Capitolo 1.1: L'evoluzione del concetto di difesa psichica da Freud a oggi
L'idea che la mente umana sia capace di fabbricare autoillusioni per proteggersi da sofferenze e delusioni è molto antica. Il concetto di meccanismo di difesa venne introdotto da Freud alla fine del 1800 e si diffonderà poi dalla psicoanalisi alla psichiatria e a diversi ambiti della psicologia. Nel corso del tempo sono stati sviluppati numerosi strumenti, soprattutto interviste cliniche e questionari autosomministrati, e criteri atti a valutare tali meccanismi, e ciò ha favorito lo sviluppo di ricerche volte a trovare relazioni tra le difese e altri costrutti come i quadri psicopatologici e diagnostici, gli indici di salute mentale, le capacità di adattamento, l'andamento della psicoterapia ecc. Il pieno riconoscimento dell'importanza del concetto di difesa nella diagnosi psichiatrica e nella formulazione del trattamento è rappresentato dall'introduzione nel DSM della Defensive Functioning Scale, la scala di valutazione del funzionamento difensivo.
Una utile definizione generale del concetto di difesa è quella proposta dalla Cramer secondo cui i meccanismi di difesa sono operazioni mentali perlopiù inconsapevoli che hanno lo scopo di proteggere l'individuo da un'eccessiva ansia; tale ansia, secondo la teoria psicoanalitica, si manifesta nel momento in cui l'individuo diviene conscio di impulsi, desideri o pensieri inaccettabili. Secondo una concezione più moderna le difese hanno anche la funzione di proteggere il Sé, l'autostima e in casi estremi l'integrazione del Sé.
Dunque nel corso del tempo l'iniziale definizione di Freud è andata incontro a modifiche e integrazioni, anche grazie ai contributi della psicologia relazionale, delle teorie dell'attaccamento e del cognitivismo: il concetto non è più da intendersi esclusivamente come un fenomeno intrapsichico utile a ridurre il conflitto ma come elemento centrale nello sviluppo di pattern relazionali più o meno adattativi. Secondo Weiss leggere le difese unicamente in termini di compromesso tra pulsioni e difese è riduttivo poiché non spiega il motivo per cui alcuni meccanismi sono particolarmente importanti nella vita psichica dell'individuo; l'interpretazione delle difese deve essere approfondita dal momento che il paziente trae giovamento da spiegazioni che collegano il comportamento a particolari esperienze infantili e che gli attribuiscono una funzione adattiva o lo riconducono al perseguimento di obiettivi inconsci.
Freud e lo studio dei meccanismi di difesa
Freud introduce nello studio delle patologie due criteri fondamentali: la storia psicologica del soggetto, dall'infanzia fino alla formazione dei sintomi, e la scelta meccanismi di difesa che sposta progressivamente il focus dalla dimensione biologica del conflitto alla dimensione dell'organizzazione strutturale della personalità dove la relazione intrapsichica tra Es, Io e Super Io regola il funzionamento dell'adulto nel mondo relazionale.
Nel 1937, nel saggio “Analisi Terminabile e Interminabile” Freud definisce i meccanismi di difesa come i vari procedimenti di cui l'Io si avvale per essere all'altezza del suo compito ossia per evitare pericoli, angoscia e dispiacere. L'autore descrive però per la prima volta tali meccanismi nel 1894, identificandoli con il termine “difese” e dando rilievo alla nozione nell'isteria ma, anche se inizialmente descrive vari meccanismi questi tendono poi a perdere le loro declinazioni specifiche e ad essere assimilati nel concetto più generico di rimozione.
Solo a partire dal 1925 egli torna a considerare i meccanismi di difesa come modalità differenziate di gestire gli affetti, identificando il concetto di difesa come una designazione generale per tutte le tecniche di cui l'Io si avvale nei suoi conflitti che possono eventualmente sfociare nella nevrosi, mentre la rimozione rimane il nome di una specifica tecnica. Egli distingue tra due tipi di rimozione: una rimozione primaria la cui essenza consiste nell'espellere e allontanare qualcosa dalla coscienza e secondaria per cui tutte le rimozioni sono misure difensive messe in atto da un Io debole ed immaturo nella prima infanzia; successivamente non si sviluppano nuove rimozioni ma l'Io continua ad avvalersi di quelle precedenti per padroneggiare le pulsioni, trattando i nuovi conflitti attraverso delle “post-rimozioni”.
