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Introduzione

Inserire la traduzione all’interno degli studi culturali significa che i termini “cultura”, “identità” e “genere”, non vengono dati per scontati, ma sono essi stessi oggetto d’indagine. Se da un punto di vista delle riflessioni tradizionali il tradurre viene visto come una trasposizione di contenuti tra lingue e culture parallele, all’interno della quale si articola il conflitto di potere tra lingue e culture.

Samia Mehrez suggerisce di considerare due diverse concezioni della propria esperienza: quella di Steiner e quella di Khatibi. Mentre Steiner si riferisce al contesto giudaico-cristiano, entro una tradizione umanistica europea; il secondo si colloca nel contesto coloniale. Per Steiner non esiste una vera e propria lingua madre; per Khatibi, invece, le lingue sono posizionate in ordine gerarchico. Parlare di traduzione, significa anche parlare di lingue e identità meticce, che già nell’essere espresse, traducono e si traducono; in questo processo si formano numerosi linguaggi e nuove identità.

Come risultato si ha che il tradurre diviene luogo di analisi e di critica di come le differenze sociali, storiche e culturali siano espresse nel linguaggio, e di come queste differenze vengano trasferite tra lingue e culture.

I nuovi soggetti della traduzione

La traduzione diventa un atto di traduzione della lingua madre nel plurilinguismo, uno stare in mezzo, sfidando l’intraducibilità di se stessi e degli altri. Nei testi scritti da soggetti postcoloniali, la traduzione e la scrittura sono parte di un unico processo creativo dando luogo a una lingua in-between, che si situa negli spazi tra le culture e le lingue. Il bilingue, trovandosi in questa posizione, afferma Nouss, non è più sicuro di quale lingua abbracciare. La traduzione in questo modo non è solo limitata all’operazione di trasferimento culturale; perché non è solo negoziazione tra lingue, ma occupa lo spazio della lingua, chiamato zona di traduzione (Emily Apter), simile alla zona di contatto (Mary Louise Pratt).

La politica della traduzione

Le traduzioni nel mondo occidentale sono guidate da due principi della traduzione etnocentrica: si deve tradurre l’opera straniera in modo che non si senta la traduzione; la si deve tradurre in modo da dare l’impressione che ciò che l’autore avrebbe scritto se avesse scritto nella lingua traducente. L’etica della traduzione si distingue come un’azione pratica e teorica contro forze deformanti, che si esercitano liberamente, poiché sono legittime. Partendo dall’idea che la donna ha sempre vissuto nell’ambiguità propria del non appartenere a nessun idioma, costretta a tradurre se stessa nella lingua del patriarcato, una politica femminista della differenza considera il luogo politico del tradurre sia come familiare, sia come funzionale alla sua lotta di rivendicazione. Robert Young ha ricordato come nella realtà coloniale la visione tradizionale, che posiziona la traduzione in una posizione inferiore rispetto all’originale, viene rovesciata attribuendo maggiore importanza alla copia coloniale che corregge le “mancanze” dell’originale.

I diversi spazi della traduzione

La traduzione si differenzia e si articola secondo un continuum che va da una rivisitazione e una rilettura del tradurre in sé, della pratica linguistica e interculturale che ha luogo nella "traduzione propriamente detta", attraverso la traduzione culturale, fino a un uso metaforico del termine utile a descrivere le trasformazioni dei soggetti e delle comunità ibride. Lungo tale continuum troviamo la scrittura postcoloniale, che individua nella traduzione una collocazione particolarmente appropriata. Incontriamo anche: la teorizzazione di un spazio postmoderno in cui i soggetti vivono nella frammentarietà delle differenze culturali, traducendole e traducendosi costantemente; la traduzione come lente attraverso cui rileggere la storia della letteratura e del colonialismo. In tutte queste collocazioni la lente della traduzione diventa strumento di analisi, capace di mostrare come il tradurre è sempre vincolato da questioni di potere e ideologia.

