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possiamo prendere due scuole a campione: una con forti problemi e l'altra con

difficoltà minime. Oppure individuarne 3: una con difficoltà forti, una con

difficoltà medie e la terza con casi sporadici. In modo da avere una gamma di

possibili situazioni)

il campionamento per quote è usato per oggetti che abbiano un'ampia varietà

 di stati. Si divide quindi la popolazione in tanti sottogruppi quante sono le

caratteristiche che vogliamo studiare e ciascun sottogruppo è generalmente

rappresentato nel campione con la rispettiva proporzione che ha nell'universo.

nel caso emblematico possono ricadere almeno tre classi di casi: il caso medio

 (ad esempio il tipico ospedale di provincia), il caso di eccellenza (una nota

fabbrica automobilistica) oppure il caso emergente o d'avanguardia. Anche la

scelta di famiglie tipiche piuttosto che statisticamente rappresentative potrebbe

essere un tipo di caso emblematico.

il campionamento a valanga consiste nell’identificare alcuni soggetti, dotati

 delle caratteristiche richieste e attraverso loro risalire ad altri soggetti

possessori delle medesime caratteristiche. Un esempio fu la ricerca di Whyte

che attraverso un ragazzo in carico presso un servizio sociale, l'autore entrò

gradualmente in contatto con la sua rete di relazioni, gli abitanti e gruppi del

quartiere.

Data la sua natura a spirale il processo di campionamento può avvenire più volte

all'interno della ricerca: in altre parole il campione cambia in funzione dei concetti e

delle proprietà che il ricercatore vuole documentare, delle ipotesi che decide di

controllare e anche degli eventi inaspettati.

3.9 Tipi di partecipazione grado di coinvolgimento

L'etnografo si può inserire in un gruppo o in un'organizzazione in diversi modi: può

partecipare saltuariamente alla vita della comunità o diventare un assiduo

frequentatore. Spradley ne ha individuati 5:

partecipazione completa con coinvolgimento alto

 partecipazione attiva un coinvolgimento medio alto

 partecipazione moderata con coinvolgimento medio basso

 partecipazione passiva con coinvolgimento basso

 non partecipazione con nessun coinvolgimento

L'osservazione etnografica si divide in non partecipante e partecipante. L'osservazione

non partecipante prescrive il non coinvolgimento diretto del ricercatore, il quale

osserverà le azioni degli attori lontano dal loro orizzonte visivo. L'osservazione

partecipante si declina in quattro diversi gradi di partecipazione e coinvolgimento. Il

livello minimo è rappresentato della partecipazione passiva, in cui l'etnografo

partecipa come spettatore alla scena che studia, rimanendo a una certa distanza e

senza mai intervenire. La maggior parte degli studi etnografici si caratterizza per una

partecipazione moderata, dove il ricercatore assume una posizione intermedia tra

l’essere a tutti gli effetti un membro del gruppo e l'essere totalmente estraneo. Nella

partecipazione attiva l’etnografo non si accontenta di osservare e partecipare

marginalmente, ma entra attivamente nelle attività quotidiane degli attori sociali. Il

più alto grado di coinvolgimento si ha nella partecipazione completa, dove l’etnografo

vive con i soggetti che studia e tende ad assumere il ruolo prestabilito al quale

difficilmente potrà sottrarsi nel corso della ricerca. La lettura metodologica richiede al

ricercatore la capacità di mantenere un equilibrio tra partecipazione e osservazione,

tra coinvolgimento e distacco.

3.10 Tipi di osservazione

Mentre la partecipazione e il coinvolgimento riguardano l'atteggiamento e la posizione

del ricercatore, l'osservazione si riferisce agli attori, ovvero alla percezione e alla

conoscenza che essi hanno dei ricercatori.

osservazione coperta, si tratta di quella situazione in cui gli attori sono

 all'oscuro dell'identità del ricercatore e degli scopi della ricerca. Egli agisce in

incognito. Nonostante nella pratica etnografica questo tipo di osservazione sia

largamente minoritaria, è stata contemplata in alcuni casi molto illustri. Questa

osservazione presenta alcuni vantaggi e svantaggi. Solitamente l'osservazione

coperta viene presa in considerazione quando si ritiene che la presenza del

ricercatore possa modificare pesantemente il comportamento degli attori. Un

secondo vantaggio consiste nell'evitare la negoziazione dell’accesso al

campo: senza intermediari, garanti o guardiani. Gli svantaggi sono molti: si

corre il rischio di essere scoperti e assimilati a una spia con conseguenze

imbarazzanti; secondo risulta faticoso rimanere all'altezza delle esigenze

organizzative per cui l’assentarsi richiede l'esibizione di documenti giustificativi;

egli è costretto nel ruolo assegnatogli dal gruppo e dall’organizzazione,

procurandogli scarse possibilità di mobilità cognitiva utile per osservare altri

luoghi e altre relazioni sociali. Inoltre, si alza un problema etico molto

complicato; gli attori hanno il diritto alla propria privacy e di sapere con chi

stanno parlando, per decidere se fornire o meno il proprio contributo alla

ricerca. Il ricercatore non è un poliziotto o un investigatore, il suo codice

professionale non lo giustifica all'inganno o al tradimento della buona fede dei

suoi interlocutori.

nell'osservazione semicoperta alcuni membri sono a conoscenza dell'identità

 dell’etnografo.

l'osservazione scoperta è la più diffusa. I vantaggi e gli svantaggi della modalità

 sono speculari a quella coperta. Un primo problema che dell'osservazione

scoperta che l’etnografo si trova ad affrontare è quello di ottenere il permesso

di compiere osservazioni nel luogo prescelto. L'ottenimento del permesso

richiede spesso un grande investimento di tempo ed energie al fine di

persuadere gli intermediari. Un vantaggio invece deriva dal fatto che il

ricercatore non svolge una mansione particolare per cui la sua attività

osservativa gode di una maggiore libertà. Essendo la sua identità nota,

all'etnografo potrà capitare di incorrere nei tentativi di manipolazione

strumentale da parte dei diversi attori che lo potrebbero coinvolgere in alcune

azioni di arbitrariato.

Parte seconda - La raccolta delle informazioni

4. Il campo

L'accesso al campo si presenta come la fase più difficile di una ricerca etnografica. A

differenza di altri tipi di indagine in cui il ricercatore visita per poche ore

l'organizzazione, il gruppo e l'individuo, nella ricerca etnografica si richiede una

maggiore disponibilità al soggetto studiato. In primo luogo, bisogna avere quindi

l'accesso al numero delle organizzazioni e dei gruppi con cui è possibile iniziare la

ricerca e in secondo luogo il ricercatore dovrà dedicare tempo ed energie per poter

ottenere il consenso e la fiducia degli interlocutori. Cassell ha classificato le strategie

di accesso al campo in due fasi: il “gettin in” ovvero l'accesso al luogo fisico e il

“getting on”, l'accesso sociale.

