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concetto, quindi ancora una volta una realtà astratta, "mentale", né lo è il suo "significante", ché è

invece una "immagine acustica", non una fisica e concreta onda sonora.

Il segno linguistico, pertanto, è una struttura

astratta, distinta dai concreti atti linguistici.

Saussure esplicitava questa alterità radicale

introducendo l'opposizione tra langue e parole

ossia tra una struttura, una grammatica, astratta,

arbitraria e convenzionale, ed una produzione,

un atto linguistico, concreto, materiale e

contingente.

Il fatto che noi abbiamo di 'albero' il concetto che

ne abbiamo e che lo esprimiamo con l'immagine

acustica albero è un fatto della "langue", ossia di

quella precisa struttura-lingua che è la

"grammatica italiana", la cui natura propria è

astratta, mentre la nostra effettiva, concreta,

produzione fonica ['albero] è un atto di "parole",

ossia un fatto contingente del mondo.

LA COMPONENTE NATURALE DEL LINGUAGGIO VERBALE:

neurolinguistica e fonazione

Lez. 55.1. Le regione neuro-anatomiche delle abilità linguistiche – p.275-276

Il cervello è la sede di elaborazione e produzione della lingua sia per quanto riguarda i processi di

concettualizzazione che per quanto riguarda gli impulsi rivolti alla realizzazione dell’attività di

fonazione, di scrittura e di lettura. Per una migliore definizione delle operazioni neurolinguistiche

esistono due procedure principali: la prima consiste nel risalire, partendo dai casi di deficit

linguistico in pazienti con danni cerebrali, alle funzioni ed alle aree neuroniche disattivate; la

seconda consiste nell’attivare in soggetti sani processi linguistici per collegarli alle aree ed alle

funzioni neuroniche in tal modo individuate. I due emisferi cerebrali costituiscono le regioni

responsabili delle funzioni cognitive (abilità linguistiche, memoria, riconoscimento di oggetti,

ragionamento e progettazione di movimenti). I due emisferi consistono di una corteccia e di nuclei

subcorticali, e si presentano articolati in lobi e giri. Le regioni deputate alle abilità linguistiche si

concentrano nella regione cerebrale della fessura di Silvio. I due emisferi cerebrali non partecipano

in modo uguale alle funzioni linguistiche (quello sinistro è dominante), per cui abbiamo di fatto una

laterizzazione cerebrale del linguaggio.

Lez. 55.2. La neuro-anatomia funzionale del linguaggio – p.276-277

Esistono due teorie interpretative delle attività neurolinguistiche, ovvero del rapporto funzionale

che intercorre tra la regione neuro-anatomica delle abilità linguistiche (la fessura di Silvio) e le

diverse componenti della processualità linguistica. Queste due teorie sono: quella localizzante e

quella olistica. La prima ritiene che le componenti funzionali sono collocate in distinte aree del

cervello, mentre la seconda postula un’ampia distribuzione su tutta l’area cerebrale interessata. Se

si accede alla seconda teoria riconosciamo due caratteristiche funzionali: l’equipotenzialità, in base

alla quale ciascuna parte della regione cerebrale può realizzare una specifica funzione linguistica;

e la massa in azione, per cui c’è una maggiore potenza della funzione linguistica in rapporto al

maggiore coinvolgimento del polo neuronico. Invece il modello localizzante (prima teoria) insiste

sulla diversa distribuzione neuro-anatomica delle attività linguistiche. Per comprendere questa

teoria possiamo considerare due casi di afasia. Nel caso dell’afasia di Broca, questa sindrome si

manifesta clinicamente con forti disturbi nella produzione della lingua orale (che è frammentata ed

esitante), spesso male articolata e con frequente omissione di parole funzionali (es. preposizioni) e

di morfemi legati. Nel caso dell’afasia di Wernicke, questa sindrome si manifesta con forti disturbi

nella comprensione della lingua orale, mentre la produzione della medesima è fluente ma con

disturbi a livello fonemico, morfologico e sintattico.

Lez. 49.1. Il problema del linguaggio infantile – p.243-244

L’apprendimento della lingua materna da parte del bambino è operazione di lunga durata che

comincia nei primi giorni di vita e si “conclude” entro i primi due anni. Nella prima fase (lallazione) il

bambino produce sequenze sillabiche con dominanza del timbro vocalico di massima apertura [a]

nelle quali si notano consonanti bilabiali e dentali sia momentanee che continue. In questa fase

iniziale non si può ancora parlare di atto linguistico. In una fase più avanzata constatiamo le

cosiddette olofrasi, in cui il bambino combina rudimentali segnali sonori dopo averli selezionati in

un suo repertorio.

