Parte I: Il concetto di MOID
Bowlby e i MOID
Bowlby pone come obiettivo del sistema di attaccamento il mantenimento dell’accessibilità e della responsività del caregiver, che definisce con il termine di disponibilità. Il bambino si costruisce l’aspettativa di potersi o meno fidare del fatto che la figura di attaccamento sarà disponibile, in base ad una valutazione sufficientemente accurata delle sue esperienze. Per concettualizzare come queste valutazioni si organizzino e costituiscano delle rappresentazioni nella mente, Bowlby elabora il concetto di Modello Operativo Interno (MOI). Egli privilegia il termine “operativo” perché suggerisce che la rappresentazione è un processo dinamico e il termine “modello” perché implica che la struttura delle rappresentazioni è relazionale e perché produce la relazione-struttura del mondo reale. La funzione dei MOI è quella di pianificare, prendere decisioni e interpretare.
Bowlby si concentra in particolare sui modelli operativi del Sé e del genitore nella relazione di attaccamento e ritiene che i MOI siano il riflesso delle interazioni che una persona sperimenta realmente durante il suo sviluppo e la sua crescita. Nel modello operativo del mondo una caratteristica chiave è rappresentata da come sono le figure di attaccamento, dove possono essere trovate e come ci si aspetta che esse reagiscano. Nel modello operativo di sé che ognuno costruisce, una configurazione chiave è proprio l’idea di come ognuno si senta accettabile o inaccettabile agli occhi delle proprie figure di attaccamento.
Egli arriva a intendere il concetto di MOI come la rappresentazione interna della relazione, si riferisce a quello che il bambino si aspetta di ottenere dal proprio ambiente sulla base delle sue esperienze passate con questo stesso ambiente. Il bambino, nel corso delle ripetute interazioni con le figure di attaccamento, inizia a sviluppare una memoria di queste interazioni nella forma di schemi transazionali.
MOI e difese
Bowlby utilizza le ricerche basate sul modello cibernetico dell’elaborazione dell’informazione. In merito alla distinzione tra coscienza e inconscio: la coscienza può essere considerata come uno stato di strutture mentali che facilita in forte misura il verificarsi di alcuni tipi distintivi di elaborazione. I processi denominati difensivi possono essere intesi come casi di esclusione difensiva di un’informazione sgradita.
Egli fa riferimento agli studi sulle funzioni cognitive e, in particolare, alle ricerche sui sistemi di memoria che mostrano come le modalità di organizzazione della conoscenza siano differenziali in semantiche (che prevedono la strutturazione di memorie e ricordi secondo il significato conoscitivo generale) ed episodiche (che sono una memorizzazione degli eventi come scene specifiche del passato autobiografico). Bowlby utilizza questi modelli per sostenere che l’esclusione difensiva è un processo che sfrutta sistemi di memoria separati: uno è il magazzino episodico, nel quale l’informazione è immagazzinata secondo sequenze, in termini di episodi autobiografici e di eventi caratterizzati in senso spazio-temporale; l’altro è il magazzino semantico, dove l’informazione ha forma di enunciati generalizzati che riguardano il mondo.
Esistono diversi tipi di immagazzinamento e, infatti, durante le terapie non è infrequente scoprire grosse divergenze tra le generalizzazioni effettuate da un paziente, nei riguardi dei suoi genitori, e quanto risulta implicitamente circa il loro comportamento reale e ciò che hanno detto in determinate occasioni, in base a episodi ricordati dal paziente stesso. Non è infrequente imbattersi in grosse contraddizioni tra i giudizi generalizzati che il paziente da di sé stesso e il quadro che ricaviamo sul suo modo di pensare, sentire e comportarsi in determinate situazioni.
MOI e dissociazione
Secondo Bowlby è essenziale concepire il Sé come un sistema agente e, inoltre, che l’integrità di tale sistema è fornita dal suo accesso costante a un magazzino più o meno continuo di ricordi personali. Esistono individui in cui i sistemi principali non sono unificati e i sistemi possono essere definiti come segregati, nella misura in cui la comunicazione tra di loro è limitata. Il Sé che il paziente sperimenterà come il proprio vero sé sarà quello a cui ha più facile accesso.