4.1 Le politiche dell'accesso

Un manuale di metodologia non è in grado di descrivere la fenomenologia delle

strategie di accesso al campo, queste sono frutto anche della situazione in cui si trova

l'indagine e della creatività del ricercatore.

La prima considerazione riguarda il tipo di osservazione, cioè se condurre una ricerca

dissimulata oppure palese. Qualora si scegliesse il primo tipo, le strategie per

accedere al campo sono diverse a seconda del tipo di soggetto studiato e del grado di

accessibilità. Nel caso di organizzazioni lavorative la tendenza è quella di farsi

assumere come dipendente o consulente anche se il principale svantaggio richiede

nella scarsa capacità contrattuale del ricercatore, cioè è l'organizzatore a scegliere il

ricercatore e non il contrario. Se l'obiettivo è entrare in un gruppo, le modalità

cambiano in base ai gradi di chiusura o di apertura, il ricercatore seguirà i tradizionali

canali di reclutamento. Con l'osservazione palese invece bisogna utilizzare strategie

diverse. Innanzitutto, bisogna richiedere dall'inizio una fase di negoziazione con coloro

che verranno studiati. Inoltre, in questo corso di negoziazione si costruiscono l'identità

del ricercatore e quella del gruppo o organizzazione: il primo esibisce le proprie

credenziali scientifiche e la promessa di una condotta eticamente corretta; la seconda

richiede diverse garanzie per limitare l’intrusività del ricercatore, designare i suoi spazi

al fine di ridurre al minimo il peso che l'organizzazione del gruppo deve sopportare a

causa della sua presenza. Quindi vengono posti dei patti in modo da stabilire una

cornice iniziale all'interno della quale collocare i reciproci obblighi e aspettative, anche

se questi possono essere modificati nel corso della ricerca quando le difese

psicologiche e le diffidenze si alleneranno. All'interno della varietà dei soggetti che

l'etnografo incontra nel corso della ricerca, si possono individuare quattro figure

tipiche: l'intermediario, il garante, il custode e l'informatore. Le prime due svolgono un

ruolo importante soprattutto nell’accesso fisico nell'organizzazione, la terza e la quarta

acquistano un maggiore rilievo nella fase di accesso sociale. L'intermediario può

essere definito come colui che crea il contatto e quindi che mette in comunicazione il

ricercatore con alcuni membri dell'organizzazione o del gruppo. Gli intermediari sono

figure centrali per l'inizio di una ricerca che a volte, senza il loro apporto, non potrebbe

mai aver luogo. Il garante è colui che mette in relazione l’etnografo con il gruppo o

l'organizzazione. A differenza del primo, egli è una persona che appartiene al gruppo e

gode della fiducia dei suoi membri. Nelle comunità locali e nei gruppi informali il

garante è solitamente un leader, una persona autorevole o un professionista stimato.

Per ottenere la collaborazione degli attori sociali l'etnografo deve riuscire a creare un

consenso sul suo progetto conoscitivo e creare con loro un rapporto di fiducia. Può

quindi capitare di dover superare il severo esame dei custodi, coloro che controllano

territorialmente un'organizzazione o un gruppo. I custodi sono soggetti che fanno

parte della cultura osservata dall’etnografo e che rivestono un ruolo di primaria

importanza. Nonostante le rassicurazioni del garante, essi sono strutturalmente

preoccupati che la ricerca possa danneggiare l'immagine dell'organizzazione e che la

presenza del ricercatore possa modificare i rapporti interni. L'etnografo deve quindi

dedicare particolare attenzione a questa figura.

4.2I ruoli e l’identità del ricercatore

Qualunque cosa faccia all'interno del gruppo dell'organizzazione, l'etnografo è

costretto ad assumere un ruolo con cui verrà identificato dagli attori sociali e la sua

presenza avrà un senso all'interno della comunità. Nell'attribuzione dei ruoli e

dell'identità il ricercatore può intervenire soltanto parzialmente poiché gli attori sociali

modificano creativamente le informazioni che ricevono. I ruoli e le identità del

ricercatore sono quindi costruiti continuamente durante il processo di ricerca, al di là

delle intenzioni e degli sforzi dell’etnografo stesso. La presenza delle etnografe in una

ricerca con osservazione palese è quasi sempre intrusiva nel senso che produce

imbarazzo, disagio e allarmi nella comunità degli attori sociali. L'intimità e le

conseguenti attività dei soggetti osservati variano però da gruppo a gruppo, da

organizzazione a organizzazione, a seconda del grado di apertura della comunità

ospitante. La presenza costante del ricercatore non deve essere considerata come un

limite dell'osservazione ma una sua caratteristica costitutiva, con naturata

all'osservazione stessa. L'etnografo non scambia soltanto informazioni con gli attori

sociali, non raccoglie soltanto informazioni ma anche istruzioni per coordinare la sua

interazione nei loro confronti. Infatti, nel mondo sociale non c'è spazio per descrivere

semplicemente qualcosa, ma le descrizioni influenzano simultaneamente le relazioni

sociali, dando luogo a valutazioni morali, producendo conseguenze politiche, etiche e

sociali. Accettando questa prospettiva l'obiettivo dei ricercatori non è quello di

modificare il meno possibile Il campo di osservazione, ma di attivare buone strategie

per comprendere il meglio possibile.

4.3 La permanenza sul campo

Passare dalla situazione iniziale di accesso a quella di permanenza non rappresenta

una semplice sequenza temporale lineare. La comprensione non procede linearmente,

ma per basi, per salti cognitivi che ristrutturano in modo nuovo le conoscenze finora

acquisite. Per questo motivo l'etnografo dovrebbe ottimizzare le prime settimane di

presenza sul campo in cui egli è ancora trattato come l'estraneo, al fine di dedicare

questo tempo totalmente alla ricerca, principalmente all'osservazione e alla raccolta di

note etnografiche. Passate le prime settimane i suoi schemi cognitivi cominceranno ad

adeguarsi a quegli degli attori sociali.

