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Breve riassunto internet

Gli edifici sono spesso considerati oggetti stravaganti piuttosto che elementi palpabili cui i nostri corpi e i nostri sistemi neurologici sono inestricabilmente connessi. L’architettura non è un’astrazione concettuale bensì una pratica incarnata e lo spazio architettonico si costruisce primariamente attraverso un’espressione emotiva e multisensoriale. Se le più avanzate scoperte scientifiche promettono benefici in ambito biologico psicologico, queste stesse scoperte hanno anche la potenzialità di migliorare i nostri ambienti costruiti. Discutendo le implicazioni delle neuroscienze per la progettazione architettonica, Mallgrave ci invita a indirizzare la nostra attenzione per coloro per i quali progettiamo: le persone che abitano gli edifici che costruiamo. La costruzione dello spazio non può non tenere conto del fatto che uno spazio non è solo l’oggetto di una contemplazione esterna estetica, ma il corpo di chi lo vive simula l’abitabilità di uno spazio anche stando fermo. Lo spazio architettonico va inteso soprattutto come un’esperienza emotiva e multisensoriale, come la reazione di un organismo, con un corpo ad un ambiente che produce continui stimoli. Lo spazio ha la capacità di esprimere immediate reazioni emotive, semantiche e viscerali: un processo che l’architetto deve comprendere al meglio, per arrivare al progetto più efficace. L’autore ci ricorda che l’architettura va attraversata, che è un’esperienza del corpo e dei sensi, non un’astrazione concettuale. L’idea dell’embodiment (dell’importanza del corpo nel nostro sistema cognitivo) non è più un’astrazione filosofica, ma una realtà biologica, catturata in modo chiaro dalle tecnologie attuali e dai modelli teorici che abbiamo sviluppato. L’emozione è il mezzo clinico e neurologico reale con cui entriamo in contatto e percepiamo il mondo; ecco perché è importante riportare attenzione ad alcuni concetti tradizionali della progettazione:

  • Ritmo
  • Materialità
  • Scala
  • Texture
  • Spazio
  • Artigianalità
  • Metafora

La morale è che dovremo spostare la nostra attenzione dall’oggettivazione dell’architettura (che riduce il design alla creazione di oggetti) per rivolgerla verso coloro per i quali progettiamo. Primo passo dell’architetto: capire il progetto di uno spazio. Per chi? Per cosa? (allontanarsi il più possibile dal concetto di standardizzazione).

Appunti: il rapporto tra neuroscienze ed architettura

La percezione visiva di un oggetto come funziona? Secondo la visione tradizionale (classica) quando si aprono gli occhi un individuo riceve informazioni su forma, colore e dimensioni dell’oggetto. La forma richiede la collaborazione tra occhi e cervello (ciò che esso sa già, integra l’informazione sulla base di ciò che ha già appreso). La visione non può essere soltanto qualcosa che appartiene al dato bruto senza nessuna integrazione. Si è sempre detto che esiste una zona cognitiva dell’informazione, un’area che integra la stessa. Gli oggetti posseggono un colore, ma esso cos’è? Il colore non è una proprietà intrinseca dell’oggetto. Potremmo accettare ciò che sostengono i filosofi naturalisti che dividevano le proprietà dell’oggetto in intrinseche ed estrinseche. Le ultime sono quelle che emergono solo se vi è un interlocutore che è dotato di certe potenzialità. Possiamo così affermare che intrinsecamente si ha un’uscita di luce dagli oggetti ed estrinsecamente ci sono dei colori. Gli esseri umani sono in grado di riconoscere i colori, ma non in tutte le società si ha la stessa differenziazione tra colori. Per esempio alcune società mettono nella stessa categoria il colore arancione, rosso e marrone. Se questa categoria che comprende tre colori si chiamasse “sprovvisto” e se una ragazza si dovesse mettere un vestito rosso ed un altra marrone direbbero: “Io ho un vestito sprovvisto”. Noi esseri umani però non siamo troppo sensibili alla lunghezza d’onda ma più sensibili alle interazioni tra colori: più chiaro di un altro che magari è più scuro. C’è tanta arbitrarietà nel riconoscimento dei colori. La dimensione dell’oggetto. Per ogni immagine che si trova nella retina gli oggetti tridimensionali sono infiniti. Come si fa a sapere se un oggetto è lontano o vicino? Confrontiamo quanta differenza c’è tra la visione dell’immagine vista dall’occhio destro e poi vista solo dall’occhio sinistro, così più la differenza è grande e più l’oggetto è vicino. Tutta la percezione visiva dipende dal movimento degli occhi, della testa e del corpo. A questo proposito nel 1997 Benthos Alan con Le sense du mouvement sottolinea l’importanza del movimento per la percezione. Per esempio per tenere attiva la visione abbiamo bisogno di muovere gli occhi. Alcuni neurofisiologi hanno scoperto una serie di neuroni: i neuroni-specchio e i neuroni-canonici. I primi sono importanti specialmente in psicologia perché ci permettono di capire, di prevedere le intenzioni a seconda di certi movimenti che altre persone compiono. Si tratta di neuroni bimodali che, cioè, si attivano con due diverse modalità:

