U S N “L’Orientale”
NIVERSITA’ DEGLI TUDI DI APOLI
Appunti di uno studente
Esame di Linguistica Generale – Professoressa Lucia Di Pace
a.a. 2017/2018
Fonti:
- La forbice e il ventaglio, D.Silvestri
- Atlante di materiali e citazioni, C.Vallini
LINGUA E LINGUAGGIO. Principi generali
Lez. 57 Linguaggi non verbali – da p.281 a p.284
I linguaggi non verbali vengono anche detti linguaggi sensoriali poiché sono destinati
esclusivamente a ciascuno dei cinque sensi. I linguaggi non verbali comprendono i linguaggi ottici,
acustici, tattili, olfattivi e gustativi. I linguaggi ottici, destinati esclusivamente all’occhio, vengono
detti anche linguaggi simbolici e sono totalmente arbitrari. Esempi di tale linguaggio possono
essere il linguaggio dei sordomuti, l’alfabeto Morse che traduce la lingua in linee e punti oppure
semplici gesti che realizzano olofrasi non verbali. I linguaggi acustici, destinati esclusivamente
all’orecchio, possono codificare anche i rumori (es. fischi, applausi), ma le fonti di produzione di
questi linguaggi sono molteplici. I linguaggi acustici e ottici vengono definiti anche linguaggi
estroversi poiché si manifestano all’esterno della corporeità, mentre quelli olfattivi e gustativi
vengono definiti introversi in quanto si realizzano all’interno della corporeità. I linguaggi tattili si
costituiscono al punto di contatto di due o più corporeità. Un esempio di questo linguaggio può
essere una semplice stretta di mano, ma questa semplicità procedurale non deve trarre in inganno
poiché in base ai soggetti che la realizzano possiamo avere più sfumature di significato. I linguaggi
olfattivi sono destinati esclusivamente all’odorato attraverso una gamma complessa di odori che
possono essere cattivi o buoni. Il linguaggio gustativi, invece, è basato sulla percezione del sapore
e per questo motivo varia straordinariamente da popolazione a popolazione. Il tasso di arbitrarietà
di questo linguaggio è talmente alto da poterlo paragonare alla lingua in quanto codice arbitrario.
Lez. 1.1. La lingua è … – p.17
La lingua è un fenomeno umano complesso e di ampiezza illimitata. Alla lingua possiamo
associare due soggetti ben distinti: la facoltà del linguaggio la quale è scritta nel codice genetico di
ognuno di noi, e la lingua storica che invece è nel nostro bagaglio culturale e che viene appresa
nel corso della vita.
Lez. 36.2. L’atto linguistico secondo Jakobson – da p.174 a p.176
Jakobson propone di esaminare l’atto linguistico da 6 punti di vista diversi a cui corrispondono
altrettante funzioni universali del linguaggio. I sei punti di vista necessari per descrivere il processo
di un atto linguistico sono i seguenti:
1. PARLANTE produttore dell’atto linguistico
2. ASCOLTATORE destinatario del medesimo
3. MESSAGGIO atto linguistico stesso
4. CONTESTO situazione di realizzazione del medesimo
5. CONTATTO canale di connessione dove il parlante e l’ascoltatore comunicano
6. CODICE sistema linguistico impiegato
Secondo Jakobson l’atto linguistico, visto in rapporto ad ognuno di questi elementi, svolge vari tipi
di funzioni:
1. in rapporto al parlante funzione emotiva o di presentazione
2. in rapporto all’ascoltatore funzione conativa
3. in rapporto al messaggio funzione poetica
4. in rapporto al contesto funzione denotativa o referenziale
5. in rapporto al canale funzione fàtica
6. in rapporto al codice funzione metalinguistica
Lez. 28.5. André Martinet e la doppia articolazione del linguaggio – p.127-128
Per una corretta percezione delle unità linguistiche è importantissimo conoscere la teoria di André
Martinet, secondo la quale qualsiasi enunciato linguistico è analizzabile in un numero limitato di
monemi e questi in un numero limitato di fonemi. Con la prima articolazione, che riguarda sia il
piano dell’espressione che del contenuto, constatiamo che ogni lingua possiede un numero
definito di monemi che possono essere combinati con un numero indefinito di sintagmi linguistici
(es. parl-iamo = sono presenti due monemi dove il primo indica l’azione, mentre il secondo indica il
soggetto che la compie; ma possiamo avere altre combinazione come per esempio parl-avo o
parl-erai). La seconda articolazione riguarda, invece, soltanto il piano dell’espressione visto
sempre in rapporto a quello del contenuto e in questo caso noi identifichiamo delle unità
linguistiche minime, dette appunto fonemi, che costituiscono i significanti dei monemi (nel monema
parl- sopra ricordato , ad esempio, noi riscontriamo un’articolazione in quattro fonemi, uno dei
quali, /a/, riappare, combinato con altri, nell’articolazione del monema -iamo).
