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I difficili anni settanta

Quattro sono, per il nostro paese, le caratteristiche salienti degli anni settanta: la riduzione del tasso di crescita; l’emergere di un vincolo esterno (la difficoltà, cioè, che si incontrano nel mantenere l’equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti); i primi segni del progressivo squilibrio dei conti pubblici; l’inflazione, che si porta al di sopra delle due cifre per restarvi quasi tre lustri.

L’economia italiana risentì in modo traumatico di due shock sostanziali: i conflitti sindacali dello scorcio degli anni settanta e l’espansione dei prezzi del petrolio nel 1973-74. Essi colpirono la nostra industria manifatturiera in un periodo di notevoli turbolenze sui mercati dei cambi.

Dall’autunno caldo del 1969 alla crisi valutaria del 1976

Con le tensioni e gli scioperi dell’autunno caldo del 1969 ebbe termine il lungo periodo di stabilità delle relazioni industriali che aveva caratterizzato sia gli anni della ricostruzione postbellica, sia quelli del “miracolo economico”, la fase di eccezionale espansione tra la costruzione del Mercato comune europeo nel 1958 e il “boom” del 1962-63, sia infine il periodo di crescita solo un po’ più lenta della seconda metà degli anni settanta.

In un periodo breve si era passati da condizioni prevalentemente agricole a una industrializzazione diffusa, con flussi migratori straordinari, in particolare dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale del Nord-Ovest del paese, ma anche verso altre nazioni europee, e con un fortissimo aumento del tasso di urbanizzazione. Il reddito nazionale era pressoché triplicato in venti anni.

In questo rapido passaggio la struttura economica del nostro paese era caratterizzata su larga misura dal basso costo e dall’ampia disponibilità di manodopera relativamente poco qualificata; restava carente nel contenuto tecnologico dei manufatti industriali.

I primi anni settanta videro tentativi di programmazione dello sviluppo, a partire dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962, e della cosiddetta “nota aggiuntiva” dello stesso anno con la quale l’allora ministro del Bilancio, Ugo La Malfa, provò a disegnare principi e obiettivi di un efficace azione dello Stato nell’economia, sotto forma di interventi diretti e di programmazione delle attività private. Essi fallirono nell’obiettivo di dotare di una struttura produttiva più avanzata un paese dipendente dall’estero nell’importazione e tanto di materie di base quanto di beni capitale.

L’apertura internazionale dell’economia non mancò di mettere in luce come condizioni di lavoro spesso molto disagiate si associassero a retribuzioni pro capite relativamente basse. La distribuzione del reddito si modificò notevolmente a favore del lavoro dipendente: tra il 1969 e il 1973 nel settore manifatturiero le retribuzioni pro capite salirono in termini reali del 36%, a fronte di un aumento della produttività del lavoro (cioè il rapporto tra il prodotto a prezzi costanti e l’occupazione dipendente) del 23%. Alla crescita salariale si accompagnarono la riduzione dell’orario di lavoro contrattuale con lo Statuto dei lavoratori.

L’aumento del costo del lavoro fu elevato; ma fu la sua combinazione con due shock esterni: la crisi del sistema monetario internazionale e l’esplosione del prezzo del petrolio. In questo periodo l’attività produttiva avrebbe continuato a espandersi, ma a un tasso notevolmente inferiore a quello dei due decenni precedenti, e con un forte aumento della disoccupazione.

La crisi del sistema monetario internazionale scaturì nel 1971 dalla decisione del governo americano di svalutare il dollaro, dichiarando cessata la convertibilità in oro. Ciò ebbe gravi conseguenze per la lira, giudicata debole dai mercati valutari, anche per la perdita di competitività in atto nell’industria italiana. In occasione di una nuova crisi del dollaro, nel 1973, la lira fu lasciata fluttuare. Tra l’inizio del 1973 e la fine del 1974 il valore estero della lira si ridusse del 12% nei confronti del dollaro e di circa 30% nei confronti del mercato tedesco.

Il deprezzamento della lira colpì l’economia italiana in una fase di accelerazione ciclica, di aumento della domanda interna, non condivisa dalle altre principali economie industriali; insieme con l’aumento dei costi del lavoro, esso contribuì a determinare un forte incremento dei prezzi della produzione e al consumo.

Nell’autunno del 1973 un altro colpo all’economia italiana fu dato dal quadruplicarsi del prezzo del petrolio in occasione della nuova guerra arabo-israeliana, determinando un rapido deterioramento della bilancia dei pagamenti. La nostra economia era cresciuta in un biennio di quasi il 6% più della media dei paesi della CEE, anche in conseguenza di politiche monetarie e di bilancio molto espansive nel 1972. Il saldo delle partite correnti divenne negativo nel 1973; il passivo superò il 4% del PIL nel 1974.