Oltre all’intermediario, al garante e al custode, l'etnografo durante la sua ricerca

incontra un'altra figura: l'informatore, colui che incontra sul campo, poiché sono

soggetti che l'etnografo scopre durante la sua ricerca. Gli informatori sono figure vitali

per il ricercatore in quanto gli permettono di accelerare la comprensione della cultura

del gruppo e dell'organizzazione. Per il ricercatore costruire una rete di rapporti con

persone fidate è fondamentale, poiché lo aiutino a cogliere il significato di azioni,

parole e simboli. Tutti i membri di una comunità possono divenire informatori: i leader,

i dirigenti o coloro che hanno un ruolo che prevede una visione di insieme; ma allo

stesso tempo i migliori informatori possono essere le persone marginali che vedono

nell'interazione con i ricercatori un'occasione di ascolto e sostegno. Bisogna comunque

però sempre mantenere l'occhio vigile e non stabilire rapporti privilegiati solo con

alcuni informatori poiché si rischia di scavalcare alcune determinate posizioni e schemi

cognitivi, o d'entrare in contrasto con altri membri della comunità. Un'insidia presente

nel lavoro dell’etnografo è considerare la memoria dell'informatore come se fosse un

magazzino, una sorta di schedario a cui attingere a piacimento. Questo è il modello di

memoria che ha finora prevalso all'interno della psicologia cognitiva. Bisogna però

ricordarsi che il ricordo si sviluppa nella testa di ognuno, quindi può rappresentare

punti di vista differenti e non sempre veritieri.

Di tutte le relazioni trattate in precedenza quella con gli attori sociali è forse la più

importante: non solo per la frequenza con cui si svolge ma anche perché da essa

dipendono la qualità e la quantità delle informazioni che l’etnografo riesce a

raccogliere. Nel corso della ricerca il ricercatore deve affrontare diverse situazioni

problematiche, alcune specifiche dell'ambiente studiato che richiedono soluzioni ben

preparate, altre invece che si ripetono periodicamente in diverse ricerche. Le emozioni

sono risorse fondamentali per comprendere e apprendere. L'empatia è una di queste,

che può allo stesso tempo rappresentare un ostacolo alla comprensione di alcuni

aspetti della cultura di un gruppo di un'organizzazione. L'eccessiva empatia può

comportare il rischio di identificarsi troppo con gli attori studiati. Molto spesso invece

ci si trova nella situazione di doversi destreggiare tra gruppi rivali o in conflitto e

ricevere esplicite richieste di arbitrariato. L'etnografo si trova quindi ad assumere

diverse identità tra cui il consulente, il terapeuta e l'esperto. Solitamente la strategia

migliore è non fare quello che gli attori solitamente fanno come dire la propria

opinione, intervenire e reagire alle offese; l’etnografo dovrebbe quindi fare da specchio

alle domande degli attori, portandoli a risolvere i problemi da soli. Ovviamente

possono esserci successi ma anche insuccessi: la relazione tra etnografo attore può

inclinarsi per effetto anche di fattori esterni, che esulano dalla responsabilità

dell’etnografo stesso, oppure per colpa di alcune problematiche sviluppatesi durante

la ricerca.

5. Osservare

Quando rivolgiamo la nostra attenzione a una scena siamo tentati di registrare tutto

quello che vediamo. L'entusiasmo è forte quindi per evitare questo normale stato di

disagio, sin dall'inizio conviene restringere il campo osservativo. Prima di iniziare le

indagini è opportuno, dunque, che l'etnografo decida non soltanto cosa osservare ma

anche come farlo.

5.1 Come osservare: tecniche di estraneazione

Ci sono due modi di porsi di fronte all’argomento di studio: un modo è quello di

scoprire le cose cercandole per il mondo in posti diversi, un altro è quello di modificare

il nostro modo di guardare il mondo per scoprirle. Modificare il nostro modo di

guardare significa passare dall'atteggiamento dell'attore che osserva la scena a quello

del ricercatore che si pone il compito di denaturalizzare il mondo sociale che indaga.

L'atteggiamento cognitivo più appropriato è quello che Schutz ha definito

dell'estraneo. L'estraneo ignorando molti aspetti della cultura del gruppo a cui tenta di

accedere, cerca di capirne le convenzioni per agire come membro competente.

Inizialmente dà poche cose per scontate e ha le capacità di accorgersi di particolari

che agli occhi dei membri appaiono banali e irrilevanti. Sorge quindi l'esigenza di

inventare uno stile che sorregga il ricercatore nel mantenere il più a lungo possibile

questo atteggiamento de-naturalizzante che chiamiamo il “metodo dello straniero”.

Esso costituisce uno strumento particolarmente appropriato per esplorare le

competenze di una cultura che tutti apprendono senza che si sia mai stata insegnata.

Comportarsi da estraneo durante la ricerca significa sospendere continuamente

l'atteggiamento naturale. Per fare ciò si ricorre a tecniche di estraniazione che altro

non sono che modi pratici per sospendere l'atteggiamento naturale e forzare

l’etnografo a vedere nei fatti sociali degli insiemi di attività. Ovviamente questi sono

atti che l'etnografo può impiegare solo raramente nel corso della ricerca, altrimenti

rischia di deteriorare il rapporto con i membri della comunità. Si possono adottare

quindi due strategie complementari per decostruire la scena e rendere estranee le

cose familiari: una mentale e una pratica. La prima prevede il rovesciamento mentale

delle situazioni con diversi strumenti cognitivi, tra cui l'uso dell’impostazione delle

frasi come il “se” o il “perché” domandandoci spesso il perché di una determinata

azione. La seconda strategia consiste nell'osservare soggetti culturalmente e

organizzativamente marginali, cioè coloro che cercano di farsi accettare dal gruppo

della comunità. Le loro pratiche di accesso assomigliano alle azioni di disvelamento

dell’etnografo, con l'importante differenza che le loro sono azioni spontanee. Esistono

almeno quattro tipi di soggetti marginali: gli stranieri, i novizi, i pesci fuor d'acqua

culturali, i disturbatori culturali.

Gli stranieri, appunto sono i personaggi immigrati che si sono integrati in

 organizzazioni, istituzioni e gruppi sociali sparsi sul territorio nazionale.

I novizi sono un altro tipo di attore particolarmente interessante, sono coloro

 che stanno imparando una professione, cioè gli apprendisti o i tirocinanti che

hanno da poco acquisito un nuovo status. Entrambe le categorie necessitano di

un addestramento per acquisire l'atteggiamento naturale, cioè gli schemi

cognitivi e le competenze comunicative per interagire con l'ambiente. Le loro

difficoltà di inserimento rappresentano un campionamento di estrema

importanza per il ricercatore

I pesci fuor d'acqua colturali sono coloro che cercano con o senza successo di

 farsi accettare.

