costituivano una fonte di conflitto.

- non convalidato: eventi interpersonali che non sono mai entrati a far parte della soggettività,

perché non hanno mai incontrato un ambiente esterno che li convalidasse.

Confine tra conscio-inconscio è sempre fluido e in cambiamento in base alle esperienze fatte in un

contesto intersoggettivo. La coscienza si articola quindi grazie alla risposta convalidante

dell’ambiente. La narrazione che il paziente farà di sé sono quindi la parte dei MOI che sono stati

convalidati dall’ambiente. La narrazione ha funzione di collante ma nell’inconscio restano queste

rappresentazioni pre-simboliche che governano la vita di relazione della persona, e che si ripetono

in ogni relazione proprio per cercare un cambiamento attraverso una nuova esperienza.

I MOID dipendono quindi da esperienze non convalidate e da diniego, ma sono fatti di

rappresentazioni pre-simboliche che si esprimono nelle interazioni più che a livello di contenuto

mentale.

6.4. Bollas: il conosciuto non pensato

Il conosciuto non pensato riguarda l’esperienza non formulata costitutiva del sapere relazionale

implicito, che se dissociato dà vita ai MOID. Secondo Bollas il bambino interiorizza i processi

mentali dei genitori ovvero le modalità di assegnazione dei significati all’esperienza. Tali norme

di come significare l’esperienza sono trasferite nell’Io del bambino, che ha dunque ha una struttura

relazionale.

Bollas usa il termine soggetto per indicare quando il livello evolutivo della mente

individuale è in grado di formulare interpretazioni del significato della propria esperienza e del

contributo significativo degli altri. L’Io è quindi il prodotto delle negoziazioni dell’Io con gli

altri, è la storia di molti rapporti.

L’Io si organizza a partire dalle relazioni di attaccamento e quando queste non

riconoscono l’esperienza soggettiva del bimbo, e non vi sono processi di negoziazione tra lui-

altri, la mente attiva processi dissociativi.

Bollas parla di oggetto conservativo, una forma di conosciuto non pensato non ammessa al

simbolismo.

Nelle situazioni peggiori il bambino va incontro a esperienze di introiezione estrattiva, che

sono forme dissociative patologiche del conosciuto non pensato. Con tale termine si riferisce in

modo metaforico all’atto con cui la figura di attaccamento “ruba” qualcosa dalla mente del bambino

! 34

aggredendolo, e sostenendo che il bambino manca della caratteristica psichica che egli gli ha rubato.

La figura di attaccamento nega (attraverso il diniego) l’esperienza interna del bambino e

quest’ultimo dissocia dal proprio interno quell’esperienza. Per mantenere il contatto con il genitore

il bambino dissocia importanti parti della sua vita psichica e ciò pone le basi per la sensazione di

vuoto che lo accompagnerà per tutta la sua esistenza.

Tutto ciò avviene a causa di genitori normotici, che non hanno cioè la capacità di

riconoscere e mentalizzare gli stati del bambino e quindi riconoscerli.

Tali esperienze dissociate restano intatte nell’individuo forse in attesa del momento in cui

potranno essere capite e trasformate.

6.5. John Steiner: i rifugi della mente

Un rifugio della mente è un luogo creato per fuggire dalle relazioni vissute come troppo dolorose o

insopportabili. I soggetti in tali rifugi si sentono protetti, anche se spesso non eliminano la

sofferenza provata.

Secondo Steiner tali rifugi organizzano in modo patologico la personalità. Tali rifugi sono

assimilabili a raggruppamenti di difese derivanti da sensazioni di rancore e offesa sperimentate dal

soggetto, ma che egli non è in grado di esprimere. Queste organizzazioni possono operare anche

come una difesa dalla frammentazione e dal senso di colpa.

6.6. Benjamin: i MOID e una teoria intersoggettiva del processo di

riconoscimento

Secondo Benjamin, nell’affermazione di se stessi come soggetti autonomi e indipendenti, è

necessario riconoscere all’altro la stessa dignità di soggetto simile a sé, in modo che l’altro possa

offrire un riconoscimento, indispensabile al fondamento della propria soggettività.