Lez. 49.4. Afasia – da p.245 a p.247

L’afasia rappresenta una disfunziona o una perdita della facoltà del linguaggio, dovuta ad un

danneggiamento dell’emisfero cerebrale sinistro. Il fenomeno ha una serie di manifestazioni

riconducibili a vari livelli di difficoltà (fonologico, lessicale, semantico-sintattico). Esistono due tipi di

afasia: la prima, detta parafasia o anche afasia di Wernicke, è caratterizzata da un linguaggio ben

articolato e fluente, ma con gravi carenze semantiche nella scelta e nell’esecuzione delle parole; la

seconda, invece, è nota come afasia di Broca ed è caratterizzata da una lenta ed elaborata

fonazione con produzione di frasi sintatticamente povere. In ciascun caso di afasia distinguiamo tre

tipi di disturbi: disturbi fonologici, disturbi del livello semantico-lessicale e disturbi sintattici. I

disturbi fonologici riguardano le difficoltà articolatorie, consistenti, a volte, in una estrema tensione

degli organi. Tra i disturbi del livello semantico-lessicale distinguiamo le parafasie fonetiche

(selezione corretta della parola, ma è presente una deformazione articolatoria), le parafasie

fonemiche (articolazione corretta dei foni della parola, ma errori di selezione e/o di combinazione

dei fonemi corrispondenti), le parafasie verbali (produzione di una parola esistente, ma diversa da

quella che ci si aspetterebbe come risposta ad uno stimolo), i neologismi e anomie. Tra i disturbi

sintattici si riscontrano deficit di produzione e comprensione delle frasi: un esempio è la produzione

di una frase con omissione delle particelle grammaticali oppure l’eliminazione di morfemi legati nel

nome e nel verbo.

Lez. 42.1. Percezioni foniche del parlante – p.202-203

Il correlato grafico dell’istanza del fono è il fonogramma, un’entità che più comunemente è nota in

quanto è raggruppata insieme alle altre della stessa specie sotto il nome allusivo di <<alfabeto>>. I

foni sono costituitivi di sillabe ed è dimostrato dai termini vocali e consonanti che alludono alla

possibilità delle vocali di costituire sillabe da sole in quanto dotate di voce (alto grado di sonorità),

mentre le consonanti possono solo “con-suonare” con le vocali nella realizzazione della sillaba.

Lez. 42.2. Le vocali – p.203-204

I luoghi diaframmatici o di realizzazione delle vocali sono

cinque e per la loro definizione entrano in gioco diversi

coefficienti. In primo luogo dobbiamo identificare il diagramma

delle vocali.

La figura che meglio schematizza i rapporti tra le vocali è un

triangolo con il vertice in basso occupato da [a]. In base al

diagramma possiamo pertanto distinguere: [a], caratterizzata da

un grado di massima apertura orale e da una minima

elevazione linguale al vertice inferiore del triangolo vocalico; [e],

caratterizzata da un grado medio di apertura orale, avanzamento del luogo diaframmatico

(palatalità), aprocheilia (assenza di labialità, cioè di protrusione labiale, sostituita da stiramento

delle labbra); [o], caratterizzata da un grado di media di apertura orale, arretramento del luogo

diaframmatico (velarità), procheilia (labialità); [i], caratterizzata da un grado di minima apertura

orale, avanzamento del luogo diaframmatico (palatalità), aprocheilia (assenza di labialità); [u],

caratterizzata da un grado di minima apertura orale, arretramento del luogo diaframmatico

(velarità), procheilia (labialità).

Lez. 42.3. Le consonanti – p.204-205

Nel caso delle consonanti, oltre a distinguerle in base al luogo di realizzazione (bilabiali,

labiodentali, dentali, palatali, velari, labiovelari, uvulari, faringali e laringali) dobbiamo distinguerle

anche in base al modo articolazione: 1) presenza/assenza di risonanza delle corde vocali

(distinzione tra consonanti sorde e sonore),2) presenza/assenza di chiusura del luogo

diaframmatico (distinzione tra consonanti momentanee e continue), 3) minore/maggiore intensità o

durata dell’articolazione (distinzione tra consonanti semplici e geminate).

Lez. 42.4. La coarticolazione – p.205-206

Grazie alla coarticolazione intervengono modifiche nell’articolazione di un singolo fono in rapporto

al contesto articolatorio di produzione. Ad esempio abbiamo diverse [n] in diversi contesti

(labiodentale sonora in ‘inverno’, labiodentale meno sonora in ‘inferno’; dentale sonora in ‘mondo’,

dentale meno sonora in ‘canto’; palatale sonora in ‘angelo’, palatale meno sonora in ‘mancia’, e

così via.

Lez. 41.1. Definizione di sillaba – p.199-200

La minima unità fonetica che possa essere articolata e percepita acusticamente, e in cui ogni

parola può essere divisa; è costituita da una vocale cui normalmente si accompagnano una o più

consonanti. In tal senso, considerando il gioco delle vocali (V) e delle consonanti (C), le loro

combinazioni sillabiche vanno da un minimo costituito da una sola V (come in [a]-more) e varie

altre combinazione possibili tra V e C, del tipo CV, CCV, CCCV (sillaba aperta: es. [do]-[lo]-[re];

[spa]-rire; [stra]-fare) o VC, CVC, CCVC (sillaba chiusa: es. [or]-nare; [can]-tare; [scar]-tare).

