PEDAGOGIA DELL'INFANZIA
Pedagogia al nido – Rosanna Bosi
Il senso più profondo dell'asilo nido è il suo essere luogo di relazioni.
Il nido non è la prima scuola del bambino, non è fatto per un apprendimento precoce.
Questo non significa che non ci si aspetti un'alta qualificazione pedagogica degli operatori
al suo interno.
L'asilo nido non è una struttura assistenziale, non è un correttivo educativo ma quello che
dovrebbe avvenire al suo interno è lo sviluppo di relazioni significative tra adulti e
bambini e tra bambini.
Come sostiene Bolwby, è attraverso la relazione di attaccamento che il bambino struttura
una prima rappresentazione di sé, dell'altro e del mondo circostante. Il compito primario del
nido è quello di consentire al bambino di sviluppare legami significativi, di garantirgli una
base sicura per la costruzione del sé e delle proprie competenze.
1. Nido: rappresentazioni mentali e aspettative, pg. 19
Le rappresentazioni sociali sono le credenze, le immagini, le valutazioni relative a un
qualche fatto, che sono diffuse e condivise in una società.
Per rappresentazione sociale del nido perciò si intendono le valutazioni, le concezioni,
credenze e aspettative che l'opinione pubblica, gli operatori, i genitori, gli amministratori, i
politici hanno rispetto al servizio.
È chiaro allora come quello che un nido è in una società, il modo in cui viene utilizzato
dipendono fortemente dalle rappresentazioni sociali che si sono costruite su di esso.
Analogamente, per rappresentazione sociale del bambino e dell'infanzia si intendono le
concezioni, gli atteggiamenti che caratterizzano le modalità con cui i bambini sono vissuti e
trattati in una comunità.
Il ruolo dei modelli di riferimento, pg. 20
Le rappresentazioni mentali che gli educatori si fanno dipendono dalla propria storia
personale, dalla cultura di appartenenza, da quella della famiglia di origine e dai modelli
teorici acquisiti durante il periodo di formazione professionale. Da questi derivano diversi
modelli psicopedagogici e culturali sull'infanzia a cui corrispondono comportamenti e
pratiche educative differenti.
C'è l'immagine di un bambino autosufficiente che possiede in sé le ragioni del
• proprio sviluppo (questo vale sia nel modello piagetiano che in quello freudiano).
Ci sono delle concezioni centrate sul contesto dove lo sviluppo viene determinato
• fondamentalmente dagli stimoli e dai rinforzi ambientali.
Ci sono gli approcci centrati sull'interazione del bambino con l'ambiente sociale (i
• rappresentanti di questa prospettiva sono Bowlby e Vygotskij).
C'è l'approccio sistemico-relazionale che deriva dalla teoria generale dei sistemi per
• il quale lo sviluppo della persona e della condotta può essere compreso in base alle
relazioni nelle quali l'individuo è inserito. Per la teoria del sistemi un sistema è
un'entità unica che consiste in parti in relazione tra loro, tale che l'intero è diverso
dalla somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una delle parti influenza la
globalità del sistema.
Nel primo modello l'intervento pedagogico è centrato sul bambino, mentre nel secondo
l'intervento è centrato sul contesto il quale deve garantire le condizioni necessarie alla
crescita del bambino.
Piaget e Freud ipotizzano, in modo diverso, una crescita per stadi:
Nel modello di Piaget l'intelligenza rappresenta una forma di adattamento e le
• strutture intellettuali sono in grado di rapportarsi alla realtà esterna tramite due
meccanismi: assimilazione e l'accomodamento. Per assimilazione si intende
incorporare un evento o un oggetto in uno schema già acquisito. Per
accomodamento si intende la modificazione degli schemi noti per accogliere nuovi
oggetti o eventi che fino a quel momento erano ignoti. Piaget si sofferma
prevalentemente sull'ambiente mentre meno evidente appare il ruolo dell'interazione
e delle relazioni.
Il modello psicoanalitico invece prende in considerazione gli aspetti affettivi ed
• emotivi che guidano il comportamento del bambino fin dai primi mesi di vita.
Alla base del comportamento umano vi è il concetto di pulsione.
Un principio guida di questa teoria è quello del determinismo psichico secondo il
quale tutto ciò che accade nella nostra mente non avviene per caso. Tale concetto
viene spiegato con la metafora dell'iceberg: ciò che è visibile è solo la punta
dell'iceberg, mentre la parte preponderante rimane sommersa.
