Manuale di progettazione sociale di Remo Siza
Introduzione
La progettazione sociale significa innanzitutto costruire progetti sociali mobilitando e motivando le professioni sociali, riorganizzando i servizi alla persona, costituendo riferimento per i gruppi sociali in una comunità. È un approccio focalizzato su attività che creano relazioni sociali collaborative e di capacitazione delle persone, immerse in un territorio che non è solo fisico, ma fertile di forme associative insieme alle quali costruire progetti d’intervento.
Talvolta, però, la progettazione sociale si riduce a mera organizzazione di interventi a favore di un target individuato sulla base di requisiti molto stringenti, senza interagire con le risorse territoriali, progetti cioè costruiti con risorse finanziarie prevalentemente delle politiche sociali che non orientano le comunità, non le stimolano, né le mobilitano.
Le politiche sociali in tempi recenti si sviluppano in uno spazio di vita che è definito prevalentemente in termini economici, e ciò rischia di limitare la progettazione, standardizzandola. La progettazione, infatti, deve basarsi sul coinvolgimento dei cittadini.
Capitolo 1: Le origini della progettazione sociale
La social planning è l’applicazione di conoscenze scientifiche per risolvere problemi sociali ed è intesa propriamente come il processo di coordinamento dei servizi sociali promossi da enti assistenziali, pubblici o privati, agenti insieme o separatamente, a favore di particolari categorie di utenti. Il termine nasce negli USA degli anni ’50 per far fronte a situazioni di disagio dei cittadini. Nel Regno Unito, invece, nasce con l’esigenza di programmare la distribuzione territoriale di servizi in seguito a mutamenti demografici e dalle crescenti richieste di strutture residenziali.
In Italia la programmazione sociale (social planning) è nata per superare interventi puramente assistenziali, facendo posto a maggior scientificità, coordinando servizi sociali. La programmazione sociale acquisisce funzione riparativa: rigenerazione urbana, contrasto alla povertà, ecc. Inizialmente si pensava che l’urbanista avesse un ruolo importantissimo, poiché era considerato agente di benessere: la terapia prescritta per le varie patologie sociali era il miglioramento fisico della città. Quindi vi era la convinzione che l’ambiente fisico fosse importante nel determinare il comportamento sociale e, quindi, l’instaurarsi di proficue relazioni sociali. Ma ben presto questa programmazione urbanistica si rivelò limitata e fu necessario intraprendere azioni per rispondere più da vicino a problematiche sociali, con strumenti diversi.
Si crearono così i presupposti per l’integrazione di interventi di rigenerazione dei quartieri e di interventi sociali. Allora si aggiunse la programmazione economica, per migliorare l’allocazione delle risorse, gli investimenti e per coordinare l’intervento economico dello Stato. La programmazione diventa così un processo non solo tecnico, ma che coinvolge gruppi, associazioni, persone che possono favorirne l’implementazione o porre ostacoli. Successivamente si cominciò a capire che la programmazione sociale dovesse essere orientata da una concezione di lavoro di cura preventivo svolto da vari professionisti (assistenti sociali, sociologi, educatori, psicologi), individuando la dimensione sociali dei problemi del singolo.
Nasce così il termine “lavoro di comunità”, ovvero un lavoro educativo territoriale che sviluppa interventi collettivi, applicando conoscenze scientifiche nella risoluzione di problematiche sociali, che prevedono due strumenti principali: il programma e il progetto per poter offrire delle risposte programmate, coordinare gli interventi e i servizi al fine di superare inefficienze e frammentazioni. Il lavoro di comunità ha bisogno di un piano per guidare la scelta degli obiettivi e individuare i mezzi per realizzarli. Si ricerca, quindi, un equilibrio tra approccio sociale e individuale, che possano integrarsi.
La pianificazione sociale è una guida dall’alto della società e si costruisce attraverso la partecipazione attiva della popolazione, come fosse un progetto democraticamente scelto. Viene detto che social planning è propriamente attività di coordinamento dei servizi sociali, basati su criteri di equità e uguaglianza, che offre una gamma standardizzata di servizi e interventi.