Per disturbatori culturali intendiamo persone che sono state riconosciute

 difettose in una certa area della vita sociale e che sono considerati incapaci di

svolgere alcuni tra i compiti richiesti al membro adulto, normale e naturale della

società (i bambini, i malati o ritardati di mente e alcuni tipi di criminali).

Quando entra in un'organizzazione o in un gruppo, l'etnografo dovrebbe cercare di

individuare subito questi attori marginali, in quanto essi rappresentano una fonte

inesauribile di informazioni. Inoltre, la comprensione di una cultura non si basa

solamente sull'osservazione distaccata, bisogna entrare nella posizione di dover fare

delle cose. Ci sono ovviamente molti modi per fare delle cose senza per questo

diventare un partecipante non osservatore e perdere quindi la necessaria distanza.

5.2 Cosa osservare

L’etnografo dovrebbe rivolgere la sua attenzione a tre aspetti simultaneamente

presenti nelle scienze sociali: le strutture sociali, le interpretazioni/spiegazioni dei

partecipanti e il contesto sociale.

Per strutture sociali intendiamo principalmente le convenzioni che non sono osservabili

direttamente ma si materializzano nei rituali e nei cerimoniali degli attori, nelle loro

pratiche sociali (la routine) che non fanno altro che produrre e riprodurre la cultura del

gruppo dell'organizzazione. Le pratiche sociali sono costituite da piccole azioni, da

cerimoniali banali e superflui che giorno dopo giorno sostengono e a volte modificano

l'organizzazione. Proprio per questo l'etnografo non dovrebbe trascurare i dettagli che

a volte si rivelano la chiave di volta della comprensione. I rituali e i cerimoniali

rappresentano l'angolatura privilegiata per scoprire le convenzioni e le strutture

sociali. I rituali costituiscono l'essenza della società, forniscono agli attori il senso del

loro agire e ne scandiscono la vita sociale interiore.

Per comprendere, l'etnografo deve ascoltare i discorsi pronunciati dagli attori mentre

interagiscono. Non è un caso che la maggior parte delle azioni sociali sia preceduta,

accompagnata oppure seguita da commenti. Anzi i commenti sono parte dell'azione

stessa. Se il linguaggio è una forma di azione allora i discorsi producono e riproducono

la struttura sociale oltre ad aiutarci a comprendere l'azione. I commenti degli attori

spiegano e descrivono il senso dell'azione; non sono indipendenti o separati dalle

pratiche sociali in cui vengono pronunciati. Le conversazioni hanno inoltre un'altra

particolarità, quella di riprodurre l'organizzazione. I discorsi permettono di risalire alle

interpretazioni dei partecipanti, cioè alla cornice sociale formata dai significati che essi

reciprocamente attribuiscono alle loro azioni. In altri termini alle loro strutture di

senso. Il linguaggio rappresenta l'osservatorio privilegiato per penetrare sia

l'interpretazione sia l'azione degli attori sociali.

Per essere pienamente comprese le azioni e il discorso necessitano di una terza

dimensione, il contesto. Le pratiche sociali sono sempre pratiche situate, si muovono

all'interno di una situazione organizzata, in cui sono presenti diverse risorse e vincoli

per l'azione. Trascurare queste restrizioni può portare il ricercatore a fraintendere il

senso delle pratiche osservate. Considerare il contesto significa soprattutto osservare

lo spazio fisico, rappresentato principalmente dagli arredi e dagli artefatti disponibili,

all'interno del quale le azioni sono inserite. Quindi la locazione dello spazio a seconda

delle categorie professionali predetermina la qualità e la quantità delle interazioni in

quella struttura psichiatrica. L'osservazione del contesto spaziale aiuta a trovare

spiegazioni più squisitamente sociologiche dei comportamenti umani riducendo il ruolo

tradizionalmente assegnato all’intenzionalità dell'agire. Gli artefatti contribuiscono a

fornire le risorse e i vincoli per l'azione, in una società ad alta tecnologia le interazioni

sono sempre più intermediate da artefatti. In un ambiente disponiamo solitamente di

tre tipi di artefatti: artefatti tecnologici ovvero quegli strumenti che eseguono,

potenziano o integrano diverse azioni fisiche; gli artefatti cognitivi che sono sistemi

artificiali che conservano ed elaborano informazioni utili per i ragionamenti e le

decisioni degli attori; gli artefatti organizzativi che potenziano la capacità umana di

previsione e pianificazione, che consente di distribuire nel tempo e nello spazio azioni

diverse così da produrre attività complesse che mostrano coordinamento e coerenza

interni. A tal fine è utile che l'etnografo scatti delle foto, si procuri delle piantine

oppure tracci degli schizzi e disegni del luogo studiato per riflettere sulla natura

situata delle interazioni e trasmettere al lettore un assaggio del luogo osservato.

I rituali, i discorsi e lo spazio sono i referenti elementari della pratica osservativa, ma

l’etnografo può anche focalizzarsi sulla prossemica, sulle relazioni, sui documenti

dell'istituzione eccetera. Esistono anche altri contesti, come per esempio il contesto

sociale, rintracciabile nell'organigramma del personale con le relative funzioni e

compiti che limita il raggio d'azione dei partecipanti; oppure il contesto normativo dei

regolamenti, delle leggi, dei contratti di lavoro etc.

6. L’intervista etnografica

Oltre all'osservazione, si può anche ricorrere ad altri metodi con l'obiettivo di chiarire

aspetti non sempre completamente comprensibili. Si possono quindi condurre delle

interviste, raccogliere, analizzare dei documenti prodotti dall’organizzazione oppure

trascrivere le conversazioni quotidiane e gli scambi verbali che intercorrono fra gli

attori. L'intervista discorsiva e la documentazione sono due metodi che

frequentemente vengono usati dagli etnografi.

6.1 L'intervista discorsiva in un contesto etnografico

Con il termine intervista etnografica si intende un tipo particolare di intervista

discorsiva che l'etnografo realizza sul campo, nel corso della sua indagine. Attraverso

essa egli si propone di scoprire i significati culturali che gli attori usano e di

approfondire aspetti della cultura osservata che non gli sono del tutto chiari. Le

interviste etnografiche si differenziano per diversi aspetti dalle interviste discorsive

classiche. Innanzitutto, l'intervistatore e l'intervistato si conoscono già e hanno avuto

modo di conversare in precedenza. Questo contribuisce a creare un clima e una

situazione emotiva diversi. Secondo luogo le interviste non sono necessariamente

programmate per tempo, ma possono svolgersi all'improvviso, nel corso

dell'osservazione partecipante. L'intervistatore può inoltrare poche e brevi domande, a

seguito di una scena osservata, per capire i motivi di una certa reazione o i significati

di un determinato atto o gesto; oppure l'intervista può essere svolta all'inizio di una

ricerca, utilizzata come strategia per essere accettati o può servire per rompere il

ghiaccio e instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione.

