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La resilienza familiare

Premesse per un approccio centrato sulla resilienza familiare

Abbiamo bisogno di comprendere i processi che promuovono la resilienza dei nuclei familiari, una sorta di resistenza relazionale. Un approccio centrato sulla resilienza familiare si propone di identificare e rinforzare quei processi interattivi determinanti che consentono alle famiglie di resistere e reagire all’avvento di contingenze critiche potenzialmente disgreganti, riconoscendo alle famiglie in difficoltà un potenziale positivo di evoluzione e di recupero. Questo approccio si basa sulla convinzione che la forza dei singoli individui e delle relazioni possa essere aumentata mediante una serie di sforzi congiunti tesi a fronteggiare emergenze critiche improvvise o condizioni croniche di disagio.

Il concetto di resilienza non si esprime solo a livello individuale; invece di concentrarci sui fattori sottesi al collasso del sistema familiare limitandoci a recuperare i singoli superstiti, possiamo tirare fuori il meglio da queste famiglie andando a lavorare su quei processi fondamentali che favoriscono l'evoluzione e la crescita tanto dei singoli quanto dell'intero nucleo familiare.

Che cos'è la resilienza?

È un processo attivo di resistenza, di autoriparazione e di crescita in risposta alle crisi e alle difficoltà della vita. Non tutte le persone che riescono a superare delle difficoltà si possono definire resilienti (ad esempio alcune rimangono intrappolate nel ruolo di vittime impedendo alle proprie ferite di rimarginarsi e alla propria vita di continuare covando sentimenti di rabbia e di recriminazione). La resilienza fa sì che le persone risanino le ferite dolorose, assumano il controllo della propria esistenza e riprendano a vivere e ad amare pienamente.

La resilienza si definisce attraverso un atteggiamento di apertura verso le esperienze e di interdipendenza nei rapporti con gli altri; la resilienza si plasma attraverso le difficoltà non malgrado la loro evenienza, il paradosso della resilienza è che i nostri momenti peggiori possono rivelarsi quelli più vantaggiosi.

  • Resilienza e invulnerabilità
    L’ethos culturale dell’uomo duro (del mito eroico, dell’invulnerabilità) ci condiziona tutti e ha fatto sì che molti confondessero la resilienza con l’invulnerabilità, portando a commettere l’errore di equiparare la vulnerabilità umana alla debolezza e l’invulnerabilità alla forza.
  • La prima accezione di resilienza, affidata all’espressione “bambino invulnerabile”, ha contribuito a costruire un'immagine infelice di quei bambini che riuscivano a sopravvivere ad ambienti distruttivi, descritti come soggetti refrattari allo stress grazie alla loro intrinseca forza o corazza caratteriale.
  • In realtà il concetto di invulnerabilità è incompatibile con la condizione umana.
  • La maggior parte delle ricerche non conferma l'ipotesi secondo cui i soggetti resilienti mantengono uno stato di funzionamento e di competenza costantemente elevato in condizioni avverse; analogamente, la capacità di ripresa non dovrebbe essere erroneamente intesa come una sorta di disinvolto superamento di una crisi, di capacità di uscire indenni dalle esperienze dolorose.
  • La nostra cultura genera una certa intolleranza verso la sofferenza individuale. In realtà, la resilienza implica una “dura battaglia”: percepire allo stesso tempo il dolore e il coraggio, affrontando in modo competente le difficoltà a livello sia personale sia interpersonale. Nel processo di formazione della resilienza, lo sforzo consiste nell’integrare l'esperienza intensa della crisi nella trama complessa della nostra identità individuale e sociale, il che finirà con l’influenzare il nostro modo di affrontare la vita in futuro.
  • Resilienza e autosufficienza
    Partendo dal mito eroico proprio della cultura occidentale, l'interesse verso la resilienza si è incentrato sulla forza riscontrabile negli individui capaci di dominare le avversità. La resilienza è comunemente vista come una caratteristica innata, come se i soggetti resilienti crescessero in un vuoto autarchico: fin dall'inizio hanno a disposizione il “materiale giusto” (una sorta di tempra biologica), oppure se lo sono procurato contando unicamente sulle loro forze.
  • Una simile interpretazione alimenta l'idea secondo cui questi soggetti sono destinati a diventare persone indipendenti e a continuare a vivere all'insegna di un'assoluta e potente autoreferenzialità.
  • L’infelice deriva di un'ipotesi del genere sfocia in una concezione sprezzante di quanti non riescono ad affermarsi, considerati deficienti, deboli e meritevoli di biasimo quando non riescono a risolvere i loro problemi da soli. Dobbiamo prestare attenzione a non biasimare chi è costretto ad arrendersi di fronte alle avversità perché “difettoso”, specialmente quando lotta contro circostanze molto gravi, ben al di sopra delle sue capacità di controllarle.
  • Aiutati dal lavoro di Sir Michael Rutter (1987, 1999) siamo arrivati a capire che la resilienza è il prodotto di una costante interazione fra natura e cultura, garantita dall'esistenza di una rete di relazioni supportive.
  • Recenti progressi nel campo della neurobiologia (Siegel, 1999) mostrano che i legami interpersonali svolgono un ruolo importante nella configurazione delle connessioni neurali nei processi di sviluppo della mente e che la struttura nervosa del cervello può essere modificata dalle nuove esperienze e da cambiamenti che intervengono negli schemi relazionali nel corso della vita.
  • Grazie a relazioni supportive, all’addestramento e alla pratica possiamo potenziare la nostra capacità di resilienza e affrontare in modo più efficace gli eventi traumatici e le difficoltà della vita.

