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Descrivere il mondo (Teoria e pratica del metodo etnografico in sociologia) – Giampietro Gobo

Parte prima – Il metodo

1. Etnografia: metodo o tecnica?

Nelle scienze sociali esistono alcuni metodi e molti strumenti di indagine. Un metodo si può definire come una strategia di ricerca globale o un approccio generale per studiare un fenomeno che collega teorie e tecniche di ricerca. Si può comporre di almeno quattro elementi:

  • Una modalità cognitiva prevalente
  • Una teoria della conoscenza scientifica con un insieme di precomprensioni e assunti relativi alla natura della realtà, ai compiti della scienza, al ruolo del ricercatore, ai concetti di azione e di attore sociale
  • Una gamma di soluzioni, rimedi e astuzie utili ad affrontare un qualsiasi problema di ricerca
  • Una sequenza sistematica di passi procedurali da applicare dopo aver scelto la modalità cognitiva

Il metodo si può quindi definire un percorso che è diverso a seconda della modalità cognitiva scelta. A volte le soluzioni e rimedi non sono adeguati a rispondere a certi problemi specifici, quindi di volta in volta bisogna inventarsi un rimedio. Il rimedio trovato va ad arricchire il patrimonio concettuale e materiale del metodo in questione.

1.1 I principali metodi delle scienze sociali

Le principali modalità cognitive per lo studio di un fenomeno sono sei:

  • Ascolto
  • Interrogazione
  • Osservazione
  • Lettura
  • Introspezione/riflessione
  • Operazione

Queste modalità cognitive compongono la famiglia dei metodi che formano un insieme ampio di tecniche di ricerca. La tecnica può essere definita come uno strumento, una procedura operativa, codificata e diffusa che contiene le varie soluzioni che nel tempo sono state inventate. Esistono tecniche per raccogliere le informazioni e tecniche per analizzarle.

Il metodo dell’intervista discorsiva si propone principalmente di ascoltare le dichiarazioni degli attori sociali. La sua particolarità consiste nel dare ampio spazio all'intervistato che viene invitato ad esprimersi con parole proprie ed articolare il discorso secondo i suoi schemi, metafore e metonimie. Agli intervistatori viene assegnato il compito di adattare i temi di indagine e tracciarli al contesto della situazione e del soggetto.

Il metodo dell'inchiesta campionaria consiste nell’interrogare un soggetto avvalendosi di un questionario. L’intervistatore legge al soggetto una serie di domande in un ordine non modificabile e contesti standardizzati. Il soggetto sceglie una risposta cercandola all'interno di una gamma di alternative prestabilite e l'intervistatore registra tutto senza commentare.

Il metodo documentario si basa sulla rilevazione di informazioni raccolte dal ricercatore che sono state create nell'ambito delle normali attività di individui o enti sia privati che pubblici, anziché nel corso di rilevazioni aventi scopi scientifici. Un esempio sono le notizie pubblicate sui quotidiani, i programmi televisivi, statistiche raccolte da organizzazioni economiche per orientare l'attività di mercato, le fotografie negli album di famiglia ecc.

Il metodo trasformativo si colloca nel campo della ricerca applicata e si pone l'obiettivo di studiare soggetti controllando e manipolandone alcuni stati oppure inducendo in loro dei cambiamenti. Nel primo caso si manipola la situazione oggetto di studio e si producono informazioni appositamente per poterle rilevare. Nel secondo caso si parte dall'assunto che conoscenza e intervento siano parte dello stesso processo di strutturazione cognitiva del ricercatore.

Il metodo speculativo si basa sull'introspezione oppure sulla riflessione in relazione all'analisi di casi le cui caratteristiche principali vengono inserite in tavole di verità e analizzate secondo una logica causale formale.

Infine, la modalità cognitiva dell’osservazione guida il metodo dell’etnografia.