Conseguenze gravi ed estese dell’esclusione difensiva di particolari informazioni da un’ulteriore elaborazione:
- Disattivazione sistematica di un sistema comportamentale, motivazionale o di significati e per estensione di tutti i pensieri e i sentimenti ad esso connessi.
- Una reazione o una serie di reazioni di un individuo possono essersi isolate cognitivamente dalla situazione interpersonale che le suscita, così che la persona stessa non sa il perché delle proprie reazioni. I pensieri, i sentimenti e i comportamenti possono non apparire più soggettivamente collegati tra loro e alle circostanze interattive nelle quali una persona è immersa. Le relazioni interpersonali controllate dai MOID appaiono come fatti governati da principi e regole che non sono solo in parte comprensibili dalle persone.
Cause dell’esclusione difensiva
- Può essere attivata per evitare conflitti tra i vari sistemi valutativi interni alla persona.
- Può essere attivata per evitare conflitti con i genitori, in due particolari situazioni:
- A volte i bambini possono essere puniti per le loro richieste di vicinanza e per le loro proteste e i loro pianti. Se questa situazione paradossale è ricorrente, si può verificare in lui la disattivazione del sistema di attaccamento e l’esclusione difensiva di tutti i fatti e le informazioni che lo potrebbero riattivare; ne risulta uno stato di distacco emotivo.
- A volte il bambino si accinge a notare certi tratti del comportamento dei genitori che essi vogliono che egli ignori.
Il paradosso dell’attaccamento traumatico è che più il bambino si sente senza protezione, il che lo porterebbe ad attivare il sistema di attaccamento, e più disattiva il sistema stesso, in quanto le figure di attaccamento che dovrebbero proteggerlo e dargli sicurezza coincidono con la fonte della paura. Bowlby ipotizza una molteplicità dei MOI: i dati usati per la costruzione dei modelli sono ricavati da fonti multiple: dalla sua esperienza quotidiana, da ciò che i genitori gli dicono e da informazioni provenienti da altre persone. La molteplicità funzionale e adattiva dei MOI sottopone i suoi processi al servizio della formazione di strutture difensive (MOID) nelle situazioni di attaccamento traumatico: la maggior parte dei bambini non vuole vedere i propri genitori in una luce troppo cattiva e, quindi, può succedere che un paziente fornisce un quadro fuorviante della famiglia perché non sa bene come stiano le cose. Questa condizione si viene a creare in una persona se essa dall’infanzia in poi è obbligata ad accettare informazioni sistematicamente false sulle figure familiari.
Il bambino si trova a operare con MOI incompatibili, che generano stati di coscienza contradditori, che inducono falsificazioni retrospettive dell’esperienza e favoriscono lo strutturarsi di MOID, che includono i trigger per un’eventuale formulazione del significato soggettivo dell’esperienza dissociata. La dissociazione dei MOI è osservabile soprattutto nel caso di eventi traumatici, seguiti da una spiegazione falsificante. Strutturando un MOID, i bambini possono escludere difensivamente le memorie autobiografiche delle esperienze traumatiche e immagazzinare le versioni offerte dai genitori delle stesse esperienze nella memoria semantica.
Nella visione di Bowlby sui MOI, le esperienze delle interazioni reali nel corso dello sviluppo danno vita a molteplici processi mentali, organizzazioni, sistemi, strutture. Le esperienze nelle relazioni di attaccamento danno origine a organizzazioni interne di memorie, rappresentazioni e a modalità di regolazione interna e interattiva differenziate tra loro.
MOID e livello procedurale
Bowlby ritiene che l’esclusione difensiva rivesta un ruolo determinante nelle relazioni di attaccamento non soddisfacenti o disturbate. Egli parla di due MOI ben organizzati della stessa relazione: uno basato sulla memoria semantica e accessibile alla riflessione conscia e alla discussione verbale e un secondo basato sulla memoria episodica e autobiografica, ma difensivamente escluso dalla consapevolezza.
Bretherton offre una descrizione dei MOI dissociati sottolineando l’impossibilità di collegamento tra differenti livelli del funzionamento mentale: un modello operativo del Sé e della figura d’attaccamento male organizzato, nel quale molti schemi sono dissociati uno dall’altro, facendo emergere comunicazioni contradditorie con gli altri e non tutti sono direttamente accessibili alla riflessione cosciente, ma possono essere disponibili come conoscenze procedurali. Essa sottolinea due aspetti:
- Il livello procedurale e la sua disconnessione dagli altri livelli è cruciale per cercare di comprendere la psicopatologia.
