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Riassunto esame MEP, prof. Steca, libro consigliato Psicologia Generale, Cherubini

Riassunto esame MEP della prof.ssa Steca, composto dall'integrazione di appunti personali e studio del libro consigliato "Psicologia Generale", Cherubini. Gli argomenti principali che sono trattati sono: motivazione, emozione e personalità. Scarica il file in PDF!

Esame di Motivazione, Emozione e Personalità docente Prof. P. Steca

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ESTRATTO DOCUMENTO

▫ I bisogni funzionano come le differenze individuali: sono universali però ognuno spicca di più in determinati

bisogni. Nel corso della nostra vita interagiamo con pressioni simili;

▫ L’interazione tra bisogni e pressioni dà luogo a dei temi (passioni che riscontriamo nel nostro ambiente), che

possono essere più o meno ricorrenti e caratteristici nella vita di una persona. I temi determinano le scelte che le

persone fanno e rendono conto della direzione della loro condotta. Non sempre le persone hanno una completa

consapevolezza dei loro temi.

“L’esame dei prodotti spontanei della fantasia o delle storie che vengono elaborate a partire da particolari immagini

forniscono l’accesso, in sede clinica o di ricerca, ai temi ricorrenti nella vita della persona e che rendono conto della

direzione della sua condotta”.

Come si fa ad accedere a questi temi di vita? Inventa il Test di Appercezione Tematica, un test proiettivo, particolare

sia in termini di stimoli che di risposta: ai soggetti (ventina) vengono presentate alcune tavole contenenti immagini

con contenuto ambiguo (passabile di diverse interpretazioni). Si chiede loro di elaborare delle storie su cosa stia

succedendo (cosa provano e cosa stanno facendo i protagonisti della storia? Come si è giunti alla situazione e come

sarà l’esito finale?) [negli anni '40, in pieno approccio umanistico, la narrazione veniva usata molto come

metodologia di misurazione in psicologia; verrà abbandonata dopo pochi decenni]. La persona non è in grado di

raccontare esattamente questo intreccio, in quanto non è del tutto consapevole e quindi inventa.

I questionari sono un modo di misurare molto strutturato (le interviste sono un altro modo per raccogliere i dati),

con misure esplicite. Non era convinto di questi metodi, in quanto le persone non sono del tutto consapevoli delle

spinte motivazionali che hanno; esiste quindi un livello inconsapevole, implicito, che la persona non ci può

raccontare. Usa uno strumento semi-proiettivo.

[Un test è detto proiettivo quando si ritiene che le risposte agli stimoli, indiretti e ambigui, siano mediate da

strutture o caratteristiche psicologiche di rilievo dell’individuo che risponde. In questo modo, da quelle risposte si

può cercare di risalire o interpretare le strutture o caratteristiche psicologiche che le hanno guidate e informate. Un

altro noto test proiettivo è quello delle “macchie di Rorschach”]

Ipotesi: le persone non sono completamente in grado di esplicitare le spinte motivazionali che guidano le loro azioni.

Maslow

▪ (1954).

▫ I bisogni sono posti al centro della sua teoria anche da Maslow, uno psicologo di orientamento umanistico, che

ritiene che le persone siano intrinsecamente spinte alla crescita psicologica e all’autorealizzazione, e che questa

spinta naturale corrisponda al più elevato livello dei bisogni;

▫ Elabora quindi una vera e propria gerarchia, nella quale colloca cinque tipi di bisogni, da i più primitivi ai più

evoluti, che sono tipicamente umani (fisiologici – sicurezza – appartenenza – stima – autorealizzazione);

▫ I primi quattro tipi di bisogni riflettono uno stato di carenza (mirano alla riduzione della tensione), mentre quello di

autorealizzazione è un bisogno da crescita e comporta una ricerca di tensione;

▫ Ipotizza che ci sia una chiara direzionalità nella soddisfazione dei bisogni, la gerarchia può essere quindi percorsa in

un’unica direzione (dal basso verso l’alto);

▫ Il modello ha avuto ampia diffusione soprattutto in ambito organizzativo, per la sua semplicità e per aver

richiamato l’attenzione sull’importanze dei bisogni di autorealizzazione (all'epoca portò scandalo). Cambiò il modo

di concepire il lavoro. 37

Critiche:

▪ Non esaurisce tutta la varietà dei bisogni

possibili (critica valida anche per altre teorie

tassonomiche);

▪ Non coglie le differenze individuali;

▪ Non spiega la coesistenza di bisogni di livello

diverso e il possibile sacrificio di bisogni di

ordine inferiore nella gerarchia a favore di

quelli più elevati.

McClelland

▪ (1987).

▫ Il termine motivo è stato introdotto a partire dagli anni Cinquanta da McClelland, considerato il padre della

motivazione; ha introdotto la distinzione tra motivo e motivazione: ci si libera ancora di più della dimensione

biologica. Gli ultimi costrutti che elabora sono legati alla qualità dell'esperienza;

▫ Il motivo è una “preoccupazione” ricorrente (concern) che orienta i processi attentivi e percettivi e seleziona ed

energizza il comportamento, orientandolo verso il raggiungimento di certe mete (si parla di motivi di tipo

psicologico);

▫ I motivi riflettono bisogni differenti e possono tradursi in vari comportamenti finalizzati a raggiungere gli scopi che

sono fonti di soddisfazione;

▫ I motivi non sono sempre tutti attivati; l’attivazione di un motivo prende il nome di motivazione e si traduce in un

impulso a mettere in atto azioni che sono diverse da un individuo all’altro a seconda delle interpretazioni che le

persone variabilità individuale.

▫ Propone una tassonomia che individua tre motivi (riuscita, affiliazione e potere). Sono universali e si esprimono

con le differenze individuali. Chi è prevalentemente orientato in una delle tre dimensioni avrà un certo tipo di

profilo. Ciascuno dei tre motivi si muove su due poli opposti (si parla di "spinta" di riuscita).

Desiderio di eccellenza: cimentarsi in prove impegnative per

ottenere risultati e feedback positivi;

Paura del fallimento: rifiutare occasioni di mettersi alla prova

che potrebbero condurre all’insuccesso;

Desiderio di protezione: instaurare e mantenere relazione

interpersonali;

Paura del rifiuto: fuggire per non correre il rischio di non

essere esclusi ed evitati;

Desiderio di dominio: desiderio di controllare e dominare gli

altri;

Paura della dipendenza: induce a rinunciare a determinate

situazioni per non correre il rischio di non essere dominato

dagli altri. 38

RIUSCITA:

▫ Amano fare le cose nel modo migliore possibile traendone grande soddisfazione;

▫ Preferiscono misurarsi con compiti moderatamente difficili e rischiosi;

▫ Tendono a perseguire l’eccellenza, con perseveranza e responsabilità;

▫ Preferiscono avere feedback sull’efficacia e la correttezza delle proprie prestazioni, ai quali sono molto sensibili;

▫ Sono dotate di realismo e analizzano razionalmente le situazioni in termini di costi-benefici;

▫ Amano le innovazioni e i nuovi modi di fare le cose.

AFFILIAZIONE:

▫ Amano sentirsi amate, accettate e ben volute dagli altri;

▫ Valorizzano molto le relazioni interpersonali;

▫ Preferiscono incentivi come l’approvazione e l’accettazione da parte degli altri, in presenza dei quali effettuano

prestazioni migliori;

▫ Preferiscono ascoltare, collaborare con gli altri e lavorare in gruppo;

▫ Preferiscono non competere ed evitano le critiche e i conflitti, fino ad assumere atteggiamenti conformisti e

passivi;

▫ Non provano attrazione verso posizioni di comando e non amano essere al centro dell’attenzione.

POTERE:

▫ Hanno una forte spinta verso l’autoaffermazione;

▫ Sono attratte da posizioni prestigiose e ad elevato status socio-economico;

▫ Sono disposte ad intraprendere attività rischiose e a sacrificare legami, pur di raggiungere posizioni di comando;

▫ Amano essere al centro dell’attenzione e guidare gli altri;

▫ Amano la competizione, fino ad assumere atteggiamenti e comportamenti aggressivi.

 Benché i tre motivi possano coesistere nella stessa persona e dare quindi luogo a diverse configurazioni

motivazionali, gli individui generalmente differiscono nella forza relativa di ciascun motivo e spiccano per un

motivo piuttosto che per l’altro.

 La prevalenza dell’uno o dell’altro motivo, e più in generale il loro sviluppo, dipendono principalmente da fattori

di tipo sociale; secondo McClelland, infatti, i motivi sono appresi primariamente come risultato delle esperienze

precoci e dei processi di socializzazione.

Per la valutazione dei motivi anche McClelland fa un largo uso del TAT, condividendo con Murray l’idea che solo

strumenti di tipo proiettivo siano in grado di cogliere gli aspetti motivazionali dei quali la persona non ha piena

consapevolezza.

“Un giovane seduto ad una scrivania in atteggiamento pensoso”:

▪ Storia caratterizzata da un orientamento all’AFFILIAZIONE:

È un ingegnere che sta lavorando molto. È preoccupato per il fatto di dover trascurare sua moglie. Ella si lamenta che

lui tiene più al lavoro che alla famiglia. Sembra incapace di soddisfare i propri superiori ed i propri cari. Riuscirà

tuttavia a terminare il lavoro e a rientrare a casa in tempo per stare insieme a sua moglie.

▪ Storia caratterizzata da un orientamento al POTERE:

È un famoso architetto che vuole vincere una competizione mondiale per la nomina del migliore architetto. È

preoccupato, teme che il suo miglior lavoro sia stato trafugato da un suo concorrente. Gli verrà in mente una nuova

idea che farà di lui un vero caposcuola.

Test di Orientamento Motivazionale (TOM): sviluppato in un contesto italiano da Borgogni, Petitta e Barbaranelli

(2004).

▫ Questionario self-report sviluppato per la misura dei motivi che orientano il comportamento (nelle organizzazioni)

o le inclinazioni motivazionali;

▫ Le affermazioni del TOM misurano le scelte che le persone tendono a fare, le loro preferenze e ciò che ne orienta i

comportamenti. 39

Somministrazione.

▫ Non misura la capacità, ma le preferenze personali, che sono diverse da persona a persona. Si chiede di attribuire

valori elevati (range 1-7) a quelle affermazioni che rispecchiano maggiormente la propria esperienza;

▫ Non ci sono risposte giuste o sbagliate, in quanto ognuno ha un suo profilo motivazionale;

▫ Obiettivo di ridurre gli effetti della desiderabilità sociale, invitando ad esprimere il più spontaneamente possibile il

proprio punto di vista.

Cornice teorica.

Per la messa a punto dello strumento sono state utilizzate principalmente la teoria di McClelland (1985) e gli studi di

Berlyne (1966) sul pensiero creativo.

Dimensioni del TOM.

Lo strumento misura quattro orientamenti:

1. Orientamento all’obiettivo;

2. Orientamento all’innovazione;

3. Orientamento alla leadership;

4. Orientamento alla relazione.

Spinta comportamento.

I tre motivi di McClelland (successo, potere, affiliazione) e il bisogno di innovazione, che rappresenta una

sfaccettatura del bisogno di successo.

Calcolo del punteggio grezzo.

▫ Per ogni dimensione (orientamento) bisogna calcolare il rispettivo punteggio grezzo;

▫ Ogni dimensione è misurata da 15 item con formato di risposta da 1 a 7 (punteggio grezzo minimo = 15 e punteggio

grezzo massimo = 105);

▫ Il punteggio grezzo è dato dalla somma delle risposte agli item rappresentativi della dimensione in esame.

Punteggi T:

BASSO MEDIO BASSO MEDIO MEDIO ALTO ALTO

<35 35-44 45-54 55-64 >65

[Non può essere usato in maniera intercambiabile con un questionario di personalità: le nostre azioni sono guidate

un po' dalle cose che possiamo misurare con questi strumenti e un po' da strumenti motivazionali non misurabili.

Il TOM e il BFQ non correlano per niente nella versione originale]

La persona dà il meglio di sé se può misurarsi con

compiti di difficoltà sempre maggiori, se ha

l’opportunità di mettersi alla prova e se riceve dei

Orientamento all’obiettivo/successo feedback sulla prestazione resa.

È attratta da attività difficili e sfidanti e consegue

l’eccellenza per il piacere di esprimere al meglio le

proprie possibilità.

La persona dà il meglio di sé quando può sperimentare

cose sempre nuove, esplorare situazioni poco

conosciute e lavorare su più attività

contemporaneamente piuttosto che su attività

Orientamento all’innovazione ripetitive.

Le piace modificare soluzioni consolidate, cambiare

frequentemente e pensa in modo creativo e divergente

rispetto agli altri.

La persona dà il meglio di sé se può assumere posizioni

Orientamento alla leadership influenti e di controllo, guidare gli altri e distribuire

compiti e responsabilità al gruppo. 40

È spinta ad imporre le sue scelte e a stare al centro

dell’attenzione, prendere decisioni anche per conto di

altri e trascinarli nelle sue iniziative.

