Pedagogia delle diversità: settembre
Esiste la ricetta per una buona classe?
Settembre rappresenta l’inizio del nuovo anno educativo, e soprattutto è il momento decisivo in cui dirigenti e insegnanti devono dar forma alle nuove classi, misurandosi con “il sogno di somiglianza” e la complessità dell’eterogeneità. Non esiste una ricetta standard per creare una buona classe, ma tutto sta nel riuscire a trovare un equilibrio che salvi le diversità e tuteli un certo diritto alla somiglianza.
Spesso, in molte scuole, ci si ritrova davanti classi create cercando di perseguire il solo “sogno” di somiglianza: si hanno così le prime sezioni riservate ai bambini del centro città, e le altre per quelli di provincia/periferia o ancora creare classi in base al mestiere dei genitori, soprattutto i padri. Sembra tornare così alle classi differenziali degli anni ’60, e tuttavia questo metodo nel formare classi risulta essere un falso miraggio, poiché nel corso degli anni la diversità in classe è una realtà che da qualche parte viene fuori: sorgeranno comunque “ostacoli” che mineranno a tale sogno: l’arrivo di un bambino che non parla italiano, lo sviluppo cognitivo delle femmine che arriva prima dei maschi, le diversità che riguardano l’attenzione e lo svolgimento dei compiti.
Una classe di simili è una grande illusione e un complicato artificio. Si trova più diversità in una classe della primaria che in qualsiasi altro gruppo costituito della società. (Perrenoud)
L’Italia è da sempre un paese ricco di eterogeneità: basti pensare al pluralismo linguistico dovuto ai dialetti presenti o a quello religioso, con l’arrivo di ebrei già nel II secolo. Dire che l’arrivo di immigrati e dei loro figli nelle scuole ha trasformato luoghi un tempo omogenei in luoghi eterogenei è un mito, proprio perché siamo da sempre circondati dall’eterogeneità.
L’omogeneità rappresenta in qualche modo una garanzia della stabilità e la possibilità di realizzare il progetto educativo di ciascuno; in realtà la tanto temuta eterogeneità può essere una straordinaria risorsa educativa: l’avere bambini di età diverse può essere un modo per rendere più responsabili i più grandi, affinché accolgano i più piccoli, o avere bambini più capaci e meno capaci insieme, o ancora avere un bambino disabile può insegnare la capacità di accoglienza e di aiuto. Quotidianamente viviamo tra diversi, ed è un’opportunità irrinunciabile per poter ampliare la nostra visuale del mondo e apprendere in continuo.
Per anni la pedagogia ha eluso l’argomento, per concentrarsi più sul ruolo del docente o dell’educatore (“riempire i vasi vuoti” con il suo sapere). La rimessa al centro del soggetto che apprende ha riportato a galla l’attenzione per il gruppo, la classe e i saperi che possono nascere dalle relazioni tra pari e l’insegnante. È necessario dimenticare l’autoritarismo dell’insegnante che sottopone famiglie e alunni al suo programma e modo di agire, insieme alla “logica che delega”: la scuola democratica funziona se il maestro agisce con responsabilità nel suo ruolo di trasmettitore di un sapere e una cultura, entrando in dialogo con alunni, colleghi e famiglie.
Il sogno di somiglianza di ogni insegnante
L’omogeneità non è mai una qualità naturale di un gruppo, ma piuttosto una condizione imposta artificialmente da un’istituzione. (Abdallah-Pretceille)
Si parla di segregazione imposta quando una scuola sceglie di creare spazi diversi per bambini diversi: all’asilo nido avremo uno spazio di gioco per i maschi e uno per le femmine, nella scuola primaria si formeranno classi per i bambini “stranieri” (neoarrivati in Italia o figli di genitori stranieri) in base alla sola cittadinanza, e classi per bambini italiani. Tutto ciò è il risultato di un’azione deliberata e autoritaria (figlia di tradizioni dittatoriali che imponevano un modello unico in qualunque ambito sociale). A questo si aggiunge la diffusione in Italia della scolarizzazione di massa, punto positivo della storia, ma che ha contribuito al creare un popolo italiano omogeneo e unito, a sostegno dell’uguaglianza sociale attraverso la legge.