L’Italia fu costretta a ricorrere al Fondo Monetario Internazionale per un prestito “stand-by” di 1.2 miliardi di dollari, e poi alla Bundesbank che prestò alla Banca d’Italia 2 miliardi di dollari, garantiti in oro. Fu necessario adottare misure decise di contenimento della domanda interna tra cui principalmente restrizioni fiscali e limiti quantitativi all’espansione del credito bancario. Ne conseguì nel 1974 una notevole flessione produttiva acuta nel settore industriale.

Nel 1975, per la prima volta dal dopo guerra, il PIL si ridusse in termini reali, di oltre il 2%. La forte caduta della domanda interna, in particolare degli investimenti, contribuì al temporaneo riequilibrio della bilancia dei pagamenti. Sul fronte dell’inflazione, all’eccezionale ascesa dei prezzi dei beni all’ingrosso che risultò con lo shock petrolifero non tardò a seguire l’accelerazione dei prezzi al consumo, che aumentarono in media quasi del 20% nel 1974.

La politica sindacale era volta, in quegli anni, a ridurre i differenziali salariali tra le diverse qualifiche; il nuovo sistema di indicizzazione andava nella stessa direzione, perché il “punto unico di contingenza” comportava aumenti uguali per tutti, e quindi proporzionalmente inferiore per i redditi più alti. Si ponevano così le premesse perché nel successivo decennio la riapertura del ventaglio delle retribuzioni rendesse la discesa dell’inflazione ancor più difficile e lenta.

Per il sistema delle imprese le conseguenze della crisi del 1974-75 furono particolarmente gravi. Le loro condizioni economiche e finanziarie furono compromesse, con un tracollo dei profitti e della redditività. La spinta ad aumentare i prezzi di vendita e cercare il sollievo in un ulteriore deprezzamento del cambio si accompagnò alla richiesta di contributi pubblici alla produzione e agli investimenti.

Il miglioramento nei conti con l’estero e la caduta produttiva condussero ad allentare la retribuzione monetaria. Il deficit delle amministrazioni pubbliche raggiunse il 12% del PIL. Mentre calavano le entrate fiscali, soprattutto le imposte indirette per un incremento dell’evasione, crescevano rapidamente le prestazioni sociali e i contributi alla produzione: attraverso la crescita degli interventi assistenziali a favore di famiglie e imprese, la spesa pubblica finì con l’assumersi l’onere di risolvere il conflitto sulla distribuzione del reddito fra capitale e lavoro, in particolare sulla ripartizione della “tassa petrolifera”.

L’allentamento della restrizione monetaria e le misure di rilancio, dell’economia fecero riprendere rapidamente la domanda interna nella seconda metà del 1975. Ma l’aumento delle disponibilità liquide creò le condizioni per un attacco speculativo contro la lira. Questo fu aspro nei primi giorni del 1976; il 20 gennaio, prosciugate le modeste riserve valutarie, fu decisa la chiusura, per sei settimane, del mercato dei cambi. Ad essa seguì il crollo della lira, che in poco tempo perse quasi un quinto del suo valore nei confronti della media delle principali valute.

Dalla stabilizzazione del 1976 all’adesione allo SME

Il succedersi di shock di origine esterna e il rapido alternarsi di politiche macroeconomiche di segno opposto resero molto instabile l’andamento dell’economia: crescita del prodotto, inflazione, cambio, saldo con l’estero. Si rese necessario un nuovo intervento: fu introdotto l’obbligo di effettuare un deposito infruttifero a fronte degli acquisti di valuta per le transazioni con l’estero. In autunno la restrizione monetaria fu rafforzata, con l’introduzione di limiti quantitativi all’espansione degli impieghi delle banche, l’incremento della riserva obbligatoria sui depositi bancari, e un ulteriore aumento di tre punti del tasso di sconto. Per frenare l’esportazione di capitali vennero introdotti nuovi vincoli, di natura sia amministrativa e sia penale.

L’effetto sulla domanda interna fu notevole. La svalutazione del cambio favorì le esportazioni, il cui volume continuò a crescere; mentre le importazioni furono notevolmente frenate. Il contenimento della domanda interna e il buon andamento della domanda mondiale consentirono un rapido riequilibrio. Il saldo commerciale tornò in pareggio, le partite correnti ampiamente in avanzo; si annullò il debito estero accumulato con la crisi petrolifera, riportando il Paese in attivo già nel 1977.