Possiamo, su un piano descrittivo, distinguere tra attacco (inizio della sillaba), nucleo (cuore della

sillaba) e coda (fine della sillaba).

Lez. 41.2. Sonanti e dittonghi – p.200

Vanno considerate anche le cosiddette sonanti (S, in pratica: m,n,r,l), che possono costituire

culmine sillabico quando l’attacco e la coda sono consonanti e non sussistono suono vocalici nella

sillaba (es. [Trst], nome serbo-croato di Trieste, corrisponde allo schema CSCC).

Carattere sillabico lo hanno anche i dittonghi , che sono costituiti da una vocale e da una

semivocale , che è una vocale con durata ridotta (es. [mie],[tua],[suo]), ma esistono anche casi di

doppia semivocale come ad esempio ‘a-[iuo]-la’.

3.1.2. Alfabeto fonetico internazionale – p.242-243

2.5.3. Universali dell’apprendimento fonologico – p.206-207 (da tradurre)

2.1.3.d lateralizzazione: emisfero sinistro – p.93 (da tradurre)

2.1.3.e Afasia – p.94

L’afasia è un disturbo della comprensione e della formulazione della lingua causata dalla

disfunzione in specifiche regioni del cervello. Pazienti con afasia non possono più convertire con

precisione le sequenze di rappresentazioni mentali non-verbali, ovvero i pensieri, in simboli e

organizzazioni grammaticali, ovvero la lingua. L’afasia potrebbe compromettere il “codice scritto” di

qualsiasi tipo di lingua, che sia una lingua “uditiva” (es. inglese) o che sia basata sugli ideogrammi

(es. lingue asiatiche). In più l’afasia può compromettere molteplici aspetti di una lingua, come la

sintassi (struttura grammaticale delle frasi), il lessico (la raccolta di parole che denotano i

significati) e la morfologia delle parole. Più di uno di questi aspetti sono spesso compromessi nello

stesso paziente. In un paziente il problema principale potrebbe essere la comprensione di frasi,

accoppiato ad una moderata inabilità a selezionare le giuste parole per tradurre pensieri in lingua.

LO STUDIO FUNZIONALE DELLA LINGUA E LA TEORIA DI SAUSSURE

Lez. 35.3. La dicotomia saussuriana langue-parole – p.170-171

Secondo Saussure si separa innanzi tutto ciò che è collettivo (la lingua) da ciò che è individuale (la

parola); inoltre ciò che è essenziale (la lingua) da ciò che è accessorio (la parola). A questo punto

una buona definizione della <<lingua>> potrebbe essere la seguente: “ … è un tesoro depositato

dalla pratica della parola nei soggetti appartenenti alla stessa comunità … dato che la lingua non è

completa in nessun singolo individuo, ma esiste perfettamente solo nella massa”. Secondo

Saussure la parola è un atto linguistico di volontà e di intelligenza, nel quale conviene distinguere:

1) istanza sintagmatica della norma: le combinazioni con cui il parlante utilizza il codice della lingua

in vista dell’espressione del proprio pensiero personale; 2) istanza testuale del processo: il

meccanismo psico-fisico che gli permette di esternare tali combinazioni. In base a questa duplice

distinzione, Saussure prospetta che nello studio del linguaggio si distinguano due parti: 1)

linguistica della lingua: è la più importante ed essenziale e si occupa della lingua in quanto fatto

collettivo; 2) linguistica della parola: si occupa della dimensione individuale del linguaggio.

Lez. 36.1. Il circuito della parola secondo Saussure – p.173-174

Saussure per definire meglio il meccanismo dell’atto di parola ricorre all’immagine di un circuito,

noto appunto come circuito della parola. Il punto di partenza del circuito è nel cervello di uno dei

due individui che interagiscono nell’atto linguistico (A= parlante; B= ascoltatore). Supponiamo che

un dato concetto faccia scattare nel cervello una corrispondente immagine acustica: è un

fenomeno interamente psichico seguito da un processo fisiologico: il cervello trasmette agli organi

di fonazione un impulso correlativo all’immagine; poi le onde sonore si propagano dalla bocca di A

all’orecchio di B: processo puramente fisico. Successivamente il circuito si prolunga in B in ordine

inverso: dall’orecchio al cervello, trasmissione fisiologica dell’immagine acustica; nel cervello,

associazione psichica di questa immagine con il concetto corrispondente. Se B parla a sua volta,

questo nuovo atto seguirà lo stesso cammino del primo e passerà attraverso le stesse fasi

successive. Da questa sintesi saussuriana del meccanismo processuale della lingua

emerge che un atto di parola è indice dell’esistenza di una situazione comunicativa.