La persona dà il meglio di sé se può lavorare in gruppo e

in buon clima, con colleghi che sono anche amici, e se

Orientamento alla relazione può ricevere dagli altri sostegno affettivo.

È spinta a collaborare, ad evitare ogni tipo di conflitto e

ad essere solidale con i colleghi.

Rappresentazione grafica: dirigente. Rappresentazione grafica: progettista.

Or. all’obiettivo: medio-medio alto; Or. all’obiettivo: medio-medio alto;

Or. all’innovazione: medio; Or. all’innovazione: medio alto;

Or. alla leadership: medio alto; Or. alla leadership: medio;

Or. alla relazione: medio basso. Or. alla relazione: medio.

Narrative TOM. Orientamento all’obiettivo

Punteggi bassi La persona preferisce attività semplici, con poche difficoltà. Evita di mettersi alla prova per paura di

(<34) fallire, rifiuta i feedback che riceve dagli altri.

Punteggi La persona appare poco interessata ad ottenere il meglio di sé e ad impiegare le proprie potenzialità.

medio-bassi Tende a non mettersi alla prova. Con difficoltà si impegna nel raggiungimento degli obiettivi soprattutto

(35-44) se ciò comporta sacrifici.

La persona è spinta a ricercare occasioni per mettersi alla prova e a raggiungere gli obiettivi, sebbene

Punteggi medi possa apparire discontinua nell’agire. Accoglie favorevolmente i feedback anche se resistente ad

(45-54) utilizzare quelli negativi.

Punteggi Sembra una persona cui piace ottenere il meglio di sé in ogni circostanza, prediligendo attività sfidanti.

medio-alti Ricerca sempre occasioni per mettersi alla prova impegnandosi molto. Riconosce l’importanza dei

(55-64) feedback.

Punteggi Sceglie attività difficili e sfidanti che le consentono costantemente di mettersi alla prova e misurare le

molto alti proprie potenzialità. È interessata a raggiungere standard di eccellenza. Richiede attivamente feedback,

(>65) sia positivi che negativi. 41

Orientamento all’innovazione

Preferisce situazioni note e consolidate e mostra un comportamento di preferenza abitudinario. Dà il

Punteggi bassi meglio di sé se può applicarsi in attività di routine. La difficoltà dell’incertezza spinge ad evitare

(<34) cambiamenti.

Punteggi Mostra scarso interesse per le novità o per la ricerca di soluzioni alternative. Preferisce comportarsi in

medio-bassi maniera convenzionale e cimentarsi nelle attività che le sono consuete. Preferisce affrontare un’attività

(35-44) per volta.

Moderatamente attratta da situazioni nuove, che è incline a sperimentare situazioni nuove sebbene il

Punteggi medi suo comportamento possa apparire discontinuo. È interessata a trovare alternative diverse alle situazioni

(45-54) consuete, ma si trova bene anche in quelle consolidate.

Punteggi Attratta dalle situazioni poco conosciute, dà il meglio di sé quando ha la possibilità di cimentarsi in

medio-alti attività e progetti nuovi. Di fronte alle situazioni consuete generalmente si annoia e preferisce lavorare

(55-64) su più attività contemporaneamente.

Predilige decisamente situazioni poco conosciute e dà il meglio di sé quando ha la possibilità di portare

Punteggi avanti più attività contemporaneamente, anche se ciò può andare a discapito della qualità dei risultati.

molto alti Evita la routine e si annoia in situazioni ripetitive. Anche quando deve affrontare le stesse situazioni è

(>65) portata a modificarle. Orientamento alla leadership

La persona evita attività di coordinamento. Quando si trova a gestire gli altri può risultare inefficace. Sul

Punteggi bassi lavoro evita di competere per primeggiare e di assumersi responsabilità personali, soprattutto se

(<34) richiedono di prendere decisioni per conto di altri.

Punteggi Appare poco interessata ad imporre le proprie scelte e a stare al centro dell’attenzione. Tende a non

medio-bassi assumere posizioni influenti e di controllo, difficilmente si adopera per convincere gli altri delle sue idee.

(35-44) Moderatamente interessata ad influenzare gli altri con le proprie iniziative. Se necessario si adopera per

Punteggi medi organizzare e coordinare il gruppo di lavoro assumendosi le responsabilità delle sue scelte. È interessata

(45-54) a posizioni di prestigio ma non necessariamente le ricerca.

Punteggi Dà il meglio di sé quando è riconosciuta dagli altri. Ama prendere decisioni anche per conto di altri, si dà

medio-alti da fare per convincerli, riuscendo a trovare le strategie per trascinare le proprie iniziative. Cerca di

(55-64) mettersi al centro dell’attenzione.

Punteggi Preferisce posizioni di prestigio e assumere ruoli che le consentono di esercitare la propria influenza sugli

molto alti altri. Le piace stare al centro dell’attenzione e prendere decisioni su tutto. Ama assumersi le

(>65) responsabilità, anche per conto di altri.

Orientamento alla relazione

La persona appare scarsamente interessata al rapporto con gli altri, non si preoccupa del loro giudizio e

Punteggi bassi organizza le proprie attività senza tener conto dei bisogni degli altri. Sul lavoro non è incline a stabilire

(<34) stretti rapporti di amicizia.

Punteggi Non è particolarmente interessata ad avere il sostegno dagli altri o a lavorare in compagnia. Non è

medio-bassi influenzata dalle critiche o dai conflitti, non ritiene importante integrarsi con il resto del gruppo.

(35-44) Ritiene abbastanza importante la solidarietà con gli altri, così come avere dagli altri il sostegno affettivo.

Punteggi medi Più che competere preferisce collaborare e lavorare in un clima sereno. Tende ad evitare i conflitti e

(45-54) generalmente intrattiene rapporti cordiali.

Punteggi Ritiene importante la solidarietà con i colleghi e ricevere sostegno affettivo. Ama lavorare con persone

medio-alti che sono anche amiche. Dà il meglio di sé quando riesce a lavorare in un clima sereno, adoperandosi a

(55-64) crearlo in prima persona, ad attenuare i conflitti e a favorire le occasioni di socializzazione.

Preferisce decisamente collaborare piuttosto che competere, manifestando comprensione e assumendo

Punteggi posizioni affettivamente rilevanti nel gruppo. Si preoccupa degli altri, e fa di tutto per evitare ogni forma

molto alti di conflitto che possa compromettere la relazione con loro. Dà il massimo quando si sente sostenuta ed

(>65) accettata dal gruppo. 42

TOM (versione originale).

Lo strumento misura tre orientamenti:

▪ Orientamento all’obiettivo;

▪ Orientamento alla leadership;

▪ Orientamento alla relazione.

I tre motivi di McClelland (successo, potere e affiliazione).

Calcolo del punteggio grezzo.

▫ Per ogni dimensione (orientamento) bisogna calcolare il rispettivo punteggio grezzo;

▫ Ogni dimensione è misurata da 12 item con formato di risposta da 1 a 7 (punteggio grezzo minimo = 12 e punteggio

grezzo massimo = 84);

▫ Il punteggio grezzo è dato dalla somma delle risposte agli item rappresentativi della dimensione in esame.

Siamo sempre consapevoli dei motivi che guidano il nostro comportamento?

(McClelland, Koestner, Weinberger, 1989) In che misura motivi espliciti e motivi impliciti

differiscono?

È possibile che i nostri motivi espliciti siano in

contrasto con quelli impliciti?

Ad oggi, la ricerca non fornisce una risposta univoca a

queste domande: se, infatti, alcuni studi suggeriscono

che i due livelli di motivazione siano indipendenti e

possano agire in sintonia o dare origine a situazioni di

conflitto (Brunstein, Maier, 2005), i risultati di altre

ricerche propendono maggiormente per una

situazione di coerenza tra i due livelli (Bilsky, Schwartz,

2008).

Teorie cognitive e sociocognitive della motivazione.

La rivoluzione cognitivista sposta il focus dal comportamento ai processi cognitivi (black box). Vengono individuati

una serie di costrutti motivazionali. I costrutti si vanno a cercare nei processi di pensiero: in questa prospettiva viene

trovato uno dei costrutti più felice, l'aspettativa. Essa è relativa a qualcosa che non è ancora successo. L'idea che noi

ci comportiamo in certi modi anche in qualcosa che immaginiamo nel futuro, è una scoperta rivoluzionaria. Viene

individuato guardando i topi dei labirinti: l'apprendimento per venire fuori dal labirinto, se alla fine era presente una

ricompensa, era più veloce. Noi apprendiamo non solo facendo, ma anche guardando (Bandura). È una capacità

complessa, non è presente nei bambini.

Atkinson, Teoria Aspettativa x Valore

▪ (1964).

Atkinson parte dal modello di McClelland, però non basta a spiegare i comportamenti. Le persone danno dei

ragionamenti, dove è centrale sapere che cosa si aspettano che succederà.

Tendenza all'achievement, che deriva da un processo molto complesso, nel quale certamente c'è un motivo di base,

ma c'è anche un'aspettativa (di successo o insuccesso), chiamata P (probabilità di fare bene o fallire). La persona

quando deve decidere se fare qualcosa, attua un ragionamento complesso che considera le possibilità di successo e

fallimento, l'incentivo e il motivo (le aspettative sono sempre di riuscita e fallimento). È una teoria orientata al

futuro.

T = (M x P x I ) – (M x P x I )

X X X Y Y Y

T: tendenza motivazionale, ovvero una tendenza a mettere in atto una determinata azione;

M: motivo;

P: probabilità, ovvero l’aspettativa relativa a ciò che succederà se si agisce in un certo modo;

I: incentivo, corrispondente al valore attribuito a un determinato obiettivo o scopo. 43

▪ I tre elementi caratterizzano due tendenze diverse: la tendenza al successo (x) e la tendenza a evitare

il fallimento (y); dalle due deriva la tendenza motivazionale generale (T).

▪ Per Atkinson l’azione motivata è retta da un principio di utilità soggettiva: gli individui agiscono quando ritengono

di poter raggiungere gli scopi che sono alla loro portata e che valutano come importanti.

▪ Nel decidere se intraprendere o meno un’azione, quindi, le persone non sono esclusivamente in balia di spinte o

fattori di attrazione, ma effettuano valutazioni delle loro probabilità di successo e di fallimento, e si chiedono quanto

è effettivamente importante per loro il raggiungimento di un determinato scopo.

Incentivo o valore: "Quanto è importante per me il successo o l'evitamento del fallimento?".

I due costrutti di probabilità e incentivo sono relati in un certo modo: tanto più una cosa è difficile, tanto le persone

gli attribuiscono valore. È emerso che sono costrutti ortogonali. Il valore attribuito a un obiettivo è la variabile che

più conta alla riuscita reale e alla riuscita del comportamento stesso (emerso in ambito scolastico)

Atkinson applica il suo modello allo studio della motivazione alla riuscita:

T = (M x P x I ) – (M x P x I )

s S S F F F

S: tendenza al successo; F: tendenza a evitare il fallimento (f).

Tra aspettativa e valore Atkinson ipotizza una relazione inversa: l’incentivo è cioè tanto più grande quanto più

difficile è il compito/l’obiettivo e sono dunque più basse le probabilità di successo. La scelta dovrebbe quindi cadere

sempre sul “più difficile”… in realtà non è così … la scelta dipende anche da M e M .

s F

 Le persone più orientate al successo preferiscono generalmente compiti di media difficoltà;

 Le persone più orientate a evitare il fallimento preferiscono invece compiti molto difficili o molto facili.

Gli incentivi corrispondono principalmente a delle emozioni anticipate di orgoglio e soddisfazione, nel caso del

successo, e di vergogna del caso di insuccesso.

Limiti:

▪ Le persone non sono sempre in grado di elaborare aspettative di riuscita o di fallimento, soprattutto di fronte a

compiti o contesti nuovi; non fanno quindi tutto questo ragionamento;

▪ Le persone non sempre si impegnano nel complesso processo di massimizzazione dell'utilità proposto dal modello;

▪ Le decisioni delle persone spesso violano i principi matematici della scelta razionale.

[Qual è la differenza tra le aspettative di esito (Atkinson) e le convinzioni di autoefficacia (Bandura)?

Le aspettative sono delle probabilità/aspettative sull'esito. Le convinzioni di autoefficacia sono specifiche. Efficacia:

quanto io penso di essere capace di gestire con successo le attività che mi portano ad ottenere quel risultato (es. non

distrarmi mentre studio, trovare delle strategie per memorizzare il materiale, stare attenti). L'efficacia è un costrutto

chiave nello studio della motivazione, è presente in tutti i modelli che cercano di mettere insieme più costrutti

motivazioni e che cercano di spiegare e poi promuovere il cambiamento del comportamento. Siamo portatori di

tanti costrutti che agiscono in maniera diversa]

Weiner, teoria attribuzionale

▪ (1992).

Novità: punta l’attenzione sulle spiegazioni che le persone danno in merito a ciò che è successo nel passato (come io

mi spiego quello che è successo) e, in particolar modo, sulle attribuzioni relative alle cause di quanto accaduto.

