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Curva di Offerta Aggregata

Dato che lo stock di capitale nel breve periodo è dato, la produzione dipende soltanto (e in modo positivo)

dal numero di lavoratori occupati, secondo la funzione di produzione aggregata Y = Y(N) , assunta crescente

e concava.

Il numero di lavoratori occupati, a sua volta, viene determinato sul mercato del lavoro dalla interazione tra

domanda e offerta di lavoro.

La funzione di produzione tradizionale:

Esprime il legame intercorrente tra le quantità dei singoli fattori di

produzione usati e le quantità di prodotto ottenuto.

Y = Output

L = quantità del lavoro

Supponiamo che ci sia un solo fattore produttivo (IS dipende solo dal

lavoro) e sull’asse verticale abbiamo la quantità prodotta. La relazione

tra output e quantità di input impiegati è una funzione di produzione

(ad ogni livello di input ci dice quanto output è stato prodotto). A

seconda della quantità di lavoro avremo un determinato output (no

quello domandato ma prodotto).

3. Se c’è squilibrio sul mercato dei fattori produttivi aggiustamento avviene attraverso il livello

e

effettivo dei prezzi P che dipende dal livello atteso dei prezzi P e dal livello di produzione Y.

Ipotesi: Y > Y* Ovvero y, l’offerta effettiva, sarà al più Y* ma mai maggiore di Y*.

Supponiamo che Y > Y*, siamo al di fuori del salario di equilibrio.

Supponiamo che Y < Y*, abbiamo un eccesso di domanda di lavoro: l’impresa vuole assumere ma non ci

sono lavoratori sufficienti a rispondere alla domanda.

W* = salario di equilibrio

 

D

Se W > W* L < L* Carenza di domanda o eccesso di offerta

 

S

Se W < W* L < L* Carenza di offerta o eccesso di domanda

Sia se Y < Y* sia se Y > Y*, la produzione è inferiore alla produzione d’equilibrio.

Come si ripercuote un ↑del livello generale dei prezzi sul mercato del lavoro?

↑P = Dl verso l’alto.

Quanto succede l’offerta del lavoro dipende da cosa succede al livello atteso dei prezzi, Pe.

i. Se Pe non variare al variare di P,

allora l’offerta rimane ferma e si sposta solo la domanda verso l’alto = ↑w e ↑N.

L’aumento della produzione è reso possibile dal fatto che i lavoratori scambiano un aumento

del salario nominale W per un aumento del salario reale, poiché non percepiscono che sono

aumentati i prezzi. I lavoratori aumentano il lavoro offerto pensando erroneamente che siano

aumentati i salari reali. E dall’altra, le imprese aumentano la domanda di lavoro perché

ritengono giustamente che siano diminuiti i salari reali. illusione monetaria dei lavoratori.

ii. Se Pe variano esattamente nella stessa misura in cui varia P,

allora i lavoratori non soffrono di alcuna illusione monetaria. La curva di offerta di lavoro si

sposta verso l’alto esattamente nella stessa misura in cui si sposta verso l’alto la curva di

domanda di lavoro. Di conseguenza, il nuovo punto di equilibrio giace esattamente sulla

verticale del vecchio punto di equilibrio. ↑P e ↑Pe e ↑Wnom* mentre Wreale* non varia.

iii. Se Pe variano ma in misura meno che proporzionale rispetto all’aumento dei P,

allora la curva di offerta di lavoro si sposta verso l’alto in misura più limitata rispetto alla curva

di domanda di lavoro.

Ai tre casi corrispondono tre differenti configurazioni della curva di offerta aggregata.

I neoclassici sono inclini a ritenere che i lavoratori non soffrano di illusione monetaria; di conseguenza,

ritengono che la curva di offerta aggregata sia una retta verticale (a meno di shock imprevisti e

imprevedibili, che possono determinare un’offerta positivamente inclinata).

I keynesiani ritengono invece che i lavoratori soffrano, almeno in parte, di illusione monetaria e quindi

assumono che la curva di offerta aggregata è inclinata positivamente.