Lez. 28.1. Rapporti paradigmatici,

opposizioni, valori –p.123-124

I simboli arbitrari si strutturano

linguisticamente come unità, selezionate di volta in volta rispetto alle altre presenti nelle due

articolazioni fondamentali dei sistemi linguistici (fonemi e morfemi). Tale selezione avviene

attraverso il riconoscimento da parte del parlante di rapporti paradigmatici tra le unità linguistiche.

Secondo Saussure questi rapporti si basano sulle distinzioni tra due o più unità. Così egli giunge al

concetto di opposizione che prevede qualcosa di comune (base di comparazione) ed almeno un

elemento di diversità (tratto distintivo) e converte ogni unità linguistica in un valore, in quanto

individuabile unicamente all’interno di un rapporto.

Lez. 28.2. Le unità come entità concrete della lingua – p.124

Saussure fa notare che un’unità linguistica è innanzi tutto una entità concreta che esiste grazie

all’associazione del significante e del significato e che se si considera uno solo di questi elementi,

essa svanisce; invece di un oggetto concreto ci troviamo davanti una pura astrazione. La sola

definizione che se ne possa dare è la seguente: una porzione di sonorità che è il significante di un

certo concetto. Per Saussure l’entità linguistica non è completamente determinata se non quando

è delimitata, ovvero separata da tutto ciò che la circonda nella catena fonica.

Differenza tra rapporti sintagmatici e rapporti associativi (paradigmatici)

"Il rapporto sintagmatico è -in praesentia-; esso si basa su due o più termini egualmente presenti

in una serie effettiva."

Praticamente, in un atto linguistico i suoni vengono disposti in una sequenza lineare (orizzontale).

Quando diciamo -Canto- i suoni che compongono la parola (c-a-n-t-o) si influenzano l'un l'altro: la

N di canto è foneticamente diversa dalla N di anfora. Quindi il sintagmatico si sviluppa in senso

orizzontale, è una combinazione di suoni che si influenzano l'uno con l'altro.

Paradigmatico:

"il rapporto associativo/paradigmatico unisce dei termini -in absentia-"

[…] pensa alla parola "stolto": tra la [s] e la [o] compare un suono, la [t]. Ma al posto di questo

suono, in altri contesti, potrebbero tranquillamente esserci altri suoni: potresti avere sDoganare,

sCorta, sGombro, sPorta... ecco tutti i suoni che POSSONO comparire in un certo contesto

intrattengono tra loro dei rapporti di tipo paradigmatico (detto anche associativo). E sono dei

rapporti in absentia, perchè se realizzo [t], non posso realizzare gli altri suoni.

Lez. 34.1. Identità, realtà e valore come dimensione sistematica delle unità secondo

Saussure – da p.159 a p.164

Le unità di designazione, cioè i simboli arbitrari di un contesto storico, realizzano la loro istanza

linguistica nella dimensione del sistema, che è dato dall’insieme dei rapporti che le unità

intrattengono e dai quali risultano sintatticamente condizionate.

Saussure, dà una definizione del posto e della funzione delle unità linguistiche nella dimensione

sintattica della lingua, tramite tre nozioni importanti, da lui denominate identità, realtà e valore e

che descrivono i modi di essere delle unità nel sistema linguistico. Sia la nozione di identità,

sia quella di realtà confluiscono in una terza, la nozione di valore e su cui si posano i fondamenti

della linguistica formale, per la quale la lingua è una forma, cioè una struttura totalmente

astratta di rapporti tra elementi solo in tal modo linguisticamente realizzati. Quindi, con la

nozione di valore ci si avvicina alla fenomenologia linguistica: la lingua introduce distinzioni sia

nella massa del pensiero (significato), sia in quella dell’espressione (significante). La lingua

dunque è il regno delle articolazioni, dove ogni elemento sia fonico che concettuale è definito per

rapporto agli altri elementi, dice Saussure: ”Nella lingua non si può isolare né il suono dal pensiero

né il pensiero dal suono”. Nel quadro della nozione di valore parla di rapporti sintagmatici e di

rapporti associativi tra le unità linguistiche.

2.1.3. Langue/parole nell’individuo e nel dialogo – p.89 (da tradurre)

LO STUDIO FUNZIONALE DELLE UNITA’ LINGUISTICHE : LA

FONOLOGIA

Lez. 2.2. Un caso di taglio: I fonemi – p.20-21

Il fonema è un’entità acustica/articolatoria minima, capace di distinguere le parole sul piano dei

loro significati e si oppone ad un altro fonema per uno o più tratti costitutivi secondo principi di

economia linguistica in quanto può condividere con l’altro fonema una base di comparazione più o

meno ampia, ma deve restare differenziato da questo almeno per un tratto distintivo. Se, ad

esempio, prendiamo le coppie di parole italiane: /p/orgo e /b/orgo; /b/orgo e /p/orco; /p/orco e

/p/arco; /p/arco e /p/alco, scorgiamo immediatamente il gioco di selezione e combinazione dei

fonemi, in quanto le loro basi di comparazione ed i loro tratti differenti li fanno funzionare come

unità minime con funzione distintiva. Il procedimento qui descritto si deve sempre fondare sugli

stessi criteri (base di comparazione e tratti distintivi). Con queste osservazioni siamo rimasti dentro

un modello interpretativo: la base di comparizione e i tratti distintivi; dentro un livello linguistico:

selezione e combinazione di tratti acustici o articolatori al fine di costituire aggregati (fonemi) che

distinguono unità di livello superiore (morfemi).