[Bandura parlava della capacità di riflettere su quello che è successo]

L'esternalizzazione e l'internalizzazione delle cause sono delle variabili chiave del nostro funzionamento.

L'essere umano è portato naturalmente a interrogarsi molto di più sul negativo, siamo più sensibili.

Le attribuzioni causali variano in base a:

▫ Il locus di un evento: la causa è interna o esterna all’individuo?

▫ La controllabilità volontaria dell’evento: l’individuo è in grado di agire sulla causa? (es. non ho studiato, sono

sfortunato, non sono portato dipende da come noi concettualizziamo la nostra intelligenza);

▫ La stabilità e globalità della causa: la causa può essere generalizzata ad altre situazioni e altri momenti? (specifico -

generale).

[Le persone sono estremamente variabili. È importante la rappresentazione che si dà all'impegno. È difficile trovare

delle associazioni stabili tra i diversi criteri, in quanto variano in base alle attribuzioni personali] 44

Dalla combinazione delle tre dimensioni scaturiscono tante possibili attribuzioni. A ciascuna attribuzione sono

associate delle emozioni che hanno un’ulteriore valenza motivazionale, dal momento che a loro volta influenzano le

scelte e le azioni che la persona farà nel futuro. Lo strumento più diffuso per la misura delle attribuzioni causali è

l’Attributional Style Questionnaire, del quale esistono numerose varianti relativi a specifici ambiti di applicazione.

L’Attributional Style Questionnaire (1970).

Istruzioni:

1) Leggi attentamente la prima delle situazioni presentate e immagina che stia accadendo davvero proprio a te

(situazione positiva e negativa).

2) Pensa qual è secondo te il motivo principale (uno solo) della situazione (sempre immaginando che stia accadendo

a te).

3) Scrivi questo motivo nello spazio previsto.

4) Rispondi alle tre domande sul motivo cerchiando un solo numero per domanda. Non cerchiare le parole.

5) Vai alla situazione successiva, e così via, fino all’ultima.

Ricorda che non ci sono risposte giuste e sbagliate: conta solo il tuo punto di vista. Proprio per questo motivo, i

questionari sono anonimi.

Al rispondente vengono presentati degli eventi, sia positivi che negativi, e per ciascuno viene chiesto di individuare

un’unica causa e di valutarla in termini di locus, di stabilità e di globalità. Questi strumenti ipotizzano che le persone

abbiamo degli stili di attribuzione, ovvero delle modalità costanti e caratteristiche di interpretare gli eventi / nelle

interpretazioni che diamo ai fatti della nostra vita, c'è un certo grado di coerenza (altri dicono che a seconda delle

situazioni facciamo delle attribuzioni diverse).

Esistono tantissime forme concettualizzate, sia per popolazione sia per contesto di riferimento (bambini, scuola,

lavoro, depressione). Le variabili si esprimono lungo un continuum; questo fatto sottende un tipo di localizzazione

dimensionale (non esiste interno-esterno, ma totalmente esterno-un po' meno esterno ecc).

Vantaggi: estremamente modificabile.

Limiti: cultura, età, non misura la controllabilità.

L’importanza del senso di controllo.

Bandura, autoefficacia percepita

▪ (1997).

L’elevata specificità è una delle caratteristiche principali dell’autoefficacia percepita che, nella teoria social-cognitiva

di Bandura, corrisponde all’insieme delle valutazioni che le persone fanno rispetto al loro sentirsi capaci di eseguire

determinate azioni e di raggiungere livelli stabili di prestazione, in determinati compiti e ambiti delle loro vite.

 Importanza di sapere di saper fare

Secondo Bandura l’efficacia percepita gioca un ruolo molto importante nei vari contesti dell’esperienza individuale,

dal momento che i modi in cui ognuno di noi decide di agire sono fortemente influenzati da come e da quanto ci

riteniamo effettivamente in grado di fare. Siamo, infatti, scarsamente spinti ad agire e ad impegnarci se non ci

riteniamo all’altezza delle situazioni o se non crediamo di avere delle buone probabilità di riuscita.

Numerosi studi realizzati in contesti che spaziano dalla scuola al mondo del lavoro, dallo sport alla salute, hanno dato

sostegno alle sue idee, dimostrando come, a parità di capacità effettive, avere un’elevata convinzione della propria

efficacia costituisca una “marcia in più” particolarmente vantaggiosa.

Autoefficacia percepita e altri costrutti motivazionali. Bandura ipotizza una configurazione di nessi di influenza

che pone l’autoefficacia percepita quale fattore primario di

influenza nel processo che dalle attribuzioni causali fluisce

verso la generazione di aspettative e da queste va alle

intenzioni di agire, fino all’azione vera e propria. 45

 L’autoefficacia percepita è sempre specifica e altrettanti specifici sono gli strumenti per la sua valutazione:

“Quanto sei capace di gestire le intrusioni dei tuoi genitori nella tua vita privata senza irritazione e risentimento?”

“Quanto sei capace di portare aiuti difensivi a un tuo compagno battuto dal suo diretto avversario?”

Misurare l’autoefficacia percepita.

▪ “Le convinzioni di efficacia possono variare per livello e intensità e sono soprattutto caratterizzate da elevata

specificità; si riferiscono cioè a attività, domini e contesti specifici”;

L’elevata specificità che caratterizza l’autoefficacia percepita si riflette anche nei molteplici strumenti che sono stati

sviluppati per la sua valutazione;

▪ Le scale di efficacia devono riflettere accuratamente il costrutto che misurano. Gli item devono essere formulati in

termini di can do (capacità) e non will do (intenzione);

▪ Gli item non devono essere banali, riflettere prestazioni alla portata di tutti, ma devono essere “sfidanti” e fare

riferimento a difficoltà e impedimenti reali alla messa in atto del comportamento cui si riferiscono.

L’importanza degli obiettivi.

L’autoefficacia è molto importante nei processi di autoregolazione, ovvero nei processi attraverso i quali le

persone regolano il proprio comportamento in vista di obiettivi che vogliono raggiungere. Gran parte del nostro

comportamento è mosso nella direzione di ciò che vogliamo ottenere.

Gli obiettivi sono un importante oggetti di indagine per gli studiosi della motivazione; corrispondono alle

rappresentazioni di ciò che la persona vuole ottenere e verso cui dirige il suo comportamento in maniera volontaria.

Come sottolinea Emmons: “le persone spendono quotidianamente una fetta considerevole del loro tempo

a riflettere, decidere e perseguire obiettivi altamente valorizzati che ordinano e strutturano le loro vite”(1986).

Diversamente dai desideri, che corrispondono a qualcosa che la persona vuole fortemente ma che ha connotazioni

piuttosto generiche e spesso poco realistiche, gli obiettivi sono caratterizzati da:

▫ Concretezza ed elevata definizione: “superare due esami” vs. “andare bene all’università”;

▫ Specificità di contesto: “vincere la prossima gara di nuoto” vs. “vincere tutte le gare”;

▫ Collocazione temporale precisa: “comprare casa entro i prossimi dodici mesi” vs. “comprare casa il prima

possibile”;

▫ Misurabilità: “una persona ha superato il colloquio che si era prefissato” vs. “una persona ha iniziato ad orientarsi

nel mondo del lavoro” (è possibile stabilire con chiarezza quanto un obiettivo è stato raggiunto).

Nella teoria di goal setting (lavorare per obiettivi) sviluppata da Locke e Latham (1994), due psicologi dell’ambito

organizzativo, gli obiettivi si distinguono per:

▫ Livello di difficoltà o sfida che comportano per la persona; questo dipende sia dal contenuto dell’obiettivo che

dagli standard che la persona si prefigge di raggiungere;

▫ Ampiezza: alcuni obiettivi sono particolarmente ampi e implicano un’articolazione in sotto-obiettivi più ristretti;

▫ Prossimità temporale: alcuni obiettivi sono a breve termine, altri a medio termine, altri ancora sono più a

lungo termine;

▫ Significato che rivestono per la persona.

Gli obiettivi devono essere concreti e ben definiti. Spesso uno dei problemi negli obiettivi è quello di non definire un

termine temporale, assieme al reperimento delle risorse. Gli obiettivi non hanno tutti la stessa portata e rilevanza.

 Anche i valori, quali principi guida che determinano cosa è importante e giusto per una persona, hanno

un’importante valenza motivazionale, dal momento che le persone sono spinte a comportarsi in sintonia con i propri

valori e a stabilire obiettivi ad essi conformi.

▪ Schwartz, il PVQ e la “teoria della struttura psicologica universale dei valori”.

Schwartz (2005) ha sviluppato una tassonomia costituita da dieci valori di base. A ciascun valore sono associati

determinati obiettivi che si traducono in specifici comportamenti. 46

Valori: strettamente connessi al contesto culturale d'origine. Esistono valori universali?

I valori personali:

1. Sono delle convinzioni;

2. Forniscono i criteri per valutare le azioni proprie e altrui;

3. Guidano il comportamento;

4. Sono ordinati in senso di importanza.

Funzione dei valori: standard che guidano e determinano l’azione, gli atteggiamenti verso gli oggetti e le situazioni,

le idee, le valutazioni, i giudizi, le giustificazioni, la presentazione di sé agli altri ed il confronto con essi.

Organizzazione psicologica dei valori:

▫ Una volta appreso, un valore viene integrato in un sistema organizzato secondo un ordine di priorità;

▫ Una volta acquisiti dall’individuo, possono essere difesi, giustificati, sostenuti ed esortati come personalmente e

socialmente desiderabili.

 Il sistema valoriale è una struttura che rende ragione delle relazioni tra i diversi valori.

La teoria della struttura psicologica universale dei valori (1992).

“…un valore è un concetto che un individuo ha di uno scopo trans-situazionale che esprime interessi (individualistici

vs collettivistici) collegati a domini motivazionali e valutato su un continuum di importanza (da molto importante a

poco importante) come principio guida nella propria vita” (Schwartz, Bilsky, 1987).

Ci sono evidenze empiriche sull'esistenza di questi valori in diversi contesti culturali. Ci sono valori più e meno

importanti, funzionano come principi guida a cui si connettono specifiche motivazioni e obiettivi.

Natura e origine dei valori.

Rappresentazioni cognitive di tre tipi di necessità umane universali:

▫ I bisogni di natura biologica dell’organismo;

▫ Le richieste di natura sociale, necessarie al coordinamento degli scambi interpersonali;

▫ Gli obblighi socio-istituzionali, che garantiscono il bene comune e la sopravvivenza della società.

Quanti valori?

Nel corso degli ultimi decenni i risultati di ricerche condotte su circa 200 campioni in più di 60 differenti nazioni

attestano la possibilità di riconoscere dieci valori distinti e validi in diverse culture.

Il modello circomplesso di Schwartz.

▫ In un modello circomplesso, le variabili tendono a disporsi nello spazio seguendo un ordinamento circolare.

▫ La direzione e l’ampiezza delle associazioni tra le variabili è una funzione della loro distanza lungo la circonferenza

del circolo, con le variabili più “simili” collocate in posizioni adiacenti.

▫ La forza della relazione tra le variabili diminuisce all’aumentare della loro distanza e raggiunge il massimo valore

negativo per le variabili che si trovano in posizione opposta lungo la rappresentazione spaziale. Tanto più i valori

sono vicini, tanto più sono simili. La forte vicinanza fa sì che vengano sussunti da degli assi valoriali (macro-valori),

che definiscono lo spazio all'interno del quale i valori vengono posti.

▫ La posizione precisa dei valori può cambiare. Essa viene definita nel seguente modo: si distribuiscono (bloccano) i

punteggi in uno spazio, tramite metodi statistici.

Il PVQ (Portrait Values Questionnaire) (2001).

Schwarz ha elaborato una teoria psicologica sui valori: esistono 10 valori di base (universalismo, benevolenza,

conformismo, tradizione, sicurezza, potere, successo, edonismo, stimolazione, auto-direzione) che si articolano in 4

macro-dimensioni (autotrascendenza, conservatorismo, autoaffermazione e apertura al cambiamento, che è a

cavallo tra stimolazione e successo).

Ovviamente ci sono differenze: nelle culture meno individualistiche, si valorizzano i valori dell'autotrascendenza, in

quelle più individualiste il successo. A seconda di come si muovo questi due macro-assi, presenti in tutte le culture

ma in maniera diversificata, si pongono questi valori. 47

Per tenere sotto controllo il tema della desiderabilità sociale, non si chiede al rispondente di dire se l'item descrive

bene la persona, ma si chiede di dire quanto la descrizione fornita è relativa a una persona che il rispondente sente

come simile.

Le dimensioni del PVQ (simili ai costrutti trovati in precedenza):

1. POTERE: status sociale e prestigio - raggiungimento del controllo sugli altri. Riflette il potere di McClelland.

2. SUCCESSO: successo personale - somiglia al potere di McClelland.

3. EDONISMO: ricerca del piacere personale e gratificazione dei sensi - un po' legata a un modello omeostatico

(soddisfazione delle mancanze).