Il bisogno di riconoscimento contiene questo paradosso: proprio nel momento in cui

realizziamo il nostro desiderio di indipendenza, diventiamo dipendenti da qualcun altro che possa

riconoscerlo. Il caregiver deve quindi sostenere tale paradosso, sia fissando confini chiari per il

figlio, sia riconoscendone la sua volontà. Il genitore deve sostenere quindi la tensione di base

provata dal bambino tra diniego e affermazione dell’altro, tra onnipotenza e riconoscimento della

realtà. L’interruzione del processo di riconoscimento, cioè il fatto che il genitore non riesce a

sostenere questa tensione dialettica tra il bambino che si sente onnipotente e il bambino che

riconosce la presenza dell’altro, favorisce l’instaurarsi di MOID.

Benjamin sostiene che come esito difensivo del fallimento nel processo di riconoscimento vi

sia l’interiorizzazione. Per comprendere tale concetto pensiamo a due situazioni: i contesti

traumatici sono poveri di strumenti psichici offerti al bambino per affrontare la regolazione affettiva

e la comprensione del significato dell’esperienza. Tale trascuratezza porta alla dissociazione e alla

formazione di MOID. ! 35

Nello stesso tempo, anche la mancanza di riconoscimento ricorrente di ambiti specifici può

portare allo stesso esito: il genitore può disconoscere alcune dimensioni che il bambino cerca di

affermare (alcune tematiche come sessualità, impulsività, dipendenza, autonomia ecc.).

Se teniamo conto di tali situazioni, l’interiorizzazione può essere vista come la formazione

di processi mentali che escludono alcune esperienze dalla coscienza, perché non possono essere

elaborate nel processo di riconoscimento.

Nella sua concezione Winnicott sottolinea che c’è una componente di aggressività implicita

nell’affermarsi del bambino. Il bambino che fa esperienza di essere riconosciuto quando propone

una versione della realtà che è in contraddizione con quella del caregiver, potrà amare la realtà

anche quando non è gratificante. Il riconoscimento che il bambino riceve dà alla separazione del

bambino dalla mamma un valore positivo. La relazionalità in questo contesto è vista

caratterizzata da una continua distruzione e riparazione, non da una perpetua armonia.

In questa cornice il trauma è legato all’ambito del diniego sia della differenza sia dello

scontro tra due volontà.

I processi di riconoscimento intersoggettivo creano l’esperienza della condivisione e di

reciprocità dei significati e di regolazione interattiva degli affetti. I processi che non sono inseriti

nella negoziazione dei significati e si presentano come configurazioni interattive automatiche, si

incarnano nei MOID.

6.7. Aron: il Sé come soggetto e il Sé come oggetto

Secondo Aron, il concetto di autoriflessività si riferisce sia al vivere se stessi come dei soggetti,

sia il riflettere su se stessi come oggetti. Non si tratta quindi solo di una funzione di osservazione

intellettuale, ma anche di una funzione affettiva ed esperenziale.

L’autoriflessività si sviluppa nella relazione con il caregiver ed è quindi un processo

intersoggettivo. Tale concetto svolge un ruolo centrale nella terapia e coinvolge anche il corpo,

che è particolarmente importante quando l’autoriflessività fallisce.

Il trauma distrugge la capacità di autoriflessione: siccome fallisce l’elaborazione

simbolica dell’informazione, le esperienze traumatiche non possono essere integrate nella mente, e

quindi, attraverso la dissociazione, l’informazione viene divisa in compartimenti. Il corpo resta

depositario dell’esperienza.

Le fondamenta della capacità autoriflessiva dipendono dalle sensazioni corporee, come

pure l’immagine e la rappresentazione che le persone hanno di sé stesse.

Aron considerando il Sé prima di tutto come corporeo, vede le esperienze relazionali

principalmente come corporee. L’autoriflessione nasce dalle prime relazioni e viene

continuamente regolata da esse. Uno dei effetti del trauma è disgregare il legame del Sé-come-

oggetto dal Sé-come-soggetto. “I pazienti con tossicodipendenze, automutilazioni, perversioni ecc.

hanno usato i loro corpi per esprimere in modo concreto la loro vita affettiva, perché non sono in

grado di elaborare gli aggetti attraverso l’autoriflessione e la mentalizzazione.” ! 36

Capitolo 7 - Da Sullivan a Bromberg e alla concezione contemporanea sulla

molteplicità e i processi dissociativi

7.1. Sullivan e la costituzione interpersonale dell’esperienza

L’approccio interpersonale è da ricondurre ad autori come Sullivan, Fromm, Horney, Thompson.