ANALISI DEL MODELLO A TRE MERCATI

Abbiamo tre equilibri simultanei sul grafico sopra:

1. Equilibrio sul mercato della moneta (LM);

2. Equilibrio sul mercato dei beni (IS);

3. Il livello di domanda aggregata definito congiuntamente dall’equilibrio tra mercato di moneta e

mercato dei beni è in equilibrio con Y*, ovvero l’offerta aggregata.

Abbiamo due equilibri + uno squilibrio:

1. Equilibrio sul mercato della moneta;

2. Equilibrio sul mercato del lavoro Y = Y*

3. Squilibrio sul mercato dei beni (Y*) eccesso di domanda di beni.

Quando lo squilibrio è sul mercato dei beni, si attiva l’aggiustamento in base ai prezzi (primo canale) o sul

mercato del lavoro (secondo canale):

1. ↑prezzi = ↓offerta reale di moneta = eccesso di domanda di moneta = ↑i = ↓I = ↓domanda

aggregata. Quindi Yd si sposta verso sinistra. LM si sposta verso sinistra (le curve tratteggiate nel

grafico) a seguito dell’aumento dei prezzi.

2. ↑prezzi = ↓ salario reale = eccesso di domanda di lavoro = ↑ salari nominali (possono crescere

perché la rigidità dei salari è solo verso il basso) = output rimane costante. I salari nominali

aumentano fino a quando l’eccesso di domanda di lavoro non viene azzerata o fino a quando il

salario reale non torna a W*. Il nuovo punto di equilibrio è rappresentato nel grafico, dove la

produzione rimane costante e tutto l’aggiustamento avviene dal lato della domanda.

Abbiamo due equilibri + uno squilibrio:

1. Equilibrio sul mercato della moneta;

2. Equilibrio sul mercato del lavoro Y = Y*

3. Squilibrio sul mercato dei beni (Y*) eccesso di offerta di beni.

Aggiustamento avviene attraverso ↓prezzi, che ha due conseguenze:

1. ↑domanda perché LM va verso destra. In particolare:

↓prezzi = eccesso di offerta di moneta = ↓i = ↑I = ↑domanda: squilibrio sul mercato dei beni.

2. Il salario reale ↑ perché ↓prezzi; l’aumento del salario reale crea un eccesso di offerta di lavoro (se

fossimo in un sistema di salari flessibili, tale eccesso farebbe ↓salari) dato che siamo in un sistema

di salari rigidi, la situazione rimane tale. A mano a mano che si verifica questo eccesso di lavoro, si

riduce la produzione = Ys si sposta verso sinistra. Quindi ↓p provoca disoccupazione.

L’eccesso di domanda di beni si risolve perché non abbiamo rigidità verso l’alto. Il problema è l’eccesso di

offerta perché i salari sono rigidi, questo crea disoccupazione.

Abbiamo due equilibri + uno squilibrio:

1. Equilibrio sul mercato dei beni;

2. Equilibrio sul mercato della moneta;

1. Squilibrio sul mercato del lavoro Yd = Ys ≠ Y*

Se i salari sono fissi, i salari non si aggiustano come succede quando i salari sono flessibili e quindi ci

troviamo in una situazione di stallo.

L’economia di piena occupazione è l’economia che produce l’output generato dai fattori produttivi

impiegati quando il mercato dei fattori produttivi è in equilibrio.

a) Il salario è troppo basso w1

b) Il salario è troppo alto w2

Se siamo nel caso w1, il rapporto sale quindi P ↓ e W ↑.

se P ↓ dovrebbero ↑ W ma W non è rigido allora W reale ↑. Se W reale ↑

passiamo da w2* a w2.

Mano a mano che W reale ↑, l’output (Y*) ↓ fino a quando i prezzi

continuano a scendere; P ↓ fino a quando c’è eccesso di offerta.

Se siamo nel caso W2, avremo un eccesso di offerta di lavoro squilibrio di sotto-occupazione (Ls < L*)

Dato che W = W/P, se i prezzi ↑ allora W ↓

↓W = ↑Ys converge fino a Y* 

Quando Ys = Y* siamo in equilibrio sul mercato dei fattori ma in squilibrio sul mercato dei beni vedi caso

precedente (eccesso di offerta di beni dove Ys = Y*e Ys > Y d).

