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La prospettiva pedagogica di Abbagnano

Filosofare, pensiero e vita

Due opere da tenere in considerazione:

  • Le sorgenti irrazionali del pensiero (1923)
  • Il principio della metafisica (1936)

Nella prima opera Abbagnano ricerca una filosofia vitale, critica il puro pensiero separato dai bisogni concreti dell’uomo e polemizza contro ogni forma di degenerazione intellettualistica e razionalistica. Egli infatti si prefigge di conciliare pensiero e vita, mantenendo integra la loro irriducibilità. Per questo, fu criticato, in quanto afferma che è il pensiero a seguire la vita, e non il contrario.

Attraverso l’analisi delle concezioni tipiche della verità, vuole dimostrare i limiti strutturali inevitabili di queste:

  • Concezione della verità come adeguazione dell’intelletto alla cosa  l’intelletto non può dimostrare la propria validità in quanto non è in grado di giustificare la realtà dell’oggetto in cui dovrebbe conformarsi.
  • Concezione della verità come coerenza  natura della coscienza assoluta indeterminata, risulta inadatta nel valutare la coerenza dei diversi gradi per la verità.
  • Concezione della verità come atto  impossibilità dell’atto stesso di giustificarsi come pensiero e lo stesso atto.
  • Concezione della verità come norma  la pretesa di validità assoluta viene elevata a criterio di giustificazione, in modo errato.

Tali concezioni sono votate allo scacco, in quanto si perdono in un circolo vizioso; esse dunque non riescono mai a giustificarsi, poiché incapaci di confrontarsi con la vita concreta. Il pensiero non si auto-costruisce, ma anzi esegue “l’arbitrio della vita”. Si afferma dunque nuovamente l’irriducibilità del mondo della vita al mondo del pensiero, ma si delinea l’idea di quest’ultimo come il principale luogo di espressione delle forze nascoste della vita, come simbolo (situazioni, incertezze e moti che animano l’umano). Come il simbolo non si autodetermina, ma ricava il significato da ciò che lo costituisce, così il pensiero acquista valore e senso proprio dalle forze sopra citate.

L’opera più importante del filosofo è Il principio della metafisica, con la quale vuole ricercare il principio del filosofare oltre la conoscenza. Per tale opera, si dedica alla lettura e allo studio di Heidegger e Kierkegaard. L’uomo è il progetto e fine di una ragione vitale (esistenzialismo) in un’indagine condotta ancora sul piano gnoseologico, col rischio della contraddizione di oggettivare l’uomo perdendone così la dinamicità e problematicità. Dall’altro lato, su un piano soggettivistico, si ha il rischio di dissolvere l’individuo e la sua concreta vitalità in uno Spirito assoluto e creatore.

Poste le premesse, si auspica alla nascita di una nuova metafisica diversa dalle precedenti, tanto da non essere considerata una metafisica. “L’esistenzialismo oltrepassa la concezione tradizionale della metafisica”. Abbagnano dunque propone una filosofia dell’esistenza: pensiero e vita conciliano, e nella loro unità problematica danno vita all’esistenza dell’uomo. Se il problema dell’uomo è il problema di una filosofia che concilia pensiero e vita, allora esistere e filosofare esistono e conciliano anch’essi.

Filosofia e filosofare

Il pensiero di Abbagnano germoglia definitivamente nel 1939 con l’opera La struttura dell’esistenza. In Italia si viveva una diffidenza sostanziale verso tutte le forme filosofiche, e si preferiva piuttosto una forma di pensiero che ponesse attenzione sull’inquietudine, l’incertezza e la negazione.