- Distorsioni a questo livello possono cominciare molto presto, anche prima che il bambino acquisisca il linguaggio.
L’autrice ci invita a considerare come causa dell’attivarsi di processi dissociativi, non solo i contesti macroscopicamente traumatici nei quali gravi forme di abuso e di maltrattamento sono evidenti, ma anche i contesti relazionali nei quali le microinterazioni quotidiane tra le figure di attaccamento e il bambino impediscono lo sviluppo di processi di regolazione adeguati allo sviluppo di MOI integrati.
I molti livelli del funzionamento mentale
La ricerca recente ci mostra una mente che funziona su più livelli in parallelo: non solo a un livello inconscio e uno conscio, ma a molteplici livelli inconsci e consci che sono organizzati nel contesto della matrice relazionale. Loewald fu attento ai principi e alle strutture organizzative attraverso i quali la mente organizza l’esperienza, che si formano durante lo sviluppo e operano simultaneamente nel corso della vita, nel flusso continuo che si instaura tra consapevolezza e inconscio.
Mitchell formula una sintesi teorica per comprendere i differenti livelli di funzionamento mentale alla luce delle teorie psicoanalitiche relazionali. Egli propone quattro modi, che corrispondono a quattro livelli di funzionamento:
- 1 Modo: comportamento non riflessivo è un livello di funzionamento implicito che riguarda i comportamenti pre-simbolici messi in gioco nelle interazioni del campo relazionale, comportamenti che hanno origine nell’interazione microadattiva fra madre e bambino. Gli schemi di reciproca influenza non prevedono una rappresentazione ideativa organizzata del sé e dell’altro, e sono complementari.
- 2 Modo: permeabilità affettiva si basa sul principio che gli affetti oltrepassano i confini del sé per generare, negli altri, affetti corrispondenti. La risonanza degli affetti può spiegare il senso di lasciarsi attraversare dall’esperienza che provano terapeuta e paziente durante l’intensa e intima relazione psicoterapeutica.
- 3 Modo: configurazioni sé-altro: l’altro viene concepito in funzione del sé e gioca un ruolo meramente strumentale. L’esperienza si costituisce includendo le funzioni mentali dell’altro, sebbene quest’ultimo non sia ancora simbolizzato come soggetto distinto e autonomo, ma esclusivamente al servizio delle proprie necessità. A questo livello il Sé non può funzionare autonomamente, ma è un insieme discontinuo e multiplo di organizzazioni contenute da un illusorio senso di continuità e coerenza.
- 4 Modo: intersoggettività la mente funziona nella sua complessità e il soggetto pensa e agisce riflettendo sulle proprie intenzioni, in relazioni ad altri soggetti riconosciuti come tali.
I MOI sono considerati come moduli stratificati di funzionamento mentale che operano parallelamente a tutti i livelli descritti da Mitchell come Modi. Inoltre, i MOI sono molteplici e concorrono alla regolazione degli affetti e alla costruzione di significati soggettivi e intersoggettivi. Nel lavoro con i pazienti in psicoterapia si possono tenere in considerazione almeno 2 modi di Mitchell: procedurale (non simbolico e implicito) ed esplicito (simbolico, dichiarativo).
I MOI come moduli stratificati di funzionamento mentale e il livello procedurale
I MOI sono unità di funzionamento mentale che elaborano i significati dell’esperienza relazionale contemporaneamente su molti livelli, da quelli procedurali (in cui la conoscenza relazionale implicita è impiegata per regolare gli stati affettivi) a quelli dichiarativi (in cui l’esperienza soggettiva può essere formulata con rappresentazioni simboliche).
Crittenden afferma che i modelli procedurali di sé e delle figure di attaccamento vengono appresi come schemi senso-motori delle interazioni fin dalle prime esperienze. Nello sviluppo precoce l’integrazione di memorie procedurali, semantiche ed episodiche agisce come principale elemento di organizzazione dei MOI. Secondo Marrone, nel caso della psicopatologia, l’individuo non è riuscito ad integrare queste molteplici prospettive; quindi lo scopo del processo psicoterapeutico consiste nell’evocare ed esplorare i diversi sistemi di memoria e di integrarli.