  • Con stimolo visivo
  • Con stimolo motorio

Per quanto riguarda, invece, i neuroni unimodali si attivano solo quando c’è un determinato stimolo. Ad esempio i neuroni unimodali motori si accendono solo quando c’è un movimento. Questi tipi di neuroni (bimodali) si attivano in particolare quando si compie un’azione in prima persona e quando anche quando si vede una persona fare la stessa azione. Questi si attivano ad esempio con azioni del tipo mangiare, suonare, giocare a tennis, baciare etc. I neuroni codificano per azioni dotate di scopo, cioè sono specializzati in azioni come per esempio portare il cibo alla bocca che è lo stesso movimento che porta a grattarsi ma i neuroni sono specializzati nell’azione e non nel movimento. Tutto ciò spiega come riusciamo a capire cosa le altre persone fanno e, a prevedere cosa faranno. Nelle persone affette di autismo si ha una carenza di neuroni-specchio e un’incapacità di leggere le azioni, intenzioni degli altri e così di prevedere certe azioni. Esistono inoltre altri neuroni bimodali che sono detti canonici e anch’essi sono visivo-motori e si attivano sia quando si compie un’azione e sia quando l’individuo vede un oggetto con cui compiere quell’azione. Ancor prima di vedere il colore, la forma e la dimensione di un oggetto l’individuo vede cosa ci può fare, come interagirci e il modo in cui interagirci. Ad esempio vedendo una porta girevole un individuo sa come interagirci. Un cattivo progetto è tale quando è difficile capire come interagirci. Ad esempio capire come aprire una porta perché scorrevole, ma a questo proposito esistono ovviamente delle modalità per suggerire come questa si debba aprire. La scoperta dei neuroni canonici dà dignità ad un filone degli anni ’50 che si basa sul concetto dell’affordance (Gibson): l’idea è che ogni oggetto, entità, comunica visivamente ad ogni diverso animale (compreso l’uomo) il modo in cui può essere utilizzata (interagibilità visibile). Ad esempio una sedia è sedibile. Le affordances sono proprietà relazionali e proprietà estrinseche perché non insite nell’oggetto. Non si parla solo di oggetti ma anche di elementi che formano uno spazio. Lo spazio ed i suoi elementi che lo compongono “chiedono” “fai con me cosa?” Due sono i flussi di informazioni:

  • Visivo
  • Modo di interagirvi

Si tratta di informazioni enciclopediche da concezioni che l’individuo già conosce. Ad esempio lo spazio. Per porre la domanda sopra è possibile eliminare il flusso enciclopedico per capire cosa lo spazio comunica solo dal punto di vista percettivo. Questi due flussi potrebbero anche dire cose opposte, potrebbero collaborare, insomma potrebbero comportarsi in svariati altri modi. A questo proposito guidando questi flussi il progetto potrebbe essere più interessante. Quando si progetta uno spazio cosa si progetta? Si progettano delle relazioni percettive e delle interazioni motorie con lo spazio, quindi non si progetta lo spazio bensì delle occasioni di progetto da parte di altri. Si potrebbe dire che si progettano progetti di progetti.