Tutti rifiutano la concezione pulsionale freudiana implicando delle sostanziali trasformazioni del

significato dell’esperienza e della pratica clinica. La domanda è quindi non “cosa significa?” ma

“cosa succede intorno a me?”. Tale orientamento è stato il primo a sostenere che la mente si

trasforma in un processo relazionale.

L’approccio interpersonale dello studio della personalità:

Il bambino manifesta i propri bisogni (legati alle tensioni dell’angoscia) facendo emergere nel

caregiver un’esigenza complementare di soddisfare quegli stessi bisogni. Si attua così

un’integrazione e il neonato sperimenta l’inizio di un comportamento tenero.

Il fallimento dei caregiver nell’integrarsi a questi processi reciproci conduce i bambini a

supina obbedienza o sistematica ribellione, oppure alla capacità di nascondere ciò che accade

dentro di loro. A volte infatti il bambino può scoprire che manifestare un bisogno di tenerezza al

caregiver lo porta a essere in una posizione di svantaggio/ansia, e collega così tale bisogno a una

previsione di angoscia o dolore (l’ansia è quindi una risposta relazionale più che biochimica).

L’angoscia è responsabile della formazione del dinamismo del Sé o sistema del Sé. Secondo

Sullivan la personalità è lo schema relativamente stabile delle situazioni interpersonali

tendenti a ripetersi che caratterizzano la vita umana. L’uomo è qualcosa quindi in continuo

divenire, continuamente formato e trasformato dalle relazioni a cui partecipa.

Secondo Sullivan si è sempre degli osservatori partecipanti. L’unità di studio minima è la

situazione interpersonale in quanto la vita ha inizio nella relazione madre-bambino e non è

concepibile al di fuori di essa.

Il concetto di molteplicità:

Il Sé non è qualcosa di singolo e immutabile. Il sentimento di avere un unico Sé individuale è una

fiction narcisisticamente investita. La difficoltà che si incontra spesso nel cambiare è l’illusione di

essere un sé unico, semplice, duraturo; per ottenere qualcosa bisogna osservare l’interazione che si

ha con le diverse persone. Una volta fatto questo si riesce anche a comprendere come un essere

umano ha tante personalità quante relazioni interpersonali. ! 37

I modi dell’esperienza:

Ci sono tre modi dell’esperienza, ovvero modi di elaborare internamente gli eventi (che

divergono per misura e carattere dell’elaborazione):

modo prototassico: vi è alternanza tra bisogno e soddisfazione; è il modo più semplice di

1. esperienza e anche il più antico, è la prima forma rudimentale di memoria; è una sorta di

registrazione di tutti gli eventi che attraversano la coscienza, ma non vengono necessariamente

connessi o integrati e si collocano a un livello minimo di significato.

2. modo paratassico: il bambino acquisisce tale modo quando riesce a identificare le differenze

tra oggetti percepiti, e riconosce gli oggetti sulla base dell’individuazione delle differenze. È

una forma evoluta di esperienza, ma il suo grado di organizzazione non è sufficiente per

costituire una rappresentazione simbolica. Per Sullivan gran parte del nostro pensiero non

supera tale livello. È il modo caratteristico dei sogni, fantasie, le cui esperienze sono ridotte in

blocchi e non sono messe in relazione in maniera logica e continua. [questi due modi

corrispondono ai processi che elaborano l’esperienza nei MOID].

modo sintassico: le esperienze sono elaborate in modo raffinato e organizzate in modo

3. simbolico, sono comunicabili; è il modo collegabile al gesto e al linguaggio; ed è proprio della

validazione consensuale, secondo cui il significato dell’esperienza viene rappresentato con

simboli che hanno uguale valore per tutti gli individui e il cui più importante veicolo è il

linguaggio.

La centralità dell’esperienza dell’angoscia:

Se il sintomo è un’azione per fronteggiare l’angoscia, quest’ultima è necessariamente una forma

di organizzazione del mondo interno. Inoltre Sullivan afferma che, quando la tensione

dell’angoscia è presente nella madre, induce angoscia nel bambino attraverso il processo che lui

chiama empatia, che è un contagio emotivo con cui il neonato vive lo stato emotivo della madre.

