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Riassunto esame pedagogia interculturale prof. Giuseppe Milan/Margherita Cestaro, libro consigliato We can change, Milan, Cestaro Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di pedagogia interculturale basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giuseppe Milan: We can change, Milan, Cestaro. In questo esame ho ottenuto una valutazione di 29/30! buono studio!
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- Capitolo primo : oltre il nero, lo sconcerto dell'uomo senza dimora, i bunker della paura, abitare il... Vedi di più

Esame di Pedagogia interculturale docente Prof. G. Milan

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tra una cultura e un’altra. Questa alternanza investe anche le relazioni, quelle con i genitori che

cercano di continuare a mantenere viva la cultura d’origine, e quelle con i coetanei, con i quali

condividono interessi e aspettative. Di conseguenza gli adolescenti di origine non Italiana sono

costretti a mettere in atto delle strategie identitarie, che possano facilitare la loro integrazione

le nuovo contesto.

Inclusione etnica questa strategia porta le persone a riconoscersi solo come appartenenti

alla propria cultura d’origine, portandoli a crearsi una sorta di bolla protettiva, questo da un

lato soddisfa il bisogno di appartenenza, dall’altro espone al rischio di isolamento e di

esclusione dal resto della comunità pubblica. Implica anche un senso di rifiuto verso la società

ospitante. 

Mimetismo La paura di venire esclusi per le proprie differenze porta al mimetismo, ovvero il

cercare di annullare ogni tratto etnico - culturale che ricordi la propria nazionalità.

Crisi Il percepirsi dei giovani distanti sia dal proprio paese d’origine sia dal contesto in cui

abitano, questo porta un isolamento esistenziale caratterizzato dalla povertà di relazioni,

accentuato magari dalla mancanza dei genitori a casa per motivi di lavoro, costringendo il

soggetto a rimanere per troppo tempo da solo.

Identificazione transnazionale la capacità di riconoscere e sapere continuamente

attraversare i confini sia materiali che simbolici, mantenendo stretti legami con coloro rimasti in

patria, in modo da dare vita a una sorta di “appartenenza a distanza”.

Doppia appartenenza è il definirsi italiani col trattino, un po’ e un po’, questo da un lato

rende capaci di usare in modo strumentale e utile le differenze adattandole alle situazioni

(come la conoscenza della lingua), dall’altro tale uso delle differenze può diventare un’

“identità camaleontica”, che può nascondere un senso di spaesamento del sé, inteso come

incapacità di riuscire a definirsi.

Identificazione cosmopolita volgere in positivo le differenze e dilatare il proprio senso di

appartenenza fino a sentirsi cittadini del mondo.

Tanto maggiori saranno le soluzioni costruttive che l’adolescente saprà elaborare, tanto più si

realizzerà sul piano esistenziale e sociale. Adesso riteniamo opportuno conferire al termine “in

bilico” una connotazione diversa, positiva, vedendolo non solo come atteggiamento passivo (di

incertezza e disagio) ma anche come atteggiamento attivo, di persone capaci che riescono a

trovare una via di mezzo e costruirsi una propria identità.

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La professoressa Cestaro, durante una lezione tenuta in aula, ci ha spiegato la ricerca sostenuta

tramite “focus group”, gruppi eterogenei per cultura, età, sesso, religione, tutti ragazzi

frequentanti istituti differenti e residenti a Padova da 8-10 anni, poiché per raccontare la loro

esperienza di mediazione occorrevano ragazzi arrivati in Italia da piccoli. Lo scopo era quella di

ascoltare la loro esperienza di mediazione, vedere come percepivano sé stessi e come si erano

collocati tra la cultura “dentro casa” e “fuori casa”. Alcuni di loro sostengono di ritenersi

italiani, poiché dopo essere nati e aver frequentato la scuola qui, hanno anche creato delle

amicizie e assunto un modo di pensare italiano. La minoranza sostiene di non sentirsi italiano e

sentirsi di più del paese di origine; nelle parole si sentiva anche un senso di orgoglio nazionale.

Altri sostenevano di essere definiti dagli altri come stranieri.