Vygotskij sottolinea il ruolo e l'importanza delle relazioni sociali nello sviluppo cognitivo ed
emotivo del bambino. Un concetto di Vygotskij è quello della zona prossimale di sviluppo:
l'area di sviluppo possibile di estensione e di arricchimento attraverso l'interazione con i
coetanei e attraverso il supporto dell'adulto.
La prospettiva sistemica prende in considerazione l'influenza dell'ambiente, le cui diverse
componenti sono interdipendenti e si influenzano reciprocamente.
In conclusione dalle diverse rappresentazioni dello sviluppo infantile consegue una
diversa concezione dell'infanzia da cui derivano diverse modalità di intervento.
Quale identità professionale? pg. 23
Storicamente l'educazione dei bambini piccoli non ha mai avuto un riconoscimento. Si
pensava che la donna, in quanto tale, era geneticamente capace di allevare ed educare i
piccoli e quindi l'allevamento non richiedeva specifiche competenze.
Dall'apertura del servizio si è consolidato un sapere essenzialmente pratico, trasmesso e
appreso attraverso l'esperienza diretta e ben poco attraverso la formazione.
Aggiornamento e formazione devono partire dall'esperienza e devono diventare patrimonio
di un gruppo educativo.
Uno degli elementi centrali a cui deve essere finalizzata la formazione va identificato nella
presa di coscienza del proprio ruolo, delle proprie rappresentazioni, delle pratiche.
Un nido di qualità allora sarà un nido attento al clima relazionale, attento alle opportunità di
scambio tra adulto e bambino, tra adulti e tra bambini, attento alle relazioni diadiche perché
è nella diade che si compie il processo di apprendimento.
Si tratta cioè di capire che il nucleo della professionalità non risiede in tecniche, ma nella
capacità di stabilire relazioni in primo luogo con i bambini ma anche con gli adulti.
Cos'è il nido e per chi, pg. 26
Il nido è un luogo di educazione e di crescita dei piccoli ma al suo interno possiamo trovare
concezioni educative che rimandano alle diverse immagini di bambino.
Da un lato il bambino dell'apprendimento, cioè un bambino attivo, pronto ad
• apprendere autonomamente. Il bambino è visto prevalentemente negli aspetti sociali
e di competenza. Il compito dell'educatore, di conseguenza, è quello di
accompagnare il bambino nei processi di socializzazione e di sviluppo
dell'intelligenza.
Dall'altro il bambino dell'attaccamento, caratterizzato dal bisogno di attaccamento e
• dall'angoscia di separazione. Prevalgono in questa rappresentazione gli aspetti di
fragilità, la visione di un bambino piccolo e indifeso. Il compito dell'adulto è quello
di proteggere il bambino.
Alcuni luoghi comuni infondati sui bambini:
1. Interpretazione di un comportamento particolare del bambino (che disturba), come
manifestazione del carattere. Questa attribuzione del comportamento del bambino a
caratteristiche individuali è un processo errato che serve a non far pensare ad aspetti
più rilevanti, come quelli dell'interazione e il contesto in cui il comportamento del
bambino è situato.
2. “È piccolo, non capisce”. Sulla base di questo assunto gli adulti intrattengono in
presenza del bambino conversazioni delicate e a volte anche drammatiche.
3. Concezione dell'infanzia come fase preparatoria della vita non come un valore in sé.
Il ruolo delle aspettative nell'immagine del servizio, pg. 29
Il nido è un servizio per il bambino o per la famiglia?
Se l'asilo nido nella mente dell'educatore si configura come un servizio il cui destinatario è
la famiglia in cui entrambi i genitori lavorano, è evidente che il nido non è pensato dallo
stesso educatore come servizio educativo.
La diversa sensibilità utilizzata da un educatore di fronte al disagio del bambino deriva dalla
propria esperienza infantile e di separazione, dal ricordo del proprio disagio e da se e come è
stato contenuto o meno.
Il ruolo delle aspettative nell'educazione del bambino, pg. 30
Le aspettative degli adulti cambiano in relazione al variare della rappresentazione sociale
dell'infanzia, ma non solo. Accanto alle rappresentazioni sociali ci sono le aspettative
personali. Possiamo cosi parlare dell'esistenza di:
Aspettative sociali (esterne). Ad esempio le aspettative verso i bambini di una società
• agricola non saranno le stesse di quelle che si hanno in una società industriale.