Prima di quest’opera, vi furono studi sull’autore di Essere e tempo, in cui si sostiene il bisogno di tornare al senso dell’essere: l’analisi si sviluppa intorno al DA SEIN, ovvero “esserci”. Grazie a questi studi cominciò a diffondersi l’esistenzialismo in Italia, anche se non nacque subito una vera forma di esistenzialismo italiano. L’opera va ad indagare i principali temi esistenziali:

  • Dal significato della filosofia all’indeterminazione e finitudine dell’uomo
  • Dalla coesistenza all’autenticità
  • La morte

Sul primo punto, Abbagnano differenzia e analizza il rapporto tra filosofia e filosofare. Con il termine filosofia, si vuole indicare l’insieme delle dottrine, intese come mezzo e mai come fine, o in altre parole, il lavoro dei filosofi; con il termine filosofare, si intende invece, la ricerca dell’Essere come fine strutturale dell’uomo (affrontare ad occhi aperti il proprio destino)  attività pratica, connaturata all’esistenza.

Chiunque dunque filosofa, ma ciò non significa sia un filosofo. Nonostante filosofare preceda la filosofia, quest’ultima è la base per dare ordine e senso alle vicende umane. Filosofare è dunque la ricerca e tensione verso l’Essere, che costituisce la struttura dell’esistenza, principio e fine del movimento dell’uomo (esistenza = ricerca dell’Essere). Se l’uomo fosse già Essere, non sarebbe necessario filosofare, in assenza di tensione. Ma non essendo Essere, si ha la ricerca di esso, come ricerca di qualcosa che manca per sentirsi completo. Se dunque la ricerca dell’Essere significa filosofare, e costituisce la struttura dell’uomo, cioè l’esistenza, allora esistenza e filosofare coincidono. Il filosofare però non isola l’uomo dal mondo, ma lo radica. Si cominciano dunque a delineare i caratteri propri dell’esistenzialismo positivo (tendenza tra essere e esistenza).

La filosofia ha il compito di riflettere sull’esistenza, traendo possibilmente degli insegnamenti e aiutando gli uomini a capirsi e ad affrontare con fiducia ragionevole il futuro incerto. Si ha in questo passo la conciliazione matura di pensiero e vita, l’esigenza d’impegno e di comprensione umana. Perché l’uomo venga compreso come cosa esistenziale, non deve essere analizzato come oggetto (fatto scientifico), ma deve esserlo per ciò che è nel rapporto con se stesso e gli altri  Indeterminazione problematica.

Indeterminazione problematica

Esistenza non è Essere, ma la sua ricerca. Il senso dell’esistenza è caratterizzato dalla tensione verso l’Essere. Abbiamo detto che non è già Essere, poiché se lo fosse, non dovrebbe ricercarlo. Inoltre, se lo fosse, sarebbe il Primo motore aristotelico, la Verità. Non essendo così, Abbagnano rigetta tale considerazione nella finitudine, che va a definirsi come sostanza e norma dell’uomo. Sostanza nel senso di ciò che la costituisce come tale; norma intesa come un “dover essere” dove il fine (ricerca dell’Essere) coincide con il punto di partenza. Nel momento in cui si accetta e si realizza come finito, si consolida nella sua capacità di ricerca. Il peccato altro non è che la negazione della propria finitudine, col tentativo di sottrarsi ad esso.

Alla nozione di finitudine è connessa quella di indeterminazione problematica. Esistenza (da ex sisto) significa tensione, trascendimento: ciò non sarebbe possibile se fosse determinata. L’indeterminazione, come la finitudine, costituisce la struttura dell’esistenza. Il termine problematico, viene aggiunto da Abbagnano per allontanare l’uomo da ogni considerazione di natura oggettivistica e soggettivistica. L’esistenza dunque è ciò che è in virtù dell’indeterminazione problematica.

All’interno dell’indeterminazione, si realizza la decisione. Decidere significa scegliere concretamente e ogni volta la possibilità più autentica, così da allontanarsi dalla dispersione dell’inautenticità. Realizzarsi come io, infatti, significa appassionarsi al proprio compito: chi non ha scelto un compito, vede il mondo come un insieme di vicende insignificanti e slegate tra loro senza ordine o consequenzialità. La decisione, invece, mantiene l’esistenza nella tensione verso l’Essere: essa però deve costantemente essere rinnovata. Si può e si deve sempre decidere.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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