I mille volti di Narciso – fragilità e arroganza tra normalità e patologia
Non è difficile pronosticare all'area narcisistica un futuro simile a quello capitato negli scorsi decenni alla patologia borderline. La ridefinizione del concetto di borderline fu resa inevitabile dalla palese impasse terapeutica e passò per un confronto con temi classificatori legati alla rivoluzione neokraepeliana degli anni '70-'80 e con i contributi rilevanti forniti dalla ricerca empirica, portando a indicazioni sempre più definite per la cornice del trattamento, orientamenti basati sull'efficacia e un costrutto che sembra definito e condiviso.
Nello stesso modo, attualmente l'attenzione rivolta alle articolazioni del narcisismo pare riferibile a una simile storica confusività del concetto in sé, alla povertà di indicazioni cliniche generali (cioè, non ideologiche o tautologiche) e a dati empirici ancora iniziali. Le lontane origini del narcisismo (psicoanalisi) non hanno certo aiutato e la situazione si è ancor più complicata per via della fortuna stessa goduta dal termine "narcisismo". L'impatto delle riflessioni soprattutto degli anni '70 e '80 del secolo scorso (fra Kernberg e Kohut, ma non solo) ha dato gradualmente il via a un lento tentativo di ridefinizione che ha subito una svolta agli inizi del millennio, grazie alla ricerca clinica ed empirica.
Molto resta ancora da capire: per esempio, il rapporto della tipica grandiosità esplicita con presentazioni più evitanti e nascoste deve essere ancora precisato; inoltre, (metafora della mongolfiera) alcune forme narcisistiche paiono proprio reggersi e veleggiare anche lontano finché "gonfie", ma improvvise lacerazioni danno il via a drammatiche e imprevedibili svolte e accelerazioni confuse che sfociano spesso in depressioni profonde, abuso di sostanze, rivendicatività infantile; sulle presentazioni prevalentemente fragili sappiamo, forse, ancora meno e le posizioni della letteratura sono molto distanti; anche i lati più adattivi del narcisismo stesso necessitano di riflessione, poiché non sono poche le situazioni in cui un lieve grado narcisistico sembra mostrare risvolti positivi.
Questo volume ha come obiettivo proprio quello di raccontare la ricca storia del narcisismo, per giungere alle sue attuali dimensioni cliniche e diagnostiche, con ampio risalto alla questione dei sottotipi e al tema normalità/patologia.
1. Il mito e altri racconti
1.1 Il mito fondatore
Originatosi da un inno omerico del Sette-Ottocento a.C., il mito di Narciso è diventato un riferimento cruciale per tutto il secolo scorso, non solo per la psicologia ma anche per la sociologia e per l'intera nostra cultura, fino a rappresentare una sorta di cliché oggi fin troppo usato e abusato.
Iniziamo a ricordare la storia così come è stata raccontata da Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi. Anche se ne esistono diverse versioni, il classico racconto ovidiano rappresenta un primo riferimento essenziale ed è quello a cui si rifanno, a fine Ottocento, i primi autori che cercano una lettura psicopatologica e psicologica del mito (è la versione ovidiana da cui partì Ellis nel 1898 e che diventerà poi il riferimento di Freud). Riassumendo, è la storia di un ragazzo di piacevolissimo aspetto che si perde nel contemplare la propria immagine, sottraendosi a qualsiasi altra possibile fonte di amore.
Molto di quello che caratterizzerà tradizionalmente una prima fondamentale lettura del narcisismo è già qui: l'essere innamorati di se stessi, l'arroganza, l'egocentrismo, la grandiosità, la mancanza di empatia, l'assenza di legami duraturi. Si tratta dell'architrave narrativo su cui si baserà grandissima parte degli studi, soprattutto fino agli anni '60-'70.
Nei decenni più vicini ai nostri (dagli anni '90) affianca a ciò un'idea di fragilità appunto "narcisistica" che ha acquistato sempre più voce in capitolo: un soggetto ferito, inadeguato e a volte irritante, ma solo per tutelarsi e nascondersi; questi ultimi temi (ipersensibilità, vergogna, evitamento) sono, però, poco riscontrabili nel mito di Ovidio in sé e dovremo aspettare e rintracciare riletture o l’inserirsi di altre storie o rivisitazioni.