6.2 Possibilità e limiti dell’intervista

L’intervista etnografica può essere di grande aiuto al ricercatore, soprattutto nella fase

intermedia dell'indagine, quando l'etnografo gradualmente inizia ad acquisire gli

schemi mentali degli attori e a riconoscere il significato dei rituali e dei loro

comportamenti, oppure nella fase della convalida da parte degli attori. Nella prima

fase della ricerca invece è preferibile che egli si concentri esclusivamente

sull'osservazione per non sembrare aggressivo agli occhi degli attori sociali e non

essere fermato dai limiti intrinsechi dell'intervista. Il primo limite riguarda il divario tra

lo stato dichiarato nell'intervista e lo stato effettivo. Esso richiama il problema della

fedeltà dei dati. La distanza tra questi stati risulta ragguardevole quando gli

intervistati non sono consapevoli dei motivi delle origini, degli aspetti più banali della

routine, degli aspetti delle loro azioni. Il secondo limite dell'intervista nasce dal divario

tra gli interessi cognitivi e pratici dei ricercatori e quelli dei soggetti intervistati. A volte

le domande dello scienziato hanno obiettivi poco comprensibili per gli attori sociali,

per cui le loro risposte manifestano una certa sorpresa e/o imbarazzo oppure

tradiscono una sorta di canzonatura nei confronti dell’etnografo, visto come un

personaggio strano.

6.3 La conduzione dell’intervista

La ricerca delle persone da intervistare può venire in due diversi modi, contattando i

soggetti in quanto partecipanti di una precisa scena osservata dell’etnografo oppure in

quanto membri della comunità oggetto di studio. Nel secondo caso si può procedere a

campionamenti più o meno sofisticati a seconda delle esigenze della ricerca. Al fine di

ridurre l'impulsività del ricercatore, nella ricerca etnografica i luoghi dove vengono

realizzate le interviste sono i più disparati, dal momento che è importante adattarsi ai

ritmi quotidiani degli attori sociali. Quindi si possono anche avere luoghi come

momenti del pranzo, momenti del lavaggio dei panni, al lavoro nei campi ecc. Un'altra

accortezza consiste nel rendere ciascun compito cognitivo veicolato dalla domanda il

meno estranea possibile all'intervistato. Eccezione che per alcune categorie

professionali, le interviste devono essere un'interazione poco diversa dalle normali

attività quotidiane. Quando è possibile si cerca di registrare l'intervista con il

magnetofono, non solo per l'indubbio vantaggio di poter ottenere un documento

fedele ma anche per l'eliminazione della trascrizione degli appunti e quindi una

maggiore attenzione al discorso. La richiesta della registrazione deve essere fatta

repentinamente, con disinvoltura, come se fosse la cosa più naturale del mondo al fine

di poter avere sempre una risposta positiva. Attorno a una domanda principale, si

possono infatti sviluppare diverse domande aggiuntive che possono essere rivolte

senza temere di interrompere l'interlocutore e che hanno diverse funzioni, come

incoraggiare l'intervistato, allentare le sue difese, aiutarlo ad essere più chiaro,

controllare la corretta interpretazione ecc... Le domande suppletive possono essere

verbali, paraverbali (come ah,mmh) oppure non verbali, cioè espressioni corporee

come cenni del capo o sorrisi. Ci sono anche altri tipi di suppletive, come una

riformulazione della domanda, un commento che manifesta partecipazione e interesse

al racconto, una ripetizione delle risposte per incoraggiare a proseguire la descrizione,

dei sommari con la funzione di interpretazione dell’etnografo, delle richieste di

chiarimenti con l'obiettivo di approfondire un argomento… Le domande devono essere

presentate in modo equilibrato, senza che la domanda contenga già un'opinione

oppure più opinioni che inducano una particolare risposta. Mentre si pongono le

domande è opportuno evitare l'uso di termini propri del gergo scientifico cercando di

appropriarsi al più presto del linguaggio dell'intervistato, riutilizzarlo con i suoi termini

nel corso dell'intervista.

7. I protocolli etnografici

Nella letteratura metodologica l'etnografia è spesso stata considerata un metodo poco

rigoroso, non sistematico e troppo sensibile alle inclinazioni dei ricercatori. Da tempo

però sono disponibili tecniche rigorose e sistematiche per la raccolta e l'analisi dei dati

anagrafici, che consentono di superare alcuni dei limiti storici di questo metodo.

7.1 Tre principi metodologici per preservare la variazione linguistica

Quando un antropologo conduce una ricerca etnografica in una società non

occidentale, egli viene immediatamente a contatto con differenze linguistiche

sorprendenti e il suo primo obiettivo è quello di imparare il linguaggio dei nativi.

Invece quando si conduce una ricerca nella propria società è facile trascurare le

differenze di linguaggio e quindi perdere indizi importanti dei significati culturali.

Spradley, un importante antropologo, invita a seguire tre criteri o principi che lo

guidino nella raccolta delle note etnografiche.

Le conversazioni, avute o ascoltate, non devono essere riepilogate nello scritto del

linguaggio dell’etnografo, poiché egli riduce la variabilità linguistica tra le diverse

categorie di attori, riproducendo il linguaggio misto. Oltre ad essere imprecise, le note

etnografiche spese in un linguaggio misto diventano inservibili a distanza di tempo.

Quando il ricercatore leggerà dopo qualche mese, non sarà più in grado di stabilire

relazioni tra le categorie dei parlanti contenuto dei discorsi, rischiando così di

introdurre gravi distorsioni durante l'analisi dei dati come ad esempio attribuire il

pensiero da una categoria sociale a un'altra. Conviene quindi scrivere su fogli diversi

vari colloqui e poi successivamente raggrupparli per categoria professionale.

Oltre a identificare i parlanti è opportuno registrare con precisione quello che si

dicono. Trascrivere fedelmente le parole usate dagli attori per descrivere, classificare,

commentare e giustificare un evento può essere utile per ricostruire significati

attribuiti alle azioni. I termini sono come dei ganci che ancorano un significato (un

concetto) e attraverso loro possiamo indagare gli schemi mentali e i modi di ragionare

degli attori sociali. Molto spesso il ricercatore si trova ad ascoltare termini a lui

familiari, che tenderà a trascurare poiché difficilmente li riconoscerà come termini del

codice comunicativo degli attori studiati, egli sicuramente starà più attento alle

espressioni strane o dialettali. Nel primo periodo di permanenza sul campo, quando

ancora le situazioni appaiono nuove, l'etnografo dovrebbe quindi appuntarsi anche

termini, frasi e modi di dire che all'apparenza non sembrano degni di attenzione.