Lez. 28.3. Fonemi e opposizioni fonologiche secondo N.S. Trubeckoj – p.125-126

Il rapporto tra significante e significato dell’unità linguistica secondo Saussure, è anche alla base di

fonema (cioè, le unità fonologiche che in una lingua non si possono dividere in unità fonologiche

minori, quindi il fonema è la più piccola unità fonologica di una lingua) e di opposizione

fonologica (cioè, ogni opposizione fonica che in una lingua possa differenziare un significato

intellettuale), teorizzate da N.S. Trubeckoj. In realtà il luogo di realizzazione del fonema è

l’opposizione fonologica.

Le coppie di opposizioni fonologiche si classificano in due gruppi:

A – con riferimento al loro rapporto con l’intero sistema di opposizioni (bilaterali, plurilaterali,

proporzionali, isolate);

B – con riferimento al rapporto esistente tra i membri dell’opposizione (privative, graduali,

equipollenti).

• Bilaterale = riguarda due termini che hanno in esclusiva la base di composizione. Es.: /b/ e

/p/ sono le due uniche occlusive labiali previste da un certo sistema linguistico e questo è il

loro tratto comune.

• Plurilaterale = si ha se la base di composizione è comune ad altri fenomeni. Es.: /p/ e /t/

sono opposti e non si possono confondere, ma si tratta di due occlusive sorde e, in questo

sistema linguistico un’altra occlusiva sorda è /k/.

• Proporzionali = si ha se il rapporto tra due membri si sonorizza in un’altra opposizione.

Es.: il suono sordo /p/ diventa /b/ o /k/ diventa /g/.

• Isolate = se non esistono altre opposizioni che utilizzano lo stesso tratto. Es.: /l/, /f/, /p/ e

/sch/ sono un’opposizione perché ad es. /sch/ (scende).

• Privative = se uno dei due membri è caratterizzato da una marca che invece manca

all’altro.

• Graduale = se tra i membri c’è differenza di grado di una proprietà come apertura vocalica.

• Equipollenti (equivalenti) = se i due membri sono su un piano di parità. Es.: se sono

occlusive sorde /p/ e /t/ cambia il luogo di articolazione.

• Costante = se l’opposizione è sempre valida, qualunque sia la posizione dove si trovino i

suoi membri. Es.: iniziale, interna.

• Neutralizzante = se si realizza in alcuni contesti mentre in altri può essere soppressa.

Lez. 28.4. Roman Jakobson e il carattere binario delle opposizioni fonologiche – p.127

Dopo Trubeckoj, il più noto teorico del fonema è stato Roman Jakobson, che partendo dal

riconoscimento dei tratti distintivi, sia sul piano articolatorio che sul piano acustico, ha postulato il

loro carattere binario nel quadro delle opposizioni fonologiche. Secondo Jakobson ogni tratto

distintivo è tale in quanto richiama il suo opposto, secondo un rapporto di presenza o assenza di

una qualità assunta come caratteristica. Egli parla di dodici opposizioni binarie universali (in tutte le

lingue da lui studiate), dice che le lingue storiche costituiscono fonemi in base alle opposizioni

binarie. Ad es.: “tipo vocalico/ non vocalico” (massima apertura contro massima chiusura), “tipo

teso/rilasciato”, “tipo continuo/discontinuo” (silenzio e produzione di suoni).

Lez. 29.2. Le varianti fonologiche e la neutralizzazione – p.131-132

La teoria delle varianti fonologiche è una teoria di Trubeckoj. Per spiegare questa teoria, basta fare

il caso di un fonema italiano, cioè /n/ e considerarlo secondo varie sue realizzazioni. Da un punti di

vista fonetico avremo una [n] velare più sonora in angolo, meno sonora in banca, palatale più

sonora in angelo, meno sonora in lancia, dentale più sonora in mondo, meno sonora in canto,

labiodentale più sonora in inverno, meno sonora in tonfo e così via. Tutte questi suoni diversi, che

realizzano lo stesso fonema, li chiamiamo varianti fonetiche. Tra le varianti di un fonema possiamo

distinguere le libere, che dipendono dalle concrete realizzazioni foniche del parlante, e le

combinatorie, che sono provocate dal contesto fonetico della parola e sono pertanto motivate.