La versione di Ovidio appare particolarmente centrata sull'amore erotico rivolto verso la propria immagine. Una delle prime varianti da prendere in considerazione è quella di Conone, contemporaneo di Ovidio, che descrive Narciso come un fanciullo spregiatore del culto di Eros, la cui fine è alquanto diversa da quella delle Metamorfosi, dove l'exitus era in una sorta di consunzione (un lasciarsi morire e non un atto cruento e sanguinoso); in Conone, invece, è probabilmente con una spada o un pugnale che Narciso incontra la morte, in una simmetria significativa con il destino del suo spasimante.
È sulla versione di Robert Graves che si eserciteranno diversi autori del '900, con una lettura del narcisismo più empatica e con aperture a possibili sensi di colpa assenti in Ovidio; in effetti, se commentiamo una vicenda che contiene un suicidio, avremo naturalmente una sensazione diversa rispetto a una storia in cui Narciso continua (anche dopo la morte) a specchiarsi nello Stige, come nel testo originario.
In Conone è Eros colui che dà il via alla "punizione", alla vendetta divina; dunque, è la forza legante di Eros che, spregiata da Narciso, colpisce il giovinetto, mentre in Ovidio era la più impersonale e fatale divinità del destino, Nemesi. Nella versione riportata da Graves (1955) comparirà invece Artemide... il moltiplicarsi di riferimenti mitologici fa sì che sia possibile aggiungere a mano a mano sentieri che si diramano chiarendosi o confondendosi.
Per esempio, Eco si trova spesso coinvolta in tradizionali intrecci amorosi nei quali, però, rifiuta chi l'ama e insegue chi ama qualcun altro, a sua volta invaghitosi di altri ancora; in generale, appare affetta da una certa ambivalenza e coazione a ripetere, una sorta di "sindrome di Eco" con aspetti a sua volta narcisistici (sembra assegnare proprio a loro il potere di trasformare la sua intera vita, una vita che verrebbe riscattata o troverebbe completezza nel legame impossibile); potremmo iscrivere, per esempio, all'elenco delle Eco di ogni tempo Madame Bovary di Flaubert e Anna Karenina di Tolstoj.
Dopo Conone, a esercitarsi su Narciso compare Pausania e incontriamo così un autore infastidito dalla irragionevolezza dello stesso Narciso e che non cita né Eco né Aminia, ma una gemella del giovinetto, di cui questi era innamorato e che morì prematuramente. Nella fonte fatidica del rispecchiamento inconsapevole Narciso, dunque, questa volta trova la gemella e si strugge per una lei identica a lui (possibile allusione all'autosufficienza narcisistica, che contiene maschile e femminile; temi dell'identità di genere, del doppio e del bisessuale).
Alle tre strade (Ovidio, Conone, Pausania) richiamate, possiamo aggiungere una rivisitazione del filosofo Plotino (270 d.C.), molto interessato allo specchiarsi e allo specchio e che descrive una morte per annegamento di Narciso: l'anima "si lascia irretire dalle attrattive del mondo materiale, contemplate attraverso la superficie di uno specchio" è così si perderà, dimenticandosi della sua vera essenza.
Possiamo però trovare anche altre interessanti articolazioni tornando ancora alla versione di Ovidio ed esaminandone altre parti. Una prima è nella profezia di Tiresia, per il quale il fanciullo vivrà a lungo "se non conoscerà sé stesso": di fatto, è proprio quando Narciso si rende conto che ha di fronte sé stesso che scatta la consapevolezza mortale; è un tema di grande interesse, poiché rimanda a una discussione ancora attuale su "come e quando" aiutare il paziente narcisista a guardare dentro di sé.
Molti clinici veicolano ai narcisisti graduali accostamenti all'insight, preoccupati a volte di consapevolezze troppo rapide e radicali e degli esiti suicidari; però, dove è il narcisismo non c'è, né può esserci introspezione (dove si apre la crisi narcisistica, lì può iniziare il rischioso cambiamento, e non prima).
Abbiamo poi la questione dei natali violenti del nostro eroe narrati in Ovidio (2 aspetti): il primo riguarda la violenza di Cefiso, un fiume impetuoso, sulla ninfa Liriope (Narciso è dunque figlio di uno stupro); Sheldon Bach (1985) enfatizza i natali traumatici di Narciso, il simbolismo dello specchio e i poteri narcotici del fiore come tema su cui insistere per rappresentare empaticamente la sofferenza dei narcisisti. Il secondo tema evolutivo riguarda il ruolo della fonte nella quale si specchia Narciso: un elemento acquatico che rimanda sia al padre sia alla madre; dunque, un Narciso che si specchia e cerca il paterno o che si rimira in un luogo caro alla madre e in lei trova la morte...