Infatti, a distanza di tempo i termini inizialmente non particolarmente significativi

possono diventarlo nel corso della ricerca. Oppure possono riparare significati diversi

da quelli che egli presupponeva. Il ricercatore dovrebbe prestare attenzione alle

definizioni che gli attori proferiscono, cioè i casi in cui nelle frasi notiamo la presenza

del verbo essere. Solitamente il verbo essere compare per classificare un evento, cioè

stabilire un rapporto tra un termine e un concetto. La pratica di riformulare con parole

proprie le conversazioni ascoltate rischia di allontanare l’etnografo dall'obiettivo di

descrivere e dare risalto alla prospettiva dell'osservatore. Se non si possiede un

magnetofono oppure una videoregistrazione della scena, trascrivere esattamente

quello che viene detto non è facile, non solo perché dopo pochi minuti abbiamo già

dimenticato alcuni termini, ma anche perché in certe situazioni può non essere

possibile trascrivere subito. Si può scegliere un'altra strada, invece di appuntare le

conversazioni di oggetti a caso, si può esplicitare direttamente agli attori il desiderio di

prendere qualche appunto in loro presenza, magari rinforzando la richiesta con un

commento positivo.

La cultura di un gruppo di un'organizzazione si manifesta attraverso pratiche sociali

quotidiane: percepire e riconoscere queste pratiche richiede all’etnografo-membro-

della-società-che-studia uno sforzo cognitivo maggiore di quello solitamente richiesto

all’antropologo. Per descrivere accuratamente le attività degli attori il ricercatore

dovrebbe trascrivere i micro-eventi e le micro-azioni che compongono ciascuna pratica

sociale osservata.

7.2 Quattro tipi di note etnografiche

Dopo pochi giorni di permanenza sul campo, l'etnografo scrupoloso avrà già riempito

diverse pagine di appunti e note dopo aver seguito i tre principi indicati. In poco tempo

egli vedrà crescere il suo materiale e dopo qualche settimana comincerà ad assalirlo

un senso di smarrimento. Alcuni importanti etnografi consigliano di riporre tutto ciò in

quattro differenti sezioni, ciascuna delle quali contiene una particolare tipo di nota

etnografica: le note osservative, le note metodologiche, le note teoriche e le note

personali. Questa classificazione permette al ricercatore di ordinare per tempo le sue

osservazioni e riduce la complessità del lavoro.

Le note osservative sono descrizioni dettagliate di eventi e azioni viste e

 ascoltate direttamente dal ricercatore. La stesura delle note osservative segue

rigorosamente i tre principi elencati nel paragrafo precedente. Esse dovrebbero

quindi contenere il minor numero possibile di interpretazioni dei ricercatori, nel

senso che gli dovrebbe limitarsi a descrivere gli eventi nella loro essenzialità

fattuale, tralasciando l'uso di aggettivi qualificativi, cioè quelle parti del discorso

che determinano la qualità dei sostantivi. Inoltre, è opportuno che l’etnografo

stenda questo tipo di note durante l'osservazione o appena terminata la

sessione osservativa;

Le note metodologiche sono essenzialmente degli interrogativi e delle riflessioni

 su come porre rimedio alle difficoltà che sorgono sul campo. Questo tipo di note

può quindi includere domande a cui non sappiamo ancora dare una risposta così

come specifiche valutazioni, consigli e strategie per migliorare il metodo di

ricerca impiegato. Le note metodologiche rappresentano quindi un costante

feedback tra l’attività osservativa, il metodo impiegato e la relazione degli attori

studiati;

Le note teoriche rappresentano dei tentativi di sviluppare il significato teorico

 più generale di una o più note osservative. Esse segnalano elementi che

meritano un approfondimento ulteriore oppure invitano il ricercatore a

riconoscere nell'azione osservata un esempio empirico di un concetto, un'ipotesi

o una teoria sociologica. Questo tipo di note possono anche ricostruire come

siano cambiate nel corso del tempo le ipotesi dell’etnografo, le sue

interpretazioni e gli schemi cognitivi;

Le note personali o emotive sono una risorsa essenziale per la comprensione di

 alcune interpretazioni poiché esse vengono interpretate in base alle emozioni.

Le note emotive si propongono di catturare i sentimenti, le sensazioni e le

reazioni del ricercatore alle caratteristiche specifiche dell'evento osservato,

dovrebbero riporre gli esiti di una specie di autoanalisi. Le note emotive, che

rimangono materiali privati del ricercatore, aiutano ad essere consapevoli degli

stereotipi e dei pregiudizi, delle paure e delle credenze che l'etnografo può

nutrire nei confronti degli attori studiati. Se lette di seguito anche queste note

offrono al ricercatore le dimensioni del cambiamento emotivo avvenuto durante

il processo di ricerca.

Riassumiamo così la procedura di annotazione:

per le prime due o tre settimane dall'inizio della ricerca bisogna immergersi a

 tempo pieno nell'ambiente osservato, beneficiando “dell'atteggiamento

dell'estraneo” poiché dalla terza settimana questa sensibilità comincerà a declinare

rapidamente e l'ambiente incomincerà a diventare familiare;

scrivere di getto appunti e note su quello che viene osservato, le principali

 emozioni provate e le idee affiorate alla mente;

successivamente rileggere le note, ordinandole sintetizzandole in frasi brevi da

 collocare in quattro scatole virtuali: note osservative, metodologiche, emotive e

teoriche;

attrezzarsi a riservare uno spazio preciso alla stesura e all’organizzazione delle

 note, la quale può occupare un tempo pari a quello dedicato all'osservazione. Se

l'osservazione è molto coinvolgente, è preferibile alternare periodi di osservazioni e

periodi di stesura;

dopo qualche tempo, ispezionare nuovamente le note, cercando di arricchirle con

 riflessioni o nuovi particolari.

7.3 Statistiche etnografiche

La ricerca etnografica costruisce la sua base dati prevalentemente attraverso

l'osservazione e la stesura di note osservative. Tuttavia, nella raccolta delle

informazioni si può fruire anche dell'ausilio dell'intervista, della lettura di documenti e

della statistica. Diversamente dal metodo dell'inchiesta che persegue l'obiettivo della

misurazione, l'etnografia si propone di “contare”. Nei casi in cui si ricorre alla

quantificazione di un fenomeno, il conteggio concerne solitamente la rilevazione di

stati su proprietà discrete e numerabili. Il ricorso al conteggio permette quindi di

documentare con più precisione un'intuizione, una sensazione o una prima

impressione. Inoltre, offre la possibilità di controllare quanto sia rappresentativo

all'interno dell'organizzazione studiata, il fenomeno osservato.