L’inflazione nel corso del 1977 tornò a superare il 20%; sostenuta da un’indicizzazione salariale ormai prossima al 100%, solo nel successivo biennio essa scese al di sotto del 15%, risentendo del sensibile rallentamento del costo del lavoro. Ancora una volta questo fu in parte realizzato a carico del bilancio pubblico, tramite la riduzione (cosiddetta fiscalizzazione) degli oneri sociali, realizzata a partire dal 1977. Ma vi contribuì un miglioramento significativo delle relazioni industriali. Di particolare importanza fu l’accordo tra Confindustria e sindacati del gennaio 1977, con cui si eliminò l’indicizzazione al costo della vita dell’indennità di anzianità e si definirono impieghi per ridurre l’assenteismo e accrescere la mobilità interna del lavoro.

Con l’inflazione ancora elevata, i tassi d’interesse divennero negativi in termini reali: l’indebitamento delle imprese si ridusse. Le imprese tornarono a investire in modo massiccio, dando inizio a una lunga fase di ristrutturazione e di ammodernamento produttivo che interessò soprattutto le imprese medio-grandi, quelle più colpite dalle rigidità e dalle difficoltà produttive.

Ma un equilibrio basato sui controlli e divieti, in presenza di ampi squilibri interni, non può essere che precario. Nello stesso periodo andava maturando il progetto di dar vita a un sistema monetario (lo SME), con il quale tornare a fluttuazioni valutarie controllate in Europa, ed evitare così il rischio che un’eccessiva volatilità dei cambi compromettesse gli scambi tra i diversi paesi. Il sistema si sarebbe fondato sulla fissazione di parità centrali tra le diverse valute e su un meccanismo di assistenza reciproca tra le banche centrali, in base al quale crediti automatici e illimitati sarebbero stati concessi quando una valuta si fosse deprezzata oltre certi limiti.

L’adesione italiana allo SME fu preceduta da un acceso dibattito, che finì per essere occasione di una crisi politica e della fine dell’esperienza della solidarietà nazionale, e da un lungo complesso negoziato con gli altri partner, alla fine del quale l’Italia ottenne di partecipare al sistema con una banda di fluttuazione allargata. Inoltre, tra il 1978 e l’inizio del 1979 si procedette a un’ultima svalutazione con l’obiettivo di migliorare la competitività di prezzo dei nostri prodotti e ridurre così i rischi che il nuovo regime di cambi fissi avrebbe comportato per il sistema economico.

Gli anni ottanta: disinflazione e accumulo di squilibri

Negli anni ottanta l’inflazione si ridusse dai livelli molto elevati successivi al secondo shock petrolifero del 1979 a livelli più moderati. Il rientro dall’inflazione fu sostenuto da una politica monetaria e del cambio decisamente restrittiva. Dopo il controshock petrolifero non si riuscì a cogliere l’occasione per un deciso intervento di riequilibrio dei conti dello Stato, con la conseguenza duplice di un continuo innalzamento del debito pubblico e di una crescita del debito netto verso l’estero. L’inflazione non riuscì a portarsi al di sotto del 5-6%; la disoccupazione aumentò.

Dall’adesione allo SME al controshock petrolifero del 1996

All’indomani dell’ingresso della lira nello SME, e della svalutazione che l’aveva proceduto, sopraggiunse, nel corso del 1979, la seconda crisi petrolifera. Il nuovo shock petrolifero, con aumenti del costo in dollari del petrolio dell’ordine del 40% nel 1979 e del 70% nel 1980, ebbe luogo mentre ancora si considerava lo sforzo di risanamento delle medie e grandi imprese. Questo sforzo aveva consentito di passare da una fase di decentramento produttivo e di aumento dell’intensità di capitale a una fase di ammodernamento degli impianti, diffusione delle innovazioni tecnologiche e riorganizzazione del lavoro.

Dopo l’ingresso della lira nello SME, la ferma disciplina del cambio spinse, sempre più, le imprese a cercare di difendere la propria posizione competitiva con miglioramenti di produttività. Lo scontro, tra Confindustria e sindacati, fu particolarmente acuto nel 1980, dopo il nuovo shock petrolifero e il connesso fortissimo aumento dei costi di produzione. Esso si risolse con una grave sconfitta sindacale nel corso della vertenza Fiat nell’ottobre di quell’anno, quando le posizioni dell’azienda ricevettero l’appoggio di un grandissimo numero di dipendenti.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher siyalu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Teramo o del prof Morelli Giovanna.
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