Siamo talmente radicati nella nostra cultura che ci mettiamo al riparo da ogni contatto con forme culturali diverse che potrebbero mettere in discussione i nostri valori e le nostre certezze. (Bruner)
L’eterogeneità culturale, così, viene vista come una forma di deviazione dalla norma, un qualcosa di pericoloso. “L’altro”, l’incontro con esso, è visto come una minaccia all’equilibrio preesistente. Viene a verificarsi un sentimento di timore comune, perché la nostra mente funziona così: “semplifica, divide in categorie, elimina le informazioni contraddittorie, ragiona per stereotipi e pregiudizi”.
Il confronto con gli altri ci fa paura proprio quando siamo più fragili e insicuri. (Erickson)
L’omogeneità, invece, ci rassicura e conferma le nostre certezze; è un modo di riflettere primordiale. Piuttosto che imporci di “amare le diversità”, dovremmo prima gestire dentro noi ambivalenze e conflitti intrapsichici che fuoriescono quando ci relazioniamo con l’altro.
L’eterogeneità, la relazione con l’altro porta al mettere in gioco noi, il gruppo, il percorso costruito. Si parla di decentramento culturale: guardare il mondo dal punto di vista di un altro, mettendo in discussione tutto ciò che è stato costruito fino a quel momento. Non è un fatto negativo l’eterogeneità, proprio perché consente di ampliare la visuale, di sperimentare la varietà e la ricchezza delle diversità e contrasti. Per questo motivo occorre partire dai più giovani, insegnando l’ascolto e la curiosità della scoperta.
Maschi e femmine: la prima scoperta dell’altro
Il primo elemento di diversità che si presenta nel momento in cui si formano le classi è la diversità di genere. Classi di un solo genere son distanti dalla realtà e fanno perdere l’occasione di confronto con l’alterità. Scoprendo gli altri, scopriamo noi stessi (Buber).
Se ci si pensa, il neonato protende le mani verso l’esterno, non tanto per l’oggetto, quanto per il legame con l’altro, cercando qualcosa al di fuori di sé. La relazione con gli altri ci permette di scoprire sempre più noi stessi, le nostre reazioni a determinati eventi.
La prima scoperta è dunque l’altro sesso: avviene già da bambini, quando il bambino incontra la bambina e scopre di esser fatto in modo diverso; la bambina di colore scoprirà di essere tale quando incontrerà altri bambini con la carnagione più chiara, e viceversa. Le stesse esperienze si manifestano in qualunque momento della nostra vita, anche da adulti: incontrando la diversità, riconosciamo un carattere del nostro essere fisico e mentale diverso.
Il caso francese: dagli anni Cinquanta maschi e femmine francesi condividono la scuola, e si parla di mixité (= mescolanza, intensa di genere); ciò è stato permesso grazie all’approvazione nel 1944 della Costituzione francese, e la scuola è identificata come lo “strumento principale attraverso cui prepararsi a diventare cittadini e cittadine dello Stato sovrano”. Il processo di mescolanza però è avvenuto in modo forse troppo rapido, per cui sembra ormai una cosa naturale, e si è persa la riflessione pedagogica sui ruoli di genere e la gestione degli ambienti educativi misti. Solo la tradizione religiosa vuole ancora ambienti di formazione separati.
Vi sono poi alcuni temi che fanno emergere problematiche comuni a contesti culturali diversi:
- La riproduzione di ruoli di genere “tradizionali”;
- Diffusione di stereotipi di genere tra pari e insegnanti;
- Creazione di ambienti e funzioni distinti tra maschi e femmine fin dalla scuola dell’infanzia;
- Dinamiche di autosegregazione ritenute spontanee, ma che in realtà sono indotte dal sistema;
- Diffusione di fenomeni di violenza sessista;
- Demonizzazione di comportamenti non aderenti al modello di genere e conseguenti vissuti di esclusione.
In particolare l’ultimo punto porta alla luce un primo rischio, e cioè quello di pensare che vi siano giochi adatti solo ai maschi e giochi adatti solo alle femmine. Lo stesso avviene con le pubblicità caratterizzanti i ruoli di genere, o ancora nei gradi di scuola superiori, dove si fanno distinzioni del tipo “al liceo classico le femmine vanno meglio a scuola” e “i maschi son più portati nello sport”. Se si crea questo modello rigido, non vi è occasione di varianti, come il bambino che preferisce giocare con le compagne o la bambina che alle bambole preferisce trenini e macchinine.