Ricerche sulla resilienza individuale

Ricerche sui tratti individuali. Le prime ricerche sulla resilienza si sono concentrate sui tratti e sulle disposizioni individuali che sembravano concorrere allo sviluppo della resilienza. Queste caratteristiche tendono a elicitare un numero maggiore di risposte positive negli altri e a favorire strategie di coping mature e abilità di problem solving: temperamento mite, intelligenza superiore alla media, autostima elevata, alto livello di efficacia personale, sentimento di fiducia e di controllo sugli eventi.

  • Le ricerche di Kobasa, Maddi, Khan (1982) hanno rilevato tre caratteristiche generali:
    • La certezza di poter controllare o influenzare gli eventi in base alla propria esperienza
    • La capacità di sentirsi profondamente coinvolti o impegnati nelle attività della vita
    • L’anticipazione del cambiamento come sfida eccitante foriera di ulteriori evoluzioni
  • Werner (1993) individua come elemento essenziale l’avere un locus of control interno.
  • Murphy (1987) distorsioni ottimistiche
  • Taylor (1989) illusioni positive
  • Seligman (1990) ottimismo appreso – impotenza appresa

Salvagenti relazionali per la resilienza individuale

Sempre più spesso i ricercatori associano la maturazione di una capacità di resilienza in bambini a rischio all’intervento di fondamentali fattori protettivi nel contesto familiare e sociale. La resilienza dei bambini di fronte a eventi sfavorevoli è maggiore quando essi hanno accesso almeno a un genitore accudente, a un caregiver o a un altro adulto supportivo nella cerchia familiare allargata o nella comunità locale. Anche l'espressione di tratti individuali geneticamente condizionati avviene in un contesto relazionale (Reiss, Hetherington, Plomin, 2000). Come è stato messo in evidenza da Werner (1993), il contesto che, più di ogni altro, promuove l'autostima e un sentimento di efficacia personale è quello basato su relazioni supportive.

Solo una piccola parte di queste prime ricerche sulla resilienza individuale si occupò dell'apporto positivo offerto dal contesto familiare; tali ricerche si concentrarono sull’organizzazione familiare e sul clima emotivo, osservando l'importanza di un sostegno espansivo, affettivo ed emotivo, di una struttura coerente, di confini ben definiti (Hauser, Vierja, Jacobson, 1985; Werner, Smith, 1992). Inoltre, i sistemi condivisi di credenze tramandati attraverso le interazioni familiari influenzano in modo importante la capacità di resilienza; le capacità di adattamento esibite dai bambini di fronte a eventi critici e a processi disorganizzanti sono influenzate dal significato attribuito all’esperienza, che è mediato dalla comprensione e dalla comunicazione genitoriale (Kagan, 1984). Un ulteriore promozione della resilienza individuale è operata da amici, insegnanti, allenatori, parroci e da altre figure di riferimento (Brooks, 1994; Rutter, 1987; Werner, 1993).