Ancora da Ovidio prendiamo un ulteriore tema, quello della perseveranza dell'atteggiamento narcisistico: la sterile attitudine all'autocontemplazione prosegue, infatti, anche negli inferi; anche dopo la morte non smette di essere al centro del suo stesso sguardo, come se le spoglie mortali lasciassero un fiore e un dolore negli altri, ma certo non nel protagonista; la radicale e dolente "autosufficienza" del narcisista prosegue fino alla fine.
Tentativo di sintetizzare i temi nelle diverse versioni.
Un primo aspetto appare quello legato all’amare se stessi, inizialmente come proprio corpo, poi in una dimensione meno sessualizzata e quindi più legata a vanità ed egocentrismo. L'amare sé stessi è anche un violento ritirarsi dall'altro, e ciò sembra il diverso lato della medaglia: una qualità di relazione (o non relazione) in cui si nega il bisogno e si è autosufficienti e perfetti. Suggestivi sono anche i temi, sempre ovidiani, della maledizione e dell'exitus, di grande interesse perché evidenti emblemi della povertà e della solitudine del mondo interno narcisistico: l'amare sé stessi rende soli.
Se a ciò aggiungiamo la conclusione più cruenta della versione di Conone, potremmo avere uno spunto per le non rare manifestazioni suicidarie dei narcisisti gravi. Anche il destino di Eco potrebbe essere foriero di riflessioni sulle tipologie di persone che perdono la testa per i Narcisi e continuano a piangerli anche oltre ogni umano buonsenso.
1.2 Altri miti, altri racconti
C'è dunque il mito (Ovidio, Conone, Pausania) originario, ma ci sono anche diverse ulteriori narrazioni svincolate da quella trama e usate per approfondire sempre temi denominati "narcisistici"; soprattutto da parte della letteratura psicoanalitica c'è davvero un grandissimo uso di storie, altri miti, romanzi: una volta aperto il vaso di Pandora da Freud, le suggestioni hanno incoraggiato a cercare, ove possibile, altre storie che potessero raccontare qualcosa intorno alla straordinaria vicenda dell'amare se stessi e/o gli altri e tutte le variazioni sul tema.
Un primo rimando possibile è al paradiso terrestre della Genesi, versione biblica di una serie di narrazioni che rimandano a una beatitudine priva di bisogni, in qualche modo originaria e antecedente alla colpa, richiamata qui per illustrare in diverse forme il concetto di narcisismo primario, tema freudiano di grande importanza. Si tratta della felicità arcaica infantile, la condizione in cui tutti i nostri bisogni erano soddisfatti, una sorta di paradiso perduto che tutti abbiamo assaporato come stadio evolutivo primario e cui tutti (regressivamente) vorremmo tornare.
La successiva cacciata dal paradiso è poi usata per approfondire un diverso lato del narcisismo: la vergogna. "Adamo ed Eva, nel giardino, erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna"; dopo l'inganno del serpente "allora si aprirono gli occhi a entrambi e si accorsero che erano nudi". Scriverà poi Freud in L’interpretazione dei sogni: "Soltanto nella nostra infanzia è esistito un periodo in cui eravamo visti seminudi e non ci vergognavamo della nostra nudità. Questa infanzia che non conosce vergogna appare più tardi al nostro sguardo retrospettivo come un paradiso, e il paradiso non è altro che la fantasia collettiva dell'infanzia del singolo".
Quello della vergogna è un tema che diverrà pienamente centrale in Kohut, John Steiner, Morrison e altri; si tratta di un sentimento che diverrà poi narcisistico per eccellenza (soprattutto per la concettualizzazione contemporanea, poiché svela il timore di essere visti e "guardati" in una situazione lontana da quella che avrebbe dovuto essere).
Sulla vergogna troveremo anche usata una narrazione a noi ben più vicina e relativa a un romanzo, Lord Jim di Joseph Conrad (1900): il passaggio è quello di considerare una parte di noi come ancora incontaminata e pura (ideale), cioè vicina al paradiso perduto, e di ritenere l'impossibilità di mantenersi in questo stato come una ferita lacerante. È un'articolazione leggibile nel concetto di Ideale dell’Io, erede del narcisismo primario di cui rimane rappresentante interno: una sorta di perfezione antica e paradisiaca da perseguire anche a discapito della realtà concreta. In Lord Jim il fatto stesso di non essersi comportato all'altezza delle proprie personali aspettative (una sorta di paradiso interno, narcisistico e "perfetto", senza ombre) fa di lui una persona costantemente in fuga e che sarà oppressa e inseguita per sempre da quell'aspirazione infranta.