4. STIMOLAZIONE: eccitazione, novità e sfide stimolanti - qualcuno la mette in relazione alla dimensione del

sensation seeking. Si ricollega al costrutto di stimolazione ottimale (Eysenck). È un aspetto che funziona

come una differenza individuale.

5. AUTODIREZIONE: azione e indipendenza di pensiero - esplorazione, auto-affermazione, richieste

interazionali (i valori sono culturalmente radicati e derivati).

6. UNIVERSALISMO: rispetto e protezione degli uomini e della natura.

7. BENEVOLENZA: preservazione del benessere delle persone con cui si è a diretto contatto.

8. TRADIZIONE: rispetto e accettazione delle tradizioni.

9. CONFORMISMO: conformità alle aspettative e norme sociali - la spinta a limitare gli impulsi e le spinte

personali a favore di un benessere collettivo.

10. SICUREZZA: incolumità e stabilità della società e della propria persona - non sentirsi in pericolo, protezione

delle relazioni sociali. Le quattro dimensioni sovraordinate.

Nel modello di Schwartz, i dieci valori

tendono a raggrupparsi in qu

dimensioni sovraordinate:

1. APERTURA AL CAMBIAMENTO:

(l’indipendenza del proprio pensiero e delle

proprie azioni).

2. CONSERVATORISMO: (l’osservanza delle

pratiche dettate dalla

tradizione e la protezione della stabilità).

3. AUTOAFFERMAZIONE: (la ricerca del

successo personale e del

predominio sui propri simili).

4. AUTOTRASCENDENZA: (l’accettazione

degli altri e l’impegno per il loro benessere).

STEP 1: per ogni dimensione (valore) bisogna calcolare il rispettivo punteggio grezzo; il punteggio grezzo è dato dalla

somma delle risposte agli item rappresentativi della dimensione in esame.

1. Valori dell’apertura al cambiamento:

▪ Autodirezione (4 item):

▫ Obiettivo: pensiero ed azione volti a cercare, creare e l’esplorare;

▫ Deriva dai bisogni dell’individuo di controllo e dalle richieste interazionali di autonomia ed

indipendenza.

▪ Stimolazione (3 item):

▫ Obiettivo: eccitamento, novità e cambiamento nella vita;

▫ Deriva dal bisogno dell’individuo di varietà e di sollecitazione nell’ordine di mantenere un

ottimale, positivo livello di attivazione.

▪ Edonismo (3 item):

▫ Obiettivo: piacere o gratificazione dei sensi per sé stessi;

▫ Deriva dai bisogni dell’individuo ed il piacere associati con il soddisfarli. 48

2. Valori dell’autoaffermazione:

▪ Successo (4 item):

▫ Obiettivo: successo personale attraverso la dimostrazione di competenza in accordo agli

standard sociali.

▫ Deriva dal bisogno degli individui dei gruppi e delle istituzioni di raggiungere i loro obiettivi con

successo.

▪ Potere (3 item):

▫ Obiettivo: status sociale e prestigio, controllo o dominazione su persone e risorse;

▫ Deriva dai bisogni individuali per il dominio ed il controllo.

3. Valori del conservatorismo:

▪ Conformismo (4 item):

▫ Obiettivo: restrizioni e controllo delle azioni, inclinazioni ed impulsi che potrebbero danneggiare

gli altri e violare le norme e le aspettative sociali;

▫ Deriva dall’esigenza che gli individui inibiscano le inclinazioni che potrebbero distruggere o

minare la regolarità dell’interazione ed il funzionamento del gruppo.

▪ Tradizione (3 item):

▫ Obiettivo: rispetto, impegno, accettazione dei costumi e delle idee che una cultura oppure una

▫ religione prevede;

▫ Deriva dal bisogno di tutela della dignità unica della propria cultura.

▪ Sicurezza (5 item):

▫ Obiettivo: sicurezza, armonia, stabilità della società e delle relazioni.

▫ Deriva dalle richieste individuali e dei gruppi di sicurezza.

4. Valori dell’autotrascendenza:

▪ Benevolenza (6 item):

▫ Obiettivo: preservare e migliorare il benessere di coloro con cui si ha un contatto personale

frequente (“in-group”);

▫ Deriva dall’esigenza di base di far funzionare il gruppo in modo scorrevole e dal bisogno di

▫ affiliazione proprio dell’organismo.

▪ Universalismo (4 item):

▫ Obiettivo: il comprendere, l’apprezzare, il tollerare ed il proteggere il benessere di tutti gli

individui e della natura;

▫ Deriva dai bisogni di sopravvivenza propria degli individui e dei gruppi.

STEP 2: interpretazione dei punteggi; conversione punteggi Z in punti T.

Profili d’esempio. 49

Rilevanza pratica, comportamenti sistematicamente predetti dalla priorità dei valori:

▫ Scelta di occupazione, università, specializzazione;

▫ Osservanza religiosa;

▫ Orientamento politico e voto;

▫ Cooperazione/competizione;

▫ Delinquenza giovanile;

▫ Comportamenti sessuali a rischio;

▫ Crimini dei ‘colletti bianchi’;

▫ Furti in negozi;

▫ Alcoolismo;

▫ Andare a caccia. Il modello empirico non è uguale a quello teorico.

Le dimensioni sono vicine così come Schwarz le ha

interpretate. Riassume alcuni dei criteri con cui i

valori sono stati correlati. Hanno uno sfondo

morale (i valori non vengono chiamati in causa in

ogni singolo comportamento).

Questo modello è esaustivo (abbraccia tutti i valori che professiamo)?

L'essere amati non è un valore, ma un bisogno (nella benevolenza). Il valore, per definizione, è un principio guida

radicato nel contesto: è ambizioso di parlare di valori universali, in quanto è presente una dipendenza culturale

fortissima.

Il valore dell'onesta è in parte nell'universalismo, non c'è una misura pura di onestà, non è esplicitamente esplicitato.

Ci sono molti obiettivi, costrutti motivazionali e non meri valori. È un modello psicologico.

[Motivi espliciti e impliciti. Qualcuno sostiene che i valori siano una dimensione più macro connessa alla dimensione

motivazionale implicita. Viene chiamato in causa quando parliamo di scelte molto ampie (religione, voto politico)]

Il ruolo delle rappresentazioni di sé.

▪ Markus, Nurius, la teoria dei sé possibili.

▫ Sé attuale (chi siamo);

▫ Sé ideale (cosa vorremmo essere);

▫ Sé imperativo (cosa dovremmo essere).

I tre tipi di sé sostanziano sia le rappresentazioni sia le rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, sia quelle che gli

altri hanno di noi.

Nel tentativo di categorizzare i tanti aspetti del sé e di comprendere le influenze esercitate da fattori di ordine

culturale, gli studiosi hanno proposto una differenziazione in termini di aspetti di indipendenza e aspetti di

interdipendenza del sé (Markus, Kitayama, 1999). Gli aspetti di indipendenza caratterizzano una concezione del sé

nella quale si valorizza la propria indipendenza dagli altri e si tende ad affermare caratteristiche, obiettivi e valori 50

personali. Gli aspetti di interdipendenza sono caratteristici di una concezione di sé nella quale si sottolinea

soprattutto il legame con gli altri e la priorità data a valori e obiettivi propri della collettività di appartenenza.

Un sé interdipendente è risultato tipico dei paesi a cultura collettivista, dove le persone tendono a pensare a sé

stesse come strettamente interconnesse e interdipendenti rispetto agli altri e a definirsi in base ai ruoli e situazioni

sociali (Giappone, India, America Latina).

Nei paesi a cultura individualista le persone riportano più spesso un sé indipendente, mostrando una tendenza a

pensarsi come autonome e separate dagli altri e a definirsi in base a caratteristiche individuali (Stati Uniti, Australi,

Europa).

Twenty Statements Test (TST): “Chi sono io?”. La preghiamo di dare venti risposte a questa domanda, nelle venti

righe sottostanti. Questo è l’incipit del TST, uno strumento sviluppato da Kuhn e McPartland (1954) per misurare le

rappresentazioni di sé che hanno le persone, ovvero i modi in cui le persone si vedono e credono di essere. È

utilizzato molto in ambito di ricerca, ma non solo. Si può usare in modo flessibile in diversi contesti.

L'andare veloce permette di raccogliere risposte secche e spontanee, non c'è ordine di ciò che è più importante e di

ciò che lo è meno. Si cerca di aggirare la self-presentation. Bisogna rispondere come se parlassimo a noi stessi. Lo

scoring non è fisso, varia in base a chi analizza i dati. La codifica può essere effettuata sia dal ricercatore, sia dal

rispondente o da entrambi (doppio score).

Dai risultati delle tante applicazioni di questo strumento è emerso come gli individui abbiano rappresentazioni di sé

piuttosto diversificate, che si riferiscono a diversi aspetti:

▫ Caratteristiche personali (“sono uno sveglio”): fisiche e non fisiche;

▫ Ruoli (“sono una mamma”);

▫ Posizioni lavorative (“sono un insegnante”);

▫ Hobby (“sono un tifoso”);

▫ Obiettivi, (“sono uno studente che vuole laurearsi”); Altro

▫ Valori (“sono uno che rispetta la natura”).

Lo strumento si ancora alle risposte che sono date rispetto al sé attuale. Chiede al rispondente di rivalutare le

risposte date in termini di ideale prima e imperativo dopo.

 Con l'aumentare dell'età, l'ideale e l'imperativo si allontanano dal sé attuale. Aumenta anche la discrepanza.

Higgins, la discrepanza tra i sé possibili

▪ (1999).

Le rappresentazioni di sé hanno una forte valenza motivazionale, non solo perché spesso ci definiamo in termini

motivazionali parlando dei nostri obiettivi, preferenze e valori, ma soprattutto perché siamo fortemente spinti a

comportarci in conformità alle rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, e a ridurre eventuali discrepanze tra i

diversi sé.

La Higgins ha indagato l'argomento delle discrepanze.

▫ Le caratteristiche che definiscono i diversi sé sono caratterizzate da diversi gradi di rilevanza e di accessibilità,

influenzate/triggerate dal contesto sociale (non tutte le caratteristiche sono parimenti importanti nel definire il

nostro sé, e non tutte sono sempre accessibili alla nostra consapevolezza;

▫ Tra i diversi sé, e le caratteristiche che lo definiscono, possono sussistere vari gradi di coerenza o di discrepanza;

▫ I diversi sé hanno spesso contenuti motivazionali (es. obiettivi da realizzare), ma è soprattutto la discrepanza

tra i sé ad essere fonte di motivazione.

 La persona è spinta a ridurre la discrepanza.

▫ La discrepanza tra le proprie rappresentazioni è particolarmente rilevante perché è associata ad emozioni

che hanno un ulteriore impatto motivazionale,

SÉ ATTUALE - SÉ IDEALE INSODDISFAZIONE

SÉ ATTUALE - SÉ IMPERATIVO COLPA

▫ Nel sé imperativo c'è una grossa componente di quello che gli altri mi dicono di dover essere;

▫ Studi cross-culturali hanno dimostrato come la discrepanza sia molto diversa rispetto ai diversi contesti culturali e

vari in base ai contenuti (nell'occidente ci sono più contenuti individualistici, relazionali in oriente). 51

Dweck, le teorie implicite sul sé

▪ (2008).

Studiando i bambini e la loro concezione sull'intelligenza, ha ipotizzato l'esistenza di teorie implicite, ovvero

rappresentazioni che noi abbiamo studiando l'intelligenza. Le persone elaborano delle teorie implicite sulle proprie

caratteristiche alle quali associano diversi gradi di modificabilità e duttilità; si formano precocemente e sono

piuttosto trasversali e difficilmente modificabili.

Esistono persone che in merito a queste caratteristiche hanno prevalentemente delle concezioni entitarie e altri

incrementali.

 Concezioni entitarie (“sono… come sono”): i margini per cambiare le proprie caratteristiche sono piuttosto

ridotti;

 Concezioni incrementali (“posso diventare…”): vi sono ampie possibilità di cambiamento anche per

caratteristiche che potrebbero sembrare doti o limiti naturali.

Le concezioni entitarie e incrementali sono state studiate soprattutto in ambito scolastico e in quello sportivo.

Dweck ha studiato soprattutto le concezioni entitarie e incrementali dell’intelligenza, osservando come queste si

formino in età molto precoce, influenzino la buona riuscita scolastica (maggiore per gli incrementali) e siano

piuttosto difficili da modificare, soprattutto se rafforzate da lodi o rimproveri incentrati sulle caratteristiche

personali piuttosto che sul comportamento. I bambini già da piccoli pensano di essere intelligenti o meno.

L'intelligenza viene concepita come qualcosa che c'è o non c'è, ognuno ha la propria rappresentazione.

Le persone associano diversi gradi di “modificabilità” alle proprie caratteristiche (es. intelligenza, estroversione).

