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Cap. 1 Esiste una specificità clinica del giovane adulto?

L'età del giovane adulto ha suscitato numerosi dibattiti e ricerche in merito alla necessità di definire tale concetto da un punto di vista sociologico e psicologico. Nella società attuale, l'essere giovane adulto rappresenta un fattore di rischio rispetto alla possibilità di incontrare esitazioni o fallimenti; tale rischio è rappresentato da aspetti definiti “strutturali”, cioè determinati dalle avverse condizioni socioeconomiche della nostra società e che rendono difficile raggiungere una stabilità lavorativa e abitativa, e da aspetti legati alla qualità della vita che si è sviluppata all'interno delle famiglie contemporanee.

Dal 1984 l'Italia ha condotto una serie di indagini sociali per costruire un'immagine più veritiera della figura del giovane adulto; nella sesta di queste indagini gli autori hanno individuato precise tappe formative che scandiscono il passaggio all'età adulta: l'uscita dal circuito formativo, l'inserimento nel lavoro, l'indipendenza lavorativa, il matrimonio o convivenza e la nascita di un figlio. (Anche le categorie d'età considerate, sono cambiate… da 15-24 anni degli anni 80, ai 15-34 anni del 2000). Secondo queste ricerche, l'ambito più problematico in questo passaggio è la permanenza prolungata dei giovani nella loro famiglia d'origine.

Modelli europei di transizione

In ambito europeo, Cavalli e Galland (1996) hanno concettualizzato tre diversi profili che descrivono le tipologie di giovani adulti:

  • Modello mediterraneo (Italia, Spagna, Grecia): il giovane coabita a lungo con i genitori e rimanda tutte le tappe che potrebbero promuovere la transizione verso l'età adulta;
  • Modello inglese: distacco molto precoce dal nucleo familiare, senza che questo comporti la scelta di diventare genitori a propria volta nel breve periodo;
  • Modello francese e nordeuropeo: lungo periodo di transizione, tra l'uscita di casa e la realizzazione del nuovo nucleo familiare, caratterizzato dalla convivenza con il partner o da un periodo di vita da single.

Questi due autori definiscono il percorso di crescita verso l'età adulta come sempre più individualizzato e soggettivo, nel quale il ruolo di adulto e di adolescente sembrano confondersi e convivere per molto tempo. È sempre più diffuso, poi, il modello di coppia Living Apart Together, caratterizzato da una relazione tra due individui che, pur non condividendo la stessa abitazione, si definiscono partner. Spesso per i giovani adulti i concetti di legame e autonomia assumono significati diversi; l'uscita di casa dei figli e il sostentamento economico è a carico dei genitori.

Il modo prevalente di intendere il giovane adulto è quindi una persona giovane, occidentale, che non affronta un passaggio, circondata da un tessuto familiare che non lo favorisce e da uno scenario sociale avverso. La costruzione stessa del termine giovane adulto porta con sé un valore spregiativo in quanto contiene l'idea di un soggetto che, pur potendo aspirare per età, non può accedere alla fase adulta in quanto ritenuto giovane per la società, a causa dell'insufficienza di requisiti fisici e psichici.

Contributi teorici di Blos e Erikson

È importante sottolineare, però, che la figura del giovane adulto appare diversa da quella dell'adolescente che deve fronteggiare spinte puberali e fasi più o meno contraddittorie di contro dipendenza. Un autore psicoanalitico che ha caratterizzato il dibattito su questi temi è Blos che individua 5 fasi nel percorso adolescenziale (superamento della teoria della libido verso concetti quali identità e Sé). Le fasi che più interessano questo discorso sono la tarda adolescenza e la postadolescenza; la prima riguarda il declino dell'adolescenza, un periodo di consolidamento nel quale l'individuo deve affrontare diversi compiti, primo fra tutti quello di una seconda individuazione, cioè l'abbandono delle identificazioni infantili verso un'ulteriore nascita psicologica, per divenire soggetti separati; un secondo compito riguarda il liberarsi degli aspetti traumatici, intesi come distorsioni delle immagini parentali; il terzo riguarda lo stabilizzarsi di un'identità coerente nel tempo e infine la definizione della dimensione sessuale di tale identità. Nella fase conclusiva, quella della postadolescenza siamo pienamente nel passaggio all'età adulta. Per Blos, è la capacità di agire contrapposta a quella di sperimentare che conclude il passaggio di crescita.

Secondo Blos, inoltre, vi sono diversi esiti di questo percorso; quelli che ci interessano sono quello di adolescenza protratta e prolungata. La prima si manifesta come determinata dal contesto e dell'articolarsi di richieste, messaggi e possibilità sia familiari che esterne. La versione patologica è invece quella prolungata che appare come una perseverazione statica nella posizione adolescenziale che in circostanze normali dovrebbe essere transitorio; si ha un arresto del movimento evolutivo e una crisi adolescenziale protratta a tempo indeterminato. Blos e altri autori delineano quindi la visione di un tipo giovane che “non ce la fa”, che incontra inciampi nel suo percorso evolutivo.