Durante il tempo trascorso con loro, i ricercatori hanno individuato delle “posizioni

esistenziali”: 

- “Né né” Alcuni di loro si percepivano come “né né”, ovvero il non sentirsi né del loro

paese, né italiani. Questo nasconde una dimensione di spaesamento e confusione, il non

sapersi dare un’identità. Possiamo definirla come una sensazione di “sconcerto”, invece

che “concerto”, che indica qualcosa di non armonioso, un non riuscire a riconoscersi.

- Generazione di passaggio Altri dicevano di essere una generazione di passaggio, che

serve per provare e farsi vedere dagli altri in modo differente, con la speranza che i loro

figli non avrebbero vissuto, un giorno, tutto ciò.

- Cittadinanza Pochi di loro considerano la cittadinanza italiana come una valenza

strumentale, dicendo che è una cosa che comunque gli semplifica la vita, che gli può

sempre servire.

- Al bivio Alcuni di loro si definiscono “al bivio”, c’è chi lo vive con ironia, facendo

capire quindi che il sentirsi in mezzo non sia poi un grande problema. Altri invece

sostengono fortemente che questo ostacola in modo negativo la loro vita, si scorge una

sorta di conflittualità con sé stessi e il non riuscire a mettere insieme le due cose, non

sapere dove collocarsi.

- “Sia sia” La posizione “sia sia” permette ai ragazzi di sentirsi sia italiani, sia del

proprio paese, avendo la libertà di scegliere cosa trattenere di entrambe le culture con

cui convivono. Questo implica appunto libertà e responsabilità nel costruirsi e nel farsi

autore di sé stessi.

- “Io sono io” Questa frase veniva detta da coloro che riuscivano a trattenere qualcosa

di ogni cultura, ma prima di tutto si definivano come persone, come essere umani.

Il compito fondamentale degli educatori è quello di aiutare i ragazzi a passare da una posizione

esistenziale del “né né” a una del “sia sia”, prima di tutto riuscire ad entrare in una dimensione

di ascolto, poi riuscire anche a cogliere le debolezze e i punti di forza e provare a stimolare le

sue potenzialità, in questo modo gli educatori possono diventare mediatori interculturali.

Ma questi ragazzi come stanno tra due culture?

- Non è facile la maggioranza sostiene che non è facile, è difficile sopportare il giudizio

delle persone, sia italiane che connazionali. La difficoltà ad avere relazioni con gli altri

influenza sia il come loro si sentono, sia il come si sentono in mezzo agli altri.

- Difficoltà a relazionarsi con gli italiani la comunità in cui i ragazzi di origine non

italiana vivono li identifica come “stranieri”, parola che infondo ha una dimensione di

“distanziamento”, che può arrivare all’etichettatura o al rifiuto, a volte anche sfociare in

episodi di razzismo. 

- Differenza di mentalità La differenza di mentalità tra la cultura italiana e quella che

viene promossa in casa, soprattutto per quanto riguarda le ragazze musulmane.

- “Poi ti abitui” abituarsi a quella condizione, di modo che essa diventi uno stile di vita,

queste sono persone che sono riuscite a fare un passo avanti.

- “è facile” la minoranza sostiene di non avere difficoltà.

Nell’integrarsi nella nuova società c’è in gioco il temperamento della persona, ma dipende

anche dagli altri, che devono essere disponibili all’accettazione. Gli educatori devono facilitare

queste relazioni, ciò è possibile solo se riesco ad accogliere l’altro, a farmi dimora e viceversa.

Lo scopo è quello di creare spazi, contesti, luoghi di relazione. L’esperienza del focus group è

stata un’occasione per dire ciò che questi ragazzi si portavano dentro da anni, per far vedere

che non sono stati i soli ad avere un’esperienza del genere.

Riepilogando

Provando a trarre delle prime considerazioni da quanto emerge rispetto a “Chi o cosa ti ha

aiutato nello stare tra due culture” ci sembra che gli interlocutori evidenzino nella

“relazionalità” l’elemento di cui avvertono più bisogno. Le persone dalle quali sentono di

essere aiutati sono infatti coloro che permettono loro di intrecciare delle relazioni positive e

costruttive tra i due mondi nei quali sono coinvolti : quello in cui vivono e quello d’origine. La

scuola, la famiglia, il gruppo dei pari, lo sport riescono ad offrire al soggetto il sostegno

necessario per transitare da un mondo all’altro, ma soprattutto trovare un equilibrio tra quelle

differenze che essi avvertono sia fuori che dentro di sé. Questo processo prende il nome di

