Che materia stai cercando?

Riassunto esame Politica economica (terza parte: politiche di redistribuzione Teorema di Atkinson), prof. Colombatto

Riassunto per l'esame Politica economica (terza parte: politiche di redistribuzione Teorema di Atkinson), prof. Colombatto, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente Colombatto: Roberto Cellini, Politica Economica, MacGraw Hill.

Esame di Politica economica docente Prof. E. Colombatto

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

2. Deve essere un’imposta a sorpresa perché se così non fosse gli individui anticipano l’imposta

modificando conseguentemente i loro comportamenti.

3. Deve essere pro capite (a capitazione) cioè un’imposta a somma fissa su tutti gli individui soggetti

all’autorità fiscale, a prescindere dai redditi posseduti. In altre parole, colpisce tutti coloro che sono

residenti nel paese, indipendentemente dal costo opportunità del lavoro. non può essere

evitata.

L’imposta che soddisfa contemporaneamente questi tre requisiti è l’unica che soddisfa il requisito di

efficienza.

La vera efficienza si ha se gli individui non modificano i loro comportamenti a seguito dell’introduzione di

questi tipi di imposta, questo però difficilmente si verifica perché i burocrati dopo tale mossa diventano

poco credibili con una conseguente inefficienza a seguito dell’introduzione della prima imposta.

Distinguiamo 3 criteri impositivi:

Imposta proporzionale imposizione con aliquote costanti al crescere del reddito;

Imposta tale per cui il rapporto tra gettito e base impositiva non cambia al variare del reddito (o base

impositiva). Questo criterio è rispettato dalla cosiddetta flat tax o imposta ad aliquota fissa. Un sistema di

questo tipo prevede che le aliquote non possano essere più di una oppure che non ci possano essere

esenzioni dalla tassa ad esempio per persone che hanno un reddito inferiore ad una certa soglia. Il sistema

impositivo flat tax vale per qualunque reddito e per chiunque. Questo metodo diche che se è vero che

ognuno contribuisca alla spesa pubblica in base alla propria capacità contributiva misurabile come reddito

da lavoro o come consumi allora si preferisce un’imposta proporzionale.

L’IVA è ad esempio un’imposta proporzionale sul consumo perché si decide di formulare la capacità

contributiva dell’individuo come valore dei suoi consumi.

Inoltre se è vero che la tassazione deve essere fatta sulla capacità di contribuire del lavoratore bisogna

anche essere in grado di misurare questa capacità contributiva perché può essere molto dubbia.

La capacità contributiva non è detto che sia commisurata al periodo di tempo in cui il contribuente non

lavora, se una persona passa da un lavoro ben remunerativo ad un altro altrettanto remunerativo allora

possiamo dire che nel periodo in cui non lavora la sua capacità contributiva può essere nulla?

Evidentemente no.

Ognuno deve contribuire al benessere collettivo proporzionalmente alle proprie capacità.

Imposta progressiva imposizione con aliquote crescenti al crescere del reddito;

Riguarda un sistema fiscale tale per cui il rapporto tra gettito e base imponibile aumenta all’aumentare

della base imponibile. L’idea qui è quella del pari sacrificio collettivo, il beneficio marginale legato al reddito

decresce all’aumentare del reddito stesso. Ad esempio se un individuo ha un reddito di 2.000€ all’anno,

1.000€ in più gli fanno molto più comodo rispetto a un individuo che ne guadagnava 200.000 in precedenza

e adesso deve passare a 201.000€; quindi all’aumentare del reddito il sacrificio che viene imposto al

contribuente è meno pesante rispetto allo stesso sacrificio che viene imposto al contribuente con minor

reddito. Pari sacrificio in questo contesto può essere tradotto con l’uso di imposte crescenti per ottenere

un peso fiscale equo tra tutti.

Imposta regressiva imposizione con aliquote decrescenti al crescere del reddito;

Il rapporto tra gettito e base imponibile diminuisce all’aumentare del reddito, criterio poco utilizzato.

Una motivazione consequenzialista dice che se vogliamo far crescere la base imponibile e diminuire il carico

fiscale allora dobbiamo incentivare le persone a lavorare di più perché così facendo guadagneranno di più e

pagheranno meno imposte.