Parte terza – L’analisi dei dati

8. L’analisi delle note etnografiche

8.1 Le tre fasi dell'analisi

Nella ricerca etnografica l'analisi dei dati non è semplicemente successiva alla raccolta

delle informazioni. Le due fasi non sono rigidamente separate ma rappresentano

processi strettamente intrecciati. Strauss e Corbin propongono una procedura per

l'analisi chiamata “coding dei dati” distinta in tre fasi progressive: decostruzione (open

coding), costruzione (axial coding), conferma (selective coding). È una procedura

sofisticata che permette di procedere in modo sistematico ed efficace. Inoltre, innesca

un processo a spirale in cui il campionamento, la raccolta e l’analisi si ripetono

progressivamente e in modo sempre più mirato. La decostruzione è una fase

esplorativa in cui si cercano sul campo dei concetti rilevati per spiegare un fenomeno

osservato. In questa fase l’etnografo procede in modo non sistematico e si pone in un

atteggiamento di ascolto, disposto a cambiare focus ogni volta che si presenta

un'azione o interazione degna di nota. Dopo aver soggiornato per un periodo nel luogo

di osservazione ed aver preso note etnografiche, egli inizia ad analizzarle. Esistono

due strategie per iniziare l'analisi: la stesura di una griglia concettuale per

“interrogare” le note etnografiche oppure la loro classificazione. La prima strategia

consiste nel l'uso di una griglia con un numero relativamente limitato di items a cui

rispondere con informazioni reperite nelle note etnografiche. Il suo vantaggio è quello

di semplificare l'analisi riducendo la complessità delle informazioni; il suo limite invece

è quello di perdere informazioni non direttamente collocabili nella griglia. La seconda

strategia prevede di ordinare le note etnografiche procedendo con una classificazione

in base al criterio di somiglianza e dissomiglianza, a ciascuna nota viene assegnata

un’etichetta che rimanda un concetto. La stessa nota può ricevere anche altre

etichette ed essere classificata più volte sotto diversi concetti. L'obiettivo è quello di

costruire gli eventi e le azioni osservate, segmentarli in una serie di concetti. Il

ricercatore può utilizzare nomi inventati, usare termini già presenti in letteratura o

adoperare termini già usati dagli attori. La prima alternativa è la preferibile perché

stimola la creatività dei ricercatori. Decostruire un insieme di note osservative significa

denaturalizzarle, cioè dissolvere la loro integrità spaziale e temporale. Attraverso la

classificazione il ricercatore spezza il fluire naturale delle azioni e degli eventi per

attribuire loro un nuovo senso. Nella seconda fase, quella costruttiva, si comincia a

riagganciare in modo originale i concetti sviluppati nella fase precedente con

l'obiettivo di comporre un primo quadro coerente secondo il modello di Strauss, Corbin

e altri studiosi. Questo metodo è composto da 5 aspetti: condizioni causali, condizioni

intervenienti, contesto, micro-azioni e conseguenze. In base ai risultati provvisori

emersi dall'analisi decostruttiva si procede a un secondo campionamento, mirato

soltanto verso i concetti che l'etnografo ha deciso di approfondire. La terza fase, la

conferma, si propone di documentare e controllare le ipotesi emerse dalla fase

costruttiva e ancorarle a una teoria. Quest'ultima fase si compone di due momenti di

analisi dei dati e rappresenta un processo di integrazione dei dati a un livello di

generalità più alto rispetto alle due fasi precedenti. Esso avviene seguendo una storia,

incentrata sul concetto principale e fatta da una decina di precisi asserti sulle relazioni

tra il concetto principale e i suoi indicatori. Tracciata la storia, l'etnografo ritorna sul

campo e procede all'ultimo campionamento dove raccoglie ulteriori informazioni utili a

controllare questi esperti. La distinzione tra queste tre fasi, la decostruttiva, la

costruttiva e la confermativa ha soltanto una valenza analitica, perché nel processo e

nelle varie fasi queste si possono intrecciare più volte e riproporsi anche al termine

della ricerca.

8.2 Il controllo delle ipotesi

A differenza dell’etnografia descrittiva classica, l'osservazione partecipante di

impostazione sociologica si nutre della necessità di costruire e documentare ipotesi.

Molti anni fa Becker e Geer hanno indicato un percorso per controllare le ipotesi:

Comparare l'ipotesi all'interno di gruppi diversi di soggetti;

 Assicurarsi che essa copra tutti gli eventi osservati che riteniamo rientrino

 nell'ipotesi;

Prestare massima attenzione ai casi devianti o eccezioni che non vengono

 adeguatamente spiegati dalle ipotesi;

Fare un controllo statistico per calcolare la dimensione dell’eccezionalità

Ad integrazione di questi suggerimenti, altri studiosi propongono di tastare la solidità

di un’ipotesi dapprima su un corpo ristretto di casi. Se essa non dovesse funzionare la

si ri-formula con l'obiettivo di recuperare i casi devianti e quindi aumentare

l'estensione dell’asserto. Il controllo delle ipotesi è un lavoro molto importante è molto

spesso complicato anche perché ci può essere il rischio che il ricercatore può compiere

nel riprodurre i propri pregiudizi e precomprensioni. Per scongiurare questa eventualità

gli può essere utile disseminare intenzionalmente il suo ragionamento di trappole

cognitive come ad esempio invertire cronologicamente i dati, applicare un codice

alternativo alle note etnografiche ecc...

9. Le politiche della validazione

Il ricercatore che voglia dialogare con la comunità scientifica di riferimento si pone il

problema del grado di corrispondenza tra le sue inferenze e il fenomeno sociale

osservato durante il periodo di permanenza sul campo. In questo quadro troviamo il

problema della correttezza e della vero-somiglianza delle osservazioni dell’etnografo

che si inseriscono in un orizzonte più ampio in cui il ruolo del ricercatore non è giocato

tanto dalla verità quanto dalla capacità di persuadere la sua audience. Il lavoro di

validazione si muove secondo due percorsi paralleli: da un lato l'etnografo articola il

suo discorso dialogando con i canoni metodologici all'interno della sua comunità

scientifica, dall'altra raccoglie e pubblica un insieme di riscontri ai suoi asserti.

Talmente relativo a questa tematica c'erano solo i concetti di attendibilità dello

strumento e validità del dato; con il tempo, essendo mutato il clima, questi concetti

appaiono ormai riduttivi, poiché non è sempre possibile accertare la validità del dato.