Lez. 13.2. I primi studi comparativi – p.58
Le prime osservazioni sulla somiglianza tra lingue indoeuropee si ritrovano già in una lettera che
Filippo Sassetti inviò dall’India a Bernardo Davanzati dove lui confessava stupito le somiglianze
tra il sanscrito e l’italiano <<fiorentino>> soprattutto nei numeri . Osservazioni più acute di altri
studiosi portarono alla conclusione che il latino, il greco e il sanscrito derivavano da una sola lingua
primitiva. Poco più tardi il monaco tedesco Paolino di S.Bartolomeo scrisse due trattati: nel primo si
faceva un discorso sulle affinità dello zendo, del sanscrito e del tedesco; nel secondo si parlava
dell’origine del latino e dei suoi rapporti di parentela con le lingue orientali. Friedrich Sohlegel ,
attraverso il suo saggio, pose le basi scientifiche e le premesse culturali per uno studio
comparativo del sanscrito, del latino, del greco e di altre lingue ad esse affini sia in Europa che in
Asia.
Lez. 13.3. Franz Bopp – p.59
La linguistica indoeuropea prende il suo avvio nel 1815 quando esce il primo saggio di Franz Bopp
sul sistema dei coniugazione della lingua sanscrita in comparazione con quello delle lingue greca,
latina, persiana e germanica. Bopp affronta un argomento complesso come la morfologia verbale.
Egli iniziò la pubblicazione di una grammatica di tutte quelle lingue indoeuropee e con il tempo si
mostrò cosciente del fatto che queste lingue derivassero da una sola lingua primitiva, ma era
incline ad indentificare tale lingua con il sanscrito. Egli si cimenta inoltre nella ricerca delle origine
delle forme grammaticali: per lui i pronomi, gli affissi , le desinenze sono parole molto antiche che
con il tempo si sono legate ad altri elementi (radice).
Lez. 25.3. L’arbitrarietà del segno linguistico secondo Saussure – p.115-116
L’arbitrarietà del segno linguistico è una teoria di Ferdinand De Saussure. Per lui il segno
linguistico unisce un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non è il suono materiale ma la
traccia psichica di questo suono. Dunque il segno linguistico è un’entità psichica a due facce, che
corrispondono al concetto e all’immagine acustica. Saussure decide di adottare termini che si
richiamano e allo stesso tempo si oppongono: decide perciò di rimpiazzare concetto e immagine
acustica rispettivamente con significato e significante. Per Saussure il legame che unisce il
significato al significante è arbitrario, perciò possiamo dire più semplicemente che il segno
linguistico è arbitrario.
Il significante, cioè la parola scritta o pronunciata, l'elemento percepibile con i sensi.
Il significato, ossia l'immagine presente nella mente, il senso, il concetto.
Una parola è dunque un insieme di significante e di significato, di suono e di immagine, di lettere e
di senso.
2.5.0. Il punto di vista – p.181 (da tradurre)
2.1.2. La danza delle api – p.80
L'ape da miele europea ha un sistema che le permette di comunicare con le compagne a proposito
della presenza e della posizione dei giacimenti di cibo. Dal punto di vista dell'espressione, questo
sistema è una "danza”, cioè una configurazione di movimenti del corpo dell'ape, che vengono
percepiti dalle antenne delle compagne attraverso un
contatto diretto col corpo dell'ape (l'espressione di questo
codice è dunque mimico-tattile). La danza delle api si
presenta in due forme principali: da un lato si ha una
danza circolare, dall'altro una danza dell’addome (a forma
approssimativamente di otto). La differenza tra il primo e il
secondo tipo si riferisce alla distanza del giacimento di
cibo dall'alveare. Se il giacimento si trova entro poche
decine di metri di distanza (tra i 10 e i 50 m circa), l'ape
compie una danza circolare, girando in circolo fino a
completare la rotazione. Nel corso di questo movimento
l'ape si ferma più volte per passare alle sue compagne microscopiche goccioline del cibo che ha
raccolto. Questo tipo di messaggio non significa, per le api che lo ricevono, nulla di più specifico di
“Volate fuori e cercate nelle vicinanze dell'alveare”. E in effetti, le compagne, appena ricevuto il
messaggio, partono in cerca. La danza dell'addome, invece, ha la forma di due anelli,
congiunti in un asse centrale serpeggiante, come mostra
la figura seguente. L'ape percorre rapidamente il breve
asse in linea retta, dimenando spesso l'addome; quindi
esegue un'evoluzione circolare di 360 a sinistra, corre
ancora in avanti lungo l'asse centra le, fa un'altra
evoluzione a sinistra e cosi via per numerose volte.