Una prospettiva sistemica sulla resilienza

Da una prospettiva diadica a un’ottica sistemica

La ricerca sulla resilienza individuale si è andata sempre più orientando verso il riconoscimento dell'importanza di una prospettiva relazionale nello studio del fenomeno. A livello mondiale, le ricerche condotte su bambini cresciuti in condizioni svantaggiate hanno mostrato che il fattore protettivo più rilevante consiste nella presenza di una relazione di accudimento importante con un caregiver che creda nel bambino e con il quale questi possa identificarsi: una figura che, in qualche modo, tuteli e difenda questi bambini e dalla quale essi possano trarre la forza per superare le difficoltà.

Per una comprensione più ampia della resilienza però è necessario riferirsi a un modello interazionale complesso. La teoria dei sistemi considera un sistema di influenzamento ricorsivo, che si dispiega nel corso del tempo, di processi relazionali riferiti ai contesti familiari e sociali di appartenenza. Quando estendiamo la nostra prospettiva d'analisi oltre i confini della diade relazionale e dei fattori causali primari, acquisiamo consapevolezza del fatto che la resilienza è inserita in una fitta rete di relazioni e di esperienze che si dipanano nel corso dell'esistenza individuale e attraverso diverse generazioni.

Per comprendere la resilienza inserendola in un contesto sociale temporale è indispensabile assumere una duplice prospettiva d’analisi, ecologica ed evolutiva.

Prospettiva ecologica

La prospettiva ecologica prende in considerazione le molteplici sfere d'influenza in termini di rischio e di resilienza nel corso dell'intera esistenza. La famiglia, il gruppo dei pari, l’ambito scolastico o lavorativo e i sistemi sociali più inclusivi possono essere visti come un complesso concentrico di contesti in cui si dispiegano le varie competenze sociali (Bronfenbrenner, 1979). Anche Rutter (1987) ha sottolineato che, per comprendere e promuovere la resilienza e i meccanismi protettivi, dobbiamo prestare attenzione alle interazioni tra quanto accade all'interno delle famiglie e il clima politico, economico, sociale ed etnico in cui gli individui e le loro famiglie soccombono o prosperano.

Prospettiva evolutiva

Più che una serie di tratti mutabili, i processi di coping e di adattamento implicano una pluralità di processi che variano nel corso del tempo. La maggior parte delle forme che può assumere una condizione di stress non è riconducibile a una sollecitazione a breve termine connessa all’azione di un'unica fonte di stimolazione, bensì a un insieme complesso di condizioni mutevoli, con una storia pregressa e una proiezione temporale nel futuro. Data questa complessità temporale, nessuna risposta di coping è la più efficace in assoluto. È più importante possedere una varietà di strategie di coping per affrontare diverse situazioni difficili nel momento in cui si presentano. La capacità di scegliere fra alternative d'azione praticabili definisce un aspetto determinante della resilienza. Di conseguenza, una prospettiva centrata sul ciclo di vita evolutivo dei singoli individui e delle famiglie è essenziale per comprendere il fenomeno della resilienza; variabili di questo tipo sottolineano la natura dinamica della resilienza nel corso del tempo:

  • La resilienza non può essere accertata una volta per tutte sulla base di una rapida istantanea delle primissime interazioni. Se ci limitiamo a considerare la continuità assumendo una prospettiva di osservazione nel breve periodo, non riusciremo a cogliere il fatto che le persone sono organismi in evoluzione i cui cicli vitali disegnano traiettorie flessibili e complesse (Falicov, 1988).
  • Un adattamento che funziona bene in un particolare momento dello sviluppo potrebbe non essere altrettanto vantaggioso in seguito, di fronte a richieste evolutive diverse. Anche le differenze di genere costituiscono elementi di vulnerabilità in periodi diversi dello sviluppo (Werner, Smith, 1982).