Riassunto l’empatia degli spazi

Introduzione

Nella primavera del 1908, nella periferia di Dresda degli operai iniziarono la costruzione della città-giardino Hellerau. Forza ispiratrice per questo progetto furono Karl Schmidt, (imprenditore ed ecologista e riformatore sociale), Richard Riemerschmid (cognato si Schmidt disegnatore della città e di alcuni suoi edifici), la fondazione della Lega tedesca artigiani (Deutsche Werkbund) e Dohrn (primo direttore esecutivo della Werkbund). Questa differiva dalle altre città giardino sotto più di un aspetto. La prima fase di pianificazione consistette in un questionario volto ai futuri residenti per capire quali fossero le necessità e desideri di questi ultimi. Fu istituita una commissione per il controllo della qualità della produzione architettonica in modo da elaborare degli standard abitativi innovativi: luce naturale, linee guida per la ventilazione, il gas, le fognature, le linee elettriche, lavanderie e la produzione in serie. Per quanto riguarda gli alloggi questi erano realizzati su terreni controllati e i ricavi delle locazioni venivano utilizzati per finanziare i servizi utili alla città: campi sportivi, teatri etc. Le necessità di consumo erano soddisfatte con cibo locale, infatti venivano incoraggiati gli orti privati. Oltre tutto ciò il motivo più importante che rende Hellerau diversa da tutte le altre città-giardino sta nelle sue ambizioni culturali. Dohrn desiderava una città che promuovesse la salute fisica e mentale e la cui cultura fosse definita principalmente dalle arti in particolare la musica. A questo scopo Dohrn riuscì ad attirare a Hellerau il musicologo E’mile Jaques Dalcroze. Egli, professore al conservatorio di Ginevra, considerava la musica come strumento per gli individui di accrescere la felicità e la creatività: come un modo di armonizzare il corpo con l’attività neuronale del cervello. Dalcroze diede vita così ad una sorta di ginnastica ritmica detta euritmica. Gli studenti dovevano, prima di imparare lo strumento, affrontare una serie di esercizi fisici, ritmici iniziavano con una marcia e passavano ad una forma più accurata di danza ed una volta compreso il loro ritmo naturale e padroneggiatolo allora erano pronti ad imparare lo strumento desiderato ed applicare questi principi anche alle altre arti. Dal 1909 il musicologo si trasferì a Hellerau a condizione che Dohrn desse vita ad un nuovo teatro ed un istituto per ospitare le attività necessarie per gli studenti. Dohrn accettò questa condizione e il teatro ultimato nel 1913 fu in grado di ospitare studenti da tutto il mondo e permise ad Hellerau di divenire una rivale per importanza culturale. Purtroppo a causa della seconda guerra mondiale Hellerau scomparve, ma che ne sarebbe stato di questa cittadina se non fosse stata colpita da questa catastrofe? La sua influenza fu comunque importante nella concezione del Bauhaus. L’autore ci concentra l’attenzione su Hellerau non certo per mostrarne il carattere architettonico, ma in quanto metafora: poiché siamo esseri incarnati in cui mente, corpo, ambiente e cultura sono connessi tra loro a livelli diversi. Durante il corso della storia le conoscenze sono cambiate e così è cambiata anche la conoscenza di noi stessi. L’immagine di chi siamo è molto più dinamica ed impegnativa in quanto abbiamo la capacità di ricostruire noi stessi all’interno di contesti ambientali con stimoli che colpiscono i nostri sistemi a livelli di profondità e complessità. Il corpo non può essere distinto dalle emozioni che esso prova (in passato mente, corpo e mondo era considerati entità separate) in questo solo insieme sono in grado di modellare il modo in cui siamo in grado di pensare e di agire sia nel modo che nelle nostre culture urbane e ciò avviene principalmente in un ambiente costruito: in un ambiente architettonico. Solo a partire dal 1979 le scienze iniziarono a comprendere la complicità tra individuo e ambiente. A questo proposito James Gibson (psicologo della percezione) dà vita alla teoria delle affordances (azioni che sono naturali alla vista ad esempio di un oggetto quale la sedia che ha appunto in se l’affordance di sedersi: “la sedia dice SIEDITI”) e ridefinisce quella che è la percezione visiva come totale coinvolgimento dell’intero organismo che si muove nell’ambiente. Organismo e ambiente sono così reciproci nella loro interazione, relazione. Il libro è suddiviso in 5 parti che trattano i temi dell’estetica, della cultura, delle emozioni, dell’esperienza di architettura e delle basi della sensibilità artistica in generale. La premessa del libro è che gli individui non sono altro che organismi all’interno di ambienti che si evolvono e auto-organizzano ed è proprio questo campo di relazioni tra mente, corpo e materia che configura la comprensione pre-cognitiva e cognitiva del mondo e non una qualche astrazione della presunta natura umana. I temi della bellezza e della cultura sono probabilmente due tra gli argomenti più dibattuti al giorno d’oggi. La questione della cultura, insieme con le tecnologie che la accompagnano è giunta alla ribalta per diversi motivi. La cultura era vista come qualcosa che informava ed insegnava come agire, oggi le cose non sono più così. Un fattore che ha contribuito a mettere in discussione i punti di vista tradizionali circa la cultura è la nuova comprensione della plasticità neuronale: la capacità del cervello di modificare le connessioni neuronali in risposta alle condizioni ambientali. A questo proposito appare chiaro come le tecnologie, che fanno parte del nostro ambiente, siano in grado di cambiare radicalmente il modo in cui percepiamo o pensiamo le cose nel corso di una generazione. Anche nel campo dell’architettura l’avvento delle tecnologie ha prodotto una vera e propria rivoluzione: basti pensare ai nuovi modelli di progettazione BIM. Secondo l’autore l’idea su questo argomento è che i nuovi modelli di come l’uomo si rapporta con il mondo costruito suggeriscono la strategia alternativa di riportare il focus del progetto su quei modelli cui l’architettura tradizionale ha diretto i propri sforzi: coloro che occupano gli ambienti e modo in cui percepiscono e godono l’esperienza architettonica. A questo proposito due sono le scoperte rilevanti per chi progetta:

  • Comprensione dell’emozione. Le emozioni sono radicate fin dall’inizio dell’esperienza architettonica di ogni individuo. Esse codificano se un ambiente è piacevole o meno.
  • L’esistenza dei neuroni-specchio (motivo per cui le emozioni funzionano con immediatezza). Ogni individuo nasce con schemi neuronali di azione in alcune aree specifiche del cervello che si attivano in risposta a stimoli percettivi. Ad esempio, se un individuo vede un altro individuo suonare il pianoforte, i neuroni-specchio nella corteccia premotoria si attivano come se il primo stesse suonando il piano, anche se le sue mani e braccia sono immobili. L’attivazione di questi neuroni è definita da alcuni scienziati “simulazione incarnata”. Con questo tipo di attività siamo in grado di animare gli ambienti fisici che in realtà sono inanimati. I neuroni-specchio, in questo senso, ci connettono all’ambiente e ci forniscono i mezzi per apprendere e costituire una relazione con l’ambiente che circonda l’individuo. I neuroni suggeriscono inoltre una simulazione multisensoriale dell’ambiente in modo precognitivo. Ciò mette in discussione molti di quei dibattiti in architettura che hanno animato l’ultimo secolo, volti sempre più ad un maggiore livello di concettualizzazione e di astrazione.

La bellezza

La parola “bellezza” è un termine impiegato in tutte le sfere sociali, un parola potente e carica di sfumature emotive. Nella sua forma aggettivale è un delle parole di uso più comune, con impieghi che spesso sfociano nel banale. Parliamo di begli oggetti, belle idee, belle qualità, bei movimenti, bei gesti, belle persone etc. La bellezza può essere di tipo intellettuale o sensoriale, astratta o materiale, ma pur sempre legata al piacere. L’antichità classica era ossessionata dalla bellezza; non a caso la poesia e la guerra di Troia nacquero per via delle bellezza di Elena. Il cattolicesimo medievale era anch’esso infatuato delle bellezza dal punto di vista morale. Un volta secolarizzata, la rappresentazione della bellezza femminile, ha costituito il fondamento della teoria del Rinascimento (dalla Beatrice di Dante, alla Venere di Botticelli ai rotondi nudi di Rubens). Dal XX secolo la parola “bellezza” arriverò a dominare il campo filosofico, ma il suo declino ebbe inizio con la rivoluzione industriale. Il corso della teoria architettonica ha avuto un andamento del tutto simile. La bellezza, infatti, era una delle pietre miliari della teoria di Vitruvio. Leon Battista Alberti, Palladio, lo scettico Claude Perrault trattavano temi riguardanti la bellezza. Nel XVIII le discussioni sulla bellezza dominavano il campo della teoria.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher albertocrobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia del progetto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Sassari o del prof Bacchini Fabio.
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