Questa danza indica anzitutto la distanza. Von Frisch ha
infatti scoperto che il numero dei giri a forma di otto che
l'ape compie è inversamente proporzionale alla distanza
del giacimento di cibo.
Universali del linguaggio umano (Hockett) – p.83
Il linguaggio verbale umano si distingue da quello animale per una serie di tratti costitutivi
individuati da Hockett, qui di seguito elencati:
canale vocale uditivo
1. : il linguaggio verbale utilizza un canale vocale-uditivo che
permette, ad esempio, anche una comunicazione al buio;
trasmissione a distanza e ricezione direzionale
2. : qualunque messaggio,
codificato secondo un codice che usi i suoni, può essere udito da chiunque si trovi ad una
distanza sufficiente;
rapida evanescenza
3. : il messaggio linguistico scompare in breve tempo;
intercambiabilità
4. : i ruoli mittente e ricevente possono essere invertiti;
retroazione completa
5. : il parlante ascolta il proprio enunciato nel momento stesso in
cui lo produce e quindi può controllarne l’andamento, modificarlo, correggersi, ecc.;
specializzazione
6. : i segnali linguistici normalmente richiedono relativamente poca
energia e non sono di rilievo biologico diretto;
semanticità
7. : la proprietà di trasmettere un significato;
arbitrarietà
8. : il rapporto tra il segno linguistico e il referente esterno non è motivato, bensì
convenzionale;
discretezza
9. : i segni linguistici sono differenziati gli uni dagli altri;
distanziamento
10. : il messaggio linguistico può riferire fatti lontani nel tempo e nello
spazio;
apertura
11. : una delle caratteristiche del linguaggio verbale umano è la creatività;
tradizione
12. : il linguaggio umano è trasmesso attraverso l’insegnamento ed è connesso
alla cultura dei popoli che lo parlano;
dualità (di strutturazione)
13. : il linguaggio umano è strutturato su due livelli di
articolazione (morfemi e fonemi);
prevaricazione
14. : il messaggio linguistico può anche essere privo di senso o falso;
riflessività
15. : la lingua può parlare di se stessa;
apprendibilità
16. : il parlante nativo di una lingua può apprendere qualsiasi altra lingua.
2.5.1. Il metalinguaggio – p.183
Funzione metalinguistica
o
La logica moderna ha introdotto una distinzione tra due livelli di linguaggio: il linguaggio-
oggetto che parla degli oggetti e il metalinguaggio che parla del linguaggio stesso. Il
metalinguaggio svolge anche una funzione importante nel linguaggio di tutti i giorni. Ogni volta
che il mittente e/o destinatario devono verificare se essi utilizzano lo stesso codice, ragionando
secondo l’atto linguistico di Jakobson, il discorso è centrato sul codice e quindi svolge una
funzione metalinguistica. L’acquisizione della lingua materna da parte del fanciullo avviene
grazie a operazioni metalinguistiche di tutti i giorni, mentre l’afasia può essere definita come
una perdita dell’attitudine alle operazioni metalinguistiche.