La traduzione e il potere. La questione postcoloniale

La traduzione ha un ruolo importante nel formare, trasformare e consolidare le nostre immagini delle altre culture. Secondo le esigenze della cultura di arrivo, che in questo contesto vengono assecondante: in questo senso ha ragione Gideon Toury quando afferma che le traduzioni sono il risultato della cultura che le ospita e che le loro funzioni e identità sono costituite dallo stesso sistema culturale. Per questo la storia del colonialismo viene vista come un processo traduttivo, che costruisce una rappresentazione del colonizzato funzionale agli interessi del dominio, che attraverso meccanismi di “traduzione” viene assunta dal colonizzato, il quale concepisce la propria immagine così come è stata costruita dal colonizzatore. Le nostre rappresentazioni e il modo stesso in cui immaginiamo le culture differenti dalla nostra dipendono fortemente da come siamo abituati a leggerle e vederle nei libri, sui giornali e al cinema. Sono numerosi gli esempi di manipolazioni sui testi per fare in modo che si adeguino alle norme letterarie e culturali della cultura di arrivo, eliminando le differenze politiche, costruendo così un testo più gradevole per la cultura di arrivo.

Un testo può subire un processo di erotizzazione, in cui vengono iscritti e rafforzati i suoi aspetti estranei, per confermare le aspettative del lettore nella cultura di arrivo; oppure il processo opposto, di addomesticamento, che consiste nell’eliminare gli elementi di estraneità linguistica, per adeguarlo alle esigenze della cultura di arrivo.

La traduzione e la questione di genere

Per Spivak una politica del tradurre si esprime più che altro mettendo in primo piano l’atto della mediazione, che ha luogo all’interno di un insieme di relazioni culturali specifiche che possono essere influenzate dall’atto della traduzione. La soluzione per Spivak è la traduzione letterale, che si colloca in-between, dando al lettore una sensazione forte del terreno specifico del testo originale. Secondo Spivak, il compito di chi traduce è quello di articolare le differenze culturalinelle differenze storico culturali specifiche.

Il migrante

La figura che meglio rappresenta il soggetto che traduce, si traduce e vive nello spazio della traduzione è quella del migrante. I migranti sono persone, secondo Rushdie, che sono state obbligate a definirsi attraverso la loro diversità. Sono soggetti tradotti e trasportati da una terra all’altra, vivendo nella condizione della traduzione culturale. Homi Bhabba parla di identità delocalizzate e tradotte e riconosce che la liminarità dell’esperienza migrante è tanto un fenomeno di transizione quanto di traduzione. A tale condizione non c’è soluzioni, dal momento che le condizioni sono unite. Mentre le culture sono intraducibili tra di loro, per il fatto di contenere al loro interno un misto di altre culture, lingue e identità tra loro indistinguibili, la traduzione culturale è la pratica primaria per i migranti, che vivono in realtà plurilingue dove bisogno di negoziazione mediante la traduzione è costante.

Traduzione e conflitto

Emily Apter sostiene che la zona di traduzione è una zona di guerra. Colloca il tradurre nella zona conflittuale delle lingue globali che cambiano gli equilibri di potere nella produzione della cultura mondiale. Molte zone semantiche sono state concepite per tenere le lingue separate, la zona di traduzione non appartiene a nessuna lingua o a nessun singolo canale di traduzione. Mona Baker dimostra come il lavoro di traduzione e di interpretariato sia centrale e determinante nello svolgersi dei conflitti, per far circolare e per resistere alle narrazioni che creano terreno intellettuale e morale per i conflitti violenti del mondo. Molti traduttori si sono uniti in comunità, fondando associazioni.

Sfida e felicità della traduzione

Le difficoltà legate alla traduzione ci sono perché essa è scommessa difficile a volte impossibile da affrontare. Quando si traduce si dà un certo consentimento alla perdita, che è inevitabile. La traduzione mette in relazione tre partner: AUTORE, TRADUTTORE (fa passare il messaggio da un idioma all’altro /serve lo straniero nella sua opera/ serve il lettore nel suo desiderio di appropriazione) e LETTORE. Il traduttore deve: portare il lettore all’autore e portare l’autore al lettore. Il traduttore incontra la resistenza a più stati della sua impresa. Sembra che il testo straniero sia come una massa inerte resistente alla traduzione (è ovvio che l’originale cioè il testo di partenza non sarà doppiato da un altro originale). Spesso nel testo sono disseminate delle zone di intraducibilità che fanno della traduzione un dilemma e del desiderio di una buona traduzione una scommessa (le due lingue differiscono nella loro struttura interna). Il traduttore si trova in uno stato di insoddisfazione a opera terminata. Il traduttore è ambivalente: vuole costringere la propria lingua a prendersi carico dell’estraneità e costringere l’altra lingua a trasferirsi nella lingua materna. Bisogna rinunciare all’ideale della traduzione perfetta, solo questa rinuncia permette di vivere. Questo lutto permette anche di assumere i due compiti considerati discordanti “di portare l’autore al lettore” e di “portare il lettore all’autore”. Il sogno della traduzione perfetta equivale al desiderio di un guadagno per la traduzione, di un guadagno senza perdita. È proprio a questo guadagno senza perdita che bisogna saper accettare. Il lutto per la rinuncia alla traduzione assoluta rende possibile la felicità del tradurre.