Il fenomeno della neutralizzazione delle opposizioni fonologiche si verifica quando una certa

opposizione fonologica viene soppressa. Un caso di neutralizzazione è dato dalla opposizione

bilaterale /t/-/d/ in tedesco, in quanto in posizione finale di parola si annulla il tratto di sonorità e si

ha una sola realizzazione occlusiva dentale sorda. Tale occlusiva dentale sorda, che di fatto

rappresenta i due membri dell’opposizione neutralizzata, è da Trubeckoj chiamata arcifonema.

Lez. 16.1. Il mutamento linguistico – p.71-72

La variazione diacronica è senza dubbio l’aspetto più vistoso della fenomenologia linguistica: le

lingue si trasformano continuamente. Questa condizione metamorfica, ben presente a chi si

cimenta con il problema della variazione linguistica e dei rapporti verticali, orizzontali e circolari

delle lingue, investe tutti i livelli della struttura.

Lez. 17.1. Mutamenti fonetici paradigmatici – p.74

L’opposizione può manifestare un elevato grado di resistenza attraverso il tempo, in pratica i

fonemi che la costituiscono si conservano inalterati; in caso contrario, l’opposizione tende a sparire

ed i fonemi che la costituivano risultano un unico fonema. Tale fenomeno prende il nome di

neutralizzazione, il fonema risultante è definito arcifonema e il processo che lo genere prende il

nome di defonologizzazione. In italiano l’opposizione /p/ e /b/ è sicuramente alta (/p/ollo - /b/ollo;

/p/atto - /b/atto, ecc.) e da ciò deriva la stabilità di /p/ e /b/; molto più bassa è la resa funzionale

dell’opposizione /s “sorda”/ e /s “sonora”/ (es. come in fuso che con pronuncia sonora indica il

participio passato e con quella sorda indica lo strumento per filare). In questo caso l’opposizione

risulta molto spesso neutralizzata nell’uso dei parlanti, la “s” si configura come arcifonema e siamo

in presenza di un fenomeno di defonologizzazione.

Lez. 17.1.1. Casi di rifonologizzazione – p.75

La rifonologizzazione (fonemi che si trasformano i nuovi fonemi e vecchie opposizioni che si

ristrutturano in nuove opposizioni) si ha invece nel passaggio delle vocali latine a quelle italiane: in

latino c’è l’opposizione tra /e breve/ ed /e lunga/, tra /o breve/ ed /o lunga/ ed in modo

corrispondente in italiano c’è l’opposizione tra /e aperta/ ed /e chiusa/, tra /o chiusa/ ed /o aperta/.

Difficile è dire quale sia stato il fattore endolinguistico che ha promosso questo fenomeno, che per

il suo meccanismo di “rimpiazzamenti” ha anche assunto il nome di rotazione consonantica.

Lez. 17.1.2. Catene di trazione e catene di propulsione – p.75

Il risultato di questo processo è la realizzazione di un altro suono, diverso da quello originario: se

questo suono modificato viene "accettato", cioè viene integrato nel sistema e riconosciuto, allora la

sostituzione è completa e il mutamento fonetico e concluso. In generale si distinguono quattro tipi

di mutamento fonetico:

Quello dovuto a motivazioni fonologiche, sostenuto da Martinet in quale riconosceva due

meccanismi endolinguistici alternativi: studiato dagli strutturalisti viene spiegato secondo il concetto

della catena di trazione e della catena di propulsione, basandosi sulla distinzione fonematica

della coppia minima e prova di commutazione.

Lez. 17.2. Mutamenti fonetici sintagmatici – p.76

I mutamenti fin qui considerati riguardano un punto di vista paradigmatico. Ugualmente importanti,

ma sottoposti all’azione di fattori endolinguistici che agiscono in praesentia di concrete

realizzazioni linguistiche, sono quei mutamenti fonetici sintagmatici che dipendono interamente

dalla fonotassi, cioè dalla disposizione dei suoni nelle sequenze significative. Distinguiamo tre

fenomeni principali tra i mutamenti sintagmatici: assimilazione, differenziazione e interversione)

Lez. 17.2.1. L’assimilazione – da p.76 a p.78

L’assimilazione è un processo per cui due articolazioni tendono ad acquisire - in tutto o in parte -

dei tratti comuni. Essa può essere: progressiva, se prevale il primo elemento, regressiva, se

prevale il secondo, e realizzarsi tra consonanti, tra vocali e consonanti, e tra vocali.

Assimilazione tra consonanti:

• progressiva:

nd > nn (caratteristica dei dialetti italiani centro-meridionali)

annare (assimilazione del tratto di nasalità)

nt< nd (caratteristica dei dialetti italiani centro-meridionali)

(assimilazione del tratto di sonorità) r

• regressiva:

tecnico > tennico;

lat. sella > *sed-la;

summus < *sup-mos.