Lo studio longitudinale condotto da Werner e Smith (1982, 1992) su alcuni bambini resilienti offre una prova importante a conferma di una visione interazionale complessa della resilienza, che implica l'azione di una serie di fattori protettivi di natura interna ed esterna nel corso del tempo; alcune conclusioni dello studio:

  • Differenze di genere: tra i soggetti che riescono ad affrontare con successo le avversità, indipendentemente dalla fascia di età considerata, le femmine sono più dei maschi. Potremmo ipotizzare l'esistenza e l'influenza di un processo di socializzazione differenziale (legato all’appartenenza di genere) nella ricerca e nel mantenimento di relazioni supportive; le femmine sono educate a essere più accomodanti e più orientate alla relazione, mentre ai maschi si insegna a essere forti e indipendenti nella vita. Inoltre, proprio a causa di un ambiente familiare problematico, spesso le competenze delle bambine si formano a partire da una precoce responsabilizzazione verso l'esecuzione dei compiti domestici e l’accudimento dei fratelli e delle sorelle più piccoli.
  • Il risultato più importante è stato che la resilienza poteva emergere in un qualsiasi momento della vita: eventi inattesi e nuove relazioni possono interrompere una catena di eventi negativi e agire da catalizzatori per una nuova evoluzione.

La resilienza familiare

L'espressione “resilienza familiare” si riferisce a un insieme di strategie di coping e di processi di adattamento che intervengono in seno alla famiglia intesa come unità funzionale. L'adozione di un'ottica sistemica consente di comprendere in che modo le dinamiche familiari modulino lo stress, permettendo alle famiglie e ai singoli componenti di affrontare le crisi e superare situazioni di disagio prolungate. Non è solo il bambino a essere vulnerabile o resiliente, ancor prima è il sistema familiare a influenzare l'assetto definitivo. Il modo in cui una famiglia affronta e gestisce un'esperienza perturbante, contiene i livelli di stress, si riorganizza in maniera adeguata e prosegue la sua vita influenza i processi di adattamento immediati e nel lungo periodo di tutti i componenti nonché la reale sopravvivenza e il benessere dell'intero nucleo familiare.

Dal vincolo alla risorsa

Fino ad ora l'ottica di analisi era quella del modello del deficit, secondo cui la famiglia è un fattore di innesco o di mantenimento di quasi tutte le problematiche evidenti nel funzionamento dei singoli individui.

Oltre il mito della famiglia “normale”

I concetti di normalità e salute sono costrutti sociali che influenzano la valutazione clinica e la definizione degli obiettivi terapeutici utili alla reintegrazione di un funzionamento familiare sano. L'idea di una famiglia cosiddetta “normale” sta essenzialmente nello sguardo dell’osservatore. Due rappresentazioni mitiche della famiglia “normale” hanno perpetuato una concezione desolante della maggior parte delle famiglie:

  • Uno di questi miti consiste nell’idea per cui le famiglie sane sono quelle in cui non esistono problemi. Sulla scorta del modello medico, la salute è stata definita clinicamente come assenza di problemi. Questo, però, non ci dice nulla su quali siano gli apporti positivi che concorrono a definire un funzionamento sano. Nessuna famiglia è immune da difficoltà. Ciò che caratterizza le famiglie sane non è l’assenza di difficoltà o di sofferenze, quanto piuttosto la loro capacità di affrontarle e di risolvere i problemi.
  • Il secondo mito si annida nella convinzione che una rappresentazione idealizzata della famiglia tradizionale sia essenziale per uno sviluppo sano dei figli. Come conseguenza dell’imponente mutamento sociale ed economico occorso negli ultimi decenni, le rappresentazioni nostalgiche di un passato più semplice sono comprensibili, ma prive di qualsiasi aderenza con la complessità delle configurazioni familiari, dei valori e delle difficoltà di un mondo che cambia. Le famiglie possono rappresentare contesti positivi di crescita indipendentemente dalla particolare configurazione che le caratterizza. La presenza di dinamiche familiari positive ha un peso maggiore ai fini di un funzionamento sano e della capacità di resilienza.

La risorse nelle famiglie in crisi

Negli ultimi decenni, la teoria e la pratica dei terapeuti familiari di orientamento sistemico hanno progressivamente abbandonato il paradigma basato sul deficit e assunto un paradigma orientato alle risorse. Questo approccio cerca di comprendere in che modo le famiglie, nella loro diversità, possano sopravvivere e rigenerarsi anche in condizioni di estremo disagio.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ireneluparini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Normalità e patologia nelle relazioni familiari e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Santona Alessandra Maria Roberta.
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