Ciò che il bambino prova è una mancanza assoluta, un vuoto (un colpo di testa), che non può

affrontare in nessun modo, perché non ha gli strumenti. Tutto ciò rimane impresso nella memoria

implicita del bambino come minacce da cui proteggersi. Così si originano i MOID: una rottura

delle possibilità di integrare i processi mentali con i processi interattivi per far fronte al senso

di vuoto.

Il bisogno di sollievo dall’angoscia viene definito da Sullivan bisogno di sicurezza

interpersonale. L’angoscia non può essere manipolata dal neonato perché proviene da un’altra

persona e il bimbo ha limitate capacità di impattare sull’adulto (riesce solo a indurre tenerezza

manifestando i propri bisogni!).

La presenza o assenza di angoscia nella madre porta a discriminare tra buona madre e

cattiva madre. Le caratteristiche reali della madre hanno un’enorme importanza in quanto il

bambino inizia a esistere psicologicamente quanto entra in relazione con chi fornisce accudimento,

esse sono la matrice entro la quale si va strutturando la sua personalità. ! 38

L’intrapsichico dal punto di vista interpersonale:

Il sistema del Sé si sviluppa nelle esperienze interpersonali. Il Sé è formato da un insieme

organizzato di esperienze all’interno della personalità globale, e distinto concettualmente da essa,

un insieme di esperienze di sé che l’individuo usa per rappresentare se stesso e ciò che si

ritiene di essere.

La personalità è strutturata in due parti: una consapevole (esperienze che concordano con

le valutazioni degli altri significativi) che viene organizzata nel Sé; un’altra che contiene tutte le

caratteristiche della personalità che non sono state approvate, né disapprovate dai caregiver, e che di

cui si rifiuta qualsiasi consapevolezza (sono parti dissociate). Il sistema del Sé quindi comporta

una distorsione nelle relazioni interpersonali, che sono vissute attraverso le caratteristiche dissociate

della personalità (che operano a livello implicito del funzionamento mentale).

MOID e non-me:

Nella sua crescita il bambino struttura una personificazione di sé composta da: me buono (bisogni

soddisfatti), me cattivo (bisogni frustrati/associati a sensazione angoscia), non me.

Me buono e cattivo sono comunicabili per mezzo del linguaggio, al contrario del non me.

Tale personificazione è tipica dei sogni o di un episodio psicotico grave, si sviluppa gradualmente e

resta a uno stadio primitivo, nel modo paratassico di esperienza. È composto da aspetti paurosi,

orribili, e ripugnanti della vita che provengono da un’angoscia intensa. È una categoria che

costituisce un sistema dissociativo (concettualmente è alla base dell’ipotesi di MOID).

Clara Thompson, mette in relazione la dissociazione e l’estensione del non-me con la

flessibilità del funzionamento della personalità.

Il sistema del Sé è rivolto quindi a ricercare le modalità più consone per vivere insieme

alle persone significative: il bambino modella, forma, distorce le proprie esperienze, i propri

comportamenti e la percezione di sé, per conservare le migliori relazioni possibili con altri

significativi.

Il sistema del Sé, delle difese e la dissociazione:

In definitiva il sistema del Sé funziona per controllare l’angoscia, e lo fa sfruttando i diversi tipi

di personificazioni del me, cercando di mantenere i contenuti della coscienza nell’area del me

buono. Per spiegare come il sistema del Sé sia contrario ai cambiamenti che l’esperienza

apporta, Sullivan propone il teorema dell’evasione: il sistema del Sé tende a sfuggire all’influenza

di quelle esperienze che non si conciliano con la sua organizzazione; si serve di una serie di

operazioni di sicurezza, per conservare la disattenzione selettiva.

Ogni volta che un’esperienza richiederebbe un cambiamento in una configurazione

internazionale stabile, si produce una tensione dell’angoscia che richiede un’azione volta a

diminuirla (chiamata da Sullivan operazione di sicurezza). La dissociazione rientra in tali processi e

! 39

si colloca su un continuum insieme alla disattenzione selettiva (corrisponde a non notare una serie

quasi infinita di dettagli più o meno significanti della propria vita).

