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Pedagogia del lavoro e delle organizzazioni

Obiettivo del corso: dare una chiave di lettura educativa dei processi di lavoro che caratterizzano oggi i sistemi produttivi.

Trasformazioni del lavoro

Declino dei sistemi produttivi standardizzati: ad oggi ci troviamo in un periodo di transizione da ciò che viene definito postfordismo (in economia, la fase di sviluppo industriale che caratterizza gran parte delle economie più avanzate a partire dagli ultimi decenni del 20° secolo. Contrariamente alla fase del fordismo, la cui caratteristica precipua era la produzione industriale di massa basata sull’impiego di lavoro ripetitivo che aveva progressivamente perso qualifiche e specializzazioni, il postfordismo si caratterizza per l’adozione di tecnologie e criteri organizzativi che pongono una nuova enfasi sulla specializzazione, qualificazione e flessibilità dei lavoratori).

I metodi di produzione dell’800 e del ‘900 oggi non vanno più bene, ma il mondo del lavoro fatica ancora ad accettare nuovi metodi e a fare i conti con l’avanzamento delle tecnologie. Le nostre aziende, infatti, sono piccole imprese cresciute negli anni '60/'70 (Veneto), i cui proprietari hanno delle idee di lavoro e di economia fondate sui modelli degli anni ’50. Il valore aggiunto dei titoli di studio e dell’apprendimento non è ancora riconosciuto in questi ideali; essi, infatti, vedono la tecnologia come qualcosa che può distruggere il lavoro, quando in realtà lo sta semplicemente trasformando e modificando (logiche di sviluppo centrate sul valore dell’informazione e della conoscenza piuttosto che su economie di scala).

Sistemi a rete

È necessario, in questa nuova prospettiva, cogliere le opportunità di creare un sistema sociale a rete; oggi, entrando in qualsiasi azienda, si nota come lo scambio di conoscenze a livello globale sia diventato un fattore fondamentale per lo sviluppo. La rete è una grande opportunità che va gestita grazie a figure professionali capaci di utilizzare le risorse a disposizione e di ripensarle in una logica diversa contestualizzata nel proprio territorio.

Il capitale umano come driver del valore

Teoria di Becker, economista tedesco; egli tratta il concetto di lavoro e di formazione come strumento finalizzato alla generazione di un incremento della ricchezza. Non viene eccessivamente valorizzato l’uomo; oggi, qualsiasi azienda, senza la creatività e il talento di qualsiasi lavoratore non va avanti. Vent’anni fa, non era così; l’operaio non necessitava di alcuna competenza di tipo creativo, era sufficiente quella di tipo esecutivo. Oggi, ogni idea e ogni talento diventa un valore da condividere.

La ricerca dei talenti

Scorzè, San Benedetto (acqua in bottiglia): per restare vivi nel mercato è necessario o migliorare e innovare il proprio lavoro, o abbassare man mano i prezzi del lavoro. Non potendo abbassare i prezzi del lavoro (i lavoratori italiani costano quindici volte di più rispetto ad un lavoratore cinese), è necessario fare meglio degli altri. La San Benedetto ha deciso di velocizzare il proprio metodo di produzione, ovvero di aumentare il numero di bottiglie imbottigliate in un’ora. Un capo di reparto che lavorava lì da 30 anni e che aveva un titolo di studio di un istituto professionale ha un’idea: inclinare le bottiglie al momento del riempimento. Quest’idea ha ridotto del 10% il costo delle singole bottigliette (gli ingegneri non ci avevano pensato); ogni lavoratore valorizza la produzione.

Il ridimensionamento della dimensione gerarchica

Oggi, ci troviamo di fronte ad un progressivo spostamento da una cultura organizzativa gerarchica e focalizzata sul lavoro a una cultura organizzativa che ha bisogno della creatività individuale. Alcuni teorici hanno destrutturalizzato il concetto di gerarchia al fine di valorizzare il concetto di partecipazione e responsabilità. Quest’ultimo, si è declinato nel nord-est con il concetto di appartenenza. Il Veneto, in particolare, è caratterizzato da piccole aziende che oscillano dai 50 ai 500 lavoratori e che vendono in tutto il mondo (il Veneto fattura quanto l’intera Turchia). L’ideale sarebbe valorizzare tutte le opportunità che un determinato contesto mette a disposizione.