Aspettative personali (interne), molto presenti ad esempio nel momento del
• concepimento e della nascita.
La nascita psicologica del bambino precede il parto stesso. Non sempre poi il
bambino corrisponde ai sogni precedenti e alle attese, e il genitore dovrà rivedere
tutto questo e ricercare un nuovo equilibrio tra il bambino ideale e quello reale. La
nascita del figlio impone una revisione della propria identità e dell'identità di coppia.
Ogni contatto con il bambino evocano in noi più emozioni e rappresentazioni, che
determinano comportamenti, strategie educative. Ad esempio per alcuni genitori è difficile
pronunciare un “No!” probabilmente per il ricordo della frustrazione subita da bambino in
circostanze analoghe.
Lo sviluppo del bambino viene influenzato dalle aspettative sociali e dalle percezioni e
attese dei suoi genitori. L'immagine interna che il genitore ha del proprio bambino gli viene
restituita ad ogni interazione significativa con lui.
Crescere il bambino in uno spazio pubblico impone quindi la messa a punto di un progetto
pedagogico che tenga conto anche delle emozioni, dei sentimenti e delle percezioni che
influenzano il nostro agire.
Atteggiamenti e aspettative nei confronti della famiglia, pg. 33
Pensieri e valutazioni negative da parte degli educatori interferiscono nel rapporto con i
genitori, con l'istituzione e con il bambino. Per questo è fondamentale divenirne consapevoli
e capirne il senso e l'origine.
Inconsapevolmente l'educatore può vivere il comportamento del genitore come svalutazione
o non riconoscimento del proprio lavoro e delle proprie competenze. In questo caso la
reazione sarà di giudizio e ostilità verso il genitore, mentre sarebbe necessario decentrarsi e
predisporsi verso un ascolto empatico per cogliere il significato reale dei comportamenti dei
genitori in questa fase così delicata (es. l'apparente disinteresse del genitore potrebbe
testimoniare un senso di colpa e un'ansia di separazione dal piccolo).
Ciò non toglie che l'educatore possa trovarsi di fronte a genitori realmente poco attenti o
non corretti nei confronti del bambino o del servizio (es. atteggiamenti di delega o l'idea che
il nido sia un luogo dove depositare il bambino).
L'educatore deve sapere contenere guidare, difendere il bambino e il servizio, modificare
mentalità errate senza assumere atteggiamenti giudicanti ma assumendo una posizione di
ascolto empatico.
Atteggiamenti e aspettative dei genitori, pg. 35
Per genitorialità si intende la capacità della coppia di assumere ruoli e funzioni genitoriali
ed educanti.
La famiglia è un sistema che si evolve nel tempo e incontra una serie di tappe fondamentali
che vanno dalla formazione della coppia, alla nascita di un figlio ecc.
Ad ogni fase del ciclo vitale della famiglia corrispondono specifici compiti di sviluppo e il
passaggio da una fase a quella successiva è spesso un momento difficile perché implica
cambiamenti dei ruoli di ciascun membro.
Spesso i genitori di un primo figlio sono più insicuri e confusi, esprimono indirettamente un
bisogno di comprensione e di riconoscimento della loro competenza genitoriale.
L'educatrice spesso intuisce questa attesa nei suoi confronti anche se non formulata
esplicitamente.
Il paradosso della conoscenza, pg. 36
Vi è una sorta di paradosso perché da un lato ci troviamo di fronte a genitori più attenti allo
sviluppo dei loro bambini, a offrire loro più possibilità di relazione e di socializzazione, più
attenti alle opportunità di esperienze significative. Dall'altro, gli stessi genitori risultano più
insicuri perché sono più soli e una maggiore consapevolezza implica più responsabilità.
Per questo motivo dai genitori arriva spesso una richiesta di sostegno, di conforto.
Il bisogno di riconoscimento nel rapporto con il proprio bambino lo si può anche rilevare
nella rappresentazione mentale del nido come luogo neutro, pensiero confermato anche da
richieste di tipo pratico (“Ha mangiato? Ha dormito?”) che offendono l'educatore in quanto
sembrano sottovalutare il significato dell'esperienza del bambino al nido.
Pensiamo alla domanda “ha giocato?” che per l'educatore dovrebbe essere “come è stato?”.