Un altro rischio, delle scuole miste, è quello di negare la diversità di genere, non menzionandola, così che i bambini non ne vengano a conoscenza e non vi diano importanza: è invece importante far vedere loro atti di galanteria verso le donne, di riguardo, ad esempio. L’avere pari opportunità non significa infatti negare le diversità che comunque esistono, non avere riguardo e rispetto verso l’altro.
Compagno di banco disabile: un’avanguardia tutta italiana
“La scuola è aperta a tutti”
Così si apre l’articolo 34 della nostra Costituzione dedicato al mondo della scuola, che apre i battenti a tutti nella società, anche i bambini disabili, grazie soprattutto alla legge n. 517 del 1977 che ha ampliato il diritto a frequentare la scuola senza differenziazioni e che si impone di tutelare i diritti di uguaglianza degli alunni disabili. Vi sono diverse fasi che hanno portato a tale conquista:
- Fase dell’esclusione che teneva i bambini disabili separati dagli altri alunni (classi differenziali);
- Fase della medicalizzazione, dove si consideravano malati da curare e non educare;
- Fase dell’inserimento brado, che permetteva l’inserimento di questi alunni nelle scuole con gli altri bambini, ma senza un progetto ragionato e adatto a loro;
- Fase dell’integrazione, che ha preceduto l’attuale fase di inclusione.
La sua inclusione porta con sé un profondo messaggio di educazione formativa per tutta la classe, che non si può ritrovare nei libri, che permette all’insegnante ma anche ai compagni di mettersi in discussione, e trovare nuovi stratagemmi per poter aiutare il bambino disabile o in difficoltà a raggiungere gli obiettivi didattici prefissati. Tuttavia, tale processo di inclusione risulta essere difficoltoso, anche perché i bambini possono tendere ad escluderlo dal gioco o dallo studio di gruppo: qui è di fondamentale importanza il ruolo del maestro, che deve aiutare a far capire l’opportunità formativa che ne può scaturire dalla loro relazione.
Che cosa ci si perde a segregarsi in classe?
Quando le occasioni di relazione “sono limitate, settarie, provinciali, limitate a una classe, un partito, un gruppo professionale”, i soggetti sono esclusi dalla vita della libera e piena comunicazione. (Dewey)
L’esempio dal libro: inizio anno scolastico, le classi sono formate: classe A costituita da figli di medici e giornalisti, e classe B, appartenenti alla classe mediamente bassa, non italiani, le cui madri fanno lo stesso lavoro. Ogni selezione ha degli effetti sull’esperienza dei bambini: i bambini delle due classi perdono la possibilità di confrontarsi tra esperienze e vissuti diversi. I bambini della classe A potrebbero invitare i bambini della B a casa per studiare insieme e così aiutarli, mentre così facendo si formerà una classe di bambini soli e senza un sostegno nei compiti. Si parla in questi casi di segregazione in classe, poiché l’omogeneità porterà ad un impoverimento del progetto educativo scolastico.
Violazione della loro libertà
Se si guarda alla distribuzione dei bambini stranieri nelle scuole e classi italiane, si nota disomogeneità a seconda delle diverse zone, da quella con più alta concentrazione di stranieri a quella più bassa, insieme a dinamiche di vera e propria divisione dei figli degli immigrati da quelli italiani. In particolare vi sono due tipi di strategie:
- Strategie di evitamento: le famiglie autoctone italiane scelgono di evitare quelle scuole denominate “degli stranieri” per la presenza di figli di immigrati, al di là che essi siano nati o meno in Italia e parlino italiano, e preferiscono iscrivere i propri figli in scuole di un altro bacino di utenza.
- Strategie di scoraggiamento: le famiglie straniere, vedendo come le altre famiglie cerchino di evitarle, scelgono di non portare i propri figli nelle scuole “degli italiani”, ma anzi vengono orientate verso scuole più indicate ad aiutare i loro figli, anche se il bambino è nato in Italia e parla un italiano perfetto.