Lo scenario della modernità liquida, lavoro e formazione

Il lifelong learning (o apprendimento permanente)

40 anni fa si studiava, si imparava il tornio, e poi si era a posto. Oggi, le macchine sono a controllo alfanumerico; per saperle utilizzare, è necessario che l’operatore conosca un po' di inglese, che sappia fare un po' di conti, che sappia risolvere determinati problemi, ecc., cose che agli operai che lavoravano in linea non veniva chiesto in passato.

Oggi, il lavoratore veneto ha un’età media superiore ai 55 anni e il tasso di scolarizzazione non supera il 52%; ciò significa che la locomotiva produttiva del Veneto viene portata avanti da persone anziane che possiedono livelli di scolarizzazione estremamente bassi e che lavorano ormai all’interno di un sistema produttivo che richiede, al contrario, capacità di analisi, di lingua, di risoluzione dei problemi. La sfida non riguarda gli scontri tra proletariato e capitalismo, ma è quella di dare a tutte le persone che lavorano la dignità di essere dei lavoratori capaci di governare i propri processi di crescita e non di subirli. La personalizzazione del lavoro passa attraverso una qualificazione del lavoratore che non subisce, anzi; il lavoratore non deve subire tutto quello che gli viene richiesto senza possedere una capacità critica. Se non si mette il lavoratore nelle condizioni di possedere queste capacità critiche (al fine di poter interpretare un fenomeno), il futuro sarà un totale appiattimento del lavoratore su ciò che viene deciso da apparati democratici tecno-strutturali dei quali non capisce il senso. La vera sfida è quindi la qualificazione di tutti i lavoratori, al fine di renderli attivi e capacitanti, ossia dotati di capacità di utilizzare e conoscere risorse che permettano loro di scegliere liberamente il proprio futuro. Se 40 anni fa la povertà del lavoratore coincideva con la povertà dell’accesso, oggi non è così; oggi i temi centrali sono la libertà e la possibilità di utilizzare tale accesso per progettare un proprio sviluppo individuale. Il più grosso dramma del lavoratore di oggi è il rimanere escluso da quelle reti di conoscenza che qualificano le figure professionali. Le persone tra i 50 e i 70 anni non si sentono attive nel loro contesto lavorativo.

Circolarità tra apprendimento, lavoro, comunicazione organizzativa

L’apprendimento è un valore aggiunto; il concetto stesso del lavoro deve essere trasformato in una logica che premia la capacità di azione, di interpretazione e non di produzione. Il lavoratore produttivo non è quello che fabbrica, ma quello capace di scrivere ed evidenziare nuove opportunità e di dare un nuovo valore al proprio contesto lavorativo. Chi fa l’impresa deve riconoscere che i valori della conoscenza e della cultura sono valori in sé; Adriano Olivetti: nelle mense della sua azienda faceva ascoltare le poesie di Montale. Il valore aggiunto, forse, non era nella produzione, ma i lavoratori, sentendo di appartenere ad un’azienda diversa dalle altre, ci mettevano voglia e creatività. Se abitui una persona ad essere considerata nella sua dignità di uomo, essa non diventa un lavoratore che produce di più, ma un uomo che genera. Caso dell’azienda Ballin (Rimini): produce le Jimmy Choo; nel 2010 Jimmy Choo ha chiesto all’azienda di produrre le scarpe per tutta l’Europa (10000 paia all’anno). Ballin decide di aprire uno stabilimento apposito (rotazione delle vendite, saturazione dell’impianto, liquidità): dopo un anno, Jimmy Choo propone di pagare le scarpe a Ballin 90 invece che 100. L’azienda, in un giorno, è entrata in crisi, perché abbassando a 90 avrebbe prodotto in perdita = è difficile governare i processi; l’imprenditore deve avere una visione attenta e aperta ai temi della creatività, altrimenti si rimane emarginati dai sistemi produttivi e lavorativi. Si è competitivi se si è innovativi; l’innovazione costa poco perché la conoscenza non ha valore, ma costa tanto perché generare conoscenza costa in termini di processi lavorativi, cultura, modalità di gestione del personale, e così via. Il valore aggiunto, al giorno d’oggi, non si trova più nel macchinario, ma nella capacità del lavoratore di aggiungere creatività e conoscenza al processo produttivo che vive ogni giorno. Questo si può raggiungere attraverso un approccio che qualifica i lavoratori mediante dei processi in cui la formazione e lo sviluppo diventano una chiave importante. La forza del lavoro e il futuro del lavoro sono nella capacità di essere liberi da ogni vincolo.