2.3.1. Doppia articolazione – p.110-111
Il linguista francese André Martinet elaborò il principio della doppia articolazione. Secondo lui
l’articolazione del linguaggio si manifesta su due piani diversi:
prima articolazione
I. A un livello più alto troviamo la , costituita da unità significative
minime dotate ciascuna di una forma fonica e di un contenuto semantico e definite da
Martinet monemi; in definitiva si tratta dei più piccoli costituenti muniti di senso che
compongono le frasi o le parole (ad es. data la formazione verbale ricomprare, si
individuano come unità di prima articolazione il prefisso ri-, il lessema compr- e la
desinenza verbale -are). La prima articolazione del linguaggio è quella secondo cui ogni
fatto d'esperienza che si debba trasmettere, ogni bisogno che si desidera far conoscere ad
altri, si analizza in una serie di unità dotate ciascuna di una forma vocale e di un senso. Se
soffro di dolori alla testa posso manifestare questo fatto con delle grida; queste possono
essere involontarie, e in tal caso riguardano la fisiologia; ma possono anche essere più o
meno volute e destinate a far conoscere le mie sofferenze a chi mi è vicino. Ma ciò non
basta ancora perché si abbia una comunicazione linguistica; ogni grido è inanalizzabile e
corrisponde all'insieme, inanalizzato, della sensazione dolorosa. La situazione è invece
completamente diversa se pronuncio la frase ho mal di testa; qui nessuna delle unità
successive ho, mal di, testa, corrisponde a quello che il mio dolore ha di specifico, anzi
ognuna di esse può trovarsi in contesti diversi per comunicare fatti d'esperienza diversi:
mal, ad es., in chi mal fa, male aspetta, e testa in essere alla testa.
II. Ognuna di queste unità di prima articolazione presenta come si è visto, un senso e una
forma vocale o fonica. Nessuna di queste unità è analizzabile in unità successive minori
dotate di senso: l’insieme testa vuol dire “testa”, e non si possono attribuire per esempio a
“te-“ e a “-sta” due sensi distinti la cui somma sia equivalente a “testa”. Ma la forma vocale
è invece analizzabile in una successione di unità di cui ciascuna contribuisce a distinguere
seconda
testa per esempio da altre unità come resta, tasta, tenta, ecc. Si tratta della
articolazione del linguaggio.
Economia – p.111
Si può concepire l’evoluzione linguistica come governata dalla necessità dell’uomo di comunicare
e dalla tendenza che egli ha a ridurre al minimo la sua attività mentale e fisica. Qui il
comportamento umano è soggetto alla legge del minimo sforzo, secondo cui l’uomo consuma
energia solo nei limiti necessari a raggiungere i fini che si è proposto.
2.3.2. Caratteri del segno – p.112
Saussure chiamava le due facce del segno signifié 'significato' e signifiant 'significante' (due
termini che sono rimasti poi standard nella tradizione linguistica e semiotica), precisando che il
segno linguistico è una «entité psychique à deux faces» che «unit non une chose et un nom, mais
un concept et une image acoustique».
La natura completamente "astratta" del segno linguistico è, in effetti, una delle grandi conquiste del
pensiero di Saussure. "Astratto", però, può volere dire molte cose; in Saussure è usato nel senso
di psychique, 'mentale' diremmo oggi, in quanto opposto a matériel, 'materiale' nel senso di fisico,
oggettuale: né il segno stesso è un oggetto del mondo, né lo è il suo "significato", che è invece un
concetto, quindi ancora una volta una realtà astratta, "mentale", né lo è il suo "significante", ché è
invece una "immagine acustica", non una fisica e concreta onda sonora.
Il segno linguistico, pertanto, è una struttura
astratta, distinta dai concreti atti linguistici.
Saussure esplicitava questa alterità radicale
introducendo l'opposizione tra langue e parole
ossia tra una struttura, una grammatica, astratta,
arbitraria e convenzionale, ed una produzione,
un atto linguistico, concreto, materiale e
contingente.
Il fatto che noi abbiamo di 'albero' il concetto che
ne abbiamo e che lo esprimiamo con l'immagine
acustica albero è un fatto della "langue", ossia di
quella precisa struttura-lingua che è la
"grammatica italiana", la cui natura propria è
astratta, mentre la nostra effettiva, concreta,
produzione fonica ['albero] è un atto di "parole",
ossia un fatto contingente del mondo.
LA COMPONENTE NATURALE DEL LINGUAGGIO VERBALE:
neurolinguistica e fonazione
Lez. 55.1. Le regione neuro-anatomiche delle abilità linguistiche – p.275-276
Il cervello è la sede di elaborazione e produzione della lingua sia per quanto riguarda i processi di
concettualizzazione che per quanto riguarda gli impulsi rivolti alla realizzazione dell’attività di
fonazione, di scrittura e di lettura. Per una migliore definizione delle operazioni neurolinguistiche
esistono due procedure principali: la prima consiste nel ris
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