Questi modi di rappresentazione si associano al porsi obiettivi diversi:

▫ Gli entitari si pongono prevalentemente obiettivi di prestazione o di giudizio (“voglio vincere”): voler dimostrare

agli altri ciò che si sa e si sa fare e l’aspirare ad ottenere da essi giudizi positivi; i risultati e il riconoscimento altrui

sono i criteri principali per valutare sé stessi e ciò che si è fatto;

▫ Gli incrementali tendono a stabilire maggiormente obiettivi di padronanza o apprendimento (“voglio fare bene”):

voler padroneggiare i compiti e le situazioni che si affrontano e il voler sentire che si sta migliorando; i criteri di

valutazione sono la percezione di essere cresciuti e aver fatto meglio di prima.

Non esiste soltanto il "Chi sono" (Sé attuale), ma esiste anche un desiderato (Sé ideale), un imperativo (Sé

imperativo) sono dimensioni di ciò che io vorrei essere, sento dovrei essere. Riguardano non solo il modo con cui

guardiamo noi stessi, ma anche il modo in cui gli altri ci guardano.

Aspetto rischioso/negativo: i tre Sé non vanno sempre d'accordo. Ci sono situazioni di forte conflittualità in alcuni

casi.

Misurare le teorie implicite sul sé.

Scala delle teorie implicite dell’intelligenza per i bambini: la scheda sul sé (Dweck, 2000).

Indica, su una scala da 1 a 10, quanto sei d’accordo con le affermazioni riportate qui sotto.

1. Tu hai una certa quantità di intelligenza e puoi fare ben poco per cambiarla.

2. La tua intelligenza è qualcosa di te che non puoi cambiare molto.

3. Puoi imparare cose nuove, ma non puoi cambiare la tua intelligenza.

Misurare “obiettivi di prestazione vs. obiettivi di padronanza”.

Scale sviluppate per il contesto scolastico:

▫ Achievement Goal Questionnaire (Elliot e Church, 1997);

▫ Achievement Goal Tendency Questionnaire (Hayamizu e Weiner, 1991);

▫ Learning and Performance Goal Orientations (Roedel et al., 1994);

▫ Abilità e Motivazione allo Studio: prove di valutazione e orientamento (AMOS; De Beni, Moè, Cornoldi);

▫ Motivational Orientation Scales (Nicholls et al., 1985);

▫ Scale per la rilevazione della motivazione all’apprendimento e alla riuscita (SELLMO; Spinath et al., 2002). 52

Esercizio:

Definisci i tuoi obiettivi, con i relativi sotto-obiettivi e risorse e i tuoi desideri con i relativi sotto-obiettivi (se

presenti) e risorse.

Criterio che ti fa capire che ti sei laureata: attestato rilasciato dall'università.

▫ L'obiettivo è una rappresentazione del futuro di una cosa che voglio ottenere, posso trovare tempo e modi per

ottenerlo.

▫ Il desiderio è più irrealistico, non è definito ma sfumato, è difficile stabilire quando l'ho raggiunto.

 Avere pochi obiettivi è poco funzionale rispetto all'essere umano. Anche posizionare gli obiettivi al posto dei

desideri è problematico. Noi trascorriamo gran parte del nostro tempo per realizzare i nostri obiettivi.

Pensare e lavorare per obiettivi, costituisce una modalità di lavoro/funzionamento particolarmente vincente.

Quando si parla di risorse si parla anche di ostacoli.

Conflitto di contenuto: un manager che deve licenziare non deve essere cordiale.

Modelli di cambiamento comportamentale/cognitivi ampliati .

Sono dei modelli che riprendono tutti i vari costrutti cognitivi trattati, elaborando dei modelli più complessi.

I modelli cognitivi ampliati cercano di capire che cosa promuove il passaggio da un comportamento a un altro.

Continui Il cambiamento si verifica quando si hanno certi livelli di determinati fattori psicologici da noi ritenuti

importanti nella promozione di un certo comportamento.

Stadiali Il cambiamento avviene per stadi successivi. Il tema è cosa determina il passaggio da uno stadio all'altro.

Ibridi Combinazione dei precedenti. Individuano degli stadi o fasi, ma prestano molta attenzione ai fattori

psicologici che giocano un ruolo chiave all'interno delle fasi e contribuiscono al passaggio da una fase all'altra.

MODELLI CONTINUI

Ajzen, teoria del comportamento pianificato/azione ragionata.

Parte da una variabile chiave nel cambiamento del comportamento, l'intenzione (nessun comportamento verrà

attuato se non è presente l'intenzione).

Da dove nasce l'intenzione?

Essa deriva dall'atteggiamento verso il comportamento, in termini di aspettative (cosa succederà se cambierò il mio

comportamento) e la norma soggettiva (ovvero quello che si aspettano gli altri e quanto valorizzo questo aspetto).

È un modello continuo perché non richiede il passaggio tra fasi: l'intenzione si verrà a creare quanto avrò un elevato

atteggiamento positivo verso il cambiamento e avrò alte norme soggettive che mi spingono verso il cambiamento.

L'intenzione non ce la fa a maturare solo con questi due aspetti. È stata aggiunto poi l'aspetto della percezione del

controllo sul comportamento, la self-efficacy (il sentirsi capaci di farlo). Per la formazione del principale antecedente

del cambiamento del comportamento, devono maturare tutti e tre gli aspetti considerati, uno non basta. 53

Critica: tra intenzione e comportamento non c'è niente, il gap è inspiegato (come la programmazione).

▫ È stato applicato soprattutto all’ambito della salute e a quello dei consumi;

▫ È risultato valido soprattutto nella predizione dell’intenzione.

MODELLI STADIALI

Prochaska, DiClemente, modello transteoretico

▪ (1983).

Disegnano le fasi come una ruota. Non c'è l'inizio e la fine del cambiamento (si deve iniziare da uno specifico punto).

Di solito non si esce mai al primo giro, c'è la ricaduta.

Le fasi sono:

0. Precontemplazione: la persona non sa o non vuole riconoscere di avere un problema, un qualcosa che deve

essere cambiato (il binge eating non è un problema);

1. Contemplazione: la persona sa di avere un problema, ma è ambivalente rispetto al cambiamento, non ha

ancora deciso che vuole impegnarsi per cambiare (il binge eating è un mio problema ma non ho deciso di

cambiare questo comportamento).

2. Programmazione/Determinazione: la persona riconosce di avere un problema, ha deciso che vuole provare

a cambiare e sta programmando cosa fare (il binge eating è un mio problema, ho deciso di smettere e voglio

farmi aiutare da uno psicologo). 54

3. Avvio dell’azione: la persona ha cominciato ad adottare una serie di comportamenti che riducono o

eliminano il proprio comportamento disfunzionale (il binge eating è stato interrotto o diminuito, le abbuffate

sono meno numerose).

4. Mantenimento: dopo le azioni iniziali, la persona sta continuando a mantenere comportamenti che riducono

o eliminano il proprio comportamento disfunzionale (il binge eating continua a non essere praticato o

ampliamente ridotto).

5. Ricaduta: la persona è ricaduta, in maniera continuativa, nel comportamento disfunzionale di cui voleva

liberarsi (è stato ripristinato in maniera continuativa il comportamento di binge eating precedente).

 si ritorna alla contemplazione. Lo deve fare più forte di prima, ci deve essere una riflessione su ciò che è

successo.

6. (Uscita definitiva)

▫ Il TTM ha trovata ampia applicazione sia nell’ambito della salute che in quello clinico;

▫ Per facilitare il cambiamento il professionista psicologo può utilizzare una serie di strategie e tecniche motivazionali

specifiche nei vari stadi del cambiamento;

▫ Perché il processo di cambiamento sia efficace e la relazione sia costruttiva, è necessario che esista congruenza tra i

processi di aiuto che il professionista mette in atto nei diversi stadi e i gradi di consapevolezza del paziente.

La programmazione è un aspetto che non era presente nella teoria di Ajzen.

Negli interventi è importante individuare lo stadio in cui la persona è.

[Si ispirano alla teoria di Rogers. L'idea è porsi in una situazione in cui la posizione dell'altro è da rispettare, insieme si

arriva a decidere che il cambiamento è più efficace]

MODELLI IBRIDI

Dal costrutto alla sua operazionalizzazione.

L'operazionalizzazione non è un'operazione che va sullo strumento. Vuol dire passare da un costrutto a una serie di

indicatori, che ci permettono di dire se il costrutto c'è o non c'è. Per quanto riguarda l'ansia, è facile determinarlo,

anche visivamente. Per altri costrutti è più difficile fare ciò. Prendiamo come esempio la coscienziosità, è difficile

utilizzare delle variabili in senso fisico, ma usiamo delle variabili osservate che lo chiedono al rispondente (il

questionario è uno strumento che ci permette di cogliere l'operazionalizzazione della coscienziosità).

Proviamo a operazionalizzare:

▫ L'atteggiamento verso l'azione: si possono fare domande sulle credenze riguardo le conseguenze del

comportamento (smettere di fumare mi farebbe sentire meglio, i miei vestiti puzzerebbero di meno);

▫ La norma soggettiva: facendo domande (pensi che i tuoi genitori saranno felici);

▫ Moderazione ad aderire a tali aspettative (è importante per me che gli altri considerino positivo lo smettere di

fumare);

▫ Credenze sul controllo (non sono capace di smettere di fumare).

 Esempi di variabili psicologiche molto studiate dalla psicometria. Sono abbastanza facili da misurare.

Schwarzer, the health action

process approach

(HAPA model) (2005).

Data la specificità del costrutto

esistono moltissime scale che

misurano l’autoefficacia

percepita, come il modello

HAPA. 55

▫ È un modello ibrido che somiglia ad un modello continuo;

▫ Nasce per spiegare il cambiamento nell'ambito della salute;

▫ Modello fortemente cognitivo ispirato a Bandura;

▫ Viene diviso in tre fasi che al loro interno funzionano come tre modelli continui: fase pre-intenzionale, post-

intenzionale e dell’azione.

Affinché l'intenzione maturi (smettere di fumare) io devo avere elevati livelli di tre fattori (diversi da quelli di

Fishbein) che sono le condizioni di efficacia (percezione di essere in grado di smettere), la percezione del rischio

(percezione del fumare come qualcosa di pericoloso) e le aspettative relative al cambiamento (ingrasserò dopo aver

smesso di fumare). La percezione del rischio è una variabile classica nell'ambito della salute, che da sola non basta

per spiegare l’intenzione.

Per questo vengono aggiunte le aspettative relative al cambiamento (ci sono tante aspettative diverse, positive e

negative) L'intenzione si matura quanto le aspettative positive sono maggiori e più forti.

Aggiunta delle condizioni di efficacia, divise in tre forme:

▫ Efficacy di azione: entra in gioco nella fase pre-intenzionale (io mi sento in grado di farlo), è un'aspettativa relativa

a che cosa succederà se metto in atto i comportamenti. Dopo aver maturato le intenzioni, non siamo comunque

sicuri che il comportamento verrà messo in atto, anche se il rispondente ha un'intenzione altissima. L'intenzione da

sola non va da nessuna parte. È difficile perché sono implicati molti modelli di stili relazionali, la persona deve

imparare a gestire queste situazioni.

▫ Efficacy di coping (planning): è legata all'efficacia di saper gestire efficacemente le situazioni che rendono difficili il

cambiamento (sono capace di non fumare anche se mi sento nervoso per delle preoccupazioni lavorative). Il planning

veniva chiamato programmazione. Schwarzer introduce la pianificazione, ovvero l’elaborazione e implementazione

di piani strategici finalizzati a definire il come e il quando del cambiamento: c'è la dimensione dello spazio, del tempo

e del come. Non è facile da misurare perché: è una variabile processuale, varia da un comportamento a un altro ed è

l'individuazione di tutti quei come che rendono traducibile l'intenzione in un comportamento.

▫ Efficacy di mantenimento e controllo: il cambiamento è stato realizzato ed entrano in gioco le convinzioni di

saperlo mantenere nel tempo e di saper gestire le eventuali ricadute (sono capace di smettere nuovamente, anche se

mi è capitato di fumare).

AUTOEFFICACIA DI AVVIO – SOSTIENE L’INTENZIONE (quanto la persona si sente capace di mantenere il

comportamento andando in contro alle difficoltà).

Quanto si sente capace di cambiare la sua alimentazione (es. ridurre sale, zuccheri e grassi, aumentare il consumo di

frutta e verdura), seguendo le indicazioni ricevute a seguito del suo infarto? (per nulla capace, poco capace,

mediamente capace, molto capace, del tutto capace).

AUTOEFFICACIA DI AVVIO/MANTENIMENTO – SOSTIENE IL PLANNING.

Indichi ora quanto si sente capace di contrastare gli ostacoli e le difficoltà che potrebbero rendere difficile il

mantenimento del cambiamento. Saro capace di mantenere il cambiamento anche se (mi sentirò teso o nervoso,

dovrò imparare molto sulla nutrizione, sarò preoccupato o stressato, inizialmente il cibo avrà un buon sapore, il mio

partner e i miei familiari non cambieranno le loro abitudini alimentari, ci vorrà molto tempo prima che diventi

un’abitudine).