Fra altre operazioni di sicurezza Sullivan descrive: la drammatizzazione di certi ruoli che

la persona sa essere falsi; fantasie compensatorie; le trasformazioni della personalità; l’evocazione

di altri immaginari (si sovrappone un modello immaginario, che comprende una certa immagine di

sé e dell’altro, a una esperienza di rapporto interpersonale in corso).

Il grado di angoscia, e le conseguenti operazioni di sicurezza, entrano a far parte delle

relazioni interpersonali dell’individuo, determinando la possibile illusorietà della sua esperienza

fino all’insorgenza di stati dissociativi, o di delirio e allucinazioni.

Tali esperienze sono governate da modelli di configurazione sé-altro (chiamate

integrazioni paratassiche), che hanno origine da una situazione che la persona ha vissuto veramente

nella realtà (esperienze infanzia).

Il sistema del Sé opera quindi in difesa dell’angoscia, per ristabilire quel senso di sicurezza

di cui l’individuo ha estremo bisogno. La ricerca di sicurezza porta il soggetto a perseguire

inconsciamente quei MOI che minimizzano l’angoscia, che funzionano come zone franche,

quelle nelle quali si riconosce intenzionalmente.

Il concetto di dissociazione e i MOID

Per Sullivan il termine dissociazione è un modo di funzionare della mente, non riassumibile in un

sintomo o in una sindrome. I processi dissociativi si originano da una relazioni disfunzionali con

i genitori, nella quale parti di personalità del bambino vengono disapprovate (e da quel

momento si manifestano fuori dalla coscienza della persona). Quindi l’esperienza, proprio perché

non riceve l’approvazione interpersonale di cui avrebbe bisogno per essere riconosciuta, non entra

nella coscienza. Sullivan utilizza quindi il concetto di dissociazione per descrivere un ampio

spettro di fenomeni, non solo per esiti di traumi gravi.

Quelle esperienze contrassegnate da un’angoscia così intensa e severa, che creano vuoto

mentale, confusione, e amnesia, diventano tutte esperienze di non-me, stati che l’adulto poi non

riconosce come parti di sé. Sullivan distingue l’ansia ordinaria e gestibile, dall’ansia intensa e

traumatica che ha effetti nefasti.

Dissociazione come la intende Sullivan e rimozione di Freud sono due concetti differenti.

All’interno del processo di dissociazione i contenuti mentali possono non essere mai stati

consapevoli e vengono rimossi in seguito in quanto sgradevoli: la dissociazione anticipa la

coscienza in un certo senso le dà una forma.

Riguardo alle modalità con cui si instaurano i processi dissociativi, la dissociazione è vista

come un’operazione di sicurezza (sospensione della coscienza e consapevolezza) ed estremo di un

continuum che ha all’altro capo la disattenzione selettiva. ! 40

Dissociazione e psicopatologia:

Da una parte Sullivan sostiene che la dissociazione è una dimensione fisiologica: “Tutti noi

abbiamo alcune tendenze dissociate, impulsi ai quali la cultura non ha fornito nessuno sbocco

accettabile”. Tuttavia, l’atto stesso della dissociazione contiene sempre un rischio: infatti un ricorso

massiccio a tale processo può risultare patologico.

Le persone con pesanti sistemi dissociati difficilmente possono raggiungere ciò che

definiamo età adulta. Se la persona è costretta all’esperienza di dissociare dalla coscienza un

numero considerevole di sistemi motivazionali potenti e duraturi, allora sarà molto esposta alla

malattia mentale. Sarà disadattata in alcune situazioni della sua vita, perché c’è una divisione fra

gli atti di cui è consapevole e gli atti che compie senza saperlo. Le persone con sistemi

importanti di dissociazione sono schiave sempre di una situazione: sono infastidite da tale

situazione non provano ansia nei confronti di essa ma se ne vanno con una razionalizzazione

che non fa una grinza.

La psicopatologia ha a che vedere con l’impossibilità di realizzazione dei propri bisogni a

causa dell’imporsi del bisogno di sicurezza su tutti gli altri. La psicopatologia è un modo di

proteggersi dall’angoscia.