Invece dal momento che la validità è accertabile solo in alcuni casi, l'attività di

validazione dell’etnografo consiste in un minuzioso lavoro di collezione di riscontri

simile alla composizione di un puzzle, dove ciascun pezzo significa poco ma acquista

significato all'interno di un quadro più generale. Ovviamente non sarà possibile

completare l'intero quadro, ma ogni riscontro conferisce all’etnografo e alla comunità

dei lettori il grado di somiglianza dell'impresa conoscitiva.

9.1 L’affidabilità della definizione operativa e dell’operativizzazione

Un primo aspetto su cui meditare riguarda il grado di affidabilità della definizione

operativa, cioè il grado di fiducia che riponiamo nel buon funzionamento dell'insieme

delle procedure di rilevazione delle informazioni e di analisi dei dati. Nel predisporre il

disegno della ricerca, l'etnografo stabilisce una serie di attività da condurre sul campo

che hanno l'obiettivo di reperire le informazioni necessarie. L'affidabilità della

definizione operativa viene rilevata attraverso un confronto tra questo proposito

iniziale e l'esito delle procedure di raccolta delle informazioni e di analisi dei dati. A tal

proposito Marradi distingue due tipi di affidabilità: a priori, cioè quel tipo di affidabilità

che il ricercatore aveva creato basandosi su informazioni ricavate da precedenti

esperienze o da altre ricerche, in ogni caso informazioni note prima di quella specifica

raccolta di dati e l'affidabilità a posteriori, ovvero quella attribuita

dall’operativizzazione basata su informazioni di ogni tipo relative all'andamento di

quella raccolta e i suoi esiti. L’aver progettato una definizione operativa permette di

valutare con più precisione il processo di operativizzazione e l'inevitabile scarto tra i

due tipi di affidabilità. In conclusione, il prezzo dell’osservazione etnografica è che le

affidabilità della definizione operativa e dell’operativizzazione possono essere valutate

durante la ricerca e non soltanto alla sua conclusione, in questo modo i ricercatori può

migliorare il grado di affidabilità introducendo correttivi mentre la sta conducendo.

9.2 L’attendibilità dello strumento di rilevazione

Oltre alle procedure occorre prestare attenzione anche all’attendibilità o precisione

dello strumento. L'attendibilità concerne il grado di fiducia che riponiamo nella

stabilità di uno strumento di rilevazione, e la sua capacità di riprodurre dei risultati.

L'assunto sottostante a questo concetto di attendibilità è che l'oggetto rimanga lo

stesso tra le due rilevazioni. Nelle scienze sociali valutare l'attendibilità dello

strumento è un'operazione abbastanza difficile e dai risultati controversi, poiché lo

stesso oggetto della rilevazione può cambiare tra le due osservazioni o anche a

distanze molto brevi. Nell'osservazione partecipante questi rischi esistono, ma vanno

ridimensionati. Innanzitutto, la rilevazione è un processo lungo, composto da

molteplici osservazioni. Questo comporta che le informazioni inesatte raccolte durante

le prime osservazioni possono essere corrette nelle successive. In secondo luogo, le

pratiche quotidiane sono processi stabili nel tempo che difficilmente possono cambiare

nello spazio di una ricerca a meno che questa si prolunghi per anni oppure l'etnografo

venga percepito come una spia o un delatore. In terzo luogo, la prolungata

permanenza sul campo permette di eliminare le incomprensioni che determinate

richieste possono aver creato e che possono aver causato l'inesattezza delle

informazioni. Infine, la permanenza facilita anche il processo di familiarizzazione degli

attori con lo strumento etnografico, riducendone l'impulsività che comunque rimane

l'aspetto che può minare più di tutti gli altri l'attendibilità di questo strumento. Le

informazioni relative alla attendibilità dell'osservazione etnografica possono essere

raccolte attraverso procedure di “triangolazione”, un termine che nelle scienze sociali

indica la combinazione di differenti metodi nello studio di un fenomeno. I dati

provenienti da interviste individuali, gruppi di discussione, questionari, fonti statistiche

secondarie possono essere confrontati con i dati etnografici. La presenza di risultati

convergenti testimonia l’attendibilità dell’etnografia; in caso contrario potremmo

concludere che l'etnografia non è attendibile, che non lo siano gli strumenti o che il

ricercatore non sia stato accurato.

9.3 L’accuratezza del ricercatore

L'osservazione partecipante assegna autonomia al ricercatore. Egli gode di un'ampia

discrezionalità nella scelta dei modi e dei momenti in cui procedere.

Contemporaneamente ci si può chiedere se le osservazioni riportare dall’etnografo

però siano una registrazione fedele degli eventi osservati. Il problema dell'accuratezza

del ricercatore presenta due aspetti distinti: uno interno che riguarda il ricercatore

stesso, l'altro esterno che coinvolge il lettore e la comunità scientifica di riferimento.

Nella prospettiva del ricercatore la sua accuratezza può essere migliorata attraverso

l'introduzione di procedure rigorose che lo sostengano nelle varie fasi dell'indagine: il

disegno della ricerca, la definizione operativa, le strategie di accesso al campo, le

procedure di osservazione, e tutti gli altri processi individuati nei capitoli precedenti. Il

lettore invece si pone in una prospettiva diversa, si chiede come l'accuratezza del

ricercatore possa essere adeguatamente controllata. Egli dovrebbe quindi esibire i

propri materiali su cui poggiano le sue conclusioni, in questo modo offre al lettore

l'opportunità di valutare se gli aspetti fondamentali hanno:

la completezza, le descrizioni devono essere accompagnate da una dettagliata

 presentazione del contesto;

la saturazione delle categorie, testimonia che tutti gli eventi hanno trovato

 collocazione nei concetti proposti;

l'autenticità, intesa come la certificazione dell’effettiva presenza sul campo;

 la coerenza, con cui gli eventi vengono assegnati alla stessa categoria in

 diverse occasioni;

la credibilità del grado di congruenza tra gli aspetti descrittivi e quelli

 interpretativi, cioè che i risultati siano interamente coerenti rispetto alle teorie

che sosteniamo, che i concetti siano stati messi in relazione sistematica e

sviluppati in modo corretto;

la plausibilità, cioè la coerenza tra le conclusioni e le conoscenze consolidate

 nella comunità di riferimento.

Se la ricerca coinvolge più ricercatori, il tema dell’accuratezza assume contorni diversi

perché la presenza di più etnografi rappresenta non un problema ma un'importante


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo - DAMS
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologie delle scienze della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Luchetti Lia.

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