La visione morale invece prevede 2 argomentazioni:

1. Se è vero che il lavoro stanca allora chi guadagna di più è più ricco ma ha meno tempo libero,

quindi coloro che lavorano di più (al margine) sono coloro che faranno più sacrifici sacrificando più

tempo libero. Se il costo opportunità del reddito è crescente, la tassazione dovrebbe essere

decrescente. 3

2. Se ai redditi alti corrisponde una maggiore quantità di capitale umano (perché si è più istruiti o

perché si è investito di più) nel tassare di più si vuole tassare una forma di investimento che in

realtà non si voleva tassare, non è detto infatti che a redditi corrisponde un maggior valore di

capitale umano, l’imposta regressiva favorisce quindi l’aumento del capitale umano.

Imposte sulla ricchezza

Imposte di bollo, di registro, imposte sulla eredità ecc. L’idea è quella di prendere i soldi là dove li si può

trovare, anche se non c’è una giustificata motivazione per tassare la ricchezza cumulata che viene

trasferita.

La tassazione sui ricchi è una scusa per far sostenere una maggiore spesa fiscale alla classe medio-bassa

perché il gettito grosso arriva da questa fascia.

FINALITÀ DELLE IMPOSTE:

1. Finanziare la spesa pubblica;

2. Perseguire la giustizia redistributiva, ovvero l’eguaglianza dei redditi.

Storicamente negli ultimi 15 anni la povertà nel mondo è diminuita enormemente e questo possiamo

osservarlo tramite:

La povertà assoluta è la condizione di chi si trova al di sotto di un valore soglia di reddito o di consumo

convenzionalmente stabilito. Il valore soglia su cui ci basiamo è $2 al giorno a parità del potere d’acquisto

del 2011.

Nel 1990 il 37% della popolazione mondiale era sotto la soglia dell’1,9$ al giorno, più di 1/3 della

popolazione mondiale. Nel 2012 si passa dal 37% al 12,7% mentre oggi siamo al 9,6% della popolazione

mondiale (dato a fine 2015). Questi grossi miglioramenti arrivano dall’india e dalla Cina che sono cresciuti a

tassi molto elevati e quindi molti indiani e cinesi sono diventati meno poveri.

Nel grafico osserviamo quella che può essere la concentrazione del reddito, in dollari del 1990, negli anni

1820, 1970 e 2000. In ascissa misuriamo il reddito pro-capite misurato in dollari del 1990 mentre in

ordinata misuriamo il numero di individui in milioni. Più la curva si stringe più i redditi sono

concentrati intorno al valore di reddito pro-

capite in corrispondenza della media.

Se osserviamo la curva del 1820 osserviamo che

la maggior parte della popolazione aveva un

reddito pro-capite in dollari del 1990 pari a circa

$500 mentre gli individui ricchi tendono a ridursi

notevolmente all’aumentare del reddito pro-

capite.

Nel 1970 osserviamo 2 gobbe, questo vuol dire

una accentuata diversificazione tra individui

ricchi con un reddito pro-capite medio di $7.000

e individui meno ricchi con un reddito pro-capite di circa $900. Infine negli anni 2000 si osserva come ci sia

stata una normalizzazione della ricchezza con un reddito pro-capite medio di circa $2.500.

Per quanto riguarda la povertà assoluta, quindi, possiamo dire che nel tempo c’è stato un miglioramento; i

più poveri sono diventati un po’ più ricchi e la classe medio bassa è diventata la classe medio alta negli anni

2000.

La povertà relativa è la condizione di chi si trova al di sotto di una certa % di reddito o consumo rispetto ai

valori medi della comunità di riferimento.

Consideriamo sempre che i dati sul reddito sono al lordo delle imposte e dei trasferimenti, quindi per avere

dati coerenti con la reale situazione di povertà bisogna prendere i valori netti. Inoltre bisognerebbe

parametrare il reddito degli individui in base al costo della vita nel luogo in cui vivono, ad esempio avere 4

25.000€ e vivere a Milano non è la stessa cosa che avere 25.000€ e vivere in un paesino di qualche migliaio

di abitanti. Un dato reddito infatti consente condizioni di vita molto differenti a seconda del contesto nel

quale viene percepito.