La rigidità nominale dai salari fa sì che il mercato dei fattori produttivi non si riequilibri da solo, rimane tutto

bloccato. Se avessimo avuto salari flessibili, si sarebbe innescato il meccanismo: ↓salari = ↑produzione =

eccesso d’offerta = ↓prezzi = ↑domanda = equilibrio di piena occupazione dei fattori. Siccome i salari non

si aggiustano, il meccanismo non è innestato: si rimane in una situazione di stallo. È necessario l’intervento

di un’autorità governativa.

Come può intervenire il governo per risolvere un problema di sotto-occupazione?

Il governo si rende conto della situazione ma non ha il potere di de-regolamentare il mercato dei salari.

Infatti, per ottenere l’equilibrio sul mercato dei salari la soluzione migliore è la flessibilità dei salari (libertà

di contratto) soluzione di primo ottimo (w vada a w*). Per motivi ideologici o per motivi di eleggibilità, il

governo non può liberalizzare i contratti di lavoro. Al governo rimangono due scelte:

1. politica fiscale espansiva;

2. politica monetaria espansiva.

Politica monetaria espansiva = ↑offerta di moneta

(per ritrovare l’equilibrio ↑offerta deve corrispondere a ↑domanda, per avere ↑moneta è necessario

avere un costo per tenere moneta più basso ovvero ↓i)

↑offerta di moneta = c’è più moneta in circolazione = acquisto titoli = ↑prezzo dei titoli e ↓i.

Sul mercato dei fattori durante la

rinegoziazione, i salari scendono (grazie

all’effetto a sorpresa) poi a mano a mano

che i lavoratori reagiscono il salario

risale.

1° effetto: ↓i; 

2° effetto: maggiore domanda comporta lo spostamento su Yd’ ↑domanda;

3° effetto: ora abbiamo un eccesso di domanda di beni, che comporta: ↑prezzi = ↑ occupazione =

↑produzione = ↓salario reale = la politica monetaria espansiva ha avuto successo.

In sostanza, abbiamo reso vano lo squilibrio sul mercato immettendo moneta sul mercato. ( faccio

muovere il salario reale agendo sul denominatore).

(questo vale se i lavoratori non reagiscono alla riduzione del loro salario reale)

Possiamo assistere a 3 situazione: 

1. I lavoratori subiscono la politica monetaria espansiva la pol. monetaria espansiva ha successo;

2. I lavoratori reagiscono con un certo ritardo abbiamo un espansione ciclica;

3. I lavoratori leggono i giornali e capiscono che il governo vuole attuare una politica monetaria

espansiva allora anticipano l’aumento dei prezzi chiedendo l’immediato adeguamento dei salari:

l’indicizzazione ex-ante per le aspettative di inflazione.

Questo succede ancora prima dell’aumento dei prezzi, in base alle mie previsioni.

2° situazione: i lavoratori si accorgono che il loro salario reale diminuisce e quindi reagiscono e vogliono

mantenere il proprio potere d’acquisto: chiedono aumenti salariali.

Salario reale torna dov’era; l’occupazione scende dov’era; la produzione scende dov’era.

In conclusione, l’unico effetto della manovra è l’inflazione (aumento del livello dei prezzi) e stessa y.

La politica monetaria espansiva fa spostare la LM verso destra, mano a mano che ↑salari la LM torna

dov’era.

3°situazione: quando c’è un annuncio da parte dall’autorità di politica economica di un possibile aumento

dei prezzi, allora i lavoratori chiedono un immediato adeguamento dei propri salari. Se i salari reali salgono

prima ancora che salgono i prezzi, allora provoca ↓occupazione e ↓produzione. In questo caso, il governo

dovrà seguire le anticipazioni dei lavoratori (che corrisponde ad una politica monetaria espansiva) per far in

modo che non diminuisca la produzione: il governo si adatta alle previsioni.

È un meccanismo che si auto-alimenta perché le aspettative si riconfermano e si richiede ↑salario. Il

governo ↑prezzi per mantenere la produzione costante ma non per ragioni espansionistiche.

