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Pedagogia al nido: Sentimenti e relazioni

Prefazione

Perché questo libro? L’idea di questo libro nasce dal desiderio di riflettere insieme e di aiutare a riflettere sulle dimensioni affettiva ed emotiva presenti negli atti e nei processi educativi. L’urgenza di modificare quella prospettiva che rischia di ridurre a individui monodimensionali entrambi i soggetti del processo di insegnamento/apprendimento risultava sempre più marcata. Risultava fondamentale intraprendere il discorso dall’inizio, cioè proprio dai bambini piccoli, dai loro rapporti con le mamme e i papà e con i pari e gli educatori che si prendono cura di loro. La professionalità che è richiesta all’educatore del nido in ognuno degli elementi che sono messi a fuoco in questo libro investe tutta la sua persona e non è legata ai limiti dell’orario di lavoro.

Presentazione

La diffusione dei nidi nel nostro paese, a partire dalla legge del 1971, ha segnato l’inizio di un periodo fertile di riflessione culturale, ricerca scientifica e sperimentazione educativa che hanno costituito il fenomeno denominato cultura del nido. Il nido è stato il luogo che ha reso visibili i bambini piccoli come psicologicamente indipendenti con proprie competenze e necessità.

Nido è luogo privilegiato per conoscere lo sviluppo delle competenze psicologiche e sociali dei bambini. Il nido è anche il luogo in cui le pratiche e i modelli educativi hanno dovuto farsi espliciti e sono potuti diventare oggetto di riflessione e discussione da parte di coloro che si sono trovati a confrontarsi nei fatti su quei modelli e quelle pratiche. Il nido è diventato il luogo dell’educazione nella normalità e per la normalità dello sviluppo e come tale costituisce un punto di riferimento per le famiglie.

Il libro parte dall’analisi di ciò che si svolge nel luogo nido per analizzare dinamiche e fenomeni che via via appartengono al comportamento dei bambini o degli adulti o alla complessità del mondo relazionale che gli uni e gli altri costruiscono. Conclude offrendo delle prospettive sia di lettura che di intervento per approfondire quegli aspetti di educazione della normalità che costituiscono il patrimonio culturale offerto oggi dal nido.

Al lettore

“Il bambino in sé non esiste… Un bambino non può esistere da solo, egli è parte di un rapporto” (Winnicott). Il senso più profondo dell’asilo-nido è il suo essere luogo di relazioni. Il nido non è la prima scuola del bambino, non è fatto per un apprendimento precoce né per l’insegnamento inteso in senso formale e tradizionale. Il nido non è il luogo dove il bambino “impara a stare con gli altri”, non è il luogo della socializzazione, anche se è il luogo della socialità. L’asilo-nido non è un correttivo educativo.

Quello che avviene o dovrebbe avvenire nell’asilo-nido è lo sviluppo di relazioni significative tra adulti e bambino e tra bambini. Le acquisizioni cognitive e comportamentali e la socializzazione e educazione hanno senso solo se si basano sullo sviluppo di relazioni significative. Queste relazioni hanno un carattere affettivo. Per Bowlby è attraverso la relazione - relazione di attaccamento - che il bambino struttura una prima rappresentazione di sé, dell’altro e del mondo circostante; ed è su questa base che egli potrà sviluppare un’identità personale e sociale, un senso di competenza e di fiducia in sé e negli altri.

Il nucleo centrale del lavoro del nido, il suo compito primario risiede nella capacità di consentire al bambino di sviluppare legami significativi; di garantirgli una base sicura per la costruzione del sé e delle proprie competenze. Quando parliamo della costruzione di legami affettivi e di relazioni sociali stiamo parlando di sviluppo cognitivo. Lo sviluppo delle rappresentazioni mentali che il bambino fa di sé in relazione ai diversi contesti. “Educare con sentimento” - unità tra sviluppo cognitivo ed emotivo; le relazioni affettive sono alla base di ogni acquisizione del bambino.

Il linguaggio è legato a un sapere psicologico, pratico e di esperienze reali, e vuole riflettere anche il sapere che costituisce il patrimonio di un buon servizio.