Il paradigma della traduzione

Due vie d’accesso al problema posto dall’atto del tradurre: considerare il termine traduzione nel senso stretto di trasferimento di un messaggio verbale da una lingua a un’altra (tiene conto del rilevante fattore della pluralità e della diversità delle lingue), considerarlo in come sinonimo dell’interpretazione di qualsiasi insieme significativo all’interno della stessa comunità linguistica (si rivolge direttamente al fenomeno nel suo complesso). Pluralità e dalla diversità delle lingue: la traduzione esiste perché gli uomini parlano lingue differenti. Questo fattore attiene alla diversità delle lingue, ma è un enigma: perché non una sola lingua? Questa molteplicità è inutile e nociva. Universalità del linguaggio (= l’utilizzo di segni che non sono cose ma stanno per cose): “Tutti gli uomini parlano”. Questo è un criterio dell’ “umano”; Diversità delle lingue: si è sempre tradotto; prima degli interpreti professionali, esistevano i viaggiatori, i mercanti, gli ambasciatori (..), che erano bilingui e poliglotti. L’essenza stessa della traduzione presuppone in ciascun interlocutore l’inclinazione ad apprendere e a praticare altre lingue dalla propria. Gli uomini parlano lingue differenti, ma possono apprenderne altre diverse dalla loro lingua madre. Questo dato di fatto ha dato origine a una grandissima speculazione: o la diversità delle lingue esprime una radicale eterogeneità, allora la traduzione è in linea teorica impossibile, essendo le lingue a priori intraducibili l’una nell’altra; oppure la traduzione considerata come un dato di fatto si spiega con un fondo comune che rende possibile l’essenza della traduzione, ma allora si deve potere vuoi ritrovare questo fondo comune.

La tesi dell’intraducibile è la conclusione di un certa etnolinguistica che si è impegnata a sottolineare il carattere non sovrapponibile delle differenti suddivisioni sulle quali si basano i molteplici sistemi linguistici: suddivisione fonetica e articolatoria alla base dei sistemi fonologici, suddivisione concettuale che controlla i sistemi lessicali, suddivisione sintattica alla base delle diverse grammatiche. Ciascuna suddivisione linguistica impone una visione del mondo. Poiché la traduzione esiste, bisogna pure che essa sia possibile.

Allora come fanno?

Mito di Babele ci si può anche leggere come la presa d’atto di una separazione originaria. Si può cominciare, agli inizi della Genesi, con la separazione degli elementi cosmici che consente a un ordine di emergere dal caos, continuare con la perdita dell’innocenza e l’espulsione dal giardino, che segna anch’essa l’ingresso nell’età adulta e responsabile e passare in seguito dal fratricidio, l’uccisione di Abele che fa della fraternità stessa un progetto etico e non più un semplice dato di natura. Se si adotta questa chiave di lettura, la dispersione e la confusione delle lingue, preannunciate dal mito di Babele, vengono a coronare questa storia della separazione portandola al cuore stesso della pratica del linguaggio. Esiste un dopo Babele, definito dal “compito del traduttore”. La traduzione è proprio un compito, non nel senso di un obbligo costrittivo, ma nel senso della cosa da fare perché l’azione umana possa semplicemente continuare nella Condizione umana.