1.2 L’osservazione partecipante

Il metodo etnografico si compone di due strategie di ricerca: l'osservazione non partecipante e l'osservazione partecipante. Nella prima, il ricercatore osserva a distanza i soggetti senza interagire con loro: chi adotta questa linea non sembra interessato ad interagire con il loro mondo ed è preoccupato di non interferire per non influenzare. L'osservazione partecipante, invece, si basa sulle seguenti caratteristiche:

  • Il ricercatore instaura un rapporto diretto con gli attori sociali
  • Soggiorna per un periodo prolungato nel loro ambiente naturale
  • Con lo scopo di osservarne e descriverne i comportamenti
  • Interagendo come parte partecipante ai loro cerimoniali e rituali quotidiani
  • Imparandone il codice al fine di comprendere il significato delle loro azioni

Il metodo etnografico assegna un ruolo privilegiato all'osservazione come fonte primaria di raccolta delle informazioni, al quale si possono anche aggiungere parallelamente i metodi delle interviste individuali o di gruppo, materiali documentari come diari, lettere, giornali eccetera. Prioritario, però, rimane lo scopo di osservare le azioni nel loro concreto svolgersi, anche perché le dichiarazioni che gli attori sociali ti lasciano nelle interviste non possono essere considerate un sostituto appropriato dell'osservazione del comportamento concreto.

Il metodo etnografico richiede che il ricercatore partecipi alla vita sociale degli attori osservati e mantenga una sufficiente distanza cognitiva che gli permetta di svolgere adeguatamente il lavoro scientifico. Egli si trova nell'eventualità di ricercare un improbabile equilibrio tra due opposte situazioni che possiamo chiamare “del coinvolgimento e del distacco”. Il professionista deve essere sia dentro che fuori l'azione, deve essere dentro e quindi partecipare attivamente alla visione e alla quotidianità del soggetto, ma deve anche essere fuori in modo da porre questionari, fare domande, registrare e trascrivere ciò che avviene.

1.3 La nascita del metodo etnografico

Si fa comunemente risalire la nascita del metodo etnografico tra l’ottocento e il novecento. Esso si sviluppa all'interno dell’etnologia, una disciplina che nella prima metà dell'800 si separa dall'antropologia tradizionale, dominata dal paradigma fisico e biologico. L'etnologia si afferma come maggiormente orientata allo studio sia dei popoli sia delle loro culture.

Prima dell'introduzione del metodo etnografico, gli etnologi non raccoglievano le informazioni attraverso l'osservazione diretta bensì compilando statistiche, archivi di uffici, centri di documentazione, resoconti di villaggi… Questi antropologi consideravano i membri delle popolazioni locali come dei primitivi, dei selvaggi da educare. L'antropologia sociale britannica di impianto etnografico si coniuga con il clima intellettuale e positivista dell'epoca proponendosi, nelle intenzioni di Radcliffe-Brown (1948) come una scienza naturale della società capace di descrivere oggettivamente una cultura. Questa si poneva in contrasto con l'antropologia dominante che si affidava alle fonti secondarie piuttosto che intraprendere l'osservazione diretta dei fatti sociali.

Malinowski è comunemente riconosciuto come il primo sistematizzatore del metodo etnografico. Nella famosa introduzione ad “Argonauti del Pacifico occidentale” egli descrive i principi metodologici che guidano l'obiettivo principale dell’etnografo, quello di afferrare il punto di vista del nativo, il suo rapporto con la vita, per rendersi conto della sua visione e del suo mondo.

Nel ritrovato clima metodologico profuso dalla svolta etnografica prima britannica poi americana, proprio in quest'ultima si sviluppano le menti di Margaret Mead e Ruth Benedict che, diversamente dalla visione dei loro colleghi inglesi intenti alla funzione che svolgesse un singolo specifico elemento culturale all'interno di una società, le due studiose adottarono una prospettiva olistica concependo la cultura come un modello complesso integrato costruito attorno a un tema dominante che caratterizza e distingue una società dall'altra.

In Italia il metodo etnografico si sviluppò dagli anni ‘40 ad opera di due etnologi, Ernesto De Martino e Vittorio Lanternari. Il primo si occupa dei fenomeni religiosi e delle credenze magiche negli ambienti popolari meridionali e il secondo ha studiato i fenomeni di ritualità religiosa propri delle società industriali contemporanee.

1.4 Antropologia e sociologia: differenze metodologiche

A partire dagli anni ‘20 il metodo etnografico entra in sociologia, adottato dagli studiosi del dipartimento dell'università di Chicago e successivamente anche in psicologia. L'adozione di questo metodo in sociologia ha comportato una serie di problemi di adattamento che hanno successivamente condotto una revisione del metodo stesso non solo nella sua versione sociologica ma anche antropologica. Infatti, a partire dalla fine degli anni ‘40 diversi antropologi si indirizzano verso lo studio delle comunità lavorative nelle industrie americane-inglesi partecipando alla nascita del movimento delle “Human relations” e inaugurando la nascita dell'antropologia applicata, dell'antropologia industriale e organizzativa.