Scopo dell'analisi è che l'Io, maturo e rafforzato, revisioni le vecchie rimozioni demolendone alcune e ristrutturandone altre, che permangono, con materiale più solido in modo che abbiano una maggior tenuta delle precedenti e che non soccombano al crescere dell'intensità delle pulsioni. Quindi inizialmente la rimozione è il meccanismo attraverso cui l'Io esclude dalla coscienza le rappresentazioni dell'inconscio, dominato dal principio di piacere, che ritiene inaccettabili producendo in questo una trasformazione chimica della libido ad esse associata e determinando l'insorgere dell'angoscia.
Questa sarebbe quindi una conseguenza della rimozione e i sintomi sarebbero una conseguenza del ritorno del materiale rimosso e un compromesso tra le forze difensive e le pulsioni rimosse. I meccanismi di difesa in generale sarebbero processi di cui si può essere consapevoli e che vengono messi in atto dalla parte più realistica e matura della personalità e che hanno come esito l'angoscia. Tale modello iniziale viene completamente riformulato nel 1925 a fronte del lavoro clinico che mostra a Freud come i pazienti non siano consapevoli dei meccanismi di difesa e come provino angoscia nel momento in cui questi stessi vengono smascherati o ostacolati.
Nella nuova riformulazione i meccanismi di difesa sono processi attivati dall'Io quando un segnale di angoscia avverte della presenza di un pericolo che può provenire dalla realtà esterna, dall'Es o dal Super Io. L'angoscia diviene quindi la causa delle difese, meccanismi inconsci messi in atto per evitare una situazione trauma, inteso come un eccessivo e improvviso aumento dell'energia a cui l'Io non riuscirebbe a far fronte, che è l'evoluzione prevedibile di una situazione di pericolo (come la perdita dell'amore del Super Io o la perdita dell'oggetto d'amore ad esempio). Dunque un segnale di angoscia avverte che c'è una situazione di pericolo la quale probabilmente si trasformerebbe in una situazione traumatica, l'Io crea quindi delle difese per prevenirla.
Egli sostiene che gli stessi meccanismi di difesa selezionati dall'individuo possono trasformarsi in pericoli nel momento in cui si fissano nell'Io diventando modalità abituali e ricorsive di reazione a situazioni analoghe a quella in cui sono originati, trasformandosi in questo modo in infantilismi e conservandosi anche quando non sono più utili. Si può dire che l'intera struttura della psicoanalisi freudiana è centrata sul concetto di difesa, di cui possono trovare infiniti esempi nei suoi scritti, e pur non procedendo mai ad una trattazione sistematica dell'argomento individua un numero considerevole di meccanismi; inoltre egli ha proposto una correlazione tra difese, angosce, patologie e fasi dello sviluppo psicosessuale (ad esempio la correlazione tra nevrosi ossessiva, fase sadico-anale, angoscia morale e ricorso a difese quali la formazione reattiva, lo spostamento, l'intellettualizzazione, la razionalizzazione, l'annullamento retroattivo e l'isolamento).
È quindi possibile riassumere le proprietà generali delle difese secondo Freud: caratterizzano sia i quadri psicopatologici che la vita normale del soggetto; sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli affetti negativi; sono inconsce; sono discrete l'una rispetto all'altra; possono essere reversibili; possono essere sia adattive che patologiche, quando ripetitive e inattuali finiscono per favorire l'insorgere delle nevrosi.
Anna Freud e la classificazione delle difese
Anna Freud, insieme a Strachey, descrive la varietà e la forza dei meccanismi di difesa, proponendosi di differenziarli, riconoscerli e classificarli (nel libro “L'io e i meccanismi di difesa, del 1936) spostando in tal modo l'attenzione dall'Es all'Io, dall'analisi delle pulsioni a quella delle difese e dando poi origine alla Psicologia dell'Io. L'autrice afferma che i meccanismi di difesa servono sia per limitare internamente le pulsioni sia per favorire l'adattamento esterno e propone alcuni criteri sulla cui base valutare le funzionalità delle difese: intensità, adeguatezza rispetto all'età, reversibilità e equilibrio fra le difese impiegate. Ella inoltre porta avanti il primo tentativo di standardizzare materiale clinico riferito ai processi difensivi nel lavoro relativo all'“Indice Hampstead”.