Allo stesso modo, nella realtà clinica a volte le persone si sentono ferite dal ripresentarsi di segnali anche apparentemente insignificanti, per gli altri, ma che rimandano ai traumi narcisistici originari e che scatenano nuovamente potenziali traumi. Steiner (2011) fa diventare Lord Jim uno dei riferimenti dei suoi approfondimenti legati alla vergogna, comprensibile nella sua intensità solo se vista alla luce delle aspettative interne grandiose e nascoste del protagonista. Ma la grandiosità può anche non essere nascosta e interna, ma ben palese. Un possibile esempio è usato da Gabbard (2014) rispetto all'amor proprio e all'ipertrofica intolleranza alle critiche, rappresentata nel suo versante caricaturale dal Malvolio di "La dodicesima notte" di Shakespeare.
Per tornare al mito, Stephan Mitchell (1988) suggerisce invece come sfondo la storia di Icaro, consentendoci di passare dalla grandiosità (quella interna e "vergognosa" di Lord Jim o quella evidente e grossolana di Malvolio) alla "sopravvalutazione" narcisistica. Il mito viene richiamato per esemplificare come, per Mitchell, vi sia sempre nel narcisismo una sopravvalutazione che può riguardare il Sé, l'oggetto, la situazione; è necessario, in tal senso, trovare un equilibrio tra idealizzazione e realismo.
Questo stesso mito può anche dare il via a riflessioni sulla stessa funzione genitoriale di Dedalo, rappresentante di genitori che danno ali improprie ai figli futuri narcisisti; per esempio, in Kernberg (1975) è una madre che freddamente cerca compensazioni in un figlio "speciale", o genitori distanti e che "forgiano" i figli perché diventino fonte di ammirazione.
La vicenda di Narciso è anche, se non soprattutto, una vicenda di relazioni affettive o di relazioni impossibili o mancate, dove paiono dominare il "non bisogno" e l'autosufficienza. Per alcuni autori, vicini alle teorie di Melanie Klein, vi sono però situazioni in cui avviene un passo ulteriore e diverso dal semplice non aver bisogno, dato più dal potere che si ha sull'oggetto, dallo sfruttamento, dalla distruttività, con aspetti sadici (è come se Narciso non fosse tanto indifferente alla sorte di Eco o di Aminia, ma godesse del suo potere su di loro).
Dell'aspetto più decisamente sadico-onnipotente pare anche rappresentativo il romanzo epistolare "Le relazioni pericolose" di Chordelos de Laclos (1782); non più la noncurante autosufficienza di Narciso o la soddisfazione di non aver bisogno, ma il piacere di esercitare potere sull'altro, trasformato in oggetto e privato di umanità. Nelle classificazioni contemporanee il ben noto criterio "mancanza di empatia" acquista più risalto, insieme a quello dello sfruttamento interpersonale.
Rispetto al narcisismo è stato richiamato anche il profondo rapporto con l'altro lato tradizionale del sadismo secondo i freudiani: l'area masochistica. È la ricerca assoluta di un oggetto rifiutante (ideale e supremo) a far emergere, secondo Kernberg, caratteristiche narcisistiche: "di fatto, il paziente che presenta tale infatuazione patologica manifesta un senso di gratificazione e di soddisfazione (quasi di trionfo) narcisistiche nel suo asservimento all'oggetto che lo rifiuta. Acquisisce un inconfondibile orgoglio nella rappresentazione mentale di sé come il più grande martire della terra".
Un altro esempio sullo stesso filone della grandiosità masochistica può essere rintracciato nel romanzo di Trollope (1867) "Le ultime cronache del Barset": è una trama che racconta il rinchiudersi nella masochistica potenza del soffrire ingiustamente, brandita in modo aggressivo e passivo.
Molte direzioni, dunque, che, oltre a ricordarci l'impatto della vicenda sulla nostra cultura, forse ci danno anche il senso possibile della coesistenza di diverse fasi e diversi momenti del narcisismo e delle sue funzioni.
2. Sigmund Freud, Melanie Klein e la nascita della personalità narcisistica
La mitologia ha dato uno sfondo al tema legato a Narciso e altri racconti hanno contribuito ad articolarlo, ma sono state la psicoanalisi e la psicologia clinica del '900 ad approfondirlo, tanto da farlo diventare un concetto di riferimento estremamente diffuso e forse, a tratti, anche confuso. Due direzioni principali si sono imposte nel...
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