Tale teoria non lascia spazio quindi per includere nel Sé delle potenzialità non sviluppate

(perché sarebbero in realtà solo potenzialità dissociate che non sono mai state riconosciute dal

genitore). Nella concezione dei MOID invece viene contemplato un potenziale evolutivo da

integrare. Nell’ottica dei MOID: i sintomi dei pazienti riflettono una regolazione affettiva andata

buca; vi è poi una tensione dialettica tra molteplici versioni di sé che deve trovare un’integrazione,

integrazione che deve essere rivolta anche a livelli impliciti e a quelli dissociati (che contengono

potenzialità espressiva da integrare).

7.2. Philip Bromberg: stare tra gli spazi

La mente è un’organizzazione di molteplici e discontinue versioni del Sé connesse in modo

dialettico. Organizzazione significa anche ricerca di equilibrio tra stabilità (necessità di preservare

l’esperienza di se stessi come dotata di significato) e cambiamento nella propria rappresentazione

di sé (bisogno di costruire nuovi significati per adattarsi nei confronti degli altri).

Il Sé si costruisce in modo discontinuo attorno a molteplici rappresentazioni di Sé e

dell’oggetto, che sono frutto dell’esperienza interiorizzata nel contesto di sviluppo. Il Sé è una

configurazione di molteplici stati di coscienza discreti e non lineari in continuo rapporto

dialettico tra loro e con vari gradi d’accesso alla consapevolezza > tutto ciò culmina in quella

sana illusione di possedere un Sé unitario e integro, che è molto importante a livello adattivo perché

consente alla persona di sentirsi se stessa nonostante le discontinuità all’interno della sua mente.

Per Bromberg l’apparato psichico si organizza sulla base di processi di scissione verticale,

ovvero di processi dissociativi che suddividono la personalità in nuclei di significato indipendenti,

ognuno con i propri pensieri, affetti, fantasie, memorie storiche e pattern di relazione con l’esterno.

! 41

La dissociazione è quindi un processo fisiologico della mente, presente in ogni individuo

e in tutte le relazioni, essenziale sia per la stabilità, che per la crescita. Essa permette di escludere

stimoli eccessivi o irrilevanti e permette alla persona di mantenere un sentimento personale di

coerenza e integrità. La dissociazione, scollegando stati di coscienza incompatibili e permettendo

l’accesso a essi sono in qualità di esperienze mentali discontinue e scollegate, protegge contro la

frammentazione del Sé. In tal senso, la dissociazione è sia un processo, ovvero una difesa contro

un’esperienza che non può essere regolata ed elaborata, sia una struttura, ovvero una difesa contro

il trauma e il riproporsi di un’esperienza interiorizzata come memoria affettiva e procedurale.

La molteplicità del Sé:

Alcuni degli stati che costituiscono il Sé non sono connessi alla coscienza e ai processi percettivi,

mentre ad altri è impedito l’accesso all’elaborazione conscia a causa di un’originaria mancanza di

simbolizzazione linguistica.

Il Sé è un’entità che nasce nella relazione, ed è formata da una molteplicità di

configurazioni sè-altro, la cui integrazione è permessa da un senso illusorio di unitarietà.

Questa “illusione” è associata alla salute psichica e non alla patologia, dato che tale illusione svolge

un’importante funzione psicologica adattiva. La discontinuità è parte di ciò che arricchisce la vita.

La salute non è rappresentata solo dall’integrazione, ma dalla capacità di stare tra gli spazi

differenti della realtà senza perderne alcuna. Stare negli spazi è l’espressione da lui usata per

descrivere la possibilità di un luogo metaforico per la realtà soggettiva. Sentirsi se stessi essendo

una moltitudine è indice di auto-accettazione oltre che uno dei fondamenti della creatività. Lo stare

tra gli spazi si riferisce quindi a un’integrazione che richiede continue negoziazioni interne e

comprende sia il senso di coerenza che quello di molteplicità.

La vita mentale già all’origine quindi non è unitaria! Già all’inizio comprende una

molteplicità di configurazioni Sè-altro, che con processi di maturazione giungono al senso di

coerenza e continuità esperito come identità personale.

Quando uno sviluppo procede bene la persona è consapevole solo in modo transitorio

dell’esistenza dei diversi stati di Sé, perché ciascuno funziona come una parte del più ampio

sistema cognitivo (che integra gli stati discreti del Sé grazie alla dissociazione), e contribuisce

all’illusione sana di un’identità coesa.