Per bloccare il meccanismo, il governo dovrebbe non stampare moneta nonostante le previsioni si

aspettano aumenti di prezzo. A quel punto la domanda si adegua così il salario nominale ↓ e la produzione

torna com’era.

 Il costo di smorzare le aspettative è si crea recessione o crescita a tassi modesti.

Esempio REAGAN: intorno al 1980, Reagan attua contemporaneamente una politica monetaria restrittiva

con cui non immette più moneta e l’inflazione crolla del 18-20% e contemporaneamente una politica fiscale

espansiva (↓imposte ma criticato dai liberisti perché non ha anche ↓spesa).

Reagan nominò Volcker alla Banca Centrale, che era un monetarista, che ha bloccato l’inflazione non

immettendo più moneta nel sistema: perdita di consenso elettorale.

Fu ampiamente noto per la lotta alla crisi di stagflazione degli anni Settanta causata dalla decisione

dell'aumento dei prezzi del petrolio da parte dell'OPEC. Nonostante la situazione economica difficile,

Volcker attuò una politica monetaria restrittiva (Volcker shock), innalzando il tasso di interesse al fine di

intervenire sull'altissima inflazione (che viaggiava da anni su ritmi del 10% annuo).

Dopo le inevitabili conseguenze negative iniziali, che portarono la disoccupazione oltre il 10%, la Fed

raggiunse l'obiettivo sperato: fu ottenuta la stabilità dei prezzi, e l'economia americana ricominciò a

crescere. L'inflazione, che era giunta al 13.5% nel 1981, dopo un rialzo del tasso prime rate al 21.5% si

abbassò fino al 3.2% nel 1983.

Curva di Laffer È una curva che mette in relazione l’aliquota di imposta con le

entrate fiscali. L’idea di Laffer è:

Se riduciamo la pressione fiscale: ↑ gettito perché la gente lavora di

più e le imprese producono di più.

L’idea di Laffer è un’idea fondamentalmente keynesiana: ↓

pressione: si apre il disavanzo pubblico però grazie alla crescita si

può coprire il disavanzo pubblico.

Andrebbe bene ridurre le imposte se parallelamente si riduce la

spesa.

LA CURVA DI PHILIPS E LE POLITICHE DEL LAVORO

La versione originaria della Curva di Philips

Nel 1958, Philips pubblicò un’analisi statistica sulla relazione tra tasso di disoccupazione e tasso di

variazione percentuale dei salari monetari nel Regno Unito, utilizzando i dati annuali dal 1861 al 1957.

Nel 1960, Samuelson e Solow chiamarono curva di Philips la curva che lega il tasso di disoccupazione con il

tasso di variazione dei salari. L’asse orizzontale misura il tasso di disoccupazione e l’asse verticale

misura il tasso di variazione percentuale dei salari nominali.

Quando Δ%W è positiva, W cresce.

Quando Δ%W è negativa, W decresce.

1. C’è un legame di segno negativo tra u e Δ%W. Quindi per valori di u sempre crescenti, Δ%W è via

via decrescente, fino ad assumere valori negativi.

2. La curva è convessa: a incrementi successivi di u corrispondono decrementi via via decrescenti di

Δ%W.

3. La curva di philips interseca l’asse orizzontale in corrispondenza del valore u0= 5,5%. Ciò vuol dire

che per u=5,5% il salario monetario mostra un tasso di variazione nullo. Chiameremo il tasso u0,

tasso di disoccupazione di equilibrio, intendendo per equilibrio il fatto che il Wnom non si muove.

Già Philips, su suggerimento di Lipsey, osservò che la variazione del salario, essendo la variazione di un

prezzo (il prezzo del lavoro).

Dimostrazione della relazione tra variazione dei salari e variazione dei prezzi

W= p × Fl W = p × PML 

fl = PML = produttività marginale del lavoro la variazione nell’output legata alla variazione nel fattore

produttivo al margine (quanto si produce lavorando un’ora in più e quanto un’ora in meno).

Se PML = 4; se impiego 1 unità di lavoro in più, ottengo 4 prodotti in più.

p × PML = il valore della produttività marginale del lavoro. ammontare di soldi che il datore di lavoro

incassa quando vende le unità di prodotto aggiuntive.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristina.mellano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Colombatto Enrico.

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