AUTOEFFICACIA DI RECOVERY – SOSTIENE IL CAMBIAMENTO NEL TEMPO.

Nonostante le buone intenzioni, errori e ricadute possono accadere. Immagini che lei abbia ripreso a mangiare come

prima. Quanto si sente capace di riprendere a modificare le sue abitudini alimentari? (per nulla capace, poco capace,

mediamente capace, molto capace, del tutto capace).

Il ruolo della qualità dell’esperienza.

MOTIVAZIONE INTRINSECA: la ragione per svolgere l’attività risiede nell’attività stessa. Nell’attività l’individuo

tende a perseguire i propri interessi e ad esercitare le proprie capacità ed è disposto ad investire tempo ed energie,

senza restrizioni.

MOTIVAZIONE ESTRINSECA: la ragione per svolgere l’attività risiede all’esterno dell’attività stessa. Il

comportamento è alimentato dal desiderio di una ricompensa esterna e l’individuo si impegna ad attuare il

comportamento per il tempo e con lo sforzo necessari ad ottenere la ricompensa. 56

Deci, Ryan, il continuum motivazione

▪ (2000).

Ipotizzano un continuum motivazionale cha va dall’assenza totale di motivazione alla motivazione intrinseca,

passando per quattro stadi di motivazione estrinseca. Questi ultimi sono definiti da altrettante dorme di regolazione.

▪ REGOLAZIONE ESTERNA: lo svolgimento dell’attività è conseguenza di rinforzi, manacce di punizione e

desiderio di compiacere gli altri; il controllo nello svolgimento dell’attività è totalmente esterno e la persona

non sceglierebbe mai di fare quella certa cosa se non spinta da qualcosa o da qualcuno. Il vissuto soggettivo

si caratterizza per un forte senso di incompetenza e di mancanza di valore per ciò che viene fatto.

▪ REGOLAZIONE INTROIETTATA: la persona agisce sotto la spinta di premi o di punizioni che si dà da sola,

generalmente per evitare stati emotivi di colpa e ansia o per alimentare l’autostima. Il controllo è interno e

l’attività è scelta dalla persona, ma non viene vissuta come parte o come espressione di sé.

▪ REGOLAZIONE PER IDENTIFICAZIONE: presenza di un obiettivo che ha valore per la persona; il controllo è

interno e l’attività è sorretta da autoregolazione. L’attività viene valorizzata perché caratteristica di gruppi o

contesti ai quali la persona appartiene.

▪ REGOLAZIONE INTEGRATA: svolgimento di un’attività che è espressione di sé o comunque in armonia con

esso, l’attività fa esprimere il proprio potenziale. Il controllo e la regolazione sono totalmente interni; la

persona si sente competente e ritiene importante ciò che fa. È simile alla motivazione intrinseca.

Un manuale di psicologia generale, quindi, può essere letto:

▫ Perché si è costretti, altrimenti non si supererà l’esame (regolazione esterna);

▫ Perché farlo ci fa stare a posto con la coscienza (introiezione);

▫ Perché consente di acquisire conoscenze che sono importanti per i propri obiettivi professionali (identificazione);

▫ Perché consente di acquisire conoscenze che ci interessano molto (integrazione);

▫ Perché è piacevole e gratificante (motivazione intrinseca).

Il continuum motivazionale sopra descritto si colloca nell’ambito di una teoria che Deci e Ryan definiscono

dell’autodeterminazione. Secondo tale teoria le persone sono realmente motivate a fare qualcosa quando hanno la

possibilità di scegliere autonomamente attività che sono espressioni di sé e che consentono il pieno coinvolgimento

delle proprie capacità, nella direzione di un crescente sviluppo psicologico e relazionale. Gli autori ritengono che le

persone abbiano una naturale spinta all’autorealizzazione che si raggiunge solo quando trovano piena soddisfazione

alcuni bisogni psicologici innati e universali.

Nella teoria gli autori ipotizzano che le attività hanno tante più probabilità di essere svolte per motivazione intrinseca

tanto più portano alla soddisfazione di tre bisogni universali. Propongono una tassonomia di bisogni universali: 57

Competenza, autonomia e realizionalità sono i

bisogni psicologici la cui soddisfazione

garantisce alla persona la possibilità di uno

sviluppo positivo e di una piena realizzazione.

▫ Competenza: necessità di sentirsi capaci nel

fare le cose, di saper controllare e gestire

efficacemente le situazioni (“sono bravo nel

fare”);

▫ Autonomia: bisogno di scegliere cosa fare e

come farlo e di essere artefice primo e primario

di ciò che si fa (“sono io che decido e che

faccio”);

▫ Relazionalità: necessità di avere e mantenere

buone relazioni interpersonali e di essere

accettato dagli altri nel proprio agire.

Nel loro insieme, questi bisogni vengono soddisfatti quando la persona può scegliere cosa fare, sente di saperlo fare

e viene in questo sostenuta dagli altri. La soddisfazione dei tre bisogni è massima quando le attività svolte a questo

scopo sono rette da motivazione intrinseca.

Csikszentmihalyi, il flow

▪ (1975).

“La mia mente non si disperde, sono totalmente coinvolto in quello che sto facendo e non penso a nient’altro. Mi

sento bene fisicamente... La realtà esterna non mi tocca.”

“La mia concentrazione va da sé come il respiro... Una volta che ho cominciato, il resto del mondo è escluso dal mio

pensiero.”

Le parole sono tratte da una serie di narrazioni che Csikszentmihalyi ha raccolto negli anni ’70.

L’autore era interessato all’attenzione e alla concentrazione, ma non in termini di fenomeni cognitivi. Era

interessato a queste due come qualcosa che si crea in una situazione particolare nella quale la persona sta svolgendo

qualcosa. Era interessato all’interazione tra l’essere umano e le attività.

Spinto da questo interesse, Csikszentmihalyi inizia a condurre delle ricerche su persone particolarmente concentrate

(artisti, musicisti, pittori, sportivi). Csikszentmihalyi preferiva l’utilizzo di metodologie qualitative, per cui si fece

raccontare da queste persone come si sentivano mentre svolgevano la loro attività.

Dopo aver raccolto le narrazioni le analizzò, scoprendo che le descrizioni, pur provenendo da persone che facevano

attività diverse, erano molto simili.

 Da qui derivò l’idea che ci fosse un particolare stato e tipo di esperienza, comune a queste persone in grado di fra

provar loro le stesse sensazioni, di farle sentire nello stesso modo.

Da questi risultati coniò il termine flow (o optimal experience): un tipo di esperienza ottimale tra le tante, una

particolare condizione di assorbimento e di coinvolgimento nell’attività.

La scelta del termine flow deriva dall’idea che questo tipo di esperienza fluisca, vada avanti senza ostacoli.

L’esperienza di flow è caratterizzata da:

▫ Chiarezza di direzione ed azione: la persona sa dove sta andando e come andare in quella direzione;

▫ Senso di controllo sulla situazione e sull’attività svolta; la persona sente di padroneggiare bene ciò che sta facendo;

▫ Percezione di fluidità e di mancanza di ostacoli nello svolgimento dell’azione; una volta che si entra in flow, la

concentrazione non trova ostacoli;

▫ Concentrazione spontanea e senza sforzo;

▫ Esperienza temporale distorta: la persona dimentica il tempo e non sa da quanto è immersa nell’attività;

▫ Perdita di consapevolezza di sé, che conduce ad uno stato di totale coinvolgimento con l’attività; mispercezione

della propria corporeità.

Csikszentmihalyi si chiede quali siano le condizioni per entrare in flow. Sviluppa un primo modello dove ipotizza che il

flow derivi da una particolare e ottimale combinazione tra quelle che sono le sfide che ci pone l’attività da svolgere e

le abilità (skills) personali che siamo in grado di mettere in campo. 58

Ci porta al flow l’attività che ci consente di avere un matching (un balance) ottimale tra richieste e skills. Tutte le

attività che non sono in grado di porci sfide o di porcene troppo elevate, non portano al flow.

Quando ciò che ci viene richiesto è troppo povero rispetto a ciò che potremmo dare, ci troviamo in uno stato di

NOIA. Quando ci viene fatta una richiesta troppo alta, subentra uno stato di ANSIA.

Esistono molte gradazioni del flow (come mostrato nel grafico). Questo dipende dal tipo di attività ma anche dalla

specifica cosa che stiamo facendo nell’attività.

 La motivazione intrinseca è centrale nel flow.

La chiarezza degli obiettivi che si stanno perseguendo e la disponibilità di feedback immediati sono ulteriori elementi

che facilitano l’esperienza di flow.

Massimi, Delle Fave, flow e selezione psicologica

▪ (2000).

Dal modello di Csikszentmihalyi, che tripartisce la nostra esperienza in base a due variabili, autori successivi hanno

derivato modelli più ampi.

Il flow ha una forte valenza motivazionale, dal momento che tendiamo a ricercare nel tempo le attività che hanno

condotto al flow, per poterle svolgere nuovamente. Questo processo di selezione delle attività, basato sulla qualità

dell’esperienza soggettiva, è stato definito selezione psicologica. Tramite questo processo di selezione, che spiega

ciò che la persona tende a rifare più e più volte nel tempo, le persone costruiscono un proprio tema di vita,

costituito dall’insieme delle attività, degli interessi e degli obiettivi prevalentemente ricercati e coltivati lungo il corso

dell’esistenza.

▪ C’è forte coinvolgimento e motivazione intrinseca (motivazione);

▪ Alta concentrazione (cognizione);

▪ Esperienza emotiva positiva (emozione).

Massimi e Delle Fave hanno elaborato l’experience fluctuation model, nel quale si sono mantenuti i fattori ipotizzati

da Csikszentmihalyi, ma hanno reso il modello più complesso: prevede otto tipi di esperienza. Ci sono dei gradienti

che consentono il passaggio ai diversi spicchi. L’idea di questo modello è che le diverse combinazioni dei due fattori

portino a stati di esperienza diversi. Gli spicchi nel grafico sono definiti canali dell’esperienza (non del flow). L’unico

canale del flow è il secondo, quello dell’esperienza ottimale. Questo è un canale in cui si ipotizza che elevate sfide ed

elevate skills portino al flow. Dall’altra parte si trova l’apatia (basse richieste, basse risorse). 59

L’experience fluctuation model.

Nel modello iniziale tutto ciò che era buon matching era flow. Gli autori successivi hanno specificato che se il buon

matching avviene tra un’attività che non chiede niente e dove non sono richieste skills, non ci sarà un’esperienza

ottimale. L’idea degli autori, che hanno complessificato il modello, era quella di specificare come il flow avvenga

quando siamo coinvolti. Il flow deriva da un buon matching tra i due assi, ma la definizione del flow non sta nel

matching, ma in un matching che ci porta a sentirci in un certo modo. Gli autori si pongono l’obiettivo di distinguere

cosa sia flow da ciò che non lo è.

Parliamo di flow quando ci sono alte sfide e risorse; parliamo di apatia quanto sfide e risorse sono basse. Vengono

diversificate anche noia e ansia: nella noia l’attività non chiede nulla e si mettono in campo poche skills, pur

avendole, poiché l’attività non è sfidante.

Il canale 3 del controllo è simile al 2: si gestisce bene l’attività ma manca la sfida che faccia entrare in flow. Spesso

troviamo oscillazioni tea canali 1, 2 ,3.

Il canale di arousal funziona come quello di rilassamento, ma lo sbilanciamento è a favore della sfida, leggermente

eccessiva. Si passa poi all’ansia, dove viene richiesto troppo, e la preoccupazione, dove si abbassa un po’ lo

sbilanciamento della sfida.

 Se lo sbilanciamento è a carico delle cose richieste siamo a sinistra, se è a sfavore delle risorse, si è a destra.

Il bilanciamento tra i due si ha nell’apatia (bilanciamento negativo) o nell’esperienza ottimale (bilanciamento

positivo).

Cosa predice il flow?

Flow e tratti di personalità: la personalità autotelica.

Csikszentmihalyi parla di personalità autotelica: personalità di chi ha tanto flow.

Quali aspetti della personalità possono essere predittivi del flow? L'apertura mentale.

Studio: il flow è stato considerano come il numero di volte che la persona ci dice di essere in flow nel periodo di una

settimana. L'unico tratto di personalità dei Big Five che ha dimostrato di avere un impatto significativo è l'apertura

mentale (aspetto che, se elevato, ci espone alla possibilità di fare tante esperienze).

Si è poi cercato di differenziare il flow per tipo di attività (l’attività sportiva implica lo stesso flow del parlare con gli

amici?). Ipotizzata l’implicazione di differenti tratti. La regressione ha portato sempre allo stesso risultato: l’unico

predittore è l'apertura mentale. 60

Flow e convinzioni di autoefficacia.

Altri studi: cercando di capire come mai,

vengono specificate le attività di flow, non

trovando apporti differenziali in ambiti di

tratti. Ipotesi: non può essere solo

l'apertura mentale a influenzare l'attività.