Vi sono tre fasi nello sviluppo della programmazione dei servizi sociali:
- Demand (o need) planning: Siamo nel 1960, vi sono tante risorse e si organizzano interventi in base alle domande, ai bisogni.
- Demand scarcity planning: (1970) Crescita eccessiva della domanda e per far fronte a situazioni di ristrettezze economiche, si introduce il concetto di priorità (chi ha più bisogni, riceve).
- Supply planning: Si arriva al 1980 e si comprende che bisogna programmare gli interventi, poiché le risorse sono scarse.
In Italia nel 1990 si è aggiunta una nuova fase, di razionalizzazione dell’offerta, ovvero la programmazione che valorizza il complesso dei soggetti delle politiche sociali, in termini di coinvolgimento attivo, per creare capitale sociale. Si fa inoltre riferimento ai tre modelli di welfare, poiché quest’ultimo è strettamente connesso alla progettazione sociale:
- Regimi liberali: L’intervento pubblico è residuale e l’aiuto è in base alla verifica del merito e della condizione del bisogno. Sono aiutati solo individui ad alto rischio, sostanzialmente. Questo schema è applicato negli USA, in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda.
- Regimi socialdemocratici: (Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia), massima capacità di demercificazione, lo Stato è molto attivo nel liberare il cittadino dalla sua dipendenza dal mercato. È un modello di welfare atto a proteggere il più possibile dai rischi, in base a diritti di cittadinanza, indipendentemente dalla sua posizione nel mercato; prestazioni universalistiche.
- Regimi conservatori-corporativi: (Germania, Austria, Belgio, Olanda, Italia) schemi prevalenti assicurativi pubblici differenziati a seconda dell’occupazione e calcolati in base alla carriera lavorativa e ai contributi versati.
La programmazione sociale ha avuto massimo sviluppo nei regimi di welfare conservatori-corporativi e nei regimi socialdemocratici, che vede il coordinamento degli interventi pubblici, ma la crisi di detti regimi ha modificato di molto le prospettive. Il sistema liberale invece vede il mercato protagonista, mentre non dà allo Stato un ruolo efficiente.
Capitolo 2: Come cambia la progettazione nel sociale
La social planning nel passato era considerata uno strumento di regolazione sociale che potesse stabilire vincoli per le strutture e i servizi e che fosse volto a porre vincoli e a inibire azioni sociali figlie di azioni spontanee incompatibili con gli obiettivi. Organizzazione, quindi, prima di tutto. Ad oggi, invece, è proprio l’autonomia sociale quella che viene valorizzata, coinvolgendo la comunità. Programmazione e progettazione sono oggi intese in ambito locale, enfatizzando la partecipazione dei cittadini.
In Italia i piani di zona sono la realizzazione della cosiddetta area-based-planning, di cui si parla quando si dice “ambito locale”. Questo si ha grazie alla legge 328/2000, che ha consolidato il livello locale nella realizzazione di piani, programmi e progetti sociali. È fondamentale capire che bisogna agire sulle norme e sui valori della comunità nel suo insieme e non soltanto sugli stili di vita individuali. È stato necessario trovare l’integrazione tra soggetti pubblici e privati, tra sociale e sanitario, che potessero creare progetti integrati di sviluppo da sottoporre poi a valutazione.
Il termine shopping list si riferisce ad elenchi di progetti slegati tra loro per i quali si chiede o è stato ottenuto un finanziamento e ciò che è importante è il grado di coerenza interna che presenta il progetto, l’uso delle risorse in un determinato ambito, il raggiungimento o meno di un singolo obiettivo, considerando anche gli effetti prodotti. Più progetti solitamente finiscono per disperdere un’azione comune, portandola ad una pluralità di direzioni. Si consolida un approccio distributivo che indica la tendenza a ripartire le scarse risorse tra progetti e destinatari, cioè ripartire risorse tra le generazioni.
Per alleggerire il carico dell’organizzazione pubblica, è stata fatta l’esternalizzazione di servizi cruciali di cura e attività anche non strettamente collegate ad essa.
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