Non è certo per disinteresse a come il proprio figlio è stato in sua assenza che il genitore
formula la domanda ma perché il giocare del bambino testimonia come è stato in assenza
del genitore.
Pensiamo anche all'ansia della mamma di poter essere sostituita da un'altra figura femminile
e all'ambivalenza insita nello stesso desiderio di gioco del bambino: se ha giocato era
sereno; ma anche: se ha giocato ed è stato bene senza di me, io non conto nulla per lui.
Cattive concezioni, pg. 39
Se chiediamo al genitore perché porta il bambino al nido otteniamo una serie di risposte che
rivelano cattive concezioni del servizio e timori dei genitori.
Alcune di queste risposte sono:
Il bambino ha bisogno di socializzare, nel senso di imparare ad obbedire, a
1. riconoscere e rispettare le regole. Il nido non è la prima scuola del bambino, non è
un luogo di apprendimento precoce, ma è il luogo delle relazioni e il suo ruolo
primario è lo sviluppo di relazioni significative tra adulti e bambini e tra bambini.
Molti genitori intendono l'interiorizzazione di norme e regole come percorso difficile
da gestire e da delegare all'istituzione.
Così impara a comportarsi. L'asilo non è il correttivo educativo per bambini
2. irrequieti. Questa concezione appartiene soprattutto ad adulti in difficoltà per
comportamenti aggressivi o testardi del bambino. Difficilmente un comportamento
aggressivo viene letto come qualche forma di richiesta o espressione di disagio.
Il nido è una struttura assistenziale per le donne che lavorano. Il nido è un diritto
3. della madre a vivere la propria maternità senza dover rinunciare ad altri bisogni, altre
realizzazione sul piano lavorativo e sociale. Ma è anche un diritto del bambino ad
avere più opportunità di crescita con altri adulti e coetanei.
2. Emozioni, sentimenti e relazioni nell'educazione del bambino, pg. 43
Emozioni, sentimenti e desideri guidano il nostro comportamento, mentre la scuola e la
cultura dominante sottovalutano il ruolo dell'intelligenza emotiva nel processo di
apprendimento.
Nella scuola dell'obbligo, le emozioni dei bambini, le paure e i bisogni affettivi non hanno
lo stesso valore riconosciuto alla scuola materna e in particolare nel nido. Prima il bambino
si sentiva visto e pensato nella sua interezza, ora si sente visto e pensato in un'unica
dimensione, quella cognitiva. Questo perché l'apprendimento viene considerato
prevalentemente un fenomeno intellettuale. Questa visione impoverita contrasta con quella
di Gardner che parla di intelligenza multipla, cioè dell'esistenza di più forme di intelligenza.
Sviluppo emotivo e sviluppo cognitivo, pg. 45
La tesi che si vuole sostenere è che:
Lo sviluppo emotivo procede parallelamente allo sviluppo cognitivo.
• Le risposte che il neonato riceve dall'adulto ai sui stati di benessere e malessere
restituiscono senso al bambino, perché è nella relazione con l'altro che si struttura
l'attività mentale, la rappresentazione di sé e dell'altro.
Lo sviluppo emotivo è sviluppo cognitivo, in quanto la stessa acquisizione delle
• emozioni sociali più complesse e la capacità di gestirle implica un'enorme attività
cognitiva. A parte alcune emozioni elementari, tutte le altre dipendono da un'attività
di pensiero ad esempio da un ricordo. La vera paura è legata ad un pensiero “Se
mamma non torna? Perché mi lascia?”.
Inoltre, in un certo senso, le emozioni si apprendono, così come la loro modalità di
espressione, e sono influenzate dalla cultura di appartenenza e dalla cultura familiare.
Il bambino deve fin da piccolo imparare a discriminare le varie emozioni e a gestirle
in modo appropriato. È possibile notare a casa e a scuola comportamenti differenziati
nei confronti di diversi adulti. Il bambino impara a regolarsi emotivamente solo se c'è
una comprensione cognitiva.
Il ruolo delle emozioni, pg. 46
Nell'intervento educativo le emozioni rappresentano il presupposto dell'apprendimento
cognitivo. È illusorio credere di poter intervenire intorno a un evento se non si affronta
l'impatto emotivo che ha avuto sulle persone.
Non è il fatto in sé ad essere determinante, ma il significato attribuito all'evento e al suo
impatto emotivo.
L'
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