La centralità del concetto di dissociazione in Bromberg

La dissociazione non è patologica ma può diventarlo in seguito a traumi. La dissociazione è sia

una struttura sia un processo.

La dissociazione è essenziale per il funzionamento mentale ordinario, è intrinsecamente

adattiva: è il processo di base che permette agli stati di Sè individuali di funzionare in modo

ottimale. Paradossalmente infatti agevola le funzioni integrative dell’Io, emarginando gli stimoli

eccessivi o quelli irrilevanti. In più permette di mantenere il sentimento di coerenza e integrità

! 42

del proprio senso del Sé e della propria continuità personale. Le mente infatti consente l’accesso a

più stati mentali discreti in grado di essere reclutati come in un dialogo interno che permette ai

diversi aspetti di Sè di coesistere in un conflitto intrapsichico.

La dissociazione non è un sinonimo di frammentazione, anzi è una difesa contro la

frammentazione! Essa facilita il passaggio tra stati di coscienza non compatibili, cosa che è

imparata dal bambino attraverso l’interazione con i caregivers, che lo aiutano a pervenire a

transizioni di stato non traumatiche.

La dissociazione in tale teoria è quindi relazione-dipendente, assume un rilievo patologico

o evolutivo in base al fatto che il caregiver permetta il riconoscimento o meno degli stati

molteplici del bambino e della potenziale autoregolazione che egli può attivare di sua iniziativa.

Prima dell’avvento del linguaggio il bambino comunica in maniera sub-simbolica (usa le

parole come gesti, come veicoli di sentimenti personali). In particolare, il bambino comunica

attraverso l’impatto emotivo che riesce ad avere sullo stato mentale del genitore. Il genitore se è

disponibile, permette al bambino di comprendere non solo la comunicazione, ma permette al figlio

di sentirsi riconosciuto, e ciò contribuisce alla formazione del me. Ci saranno inevitabilmente

momenti di mancanza di sintonizzazione (e quindi di riconoscimento della propria soggettività),

che permettono alla mente umana di attivare in senso strutturale la dissociazione e il formarsi

di MOID (quindi anche dissociazione e discontinuità sono costitutivi della soggettività!).

I genitori possono non saper affrontare alcuni stati soggettivi del bambino in quando

loro stessi dissociano il loro potenziale impatto affettivo (se genitore dissocia l’angoscia o la

rabbia, non rispecchia il bambino quando egli la mostra). Il genitore reagisce come se lo stato del Sé

del bambino non avesse alcun significato. Queste esperienze danno origine per Sullivan al non-me,

e dalla nostra prospettiva ai MOID in quanto memoria implicita dell’attaccamento traumatico.

Per il corretto funzionamento dei processi integrativi il bambino ha bisogno di sentire

riconosciuta l’esperienza di se stesso in uno specifico stato del Sé, e di sentire riconosciuto il

processo di transizione a un altro dei suoi stati possibili. Se al contrario sarà riconosciuto solo in

certi momenti e in certi stati, la continuità del passaggio da uno stato all’altro sarà seriamente

danneggiata.

Ricapitolando quindi la mente è fin dall’origine non integrata; il senso di Sé origina da stati

mentali scollegati con le proprie costellazioni di affetti, memorie, valori, capacità cognitive.

L’illusione di possedere un Sé unitario è adattiva. La dissociazione è una soluzione protettiva per

assicurare forme di continuità nell’esperienza soggettiva.

La dissociazione post-traumatica

Se il genitore disconferma lo stato mentale del bambino, sia nei momenti d’intenso arousal affettivo

sia nei momenti di rilassatezza (con comportamenti intrusivi o seduttivi), il bimbo crescerà

diffidando della sua capacità di dare significato affettivo agli eventi e dubitando della sua stessa

esperienza reale. Il suo senso di agency sarà schiacciato. Il bambino è trasformato in un oggetto

appartenente alla mente dell’altro. Egli è incapace di sentirsi un’unità psicosomatica: il senso del

! 43


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica e di comunità
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mad_Cupcake di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Clinica dell'attaccamento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Albasi Cesare.

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