Perché le persone trovano flow in cose

diverse? In realtà ci sono attività che tutti

facciamo (studiare). Si analizzano le

convinzioni di autoefficacia nel contesto

scolastico. Studio effettuato su studenti di

scuola superiore. Vengono raccolte

informazioni relative al flow nel corso di

una settimana e le convinzioni di efficacia

in ambito scolastico.

Distinzione tra studenti con basse/alte

convinzioni di auto-efficacia.

Nella parte bassa della tabella ci sono una serie di attività (attività di svago, relazione con altre persone, attività di

routine, attività non classificabili), nella parte alta ci sono le attività legate alla scuola, che sono state sotto-articolate.

 Nell'arco di una settimana gli studenti con alta autoefficacia dichiarano di svolgere più attività scolastiche (compiti

in classe, lavori a scuola e altre attività scolastiche sono simili per le due categorie). La differenza è riscontrata nei

compiti a casa, nei quali i ragazzi con alta autoefficacia dedicano più tempo. Alcune differenze si trovano anche nelle

attività non scolastiche. Vengono poi indagate le volte, nell'arco

di una settimana, in cui gli studenti

riportano di essere in flow, ansia, apatia

e rilassamento (vengono esclusi i canali

limitrofi al flow e all'empatia, per avere

delle variazioni un po' più evidenti).

 Gli studenti con elevata autoefficacia

riportano più flow nei compiti a casa e

nei compiti in classe (perché sono

sfidanti). Risultato sorprendente: l'apatia

è pari nei lavori in scolastici; nei compiti

in classe è più alta per gli studenti con

bassa autoefficacia; è alta nei ragazzi con

alta autoefficacia per i compiti a casa

(non è presente la sfida).

 Io mi vado a selezionare le situazioni/attività nelle quali mi sento capace e che mi danno occasione di esercitare

quello che so fare.

l'unica fonte che posso usare è la memoria, che però è una fonte poco attendibile.

Il metodo del campionamento dell’esperienza o experience sample method (ESM).

▪ È un metodo per studiare l’esperienza della persona nel suo ambiente naturale tramite valutazioni rilevate nel

corso del tempo; 61

▪ Nel 1994, Stone e Shiffman hanno introdotto il termine “Ecological Momentary Assessment (EMA)” per cogliere

non solo l’esperienza ma tutti i fenomeni misurati su base momentanea nell’ambiente naturale del soggetto.

▪ Bisogna raccogliere dati sull’esperienza per un determinato periodo di tempo in più persone (non più di due

settimane, la persona si stufa e si ritira). Obiettivo di misurare il flow: le domande poste voglio indagare se la

persona è impegnata in attività sfidanti.

 Agenda: elettronica o applicazione, che invia notifiche. Si danno più stimoli di quelli che sono necessari. Se si è

impossibilitati in quel momento, non si può rispondere (tolleranza di 10 minuti per evitare che la risposta sia una

ricostruzione, voglio misurare l'online);

 Tempo variabile (più a lungo campiono, più ho delle informazioni affidabili);

 Intervalli fissi o randomizzati (a intervalli fissi la persona si “aspetta” la notifica e si prepara alla risposta);

 Registrazione online.

Vantaggi:

a) I soggetti sono studiati nell’ambiente in cui tipicamente vivono; viene quindi massimizzata la VALIDITA’

ECOLOGICA delle informazioni che vengono raccolte;

b) Le informazioni raccolte consentono di cogliere l’ESPERIENZA IMMEDIATA (online) del soggetto e sono sottoposte

ad una minore distorsione basata sul ricordo;

c) Le informazioni sono molteplici e raccolte lungo un certo periodo di tempo; consentono, quindi, di esaminare le

VARIAZIONI DEL FENOMENO oggetto di studio longitudinalmente e in diversi contesti.

 Dall’integrazione di informazioni retrospettive e informazioni raccolte con l’ESM è possibile valutare il

grado di CONVERGENZA tra le due misure, che in alcuni casi si è rivelato piuttosto modesto (Stone et al., 1998).

Un esempio di mancata convergenza: è stato osservato che l’affetto positivo misurato con ESM risulta maggiore nel

fine settimana, mentre l’affetto positivo misurato tramite PANAS risulta maggiore quando viene misurato nel corso

della settimana (Egloff et al., 1995; Kennedy Moore et al., 1992).

[Che differenza c'è tra modelli continui e stadiali? Non è una differenza tra assenza o presenza di qualcosa (la

programmazione), ma è un modo diverso di pensare il cambiamento: avviene per fasi e quando si maturano

determinati livelli di alcune variabili cruciali. Gli stadiali presuppongono una sequenza da seguire.

Differenza tra modelli stadiali e ibridi (non descrivere i due modelli!!!): un modello concettualizza per stadi e l’altro in

maniera continua come frutto di maturazione di determinate variabili (no programmazione)]

Le emozioni.

Emozione vs pensiero/ragionamento.

“Non bisogna farsi trascinare dalle emozioni”.

“È meglio decidere a mente fredda”.

“Occorre separare il cuore dalla ragione”.

“Ci ragionai su e mi calmai”.

Queste espressioni, che comunemente accompagnano ammonimenti, consigli su come comportarsi, commenti a

episodi accaduti, mostrano tracce di un’antica diffidenza verso l’esperienza emotiva, che affonda le sue radici nella

convinzione platonica che le emozioni e le passioni siano quanto di più lontano esista dall’anima razionale.

La tradizione filosofica occidentale ci ha consegnato una visione della vita emotiva come una sorta d’interferenza,

una compagna (talvolta una nemica) del pensiero razionale che la natura ci ha imposto, e di cui dobbiamo cercare di

arginare gli effetti negativi.

Alle emozioni e al pensiero, inoltre, sono comunemente assegnate sedi differenti: le emozioni risiedono nel cuore, il

pensiero nel cervello. In realtà, benché il batticuore sia effettivamente un buon indicatore della nostra vita emotiva,

le emozioni hanno sedi ben definite anche nel cervello.

 Conoscere le emozioni è fondamentale per comprendere la complessa dinamica del funzionamento individuale

che, si dall’origine della specie, ha garantito l’adattamento alle mutevoli circostanze ambientali. 62

L’emozioni sono un fenomeno tanto comune quanto complesso da definire. La questione si complica maggiormente

quando gli studiosi tentano di mettere in evidenza gli elementi di similarità e di differenza delle emozioni con altri

fenomeni concettualmente vicini: affetto – sentimento – stato d’animo – umore.

 Le emozioni sono risposte complesse ad eventi particolarmente rilevanti per la persona, caratterizzate da

determinati vissuti soggettivi e da un’articolata reazione biologica.

 Le emozioni sono risposte intense, temporalmente circoscritte e di breve durata.

▪ Le emozioni influenzano principalmente le azioni delle persone, organizzandole in reazioni adattive a particolari

eventi.

▪ Sono sempre delle reazioni a qualcosa di significativo. È una reazione sia psicologica che somatica.

▪ La medesima emozione può essere una risposta immediata a uno stimolo o frutto di un processo lungo e articolato.

▪ Le emozioni sono molto difficili da cogliere, nonostante esistano tanti strumenti.

Stati d’animo e umore: caratterizzati da una bassa intensità e da una durata e decorso temporale lunghi;

generalmente non originano da eventi specifici, ma possono essere suscitati anche da situazioni generiche (meteo) o

sensazioni (odore). Influenzano maggiormente i processi attentivi e di valutazione degli stimoli. Predispongono

determinate emozioni.

Sentimento: sono più duraturi e meno circoscritti temporalmente delle emozioni. Sono focalizzati e rivolti in maniera

relativamente stabile verso uno specifico oggetto o classi di oggetti (sentimenti verso qualcuno o qualcosa).

Predispongono determinate emozioni.

Affetto: termine ampio e generico, usato solitamente per indicare il carattere “non-cognitivo” (e quindi affettivo)

dell’esperienza emotiva, e che concerne principalmente la qualità positiva o negativa degli eventi che danno luogo

alle emozioni.

Le emozioni hanno una natura multisistemica. Coinvolgono il piano dell’elaborazione cognitiva, della motivazione,

del comportamento, delle risposte biologiche e del vissuto soggettivo dell’esperienza emotiva. Ciascuno di questi

paini comprende diverse componenti, al servizio di varie funzioni, che fanno delle emozioni fenomeni piuttosto

complessi.

Le emozioni segnalano che è accaduto un evento rilevante per la persona, con possibili conseguenze positive o

negative. Sul piano cognitivo implicano una valutazione dell’evento e delle risorse a diposizione per il suo

fronteggiamento. Sul piano dell’azione, le emozioni attivano o inibiscono, orientano e sorreggono specifiche forme di

comportamento. Ogni emozione, infine, è caratterizzata da una forte connotazione soggettiva, che ne fa in certa

misura un evento unico e peculiari in ciascun individuo.

 Il livello di convergenza tra misure one shot (questionario, domande giornaliere) e misure di campionamento (ti

chiedo di ricordarti in un mese), non convergono (io misuro la stessa cosa).

Le emozioni subiscono dei processi enormi di manipolazione nella nostra memoria (può essere funzionale). Devono

essere misurare con delle tecniche di campionamento.

Per un lungo periodo le emozioni sono state considerate come un qualcosa sottoposto a regolazione. La psicologia,

per molti decenni, si è occupata di controllare, arginare solo le emozioni negative. Relazione che a lungo è stata

ipotizzata tra emozioni e pensiero (ragionamento e decisione): o si pensa o ci si emoziona, e viceversa. Con

Damasio, si è passati allo studio e alla convinzione di una sinergia tra emozione - ragionamento - decisione e come

le emozioni siano funzionali per il pensiero.

Struttura e organizzazione delle emozioni.

Anche rispetto alla struttura e all’organizzazione delle emozioni sono state fatte diverse proposte che si rifanno a

due tipi di modelli, dimensionali e categoriali.

▪ Modelli dimensionali: individuano una serie di fattori, o dimensioni, che definiscono uno spazio affettivo universale

all’interno del quale è possibile collocare le diverse emozioni. Si ipotizza l’esistenza di due dimensioni, e la relativa

similarità tra le emozioni è indicata dalla loro vicinanza all’interno dello spazio affettivo definito dai due fattori.

Uno dei modelli più largamente accreditati propone una variazione delle emozioni lungo le due dimensioni

indipendenza di valenza (positiva e negativa) e attivazione o arousal (intensità delle risposte fisiologiche).

▫ Raggruppare le emozioni in famiglie/categorie, individuando l’emozione prototipica; 63

▫ Posizionare le emozioni nello spazio affettivo (elevata/bassa attivazione, valenza positiva/negativa).

▪ Modelli categoriali: criticano i modelli dimensionali perché non li ritengono in grado di cogliere adeguatamente le

differenze qualitative fondamentali che sussistono tra le diverse emozioni.

I modelli categoriali ipotizzano che emozioni differenti sono fenomeni qualitativamente distinti. Individuano quindi

l’esistenza di categorie discrete di emozioni, ognuna delle quali rappresenta una famiglia di emozioni, ovvero un

insieme di esperienze emotive accomunate da un ampio numero di caratteristiche.

Per individuare le categorie delle emozioni, gli studiosi hanno analizzato il linguaggio naturale che le persone usano

per designarle, oppure hanno indagato i fattori biologici a loro associati. Nel primo caso è stata analizzata la struttura

della conoscenza delle emozioni, chiedendo alle persone di raggruppare in categorie i termini che si riferiscono alle

emozioni. I risultati delle ricerche hanno evidenziato l’esistenza di un’organizzazione gerarchica che include un livello

di base composto da cinque emozioni: rabbia, paura, gioia, amore e tristezza. Gli autori che hanno invece

considerato i fattori di tipo biologico ipotizzano che a diverse emozioni siano associati meccanismi biologici distinti,

in particolare specifici circuiti neurali che si sono sviluppati come forme di adattamento alle circostanze ambientali

che la specie umana ha dovuto affrontare frequentemente nel corso della sua evoluzione. Ne deriva che le emozioni

hanno un carattere di universalità.

Le componenti delle emozioni.

Studio di quanto la reazione emotiva sia complessa.

Eventi emotigeni “Sono molto arrabbiato; mi hanno rubato la macchina e

dovrò ricomprarla”.

Reazioni fisiologiche Alcune emozioni sono molto semplici, di specie.

“Avevo molta paura e il cuore mi batteva forte”.

Valutazione cognitiva Per altre emozioni ci vuole un sacco di tempo: a volte

l’emozione è frutto di un processo di valutazione

complesso (ruminazione).

“Sono spaventato. Con quel gesto voleva minacciarmi e

io non sarò in grado di difendermi”.

Motivazione Le emozioni possono avere un ruolo motivazionale.

“Avevo perso ogni altra ragione. Ero spinto solo dalla

rabbia”. 64

Comportamento Molte emozioni sono collegate a comportamenti

specifici.

“Gli saltati al collo dalla grande gioia”.

Risposte espressive A lungo si sono studiate le espressioni facciali.

“Sgranai gli occhi e rimasi a bocca aperta per la grande

sorpresa”.