Nido: Rappresentazioni mentali e aspettative

“È necessario far luce sulle ideologie educative implicite di cui gli adulti che si occupano di infanzia, sono inconsapevoli portatori” (Bondioli). Le rappresentazioni sociali sono le credenze, le immagini, le valutazioni relative a una qualche entità o fatto, che sono diffuse e condivise in una società o in suoi gruppi. Per rappresentazione sociale del nido si intende le concezioni più o meno elaborate e consapevoli, le credenze, le aspettative, le valutazioni e quindi gli atteggiamenti che l’opinione pubblica, gli operatori, i genitori, gli amministratori, i politici hanno rispetto al servizio.

Per rappresentazione sociale del bambino e dell’infanzia si intende le concezioni, le valutazioni, le aspettative, le emozioni e gli atteggiamenti e le pratiche conseguenti che caratterizzano le modalità in cui i bambini sono vissuti e trattati in una data comunità o in suoi gruppi.

Il ruolo dei modelli di riferimento

Le rappresentazioni mentali che gli educatori si fanno dipendono dalla propria storia personale, dalla cultura di appartenenza e da quella della famiglia d’origine. Dipendono anche dai modelli teorici di riferimento acquisiti durante il periodo di formazione professionale. Ruolo e peso attribuito nel corso del tempo ai fattori generici o a quelli ambientali nello sviluppo del bambino: da un lato abbiamo l’immagine di un bambino autosufficiente che possiede in sé le ragioni del suo sviluppo. Dall’altro abbiamo delle concezioni centrate sul contesto dove lo sviluppo viene determinato dagli stimoli e dai rinforzi ambientali.

In questa concezione il bambino può diventare “qualsiasi cosa” in funzione dei premi o delle punizioni che riceverà. Ci sono inoltre gli approcci che potremmo chiamare centrati sull’interazione. Secondo questo modello i processi mentali sono influenzati dalle interazioni del bambino con l’ambiente sociale. Bowlby: lo sviluppo affettivo è alla base dello sviluppo dell’identità e delle rappresentazioni mentali ed è centrato sulla relazione di attaccamento. Vygotskij: lo sviluppo intellettuale dipende dall’introiezione di strumenti cognitivi elaborati dalla società e dalle interazioni con l’adulto.

Dalla teoria generale dei sistemi deriva l’approccio sistemico-relazionale per il quale lo sviluppo della persona e della condotta può essere compreso sono in relazione al funzionamento del sistema in ragione delle relazioni nelle quali l’individuo è inserito e definito. Sistema: entità intera e unica che consiste di parti in relazione tra loro, tale che l’intero è diverso dalla somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una delle parti influenza la globalità del sistema.

Nel primo modello l’intervento pedagogico è centrato sul bambino, mentre nel secondo l’intervento è centrato sul contesto il quale deve garantire e favorire le condizioni necessarie alla crescita del bambino.

Piaget e Freud ipotizzano, in ambiti e con significati diversi, una crescita per “stadi”. Nel modello piagetiano l’intelligenza rappresenta una forma di adattamento biologico. Le strutture intellettuali sono in grado di rapportarsi alla realtà esterna attraverso due meccanismi: assimilazione e accomodamento.

Assimilazione: assunzione di tutti gli stimoli provenienti dall’ambiente circostante e il ricondurre nuovi aspetti della conoscenza a schemi già noti. Accomodamento: modificazione degli schemi noti verso i nuovi aspetti della realtà. La concezione interazionale dello sviluppo di Piaget investe l’ambiente e le sue proprietà. Il modello psicoanalitico invece prende in considerazione gli aspetti affettivi ed emotivi: questi guidano il comportamento del bambino fin dai primi mesi di vita. Alla base del comportamento umano vi è il concetto di pulsione.

Determinismo psichico: tutto ciò che accede nella nostra mente non avviene per caso. Tale concetto viene spiegato con la metafora dell’iceberg: ciò che è visibile è solo la punta di un iceberg, cioè la parte cosciente; la parte preponderante dell’iceberg rimane sommersa – è inconscia, sconosciuta.

Vygotskij: i processi di socializzazione sono processi di condivisione della conoscenza e all’interno di questo processo si sottolineano il ruolo e l’importanza delle relazioni sociali nello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino. Lui parla di zona prossimale di sviluppo: l’area di sviluppo cognitivo possibile di estensione e di arricchimento attraverso l’interazione con i coetanei e attraverso il supporto dell’adulto.