Applicare il metodo etnografico per studiare una cultura estranea a quella dello studioso risulta ben diverso dal condurre in etnografia in un'organizzazione che opera all'interno della cultura a cui lo stesso ricercatore appartiene. L'antropologo che studia una società di estranei non deve fare molti sforzi per coglierne le principali caratteristiche e specificità. Appena giunta la destinazione che si impongono cognitivamente, il suo compito sta soltanto nel registrarli e nell'attribuire un significato appropriato.

Un altro aspetto che differenzia metodologicamente il compito dello studioso dall'etnografo rivolto verso società estranee è la lingua. Mentre quest'ultimo deve apprendere una lingua diversa, il primo si trova a dover apprenderne tutt'al più un codice comunicativo. Condividere la lingua dei soggetti rende molto più complicata l'osservazione. Il ricercatore condivide le medesime conoscenze con gli attori sociali, ma l'etnografo finirà per utilizzare le medesime risorse impiegate da questi. Questo processo cognitivo circolare se non viene sorretto da una pratica di ricerca riflessiva sul piano delle risorse utilizzate per conoscere, rischia di riprodurre una conoscenza intrisa di luoghi comuni.

Invece nello studio di società linguisticamente estranee all’etnografo, il problema della lingua comporta problemi metodologici opposti che riguardano una relazione tra l'informatore/interprete e il ricercatore. Inoltre, è importante designare la distinzione tra nativi ed etnografo. Essendo egli un membro della comunità che studia, appare fuori luogo continuare a usare il termine nativo per indicare i soggetti del suo studio. Il termine nativo significa abitante del luogo di nascita. Quindi i soggetti che saranno “oggetto” di studio dell’etnografo saranno chiamati “attori sociali”, ovvero coloro che interpretano il loro ruolo nella comunità.

2. Il metodo etnografico in sociologia

A differenza dell’antropologia, in sociologia l'uso del metodo etnografico ha assunto una particolare connotazione che a partire dagli anni sessanta lo ha contrapposto a metodi quantitativi, basati su tecniche non partecipative. Questa contrapposizione ha radici lontane che risalgono all'inizio degli anni venti, ad opera delle severe critiche di Edward Lindermann contro i metodi di ricerca sociale in uso all'epoca. L'autore polemizzava soprattutto riguardo alla preferenza delle risposte verbali dei soggetti intervistati, trascurando ogni forma di indagine parallela.

Egli preferiva di gran lunga il metodo dell’osservazione e la distingueva in osservazione obiettiva (dall'esterno) di un fenomeno, dall'osservazione partecipante (dall'interno), quando il ricercatore viene coinvolto attivamente nell'attività dei soggetti che osserva. Questa distinzione non assegnava alcuna priorità ai due tipi di osservazione e li considerava complementari.

Da queste sue idee vengono a diffondersi all'interno della sociologia quattro tradizioni etnografiche:

  • La scuola di Chicago
  • L'interazionismo simbolico
  • Lo strutturalismo durkheimiano di Goffman
  • L'etnometodologia

2.1 La scuola di Chicago

In sociologia il metodo etnografico venne introdotto alla fine degli anni ‘10 per opera di alcuni docenti del dipartimento di sociologia dell'università di Chicago: in particolare, dovuto alla guida dei sociologi William Isaac Thomas e Robert Ezra Park. Essendo studiosi con un forte orientamento pratico, essi erano molto attenti ai mutamenti delle loro città. Infatti, a Chicago quelli erano i tempi del proibizionismo, di una criminalità diffusa e della grande depressione.

Iniziano così a commissionare sondaggi e osservazioni sulle varie culture e gruppi di immigrati che si erano venuti a formare nella loro città. Sotto l'impulso di Park nacque così un vasto programma di ricerche con l'intento di studiare in diretta i fenomeni urbani osservandoli nei luoghi dove nascevano e si svolgevano. Si sviluppano così delle mappe sociologiche della città, andando a scovare nei quartieri e a raccogliere informazioni di prima mano sulla composizione sociale, sui gruppi e le classi sociali che li abitavano. Inizialmente questo metodo fu chiamato “ecologico” nel senso che cercava connessione tra i vincoli ambientali e la struttura sociale.