Cinque drivers nell’ambito della pedagogia del lavoro

  • Irriducibilità della dimensione antropologica (=primato della funzione educativa-formativa del lavoro)
  • Focalizzazione della dimensione dell’intenzionalità (educazione alla scelta)
  • Centralità di un’educazione alla condivisione
  • Potenziare la generazione di “semi” del merito
  • Valore educativo della meritocrazia come leva dei talenti

Le categorie pedagogiche dell’adulto che coinvolgono questa riflessione sono:

  • L’affermazione della soggettualità (persona/soggetto al centro): la persona non è uno strumento per realizzare una produzione
  • Intreccio tra formazione, lavoro e apprendimento
  • La riflessività: il concetto di riflessività deve essere incluso, fin da subito, nel contesto lavorativo e deve essere acquisito con il tempo; un percorso di riflessività può costare anche 30000 = non può essere gestito come processo unico ma va gestito all’interno del processo produttivo
  • L’autoformazione: intesa come sviluppo individuale
  • Il mix tra apprendimento formale, non-formale e informale: il primo è caratterizzato dal contesto istituzionale e della progettualità; il secondo è caratterizzato, invece, da un progetto senza contesto istituzionale (riunioni a scopo informativo, ecc.) mentre il terzo coincide con l’apprendimento derivante dalla vita di tutti i giorni

Storia della pedagogia del lavoro

Affrontiamo i diversi passaggi che hanno caratterizzato nel tempo la lettura del concetto di lavoro. Tutto inizia nella dicotomia che esisteva nel passato (mondo greco antico e romano in seguito all’ellenizzazione) tra otium e negotium: otium indicava le attività intellettuali e spirituali, mentre il negotium indicava le abilità manuali e produttive. La parola “scuola” (dal greco scholè) indicava il tempo non occupato dal lavoro o da altre attività di tipo utilitaristico, ossia il tempo riservato alla cultura dell’animo e alle occupazioni disinteressate. Il concetto di lavoro, prima dei pensatori greci come Aristotele e Seneca, non era visto come qualcosa di negativo: Esiodo -> sottolineava il collegamento tra lavoro e dignità della persona; con Esiodo si passa ad una visione più terrena del lavoro, legata alla fatica e, soprattutto, alla dignità di chi lavora, specie nei campi, di contro al parassitismo sociale di chi sfrutta il lavoro altrui (non era ancora presente l’idea di otium). L’idea di giustizia si fondava sull’etica del lavoro.

Nelle varie lingue, il termine lavoro indica pena, sforzo, travaglio -> l’idea di fondo è che il lavoro sia fatica. Con Platone e Aristotele assistiamo, altresì, all’apologia della contrapposizione tra dimensione manuale-operativa e dimensione intellettuale. Aristotele: secondo Aristotele, ad esempio, è da lodarsi l’educazione umanistica dell’uomo “bello e buono”, mentre sono da ritenere “ignobili tutte le opere, i mestieri, gli insegnamenti che rendono inadatti alle opere e alle azioni della virtù il corpo o l’intelligenza degli uomini liberi”. Nell’antichità, soprattutto con Aristotele, vi è l’idea di una differenza tra l’azione lavorativa che non valorizza la finalità ultima dell’uomo e la dimensione intellettiva.

Le dimensioni dell’agire umano si dividono in:

  • Agire produttivo: idea a cui corrisponde un’abilità tecnica. All’interno dell’abilità tecnica si trova la finalità ultima dell’idea che diventerà il prodotto. Il lavoratore, nel produrre qualcosa, deve ispirarsi a una finalità che si trova all’interno della tecnica di produzione (trova la sua perfezione nell’abilità - téchne - operativa posseduta). Il suo compimento è dato dal bene prodotto
  • Agire etico-sociale: è guidato da un ideale (il bene) e può realizzarsi tramite una particolare disposizione interiore detta prudenza (phronesis), che consiste nella capacità di prendere decisioni prudenti e responsabili. Il suo compimento sta nella crescita virtuosa di chi agisce bene e di chi ne è coinvolto. L’idea che ispira questo agire è un valore dell’uomo, è la saggezza

Aristotele coglie una delle differenze centrali nel concetto di competenza; la competenza a produrre, se è vista come un insieme di abilità tecniche, è la competenza fordista. Ma se consideriamo competente colui che prende decisioni in termini di autonomia e responsabilità di ciò che sta facendo allora anche se produce è considerabile vicino alla dimensione etica dell’agire.