Questo cataloga il materiale clinico accolto dall'Hampstead Clinic in due categorie principali: materiale generale del caso, cioè dati e informazioni relative all'ambiente, e materiale psicoanalitico, cioè relazioni oggettuali, materiale pulsionale, fantasie, Io/difese, trattamento ecc. Sono presenti inoltre due tipi di schede: una chiamata “Indice del caso” fornisce una sintesi dell'ambiente familiare, della crescita e dello sviluppo sociale, della psicopatologia e del trattamento analitico del bambino, l'altra chiamata “Indice per argomenti” comprende le schede di tutti i casi in cui i terapeuti hanno registrato materiale attinente a quella voce. In questo modo è possibile avere un indice analitico degli argomenti ma anche un approccio che mantiene l'individualità e l'unicità dei casi singoli.
Nell'Indice Hampstead le difese sono intese come tutti quei meccanismi e funzioni dell'Io usati allo scopo di tener lontani dalla coscienza contenuti spiacevoli ne desideri pulsionali non ego-sintonici, e sono disposte lungo una linea evolutiva. Viene fatta una distinzione tra meccanismi di difesa, cioè specifici meccanismi operativi, e misure difensive cioè manifestazioni a carattere difensivo in cui non è possibile individuare un meccanismo specifico. Le schede contengono informazioni circa il tipo di difesa usata, se la difesa è usata in relazione ad una specifica angoscia o in senso più generale, il contenuto che genera angoscia e contro il quale ci si difende, un esempio dell'operare della difesa, una valutazione qualitativa (come ad esempio occasionale o eccessiva) e se la difesa è utilizzata in una particolare fase del trattamento o nell'intero suo corso.
Vi è una serie di schede “Io/Difese. Caratteristiche generali” che si riferisce a tratti di difesa ricorrenti in quel particolare caso clinico, e una serie di suddivisioni particolari che fanno riferimento all'uso eccessivo delle difese, alla loro numerosità o scarsità e al loro impiego in momenti inopportuni. Anche se tale indice è stato soggetto a molte critiche (Sandler afferma come lo stesso materiale clinico generi incertezza sulla collocazione cronologica delle difese e sulla correlazione tra angosce e meccanismi specifici), soprattutto metodologiche, esso rappresenta un passo fondamentale per l'integrazione tra clinica, ricerca e teoria ed ha dato il via ad una letteratura sperimentale sulle difese basata perlopiù su ricerche in laboratorio che danno buoni risultati sia per quanto riguarda le definizioni dei vari meccanismi di difesa sia per quanto riguarda l'inter-scorer reliability, ma i cui risultati risultavano però insoddisfacenti sul piano clinico.
Autore che si riferisce al lavoro di Anna Freud è Sandler, il quale, riportando una serie di conversazioni avute con l'autrice stessa, tratta l'argomento dell'identificazione con l'aggressore, una difesa per cui introiettando un attributo dell'oggetto fonte di angoscia il soggetto riesce ad assimilare l'esperienza angosciosa (ad esempio un bambino che, intimorito dal maestro, ne imita l'espressione arrabbiata), riportandolo al contesto delle difese di identificazione, proiezione e trasformazione del contrario. Sandler inoltre mostra come alcuni meccanismi difensivi agiscano in maniera interpersonale nella seduta: a volte i pazienti spingono i terapeuti ad assumere atteggiamenti e stili relazionali avuti da altri significativi per il paziente in un altro momento oppure questi enactment possono arrivare a far sì che il terapeuta agisca come faceva il paziente nei confronti degli altri significativi mentre questo agisce ruolo impersonati in passato da altri con lui.
La "corazza caratteriale" di Wilhelm Reich
Wilhelm Reich si occupa dell'analisi del carattere e definisce “corazza caratteriale” quelle strutture difensive che si formano nella prima infanzia e stabilizzano al termine del complesso edipico e che, se nevroticamente rigide finiscono per ostacolare i processi terapeutici di cambiamento e auto-conoscimento. Il carattere sarebbe innanzitutto un meccanismo di protezione narcisistico, un apparato psichico di protezione dell'angoscia, nato come difesa e compromesso tra le spinte dell'inconscio e del mondo esterno. A seconda della soluzione che viene data al conflitto la struttura caratteriale può essere più o meno rigida: tanto più è sacrificata la soddisfazione dei propri desideri genitali maturi e tanto più viene accumulata angoscia a causa dell'impossibilità di gratificazione, tanto più rigido sarà il carattere.