Teorema di Atkinson distribuzione del reddito e benessere sociale

Se ogni individuo ha una funzione di utilità crescente e concava nel livello del proprio reddito e se

l’ammontare di reddito complessivamente disponibile in una comunità non dipende dal modo in cui è

distribuito, allora una distribuzione più equa del reddito è associata a un più elevato livello di benessere

sociale.

La prima ipotesi (se ogni individuo ha funzione di utilità crescente e concava nel livello del proprio reddito)

equivale ad assumere che l’utilità di ogni individuo dipende dal reddito e, poiché la funzione è assunta

crescente e concava, ciò significa che dosi aggiuntive del reddito individuale incrementano l’utilità

individuale, ma in misura via via decrescente. Pertanto, quando si sottrae un’unità di reddito a chi ha un

reddito elevato per trasferirla a chi ha un reddito basso, il decremento di utilità arrecato al ricco sarà

minore dell’incremento di utilità che l’unità aggiuntiva determina per chi, più povero, la riceve. In questo

caso, il trasferimento di reddito aumenterà l’utilità della società, in quanto il beneficio per il povero eccede

il danno arrecato al ricco.

La seconda ipotesi (l’ammontare complessivo di reddito non dipende dal modo in cui esso è distribuito)

richiede che eventuali redistribuzioni non modifichino la somma complessiva dei redditi e quindi che la

redistribuzione non sia costosa.

Critiche:

1. La redistribuzione è costosa: nel momento in cui si opera un trasferimento di reddito, non è detto che

tutto il reddito sottratto a chi è più ricco effettivamente giunga a chi è più povero. Questa storia è talvolta

raccontata ricorrendo alla Metafora del secchio bucato di Okun: la redistribuzione del reddito sarebbe

come portare acqua da chi ne ha tanta a chi ne ha poca con un secchio bucato. Nel momento in cui si opera

il trasferimento, parte dell’ammontare trasferito viene perso.

2. Le politiche redistributive vanno a colpire chi ha maggiore reddito e pertanto disincentivano la

produzione di reddito proprio da parte di chi ha maggiore capacità nel generare reddito. Questa

considerazione potrebbe addirittura suggerire politiche redistributive a favore dei ricchi: questo punto è

illustrato dalle teorie cosiddette “trickle-down”, traducibile in “sgocciolamento verso il basso”: l’idea è che

favorire chi ha un alto reddito consenta, per quanto riguarda la comunità, una maggiore produzione di

reddito di quanto ne sarebbe prodotto mettendo in atto politiche redistributive standard, e il maggior

reddito complessivo finirebbe anche con il favorire quelli con reddito minore, sui quali il reddito

sgocciolerebbe dall’alto.

Tesi di Piketty distribuzione funzionale del reddito tra fattore capitale e fattore lavoro

Siccome il tasso di rendimento del capitale è più elevato del PIL la quota di reddito di cui si appropriano i

capitalisti sostanzialmente aumenta. Se lasciamo che le cose vadano in questo modo si finisce schiavi dei

capitalisti che mangiano quote di reddito.

Piketty però sbaglia perché non considera un sacco di cose come l’inflazione, la dissipazione della ricchezza

del tasso di rendimento reale ecc. La capacità di bruciare ricchezza da parte dei ricchi è molto elevata e

questa viene erosa molto velocemente dalla prima generazione, successivamente le seguenti generazione

consumano la ricchezza gradualmente mentre per quanto riguarda tutte le altre generazioni in media

queste sperperano tutta la ricchezza accumulata dalla prima generazione o dalle generazioni precedenti,

quindi non è vero che la ricchezza si eredita e basta perché questa con le generazioni si estingue.

Inoltre non è nemmeno vero che i ricchi fanno fruttare la propria ricchezza in modo molto più elevato

rispetto a quanto non possa farlo la gente comune, cioè il tasso di rendimento degli investimenti dei ricchi

sono gli stessi ai quali può avere accesso un individuo meno ricco, questo risultato si osserva andando a

vedere come la quota di capitale negli anni tra ricchi e poveri è rimasta costante.

Il ruolo della politica economica è redistributivo tra la personalità del reddito e la funzionalità del reddito

appena vista. 5

WELFARE STATE

Una seconda finalità dell’intervento pubblico è la fornitura del cosiddetto stato sociale o welfare state.