La figura dell’artigiano

A metà tra lo schiavo e il libero. Egli produce, ma non solo; il falegname, il tecnico di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. A loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso (ci mettono tutto il loro amore -> nella fabbricazione non vi è solo la tecnica ma anche l’amore) -> gli artigiani mettono un impegno personale nelle cose che fanno.

L’artigiano nell’antica Grecia: l’artigiano civilizzatore è colui che ha usato quegli attrezzi per un bene collettivo, per porre fine all’esistenza nomadica di un’umanità di cacciatori-raccoglitori e di guerrieri senza radici. Appunto perché la manifattura aveva liberato gli individui dall’isolamento, personificato dai cavernicoli Ciclopi, artigianato e comunità erano, per i greci arcaici, indissolubili.

L’idea dell’artigiano come Demiurgo unisce le idee di pubblico e di produzione: Demiourgos = Demios (appartenente al popolo) e Ergon (opera, lavoro). I demiourgoi, oltre ai lavoratori manuali specializzati come i vasai, comprendevano i medici, i magistrati, gli araldi o banditori, che annunciavano nelle strade notizie di interesse pubblico.

Aristotele - Metafisica: “perciò noi riteniamo che coloro che hanno la direzione nelle singole arti siano più degni di onore e posseggano maggiore conoscenza e siano più sapienti dei manovali, in quanto conoscono le cause delle cose che vengon fatte..”.

Aristotele: io fabbrico la casa (agire poietico: la finalità non permane, il senso dell’azione è l’oggetto esterno), io guardo il tramonto (agire prassico: la finalità permane alla produzione stessa). Nella poietica distingue persone che agiscono in modo poietico senza capire il perché (manovali -> rispondono ad una tecnica su indirizzo degli altri) e persone che agiscono in modo poietico conoscendo le cause di ciò che fanno (vi è una dimensione tecnica, ma nello stesso momento essa permane nel tempo). Nonostante il polo dicotomico, anche all’interno del lavoro poietico è possibile trovarvi una finalità.

Platone - Simposio: Platone ricollegava l’abilità tecnica al verbo poiein, “fare”; da poiein deriva la parola “poesia” e i poeti sono nominati tra i vari tipi di artigiani: “benché gli artigiani fossero tutti poietai (...) non sono chiamati così, hanno altri nomi”. Nei cinque secoli trascorsi tra la redazione dell’inno a Efesto e i tempi di Platone, qualcosa evidentemente era andato perduto.

Hannah Arendt - Vita Activa - La condizione umana (1958): Hannah distingue l’animal laborans in quanto essere umano simile ad una bestia da soma, condannato alla fatica e alla routine dall’homo faber inteso come uomo in quanto artefice, creatore. Egli è il giudice del lavoro e delle pratiche materiali; non un collega dell’animal laborans, ma il suo superiore.

Per la prima volta si riesce a capire se un lavoro può essere interpretato come lavoro generativo o produttivo; oggi: il lavoratore deve essere consapevole del perché sta facendo una determinata azione e deve avere l’opportunità di aggiungere al lavoro che fa qualcosa che faccia in modo che il fine della sua azione permanga nel tempo (logica generativa).

Il pensiero cristiano e i valori sociali fondativi del lavoro

Altra grande famiglia di pensatori. Nella Bibbia, infatti, il lavoro è collegato alla condanna: “mangerai il pane con il sudore della fronte” (Bibbia - Genesi 3,19) e “chi non lavora non mangia” (San Paolo, dai Vangeli). Il lavoro, però, non è inteso come una fatica che isola l’uomo, anzi. Il lavoro dell’uomo riproduce la fatica che ha fatto Dio nel creare il mondo: “Il signore Dio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden affinché lo lavorasse e lo custodisse”. Inizialmente, il concetto di lavoro non è negativo (prima del peccato originale).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carlotta.mariano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Costa Massimiliano.
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