Anche le concettualizzazioni di Erikson hanno permesso di esplorare questo aspetto: egli individua otto stadi evolutivi (psicosociali); tre sono quelli importanti rispetto al nostro discorso: il quinto stadio (12-20 anni) definito dagli opposti di identità-confusione dei ruoli, dove il compito è stabilire un'identità coerente passando dalle identificazioni con le figure parentali al definire la propria efficacia e stabilità a partire dalle personali esperienze; il sesto stadio (20-25 anni) ruota intorno a intimità-isolamento, ponendo al centro della vicenda evolutiva la condivisione amorosa e il conseguente dilemma legato alla paura di perdere la propria identità; il settimo stadio (26-60 anni) si articola sulle dimensioni della generatività-stagnazione. Per giungere all'età adulta diventa dunque necessario percorrere una strada lunga e complessa, dove l'assunzione di ruoli parziali non rappresenta il completamento dell'itinerario. La straordinaria intuizione di Erikson è quella di aver definito l'identità a partire dall'anatomia.

Cap. 2 Il romanzo del giovane adulto

La sociologia contemporanea ci propone un fenomeno, prevalentemente occidentale, caratterizzato dal fatto che la convivenza con i genitori è prolungata, così come la generatività e l'identità lavorativa viene acquisita più tardi; ciò che sembra mancare è il completamento di separazione e identità nei suoi risvolti sociale e collettivi.

Van Gennep nel suo testo “I riti di passaggio” scriveva che il fatto stesso di vivere, rende necessario il passaggio da una società all'altra e da una situazione all'altra; la vita dell'individuo si svolge in una successione di tappe il cui fine è identico: far passare l'individuo da una situazione determinata ad un'altra anch'essa determinata. Remotti, nell'introduzione italiana di questo libro, scrive che per Van Gennep, vivere è un processo scandito continuamente da momenti di separazione e di aggregazione, di entrata e di uscita. Del resto gli eventi più importanti della vita sono collegati a rituali che hanno lo scopo di distaccare la persona dallo stato precedente e accompagnarlo a quello successivo; cerimonie e rituali sono praticamente diffusi in ogni cultura e in ogni tradizione. Spesso per indicare l'insieme di queste pratiche viene utilizzato il termine “iniziazione”. Nell'introduzione di Remotti si parla di riti di separazione o pre-liminari, riti di margine o liminari e riti di aggregazione i post-liminari che evocano l'idea di incompletezza e la sensazione che accada qualcosa, che vi sia un lavoro da compiere. Emergono quindi i temi del crescere, passare, distaccarsi o, al contrario, restare in una fase/restare uniti a ciò da cui si proviene. Naturalmente è fondamentale il ruolo della comunità di adulti che accompagna e accoglie la nuova identità. Una volta che sancito il rituale di passaggio, la fase è conclusa.

Intorno al tema del passaggio all'età adulta convergono da un lato le grandi narrazioni collettive e dall'altro studi antropologici e storico-economici. Per molti autori prima della fine dell'800 non vi era una vera attenzione al tema dell'adolescenza; in precedenza il termine stesso appariva raramente. È con l'inizio del 900 che divengono numerosi i richiami, solitamente pedagogici, alle difficoltà degli adolescenti, dando un vero e proprio status psicologico e sociale a una categoria precisa, che va dalla pubertà all'acquisizione del ruolo adulto.

Uso del romanzo

Il romanzo può dare diversi spunti nella sua grande tradizione rivolta alla gioventù; il problema del romanzo è che appare più lontano dai temi dell'inconscio, rispetto per esempio alle fiabe, e risente molto dell'autore e dello specifico sfondo culturale.

Il Bildungsroman

Con il romanzo di formazione, il Bildungsroman (che ha inizio con Goethe), nasce, alla fine del 700, una narrazione relativa ai temi dell'iniziazione, della lenta interiorizzazione e della connotazione sociale del passaggio. Il rito di passaggio diventa un processo; è nel romanzo di formazione che possiamo seguire le peripezie dei giovani adulti e seguire il loro percorso verso quello che viene a definirsi come non passaggio e una non necessità del completamento. Nel romanzo di formazione si narra la vicenda dell'apprendistato che, per motivi sociali, non è il semplice riprendere le orme e i mestieri dei padri, ma, come scrive Moretti (1999), è un'incerta esplorazione dello spazio sociale, un viaggio e un'avventura necessaria, in quanto le nuove leggi del mondo capitalistico impongono una mobilità prima sconosciuta. Compaiono termini quali irrequietezza, interiorità, vagabondaggio, mobilità; la gioventù diventa un percorso, un divenire verso qualcos'altro. Si tratta di vicende “normali”: siamo distanti dalla profondità di Dostoevskij, che però era lontano dalla banalità quotidiana con cui fanno i conti i personaggi del romanzo di formazione, alle prese più con matrimoni incerti che con parricidi, più con bisogno di soldi e di contatti sociale che con sensi di colpa. Emerge l'immagine di un passaggio che comporta una serie di esperienze da interiorizzare, non più come morti o malati o impegnati in lotte estreme, ma il romanzo diventa antiepico e antitra.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ciccina.ale di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Poggi Claudio.
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