Vissuto soggettivo Ciascuno di noi ha una sensazione di unicità legata alle

nostre emozioni.

“Mi sento triste, a modo mio”.

Qual è l’origine delle emozioni? Sono identificabili tra grandi tradizioni di

ricerca. Tutte si sono principalmente

interrogare sull’origine delle emozioni (come

e perché esistono?).

Le emozioni sono universali?

La tradizione evoluzionistica.

▪ Charles Darwin, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” (1872).

Darwin aveva raccolto molte prove che dimostravano che alcune espressioni facciali dell’uomo:

▫ Mostrano nei neonati e nei bambini la stessa forma che si osserva negli adulti;

▫ Sono identiche in persone nate cieche e in individui normovedenti;

▫ Sono simili in razze e gruppi umani molto diversi e geograficamente distanti tra loro;

▫ Assumono una forma simile in molti animali, specialmente nei primati.

 La dimostrazione dell’universalità delle espressioni delle emozioni umane è per Darwin una prova attendibile

dell’unità delle razze umane e della loro comune origine.

▫ Le espressioni emotive si sono evolute per assolvere funzioni adattive e i risultati di questo processo sono

analoghi in tutte le specie umane e, almeno in parte, nelle specie animali superiori.

▫ Quelle che chiamiamo espressioni delle emozioni sono, secondo Darwin, degli atti motori che nella storia delle

specie hanno accompagnato o sono stati parti di comportamenti con un elevato valore adattivo (digrignare e

mostrare i denti della rabbia per l’attacco), che è il primo atto di una sequenza di atti motori tipici di ciascuna

espressione. Questi atti, in forza dell’abitudine, sono rimasti associati a quei bisogni e a quelle sensazioni per i quali

avevano una chiara funzione, anche se con il passare del tempo la funzione originaria è andata in molti casi perduta;

▫ Altre emozioni hanno conservato la loro funzione originale (espressione facciale della paura).

Modifica l’interfaccia sensoriale del nostro organismo (allargamento degli occhi e del naso) con il mondo

esterno (incrementando il campo visivo totale, rendendo gli occhi capaci di movimenti più rapidi e dando loro la

possibilità di intercettare stimoli periferici; aumentando la velocità e il volume del respiro inalato, con una

conseguente maggiore ossigenazione del cervello). In questo modo ci prepara ad affrontare la minaccia percepita.

▫ Nel corso dell’evoluzione della specie, accanto o in sostituzione alla loro funzione adattiva originaria, le espressioni

delle emozioni hanno assunto una funzione comunicativa, finalizzata a indicare esteriormente lo stato emotivo

provato dall’individuo o a dissimularlo. Funzione evolutiva funzione comunicativa. 65

Le teorie psico-evoluzionistiche o neo-evoluzionistiche.

A partire dagli anni Sessanta, si è affermata nello studio delle emozioni una prospettiva di chiara ispirazioni

darwiniana, i cui maggiori esponenti condividono con Darwin l’idea che le emozioni siano strettamente associate alla

soddisfazione di bisogni universali, connessi con la sopravvivenza delle specie e dell’individuo.

▪ Ekman (1994).

▫ Esponente più importante, che ha proposto delle tassonomie delle emozioni partendo dall'idea che le emozioni

siano innate e funzionali. La teoria è anche chiamata neuro-culturale perché enfatizza il ruolo della cultura (la

cultura ci dice ciò che è giusto e sbagliato);

▫ Crea una tassonomia abbastanza semplice (sei emozioni considerate di base o semplici). Esistono anche le

emozioni complesse, nelle quali l'aspetto del valore emotigeno dello stimolo è molto più relativo (es. la colpa è

complessa, è impossibile trovare degli stimoli emotigeni di specie, c'è un forte aspetto culturale, al contrario della

paura);

▫ L’esperienza emotiva umana è riconducibile ad alcune famiglie di emozioni di base, o primarie, implicate nella

gestione di situazioni che hanno una chiara connessione con la sopravvivenza individuale e della specie: rabbia,

gioia, tristezza, paura, disgusto e sorpresa. Ogni famiglia è costituita da un tema comune, biologicamente radicato

in programmi di risposta innati, e da numerose variazioni, che derivano dall’esperienza e dalle influenze culturali. Le

emozioni più complesse, o secondarie, derivano dalla mescolanza delle emozioni primarie;

▫ Utilizza materiale iconografico.

Le caratteristiche delle emozioni primarie:

▫ Espressioni universali;

▫ Presenza in altri animali;

▫ Meccanismi fisiologici distintivi;

▫ Antecedenti specifici e universali;

▫ Coerenza tra i vari aspetti della risposta emotiva;

▫ Insorgenza rapida e spontanea;

▫ Breve durata;

▫ Assenza di valutazione cognitiva o valutazione cognitiva automatica e inconsapevole.

L’espressione delle emozioni.

L’interesse degli psicoevoluzionisti per l’espressione delle emozioni ha dato origine a un sistema di assunzioni

teoriche oggi conosciuto come ipotesi standard o programma delle espressioni facciali delle emozioni, secondo il

quale le configurazioni espressive facciali per manifestare le emozioni sono delle Gestalt unitarie, universalmente

condivise, sostanzialmente fisse, di natura categoriale, specifiche per ogni emozione e controllate da specifici e

distinti e programmi neuromotori innati.

La teoria neuroculturale proposta da Ekman (1972, 19984) rappresenta una declinazione importante dell’ipotesi

standard. Secondo tale teoria, ogni emozione attiva uno specifico programma facciale, attraverso una serie di

“istruzioni” codificate dal sistema nervoso e da quello endocrino, che la dota di invariabilità e universalità. Questo

non vuol dire che le emozioni non siano influenzate dall’apprendimento e dalla cultura; secondo Ekman

l’espressione delle emozioni è infatti regolata da una serie di dispaly rules, o regole di espressione, apprese nel corso

dello sviluppo individuale, che regolano la manifestazione delle emozioni, soprattutto in situazioni pubbliche.

Le display rules dell’espressione emotiva sono:

▫ Accentuazione, finalizzata a intensificare l’espressione, come quando ci mostriamo più felici di quanto lo siamo

realmente;

▫ Attenuazione, atta a rendere meno intensa l’espressione, come quando ci mostriamo meno delusi di quanto lo

siamo realmente;

▫ Neutralizzazione, con la quale inibiamo totalmente l’espressione per non far trapelare all’esterno nessuna delle

nostre emozioni; 66

▫ Simulazione, tramite la quale nascondiamo un’emozione (spesso la rabbia), assumendo l’espressione che ne

caratterizza un’altra (spesso la calma o la gioia).

Nel corso dei suoi studi Ekman ha utilizzato un ampio materiale iconografico costituito da fotografie di espressioni

volontarie o spontanee, di adulti e di bambini, delle sei emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura, disgusto e sorpresa).

Le fotografie sono state mostrate a popolazioni di numerose culture: poste di fronte alle foto, le persone sono in

grado di individuare con esattezza l’emozione espressa, scegliendo dall’elenco delle sei emozioni fondamentali.

Alcune delle sue ricerche sono state con un sistema di codifica oggettiva da lui stesso sviluppato, il FACS.

Facial Action Coding System (FACS): analisi di singoli movimenti muscolari facciali definiti unità di azione.

Ogni unità d’azione è definita da un numero e un nome (es. “movimento che gonfia le guance”, “movimento che

genera fossette”). Da sole o in combinazione, le unità d’azione consentono di coprire tutte le espressioni facciali

visibili, generando le emozioni.

▫ In opposizione all’approccio psico-evoluzionistico, le teorie cognitiviste criticano il fatto di considerare come “dato”

il significato emotivo di alcuni stimoli, (definiti appunto “emotigeni”).

▫ Secondo i cognitivisti gli stimoli non sono dotati di un significato emotivo intrinseco, ma lo assumono “a seguito”

dei processi cognitivi di valutazione che vengono messi in atto dalla persona.

Critiche: scarsa validità ecologica degli stimoli (le fotografie mostravano espressioni “pure” delle emozioni, in gran

parte volontarie e caratterizzate da pattern motori ritenuti tipici di ciascuna emozione) e la debolezza del disegno di

ricerca utilizzato che prevedeva una scelta forzata (i soggetti dovevano dare una risposta scegliendo entro una lista

predefinita e limitata di termini), modalità che facilitava notevolmente il compito di riconoscimento.

La tradizione dei fisiologi e neurologi.

Fisiologia delle emozioni. Lo studio della fisiologia delle emozioni è

finalizzato a individuare le configurazioni che

caratterizzano l’esperienza emotiva al livello delle

reazioni connesse all’attivazione del sistema

nervoso centrale (SNC), del sistema nervoso

autonomo (SNA), simpatico e parasimpatico, e del

sistema endocrino.

La ricerca in questo settore utilizza diverse

metodologie finalizzate a rilevare molteplici

indicatori dell’attivazione fisiologica:

▫ Resoconti verbali o autovalutazioni dello stato

emotivo soggettivo, rilevati anche tramite test;

▫ Indici comportamentali, come espressioni

facciali e posturali (FACS);

▫ Biosegnali relativi ai cambiamenti fisiologici

indotti dal sistema nervoso e dal sistema

endocrino.

L’aumento della frequenza cardiaca è forse l’indice più noto dell’esperienza emotiva, presente sia nel caso di

emozioni negative (rabbia e paura), sia di emozioni positive (gioia). Di per sé non può essere quindi considerato un

segnale distintivo di alcuna emozione.

Cervello ed emozioni.

La via rapida e la via lenta della paura.

LeDoux (1996) pone l’amigdala al centro di una via subcorticale di elaborazione delle informazioni, definita “via

rapida”, che dal talamo va direttamente all’amigdala, senza passare per la corteccia (“via lenta”). È un modello che

67

cerca di mettere d’accordo gli evoluzionisti e i cognitivisti, ipotizzando il fatto che alcune emozioni siano frutto solo

della via bassa (evoluzionisti), e altre solo della via alta (elaborazione cognitiva).

Gli stimoli sono dapprima processati dalle aree sottocorticali

(amigdala: struttura del sistema limbico che ci permette di

reagire in maniera rapida a stimoli positivi o negativi).

Successivamente, la corteccia elabora l'informazione e fa

un'analisi più raffinata dello stimolo, indicandoci il reale grado di

pericolosità dello stimolo.

Le afferenze sensoriali ricevute dal talamo sono elaborate

dall’amigdala in una forma primitiva, unicamente in

relazione alla loro rilevanza emozionale, positiva o negativa, per

il benessere dell’individuo.

La via rapida spiega perché noi possiamo avere paura di qualcosa

senza sapere di cosa si tratta (ovvero senza averlo valutato).

La via lenta ci consente di valutare lo stimolo e, in alcuni casi,

modificare l’emozione provata.

La prospettiva cognitivista.

Un primo gruppo di teorie cognitiviste si è sviluppato nel corso degli anni Sessanta del secolo scorso,

contemporaneamente e in opposizione alle teorie psicoevoluzionista, delle quali criticano il fatto di considerare

come dato il significato emotivo di alcuni stimoli, definiti “emotigeni” (gli stimoli non hanno un carattere

emotigeno).

Secondo i cognitivisti le informazioni non sono dotate di un significato emotivo intrinseco, ma lo assumo in seguito a

dei processi cognitivi di attribuzione che vengono messi in atto dalla persona. Non sempre proviamo emozioni in

forma rapida e immediata.

 

EVENTO VALUTAZIONE COGNITIVA EMOZIONE

Misurare le emozioni.

▪ Misurare le emozioni attraverso la loro espressione:

▫ Espressione facciale (es. Facial Action Coding System, Ekman e Friesen, 1978; Maximally Discriminative Facial

Moving System, Izard, 1979; analisi dell’attività elettromiografica dei muscoli facciali);

▫ Espressione vocale (analisi di pattern di espressione vocale – Johnstone e Scherer, 2001).

▪ Misurare le emozioni attraverso l’attivazione fisiologica che le caratterizza:

▫ Analisi dei cambiamenti nel Sistema Nervoso Autonomico (pressione, sanguigna, conduttanza cutanea; es. IBM’s

emotion mouse, Ark, Dryer, Lu, 1999).

1. Misurare le emozioni esperite con strumenti carta-matita.

▪ Positive and Negative Affect Scale (PANAS – Watson et al., 2000): metodo non accurato (utilizzo del

termine grado, è ambiguo).

Il presente questionario contiene un certo numero di aggettivi che descrivono differenti

sentimenti ed emozioni. Leggi ciascun aggettivo e segna la risposta che ritieni appropriata,

nello spazio vicino alla parola. Indica il grado in cui ti senti nello stato indicato dall'aggettivo

generalmente, cioè nella media delle situazioni.

1 (per nulla) – 5 (estremamente) INTENSITA’

1 (mai) – 5 (sempre) FREQUENZA 68


PAGINE

72

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3.92 MB

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5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Eleonor23 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Motivazione, Emozione e Personalità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Steca Patrizia.

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