“processo di rielaborazione creativa” che implica il passaggio né facile né scontato da una

situazione di disagio a una situazione di agio, questo impegna l’adolescente di origine non

italiana in un compito di resilienza. La resilienza è la capacità delle persone di resistere a un

urto, ritrovando un equilibrio e riuscendo a continuare il loro percorso con stabilità. Il processo

di resilienza non è prevedibile, in quanto è influenzato da tre fattori fondamentali : la struttura

dell’evento traumatizzante, la storia soggettiva precedente al trauma e dall’ambiente in cui la

persona vive. In tale direzione c’è bisogno di tutori di resilienza significativi, che possano

sostenere e facilitare il percorso, essi possono essere i diversi operatori educativi ma anche il

gruppo dei pari.

Atteggiamenti emergenti

Le parole dei nostri interlocutori risultano interessanti sia perché ci mostrano il loro punto di

vista riguardo la situazione, sia perché ci aiutano a comprendere come essi si pongono verso se

stessi e gli altri, permettendoci di riconoscere alcuni loro atteggiamenti dai quali si possono

evincere forme di disagio o di agio da loro vissute.

Un primo gruppo di atteggiamenti si riferisce al “fastidio” e alla “sofferenza”, causate dal

giudizio negativo percepito nei comportamenti verbali e non verbali degli altri (sia italiani che

connazionali). Questa forma di disagio alimenta l’esperienza soggettiva dell’esclusione, del

rifiuto e dell’emarginazione e contribuisce a generare un senso di spaesamento. Questo

disagio, comunque, si diversifica a seconda del tipo e del grado di rielaborazione che ciascuno

di loro riesce a fare, per qualcuno di loro, infatti, lo stare tra due culture sollecita a disporsi a un

atteggiamento di ottimismo e fiducia, guardando con speranza il futuro. (“I nostri figli saranno

più aperti, non saranno nel bivio ed essere di colore non sarà più un problema”).

Altri ancora riescono ad utilizzare l’ironia, anche se infondo c’è comunque una situazione di

sofferenza. Un ragazzo racconta, ridendo, che sull’autobus accanto a sé ha sempre posti vuoti,

tutti si ammassano davanti, vicino l’autista perché non vogliono sentire “puzza”, e lui sta nella

parte posteriore – sono un gigante! (ride) – dice.

Altri rinunciano a credere che le cose possano cambiare perché sostiene che a cambiare

dovrebbero essere gli uomini e assume quasi una rassegnazione. “Non cambierà mai nulla,

sono cose che esistono da centinaia di anni, rimarrà sempre così”.

La rielaborazione personale del disagio vissuto si ripercuote anche sui modi di fare e di agire,

esistono due macro – modalità. La prima è quella “pro – attiva”è propria di chi rivela un agire

riflessivo. Alcuni infatti sostengono che è sbagliato sentirsi delle vittime perché questo va

contro di loro, in quanto li porta a chiudersi in loro stessi e far avvenire il distacco che nessuno

di loro vuole, piuttosto, sostengono, che bisogna cercare di capire e risolvere il problema. Altri

sostengono che invece di vittimizzarsi provano a far capire che sono delle persone buone e

positive, cercando di sfatare i pregiudizi, e che cercano di mettersi nei panni degli italiani, a cui

viene continuamente messo in testa che gli stranieri sono negativi e che quindi di conseguenza

è normale che provino diffidenza.

A differenza della pro – attività, in cui l’agire è guidato da una riflessione, c’è anche la re –

attività, dove l’agire diventa il riflesso delle emozioni. In base al temperamento di ciascuno c’è

chi :

 

Subisce resta in apparente passività e continua a incassare, conservando in sé la

sofferenza subita

 

Reagisce gestualmente e impulsivamente a volte ricorrendo anche alla violenza, per

conquistare il rispetto negato

 

Chi risponde verbalmente trovando nella parola l’arma

 

Denuncia chi considera la denuncia come la modalità più idonea per essere tutelato

Al di là delle diverse strategie escogitate dai nostri adolescenti per cercare di fronteggiare le

molteplici situazioni nelle quali si trovano, emerge sempre il bisogno di mediare, che a volte si

esprime come ricerca di un punto d’accordo tra istanza contrapposte, nel riuscire a fare una

sintesi tra le due culture per raggiungere un’immagine di sé unitaria. Il riuscire a mediare e

“stare tra” è qualcosa che deve essere promosso e rafforzato.