Se i MOI hanno una componente di tipo procedurale il bambino apprende dalle figure di attaccamento sia informazioni sulla realtà, sia modi con cui rapportarsi e trattare queste realtà.
La conoscenza implicita e la dimensione procedurale dei MOI
Si è riconosciuto il funzionamento di due tipi diversi di conoscenza:
- La forma esplicita: riguarda quell’esperienza soggettiva di “conoscere qualcosa” che permette agli eventi memorizzati, o alle idee, di essere richiamati alla coscienza.
- La forma implicita: riguarda il “conoscere come”, è inconscia e si riferisce all’acquisizione di abilità e mappe cognitivo-affettive, si esprime nel comportamento, ma rimane non pienamente verbalizzabile.
Beebe e Lachman affermano che la memoria implicita si basa sulla memoria emotiva procedurale che riguarda le sequenze d’azione, codificate in forma non simbolica, le quali influenzano i processi organizzativi che guidano il comportamento (es. i modelli di interazione madre-bambino). Se il conoscere implicito non è danneggiato, si sviluppa nel corso dell’esistenza potendo diventare un patrimonio articolato di aspettative, motivazioni, stili cognitivo-affettivi e preferenze nei livelli di attivazione.
I sistemi implicito ed esplicito devono essere considerati due sistemi di conoscenza distinti che possono influenzarsi e integrarsi oppure rimanere dissociati nel caso di esperienze traumatiche. I MOI si possono osservare nelle interazioni madre-bambino perché sono codificati in forme procedurali implicite fin dai primi mesi di vita, quindi non simboliche, non verbali e inconsce.
La tradizione della ricerca sull’attaccamento e i molti livelli di funzionamento dei MOI
Mary Ainsworth ha sviluppato la procedura sperimentale della Strange Situation per l’osservazione dei comportamenti di attaccamento che esprimono i MOI dei bambini. Secondo Sroufe e Waters lo scopo del sistema di attaccamento non è più quello della regolazione della distanza fisica, ma è rappresentato dalla regolazione della sicurezza percepita, come regolazione affettiva.
Fonagy e Target individuano 4 sistemi rappresentazionali:
- Aspettative sulle caratteristiche interattive dei primi caregiver.
- Rappresentazioni di eventi, attraverso cui vengono codificati ricordi generali e specifici sulle esperienze di attaccamento.
- Ricordi autobiografici, attraverso cui vengono connessi concettualmente tra loro eventi specifici.
- La capacità di comprendere le caratteristiche psicologiche delle altre persone e di differenziarle dalle caratteristiche del Sé.
Main, Kaplan e Cassidy sottolineano che i MOI precoci sono composti da schemi che organizzano la memoria in relazione ai tentativi compiuti dal bambino di ottenere conforto e sicurezza e alle risposte tipiche conseguite da parte della figura di attaccamento. Spostando l’attenzione dalle osservazioni del comportamento esterno e delle interazioni diadiche alle rappresentazioni che le governano, i tre autori hanno proposto l’AAI (Adult Attachment Interview). Essi definiscono il MOI come un insieme di regole coscienti/inconsce che organizzano l’informazione riguardante l’attaccamento e permettono o limitano l’accesso all’informazione; esso implica un’organizzazione di atteggiamenti, motivazioni relazionali e processi difensivi.
Il modello della funzione riflessiva di Fonagy e Target e il senso di agency
La funzione riflessiva, o capacità di mentalizzazione, è la capacità psichica della madre di pensare e rappresentare mentalmente gli stati del proprio bambino, inserendolo nel complesso dei significati soggettivi e intersoggettivi della relazione con lui e permettendogli di interiorizzare questa funzione che gli permetterà di interpretare il significato della sua esperienza interiore. La regolazione affettiva, ovvero la capacità di modulare gli stati emotivi, è connessa alla mentalizzazione che gioca un ruolo fondamentale nel senso di agency, ovvero il sentirsi promotore attivo di gesti e di scambi interpersonali.
Nell’attaccamento traumatico il bambino non riesce a regolare gli affetti tramite la funzione riflessiva, messa a disposizione dalla figura di attaccamento, compromette l’integrazione della modalità di fare finta, che gli permette di giocare con la realtà, e del senso di agency. I MOI possono essere visti come sistemi difensivi a disposizione del bambino per regolare gli affetti e la distanza con le figure di attaccamento.
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