La prospettiva sistemica prende in considerazione il contesto. Le diverse componenti dell’ambiente di vita sono interdipendenti, interagiscono e si influenzano reciprocamente. Nel processo evolutivo le caratteristiche ambientali che influenzano lo sviluppo del bambino sono legate anche agli aspetti emotivi e relazionali, oltre che fisici e strutturali.

Quale identità professionale?

L’educazione dei bambini piccoli non ha mai avuto riconoscimento o prestigio sociale. L’educazione dei bambini piccoli non era considerata una professione, era ritenuta un’attività naturale legata alla “specifica vocazione materna” della donna. L’identità dell’educatore è culturalmente connotata e così il suo cammino: “Il processo individuale di costruzione della propria conoscenza, della conoscenza di se stessi e delle proprie competenze professionali è un fatto culturale e quindi sociale e politico… ogni azione è espressione della cultura e contribuisce a costruire cultura”.

Il ricorrere al sapere della scuola materna, alla sua pedagogia è stato allettante per gli operatori, rassicurante e inevitabile. Questo sapere proteggeva da una pedagogia familiare troppo connotata in senso emotivo e affettivo, vissuta da un lato in modo inquietante, dall’altro come poco professionale. Oggi sempre di più si pensa al nido come a un luogo privilegiato di osservazione dei cambiamenti dei modi di pensare e di rappresentare l’infanzia. Il luogo in cui si sviluppa un “sapere” sull’infanzia. Un luogo di educazione non solo per i piccoli ma anche per gli adulti che dei piccoli si occupano.

Il sapere delle educatrici è un sapere stratificato in tempi e situazioni diverse e per questo non riconducibile ad un unico pensiero, linguaggio, riferimento teorico. Dall’apertura del nuovo servizio si è consolidato un sapere ancora pratico, trasmesso e appreso attraverso l’esperienza diretta con i bambini e i genitori e solo poco attraverso formazione e aggiornamento pensati e mirati alle reali esigenze del servizio.

Aggiornamento e formazione possono partire soltanto dall’esperienza reale e devono diventare patrimonio di un gruppo educativo. Uno degli elementi centrali cui deve essere finalizzata la formazione va identificato nella presa di coscienza: presa di coscienza del proprio ruolo sociale e istituzionale, delle proprie rappresentazioni sociali, delle dinamiche personali e di gruppo. Creare condizioni di vita ambientali, fisiche e psicologiche, facilitare e sostenere le scelte e le scoperte spontanee del bambino appaiono oggi caratteristiche specifiche della professionalità dell’educatore di asilo-nido.

Nido attento al clima relazionale e socio-emotivo, alle opportunità di scambio tra adulto e bambino, tra adulti e tra bambini, alle relazioni diadiche perché è “nella diade il luogo in cui si compie il processo di apprendimento”.

Cos’è il nido e per chi

Solo negli ultimi decenni il bambino piccolo ha avuto un riconoscimento sociale e pedagogico, e l’asilo-nido, pur nascendo come servizio socio-educativo, rivendica fin dalla nascita una sua connotazione educativa oltre che allevante. Cos’è allora oggi l’asilo-nido nella rappresentazione sociale e educativa? Solo un luogo che accoglie i bambini piccoli perché i genitori lavorano? Se questa è la rappresentazione sociale del nido, il bambino che lo frequenta sarà solo un bambino che va custodito e/o risarcito per l’allontanamento dall’ambiente familiare e per l’assenza della figura materna.

Il nido è un luogo di educazione e di crescita dei piccoli ma al suo interno possiamo trovare concezioni educative che rimandano alle diverse immagini di bambino. Da un lato il bambino dell’apprendimento, dall’altro il bambino dell’attaccamento.

La rappresentazione mentale che si ha del primo è quella di un bambino attivo, pronto a ricevere ogni stimolo, ad apprendere autonomamente e c’è poco spazio per i bisogni di accudimento, di affetto e protezione. Il compito dell’educatore è quello di stimolare e accompagnare il bambino nei processi di socializzazione e di sviluppo dell’intelligenza. La rappresentazione mentale del secondo è dominata dai bisogni di attaccamento e dall’angoscia di separazione. Prevalgono gli aspetti di fragilità, di dipendenza e la visione di un bambino piccolo non ancora pronto alla socialità e ancora meno alla costruzione di competenze. Il compito della struttura educativa è quello di proteggere e compensare il bambino dall’esperienza di separazione dalla madre.