Produzione di beni di merito che appartengono a 3 grandi categorie: la previdenza, l’assistenza e la sanità.

A queste si aggiunge l’istruzione anche se questa normalmente non fa parte dello stato sociale.

La nascita dello stato sociale risale al 1800 che vede come precursore Napoleone Bonaparte il cui obbiettivo

era quello di indurre i francesi ad arruolarsi nell’esercito dello stato.

Bismark anche voleva fare in modo che i cittadini tedeschi si identificassero nello stato tedesco per arrivare

ad una visione nazionalista, il futuro per i cittadini tedeschi deve essere la sua nazione, proprio come lo

stato serve il cittadino tedesco, questo deve servire lo stato.

Un tipo diverso di stato sociale prende corpo all’inizio degli anni ’90 negli USA da un gruppo di persone che

si definiscono progressivisti, nemici dei liberisti, che prendono il modello bismarkiano e lo coniugano con il

capitalismo dei Morgan.

La tradizione progressivista poi divenne ancora più importante attraverso una serie di accordi industriali

con cartelli per contrastare il modello liberista.

In Italia lo stato sociale nasce con il fascismo mussoliniano (prima INFPS e oggi INPS), dove le quote

importanti riguardano la previdenza, la sanità, l’istruzione, gli interessi sul debito pubblico, l’ordine

pubblico, la difesa e infine le spese burocratiche.

Dato che gli individui non sono capaci ad essere previdenti e non risparmiano a meno che non glielo si dica

allora lo Stato si fa carico di questa inadempienza e obbliga gli individui al contributo pensionistico, non è

chiaro però perché i contributi pensionistici debbano finire allo Stato e non a un privato o un’agenzia

pensionistica.

La previdenza

Per previdenza si intende un sistema nel quale gli individui versano contributi durante il periodo lavorativo

per poi usufruire (tramite rendita) di tali versamenti durante il periodo di quiescenza ovvero di inattività

lavorativa.

Quali sono i suoi fondamenti? Ce la possiamo permettere?

La spesa per le pensioni in Italia rapportata al PIL equivale al 15% (dato del 2010)

Come previdenza in Italia distinguiamo 3 tipi di pensione:

1. Pensioni di vecchiaia

pensioni che vengono erogate a chi raggiunge una certa età e soggette ad un minimo di anni di

contribuzione. La questione sul percepimento delle pensioni non riguarda solo il paese di origine

perché chi si trasferisce in un altro paese perde la continuità di contribuzione nel paese di origine e

rischia di non percepisce nemmeno la pensione nel paese in cui si sposta perché molto

difficilmente raggiungerà i requisiti di contribuzione minimi.

2. Pensioni di anzianità

pur non avendo raggiunto l’età avanzata dalla legge o dalle norme contrattuali chi vuole ritirarsi

dal lavoro percepisce la pensione sulla base dei contributi versati (bisogna altresì avere un

requisito contributivo che solitamente è ridotto a un minimo anagrafico). Anzianità significa porre

l’accento sulla contribuzione del lavoratore. Per esempio le baby-pensioni venivano erogate a chi

aveva un minimo di 20 anni di contribuzioni con età minima di 40 anni.

3. Pensioni di invalidità

pensioni che vengono erogate a coloro che certificano di essere diversamente abili nell’esercizio di

un lavoro

4. Pensioni sociali

Pensioni di cittadinanza per coloro che non hanno contribuzioni sufficienti per andare in pensione

o trasferimenti a favore di coloro che non hanno mezzi di sostentamento, indipendentemente da

tutti gli altri fattori.

La motivazione che spinge il policy maker a farsi carico dell’erogazione di questo servizio consiste in una

visione paternalistica unita ad un atteggiamento caritatevole: se le persone possono decidere per conto 6


PAGINE

9

PESO

683.20 KB

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristina.mellano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Colombatto Enrico.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Politica economica

Riassunto esame Politica Economica (quarta parte: le politiche macroeconomiche), prof. Colombatto
Appunto
Riassunto Esame Politica Economica (Seconda parte - politiche micro economiche), prof. Colombatto
Appunto
Riassunto esame Politica economica (Prima parte), Prof. Colombatto
Appunto
Lezioni, Economia Pubblica
Appunto