Assimilazione tra vocale consonante nelle lingue romanze:

kentum > cento;

allo stesso modo è da notarsi che la palatalizzazione nelle lingue indo-iraniche e pure un

fenomeno di assimilazione al contesto, palatale vocalico davanti a /e/ ed /i/, di consonanti velari

non palatali. Assimilazione tra vocali:

Contrazione nel greco: timō < timao

Lez. 17.2.2. La differenziazione – p.78

La dissimilazione (di suoni non contigui) o differenziazione, fenomeno opposto all’assimilazione

che rompe la continuità del movimento articolatorio di un fonema o di due fonemi consecutivi: tra

vocali: la dittongazione delle lingue romanze di vocali toniche lat. in sillabe aperte:

it. piede < pede

it. buono < bonu

tra consonanti:

lat. peregrinus > pellegrino

lat. meridies < medidies

marmor > ingl. marble

tartuffeli it. ‘600 > Tartuffeln (prestito in ted.) Kartoffeln

2.3.4. Definizione di fonema – p.131

I fonemi sono delle unità fonologiche che non si possono dividere in unità fonologiche minori.

Quindi il fonema è la più piccola unità fonologica di una certa lingua. Ogni parola è un’unità fonica,

una figura e come tale viene riconosciuta anche dagli ascoltatori. Il riconoscere le figure

presuppone la loro distinzione, e questo è possibile solo quando le figure si distinguono l’una

dall’altra per mezzo di determinate caratteristiche. I fonemi sono appunto i segni distintivi delle

figure delle parole.

2.3.3. Le opposizioni fonologiche – p.123

Un’opposizione presuppone non solo certe proprietà che distinguono i membri dell’opposizione

l’uno dall’altro, ma anche certe proprietà che sono comuni ai due termini dell’opposizione. Tali

proprietà si chiamano “base di confronto”. In un sistema di opposizione, come il sistema fonologico

di una lingua, si devono distinguere due specie di opposizioni: bilaterale e plurilaterali. Nelle prime,

la base di confronto è solo di questi due termini dell’opposizione e non si presenta in nessun altro

membro dello stesso sistema. Mentre nelle seconde, la base di confronto si estende anche ad altri

membri dello stesso sistema. Per esempio in tedesco l’opposizione t-d è bilaterale perché t-d sono

le uniche occlusive dentali del sistema fonologico tedesco. Invece l’opposizione d-b in tedesco è

pluridimensionale perché ciò che è comune a questi due fonemi , ovvero l’occlusiva debole, si

ritrova anche in un altro fonema e cioè il /g/. Un’opposizione si chiama proporzionale quando il

rapporto fra i suoi membri è identico al rapporto che passa fra i membri di un’altra opposizione. Per

esempio l’opposizione tedesca p-b è proporzionale perché il rapporto fra esse è lo stesso che vi è

tra /t/-/d/ o /k/-/g/. Invece l’opposizione p – sch è isolata perché l sistema fonologico tedesco non

possiede un’altra coppia di fonemi i cui membri stiano nello stesso rapporto di p e sch.

Le opposizione fonologiche possono essere suddivise in tre specie:

a) Privative: opposizioni nelle quali un termine è contrassegnato dalla presenza di un certo

segno o marca e l’altro della sua assenza: per esempio sonoro e sordo, nasalizzato e non-

nasalizzato …

b) Graduali: sono quelle opposizioni i cui termini sono contrassegnati da un diverso grado

della particolarità, per esempio l’opposizione fra due diversi gradi di apertura delle vocali.

c) Equipollenti: sono quelle opposizioni i cui membri stanno logicamente su di un piano di

parità.

2.4.2.b Principi di fonologia storica – p.161 (da tradurre)

La legge di Grimm – p.159

La serie dei mutamenti descritti dalla legge di Grimm viene chiamata anche «rotazione

consonantica» perché possono essere rappresentati schematicamente in modo circolare con la

formula seguente, in cui T sta per «tenue» (occlusiva sorda), M sta per «media» (occlusiva sonora)

e A sta sia per «(media) aspirata» (indeuropea) sia per fricativa sorda (germanica):

T

M A

COMBINAZIONI DI FONEMI: MORFEMI E PAROLE

Lez. 34.3. Selezione e combinazione secondo Jakobson – p.165-166

La condizione relazionale del sistema linguistico può essere illustrata con la nozione di selezione

con la quale si individua il meccanismo della lingua che consiste appunto in una limitata facoltà di

scelta tra le potenzialità offerte dal repertorio delle unità sistematiche. Ad esempio, nell’ambito del

nome, il morfema lup- selezione tra i morfemi che designano il maschile e il singolare, il morfema –

o (lupo); ma il morfema pont- nella stessa condizione seleziona il morfema –e (ponte).

Naturalmente la selezione riguarda tutti i morfemi. E’ analogo il caso degli articoli poiché anche in

esse vi è una selezione: il/lo rispetto all’articolo la, i/gli rispetto all’articolo le.