La tendenza ad attribuire quello che “non funziona” ad altro da sé, ad una causa “esterna”, ma interna al bambino riduce il peso della propria responsabilità diretta e serve a conservare un sentimento positivo di sé. Teoria del carattere: rappresenta un “mito comodo” per ricondurre altrove le personali difficoltà incontrate nella relazione educativa. Tanto è piccolo, non capisce: si evidenzia in questo pensiero il fatto che l’intelligenza del bambino è riconosciuta solo laddove ci siano prestazioni o apprendimenti come quelli richiesti a scuola.

Un altro pregiudizio è la concezione dell’infanzia come fase preparatoria della vita e non come un valore in sé, non ciò che si è nella propria soggettività e unicità in quel preciso momento della vita.

Il ruolo delle aspettative nell’immagine del servizio

Se l’asilo-nido nella mente dell’educatore si configura come un servizio il cui destinatario è la famiglia, è evidente che il nido non è pensato dallo stesso educatore come servizio educativo. La diversa sensibilità utilizzata da un educatore di fronte al disagio emotivo del bambino deriva dalla propria esperienza infantile. L’inserimento del bambino al nido, se gestito in modo frettoloso e poco attento, testimonia la difficoltà degli adulti a sostenere il disagio psichico del bambino e la sua sofferenza. Anche i genitori mostrano in modo diverso il proprio disagio.

Il ruolo delle aspettative nell’educazione del bambino

L’agire educativo è influenzato e determinato dalle rappresentazioni mentali e dalle aspettative sul bambino e sui genitori. Le aspettative degli adulti cambiano in relazione al variare della rappresentazione sociale dell’infanzia ma non solo. Accanto alle rappresentazioni sociali sono le aspettative e gli investimenti personali e familiari sul bambino. Si può parlare dell’esistenza di un’aspettativa sociale (esterna) e di un’aspettativa personale (interna). La prima investe le aspettative collegate alle trasformazioni sociali, economiche e culturali. La seconda investe le attese riparatorie, consolatorie, di gratificazione che invadono l’adulto nel rapporto con bambino. Queste attese sono al momento del concepimento e della nascita.

La nascita psicologica del bambino ha origini antiche, precede il suo concepimento e il parto stesso. Non sempre poi il bambino corrisponde ai sogni precedenti, alle proiezioni e alle attese, e il genitore dovrà rivedere tutto questo e ricercare un nuovo equilibrio tra il “bambino ideale” e il “bambino reale” imparando ad accettare il fatto che il bambino reale è diverso da quello fantasticato tanto atteso.

La nascita di un figlio impone una revisione della propria identità e dell’identità di coppia. È un momento delicato del ciclo vitale che richiede alla coppia una revisione del proprio mondo interno. Il concetto di ciclo vitale è stato introdotto da Jay Haley per descrivere il processo evolutivo della famiglia da una fase all’altra della vita e per evidenziare come questo richieda una continua ristrutturazione della trama dei rapporti tra i suoi membri.

La loro sicurezza è limitata al livello razionale, ma quello che scatta e interferisce a quel punto è il ricordo della frustrazione subita da bambino in circostanze analoghe e dei sentimenti di rancore provati nei confronti dei propri genitori. Lo sviluppo del bambino è influenzato dallo sviluppo neurologico e del suo patrimonio genetico e dalle aspettative sociali e dalle percezioni e attese dei suoi genitori. L’immagine interna che il genitore ha del proprio bambino gli viene restituita ad ogni interazione significativa con lui. Allevare e crescere un bambino in uno spazio pubblico impone la messa a punto di un pensiero educativo, di un progetto pedagogico.

Perché il nido diventi un luogo che sviluppi un sapere sull’infanzia, perché possa difendersi da altri saperi più forti deve ricercare la sua peculiarità nell’oggetto del suo intervento: il bambino piccolo e i suoi bisogni autentici.

Atteggiamenti e aspettative nei confronti della famiglia

Inconsapevolmente l’educatore può ricondurre il comportamento del genitore a sé, cioè viverlo come svalutazione o...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alessia007bergamo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Istituto Universitario Salesiano Venezia - IUSVE o del prof Rossi Luciana.
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