Quindi il carattere si trasformerà da apparato di protezione in corazza caratteriale si avrà un'alterazione cronica e un irrigidimento dell'Io con una conseguente limitazione di tutta la mobilità psichica della personalità; i sintomi nevrotici rappresenteranno falle nella corazza caratteriale. Reich è il primo che sostiene che per curare il paziente è necessario analizzare sistematicamente le sue difese, attraverso un'analisi del suo modo di parlare, di vestire, muoversi, che deve precedere l'analisi dei contenuti del paziente. Kohut propone una riflessione critica sul lavoro di questo autore sostenendo che le sue teorizzazioni sono corrette se vengono comunque riportate alla necessità di comprendere come mai il paziente si comporti in un determinato modo e se non si considera la corazza caratteriale alla stregua di una corazza fisica da estirpare fisicamente con le parole. Non bisogna considerare le difese e la corazza come qualcosa di intrinsecamente malvagio o ostinatamente oppositivo (come sembra emergere dall'analisi di Reich e dalla sua terminologia), esse vanno comprese e analizzate nei termini di funzioni generali che hanno per l'essere umano, nei termini di funzioni specifiche per quel determinato paziente in quel particolare momento e nei termini delle loro interrelazioni con la storia del soggetto.
La concezione delle difese nell'ambito della psicologia dell'Io
Gli Psicologi dell'Io si interessano perlopiù ad una concezione metapsicologica delle difese dell'Io. Hartmann sostiene che esse siano operazioni messe in atto dall'Io tramite energia aggressiva parzialmente neutralizzata (e non da energia libidica); ciò permette di spiegare come mai i pazienti reagiscano in modo aggressivo ad un approccio troppo diretto nei confronti delle difese. Brenner sottolinea le funzioni multiple dei fenomeni psichici e adotta un approccio maggiormente funzionale sostenendo che l'Io è in grado di usare per scopi difensivi tutti i normali processi di formazione e funzionamento dell'Io i quali possono portare la riduzione dell'ansia, di un affetto depressivo o la deviazione della tensione. Egli propone inoltre un ampio elenco di meccanismi difensivi e sostiene che specifici meccanismi non possano essere collegati a specifici livelli di patologia o normalità, a differenziare l'individuo sano da quello malato non sarebbe l'utilizzo di alcune difese piuttosto che altre ma il modo in cui queste vengono usate. Schafer si ispira ai contributi di Hartmann, Kris e Loewenstein, secondo cui l'Io è un organo in grado di usare le difese sia nei confronti del mondo esterno sia del mondo pulsionale, e sottolinea le proprietà dinamiche dell'Io il quale usa le difese come “double agent”: esse non sono mai controinvestimenti neutrali infatti se da un lato cercano di ostacolare l'espressione dei contenuti indesiderabili, dall'altra permettono di esprimere gli impulsi inaccettabili e dunque gratificano (ad esempio un ragazzo che odia la sua ragazza le offre l'ombrello, lei rifiuta ma lui continua ad insistere: si tratta di formazione reattiva per cui la gentilezza prende il posto dell'ostilità ma allo stesso tempo veicola i sentimenti aggressivi tramite l'insistenza e il non tener conto del desiderio della ragazza).
Melanie Klein e le difese psicotiche
Melanie Klein propone le prime radicali modificazioni della teoria freudiana sostenendo che le difese rappresentano anche meccanismi di organizzazione della vita psichica, oltre ad avere una funzione protettiva e studiando i meccanismi di difesa primitivi, cioè quelli legati prevalentemente agli stati psicotici. Tali meccanismi primitivi psicotici agiscono contro le angosce derivanti dall'istinto di morte e sono da distinguere dalle difese nevrotiche che agiscono contro le angosce generate dalla libido. Le difese psicotiche caratterizzano le posizioni psicotiche, la posizione schizoparanoide e quella depressiva, e comprendono il diniego, la scissione, le forme estreme di proiezione e introiezione, l'identificazione proiettiva e l'idealizzazione; questi meccanismi sarebbero specifici delle prime fasi dello sviluppo.
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