Marco Oberti parla di un fenomeno detto “segregazione interna” alle scuole: le famiglie di italiani scelgono tutto, dal plesso alla classe (possibilmente con un basso numero di studenti stranieri), mentre le famiglie straniere non scelgono (per mancanza di informazione o per mancato interessamento, perché non hanno tempo o manca un sostegno). Si rischia quindi di creare dei ghetti tra italiani e stranieri, tra ricchi e poveri con conseguenti conflitti e pregiudizi. Le leggi razziali, che separavano i bambini “diversi”, hanno prodotto effetti laceranti nella società e sui bambini stessi, che non comprendevano la gravità della situazione.
Stare tra “simili” a certe condizioni
Spesso capita che in un soggiorno all’estero, nel momento in cui si incontra una persona della stessa nazionalità ci si senta sollevati, così da staccare per un attimo la concentrazione nel parlare una lingua diversa. Stare tra “simili”, dunque, è un’esigenza naturale e lecita. Spesso però quando si incontra un gruppo di ragazzi spagnoli, cinesi o ragazze velate che si ritrovano e si siedono vicini, si pensa che questi stiano solo tra loro e non si integrino: al fine di evitare la segregazione, è fondamentale per l’insegnante comprendere questi momenti come occasioni di confronto e di crescita comunitaria.
Spesso l’appartenenza ad una minoranza porta a riflettere sulla propria identità, e soprattutto nel momento in cui tale appartenenza viene vista come un qualcosa di negativo, oggetto di pregiudizi, il soggetto vive la sua condizione come un problema o addirittura un handicap, sentendosi discriminato.
Il gruppo dei “pari” (per appartenenza comune di minoranza) è fondamentale per chiarirsi le idee sulla propria identità, appartenenza, e per aiutare chi è oggetto di tali discriminazioni, e quindi vive la condizione in modo negativo, perché è solo con il dialogo tra “pari” che si condividono sentimenti di appartenenza, visioni comuni. Per spiegare questo “fenomeno” è di aiuto un’immagine di J. Bowbly: la “base sicura”. Come il bambino ha bisogno di un punto di riferimento, come la madre, a cui tornare nel tentativo di muoversi nello spazio circostante, anche i bambini stranieri necessitano di un punto di riferimento, il gruppo di “pari”, di “simili”, a cui tornare. Ciò può aiutare a superare le visioni semplificate, i paradossi, e vedere la comunità di minoranza come un agente di integrazione, piuttosto che di segregazione sociale, a cui tornare per sentirsi riconosciuti per poi aprirsi agli altri.
Il confronto tra pari diventa un fenomeno di segregazione solo nel momento in cui si verifica una frequentazione esclusiva di esso, chiudendosi al confronto con gli altri. Integrazione individuale e conservazione di una vita comunitaria possono quindi intrecciarsi e creare un percorso di inserimento sociale: vi sono ambiti sociali in cui è richiesto un processo di assimilazione, di integrazione, e altri ambiti in cui ci si ritrova a tornare alle proprie origini, tradizioni, creando così un’alternanza di stili.
Si parla di “esigenza sana di omogeneità” a tre condizioni:
- Adesione libera e personale al gruppo dei “pari”;
- Il gruppo ha ampi scambi e collaborazioni con l’esterno;
- La frequentazione del gruppo non esclude il confronto con altri gruppi, per un’occasione di eterogeneità.
Tre idee da portare a casa, in sintesi:
- La diversità è diffusa e caratteristica in ogni classe, e non riguarda solo l’appartenenza religiosa o etnica;
- La classe omogenea è un mito irraggiungibile, un operato artificiale dell’istituzione scolastica;
- L’eterogeneità in classe può diventare opportunità formativa, purché gestita con strumenti educativi adeguati e permettendo la creazione di gruppi di “simili” per la condivisione.
Ottobre
Hai mai visto una famiglia normale?
Gli insegnanti devono entrare in contatto con mondi lontani dal proprio: si hanno infatti i primi incontri con le famiglie. Fin dai primi giorni emergono diversità, e ciascuna famiglie ne è portatrice. Proprio in questi incontri si rischia di cogliere ogni gesto in modi diversi dalla verità: i gesti delle famiglie straniere come frutto della loro cultura di origine, e i gesti delle famiglie italiane come frutto di fattori sociali o professionali. Il vero equilibrismo dunque, sta nel cogliere i significati dei diversi atteggiamenti, senza spiegare tutto con la cultura, perché non è così.
Quando incontriamo stili di vita diversi dal nostro abituale, smettiamo di essere curiosi e ci inorridiamo: le scienze sociali e la filosofia spiegano che
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