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1. Premessa : una “mappa” non un modello

Il triangolo della mediazione interculturale è una mappa orientata al pensiero e all’azione di chi

è orientato a educare oggi in contesti plurali. Tale mappa visualizza le direttrici lungo le quali la

pedagogia e l’educazione sono chiamate a stare nel mezzo.

2. La direttrice antropologica

Nei dialoghi ascoltati i protagonisti si domandano chi sono e nel contempo raccontano quanto

li ferisca essere chiamati “stranieri”, aggettivo carico di connotazioni negative, in quanto visto

da loro come “diverso da” e che presuppone distanza relazionale e separazione. Nel latino

arcaico il termine “straniero” (hostis) veniva utilizzato per indicare l’ospite, che aveva tutto il

diritto di essere rispettato, persona verso la quale si è debitori e non come nemico. La presenza

dello straniero nelle proprie case o nelle proprie terre era essa stessa un dono. Notando

l’etimologia della parola bisognerebbe recuperare il senso della “stranierità” e non vederla

come una dimensione negativa, ma di prossimità e ospitalità, essa è qualcosa che presuppone

vicinanza tra persone diverse. Bisogna saper mediare da un punto di vista educativo

interculturale, riconoscere lo straniero non come qualcuno da temere ma come un ospite. A

questo punto viene chiamata in gioco la capacità dell’educatore di aiutare ciascuno a sapersi

riconciliare con le diversità che avverte dentro di sé, provando a trasformarle da una fonte di

disagio e conflitto a una risorsa che possa servire per la formazione originale della propria

identità. L’educatore – mediatore deve aiutare queste persone a “diventare autori di loro

stessi”, scoprendosi come persona che ha le capacità di scegliere e decidere quali elementi

diversificativi trattenere perché importanti per se, quali respingere e quali modificare. Questo

compito di sintesi creativa serve a capire che non si hanno tante identità, ma una sola, fatta da

tutti gli elementi che io considero importanti.

3. La direttrice etico – valoriale

Il riconoscere che la relazionalità costituisce la struttura fondamentale dell’identità dell’uomo

proietta la questione della soggettività e dell’intersoggettività verso l’orizzonte axiologico

dell’etica. Dai pensieri dei focus group alla domanda “che cosa vi piacerebbe per sentirvi a

vostro agio tra due culture?” è emerso che è giusto far incontrare culture differenti, perché si

possono apprendere cose nuove, l’importante è vedere ciò come una ricchezza e non come

una diversità. A modo loro hanno cercato di esprimere uno dei principi importanti sui quali si

fonda l’etica umana, cioè il principio di uguaglianza. Un’universalità etica non intesa come

omologazione e appiattimento delle singolarità di ognuno, quanto come espressione di

umanità, di modo che le diversità possano trasformarsi in ricchezza. Il bisogno e il desiderio

degli adolescenti non di origine italiana è quello di portare al centro delle culture il “primato

della persona umana”, c’è la necessità di “mutuo riconoscimento”, cioè di riconoscere gli altri

ed essere riconosciuti come persone. Questo è un appello lanciato al mondo degli adulti.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di pedagogia interculturale basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giuseppe Milan: We can change, Milan, Cestaro. In questo esame ho ottenuto una valutazione di 29/30! buono studio!
Questo documento contiene:
- Capitolo primo : oltre il nero, lo sconcerto dell'uomo senza dimora, i bunker della paura, abitare il giardino, abitare la città ed esserne abitati,
- Capitolo secondo : Questioni aperte (Lessicale e sociale), età in transito.
- Capitolo terzo : Tracce e istanze di mediazione interculturale, le posizioni esistenziali ("nè nè", "sia sia", "generazioni di passaggio" etc...), riepilogando, atteggiamenti emergenti
- Capitolo quarto : Il triangolo della mediazione, una mappa non un modello, la direttrice antropologica, la direttrice etico - valoriale, la direttrice socio - culturale.
- Capitolo quinto : F-R-A, laboratorio di formazione ricerca azione, conclusioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bianca-giacalone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Consorzio Università Rovigo - Uniro o del prof Milan Giuseppe.

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