L'approccio ecologico prevedeva la creazione di carte topografiche dei luoghi studiati: la città veniva rappresentata con un diagramma, i cui cerchi concentrici riflettevano le varie zone. Attraverso le analisi delle carte topografiche i ricercatori cercavano di mettere in luce come i fenomeni sociali fossero solo all'apparenza caotici ma che invece presentavano regolarità piuttosto evidenti.

Secondo Park le tecniche di indagine più adatte per questi fenomeni erano quelle di tipo antropologico. I ricercatori impiegarono metodi e tecniche diverse:

  • L'uso di informatori (assistenti sociali, poliziotti, portieri d’albergo)
  • L'osservazione diretta, l'osservazione partecipante e le visite casa per casa
  • L’intervista discorsiva e i resoconti autobiografici dei soggetti
  • L'analisi di documenti primari, come lettere, messaggi e temi scolastici
  • L'acquisizione di documenti secondari come articoli di giornale, archivi ufficiali, rapporti di assistenti sociali ecc.

Purtroppo, però, il pluralismo metodologico che caratterizzava la scuola di Chicago non era la conseguenza di una scelta consapevole, ma di un utilizzo di vari metodi utili che non portava quindi a delle analisi molto scrupolose.

2.3 L’interazionismo simbolico

Il metodo dell'osservazione partecipante assunse un ruolo privilegiato e una specifica rilevanza teorica soltanto successivamente tra gli anni ‘30 e ‘50, per mezzo dell'opera di Herbert Blumer. Egli riteneva che la ricerca sociale dovesse svilupparsi all'interno di una prospettiva naturalistica e basarsi sull'esplorazione del campo. Blumer fornì quindi per la prima volta le basi teorico-metodologiche a una pratica di ricerca che la scuola di Chicago aveva meritoriamente inaugurato ma utilizzato in modo confuso.

L'unione di questi due metodi di sviluppo pone le basi per una nuova generazione di ricercatori, chiamati “Neo Chicagoans”: erano maggiormente attenti alle questioni metodologiche, interessati più a costruire teorie sociologiche su basi empiriche per sviluppare un metodo di indagine rigoroso. Solo in seguito si vennero a sviluppare nuovi sociologi che si cercarono di dedicare all'introduzione delle regole metodologiche e a una rigorosa logica procedurale all'interno dell'interazionismo simbolico.

2.3 Lo strutturalismo durkheimiano di Goffman

Il canadese Erving Goffman consegue nel 1953 il dottorato nel dipartimento di sociologia dell'università di Chicago. Lo studioso fu influenzato da 4 tradizioni teoriche: la scuola di Chicago, l'opera di Simmel (che lo induce ad avvicinarsi alle banalità degli oggetti di studio e all’analisi sociologica di primaria importanza. Questi oggetti cessano così di essere banali e diventano significativi), fu influenzato anche dal lavoro di Everest Hughes (il quale sceglieva un argomento di indagine e lo sviluppava trasversalmente in un gran numero di professioni), inoltre egli fu influenzato dalle analisi di Durkheim, anzi si afferma che il nucleo teorico di Goffman sia la continuazione della tradizione durkheimiana.

Il metodo di ricerca empirica di Goffman tratta esclusivamente l'osservazione etnografica. La sua strategia di ricerca ricalca l'approccio di Hughes, fatto di accostamenti e comparazioni inconsueti tra categorie, comportamenti e professioni apparentemente agli antipodi. Il tutto mescolato all'interno di un procedere non sistematico e di uno stile impressionistico che emula lo stile di Simmel.

2.4 L’etnometodologia

Nel corso degli anni ‘50, accanto all’interazionismo simbolico e ai lavori di Goffman, si è sviluppato nell’opera di Harold Garfinkel un nuovo approccio che verrà chiamato etnometodologia, cioè lo studio dei modi (metodi) che quotidianamente gli attori (etno) utilizzano per riconoscere, attribuire significato e classificare le azioni altrui e le proprie. Il nucleo teorico dell’etnometodologia affonda le sue radici nei lavori di diversi autori, prosegue lo studio delle condizioni che sostengono l'ordine sociale, approfondisce le proprietà dell’atteggiamento naturale rappresentato dei ragionamenti di senso comune adottato dai membri nel loro contesto sociale.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologie delle scienze della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Luchetti Lia.
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