Il desiderio di tradurre conduce al di là della costrizione e dell’utilità. Vi è certamente una costrizione: se si vuole commerciare, viaggiare, negoziare, o addirittura spiare, bisogna disporre di messaggeri che parlino la lingua degli altri. Utilità evidente: se ci si vuole risparmiare l’apprendimento delle lingue straniere, bisogna trovare delle traduzioni. Una buona traduzione può mirare solo a un’equivalenza presunta, non fondata su una dimostrabile identità di senso. Una equivalenza senza identità. Il solo modo di criticare una traduzione è di proporne un’altra presunta, pretesa migliore o differente.

Il paradigma della traduzione: la traduzione non chiama solo a un lavoro intellettuale, teorico o pratico, ma pone un problema etico. Condurre il lettore all’autore, condurre l’autore al lettore, con il rischio di servire e di tradurre due padroni, vuol dire praticare l’ospitalità linguistica.

Ben Okri, Picasso e il Minotauro

Cammino eccentrico che attraversa Grecia antica, arte pittorica che esplode in Francia nella prima metà del Novecento, l’Africa delle maschere e degli oggetti tribali e quella dell’odierna letteratura africana in lingua inglese; snodo: Pablo Picasso. All’estremo più lontano il mito del Minotauro (metà uomo e metà bestia)…rilettura ossessiva della figura del Minotauro da parte di Picasso (1928-1958).

Scrittore nigeriano di etnia Okri, affascinato dalla Minotauromarchia che Picasso dipinge nel 1935 (malesseri del suo e del nostro tempo); rifiuto di oggi a riconoscersi in raffigurazioni di sé che altre culture gli hanno cucito addosso: dar voce al racconto di sé, decostruendo e smontando le immagini non veritiere. Nato in Africa ma educato in Europa l’intellettuale africano vive con pena il disagio di vedersi costantemente rappresentato in immagini non sue, esibito come un trofeo. Nei musei d’Europa vede ciò che di lui l’arte europea per secoli ha scelto di fare e per dissociarsi da essa può usare solo uno strumento: la parola e il racconto.

Mentre nell’africano che ritrae l’europeo, Ben Okri non vede volontà di manipolazione dell’immagine, pregiudizio o appropriazione--- restituito per come è, per come è visto nella sua interezza. In Europa invece chi ha in mano lo strumento di raffigurazione assegna il ruolo che in partenza occupavano nell’immaginario di chi lo ritrae. Esempio: Delacroix, 1834, Le donne d’Algeri nei loro appartamenti, oriente dai connotati torpidi, torbidi, stereotipo costruito attorno all’Oriente dagli occidentali. L’Algerina Assia Djebar in questa immagine legge il destino di intere generazioni di donne le cui vite sono condannate all’oblio della parola. Molto spesso i pittori danno vita su tela a scenari esotici, quasi mai direttamente sperimentati nella realtà, rappresentando stereotipi che nulla hanno a che fare con la realtà dei luoghi e degli individui che li popolano.

Spinta a fermare su tela l’idea dell’immaginario comune: Museo Etnografico delle Missioni Scientifiche (1878, Parigi), Museo Africano (1879), British Museum di Londra (inaugurato nel 1753) arricchisce le collezioni di reperti etnografici di provenienza africana. In un negozio che vendeva questo genere di oggetti Matisse acquista una statuetta lignea che mostrerà a Picasso, e dalla quale quest’ultimo verrà turbato profondamente: Picasso iniziò a rappresentare freneticamente le maschere tribali (es. Les desmoiselles d’Avignon, 1907). Guernica nel 1938, in cui Ben Okri vede l’emblema della sofferenza e del disagio della contemporaneità, sembra dirci che non ci si può liberare dalla prigionia del quadro e che il Minotauro rappresenta l’enigma nel cuore dell’età moderna (intesa come tempo di tutti, anello di congiunzione tra Africa e Europa, tra passato e presente, tra antico e moderno) e tuttavia usare quel passato come chiave di lettura del presente.

“Ben Okri dice che gli scrittori hanno una grande responsabilità, quella di scrivere bene, di essere veritieri, cantare le realtà del tempo” e lui ci indica che l’intellettuale colonizzato è l’unico che di quella storia sappia abitare gli spazi liminali, i luoghi di confine e quindi avrà il compito di far sentire.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/12 Lingua e traduzione - lingua inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliamains di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla mediazione inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Saracino Mariantonietta.
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