Lez. 28.6. La glossematica di L. Hjelmslev – p.128-129

Il linguista danese L.Hjelmslev chiama le unità minime del piano dell’espressione cenemi (cioè

unità vuote di contenuto), mentre le unità minime del piano del contenuto le chiama pleremi (cioè

unità piene). Il nesso semiotico fra queste due entità è detto glossema , elemento linguistico

minimo concepito senza riferimento al piano dell’espressione o al piano del contenuto. Secondo

Hjelmslev una distinzione importante per la teoria linguistica è quella fra la funzione “e” o

“congiunzione”, e la funzione “o” o “disgiunzione”. Consideriamo l’esempio grafemico:

m a n i

p e r o

Scambiando le lettere di queste due parole otteniamo parole diverse, cioè mani, pani, mero, pero,

ecc. In mani c’è congiunzione o coesistenza fra m a n i ; allo stesso modo c’è congiunzione tra

p e r o. Ma fra m e p c’è disgiunzione o alternanza: ciò che di fatto abbiamo davanti agli occhi è

m o p.

Lez. 34.4. La complessità del sistema linguistico, spunti da Benveniste – p.166

E’ opportuno riflettere sulla complessità del sistema linguistico in quanto strutturato secondo una

gerarchia di dipendenze. Spunti del genere vengono da autori come Benveniste. Secondo

Bneveniste, il sistema linguistico è diviso in livelli ognuno dei quali è caratterizzato da altrettanti

studi specialistici (fonologia, morfologia, lessicologia, ecc.). Questi livelli, tra di loro, sono

fortemente interconnessi. Esempio:

il sintagma frastico ‘male di vivere’ funziona nel testo ‘il male di vivere ho incontrato’

il sintagma lessicale male funziona nel sintagma frastico ‘male di vivere’

il morfema mal- funziona nel sintagma lessicale male

il fonema /m/ funziona nel morfema mal-

Il fonema /m/

<nasalità> e <labialità> di una parola

Lez. 2.3. Un altro caso di <<taglio>>: i morfemi – p.21-22

Il morfema è l’aggregato di un fonema con valore designativo in coerenza con il principio linguistico

della selezione-combinazione. Prendendo come esempio il complesso bimorfematico quell-o

notiamo che il primo morfema (quell-) indica la distanza, mentre il secondo (-o) indica il genere e il

numero di ciò che viene ostentato. Che siamo di fronte a morfemi coerenti e che la “forbice taglia

al punto giusto”, è dimostrabile con una generica prova di commutazione (si può sostituire quest-

a quell- oppure –i ad –o e le strutture bimorfematiche risultanti, cioè questo e quelli

presenteranno differenti valori di designazione).

Lez. 28.7. Il formalismo descrittivo di Leonard Bloomfield – p.129-130

Per Bloomfield la produzione linguistica è una risposta ad uno stimolo non linguistico e funziona a

sua volta come uno stimolo che provoca una risposta non linguistica. Un suo famoso esempio è

quello di una ragazza che vede una mela su un albero ed ha fame: questa sensazione si converte

in uno stimolo che la induce a chiedere al suo amico di cogliere il frutto per lei. L’atto linguistico

compiuto dalla ragazza funziona come una risposta linguistica e si converte per l’ascoltatore in un

ulteriore stimolo, questa volta linguistico, che provoca una qualsiasi conseguenza pratica

simbolizzabile con una risposta non linguistica.

Lez.40.1. Il parlare come produzione linguistica ed analisi metalinguistica – p.195-196

Il parlare è un evento tutt’altro che naturale (come ad es. sudare, arrossire, ecc.) dal momento che

esso è precluso a tutti coloro che non lo hanno appreso attraverso uno specifico e prolungato

insegnamento. Il nostro modo di operare (parlare), nella concreta attività linguistica, si configura

prima come acquisizione di abitudini articolatorie e di regole di selezione e combinazione, poi

come manifestazione di queste abitudini e regole. L’attività del parlare non è qualcosa di ovvio e di

scontato e non si esaurisce nella produzione linguistica. Il parlante percepisce, mentre agisce

linguisticamente, il concatenarsi delle parole attraverso una continua analisi che lo porta alla

individuazione di realtà concrete. Questa forma di analisi consiste in un vero operare

metalinguistico all’interno dell’attività linguistica. In questo modo si possono spiegare i fenomeni

dell’analogia, della risegmentazione morfologica e dell’etimologia popolare.

Lez.40.2. L’analogia, la risegmentazione morfologica e l’etimologia popolare – p.196-197

ANALOGIA = In linguistica, l'analogia è il procedimento che, nel corso della storia di una lingua,

riduce via via le forme percepite come irregolarità e le riformula secondo il modello più comune

(quello considerato "regolare") di una data lingua ad es. it. siamo rispetto lat. sumus di identico

significato. L'analogia opera in diversi campi della linguistica, dalla fonetica alla grammatica.

Un esempio in lingua italiana è la tendenza a sostituire il superlativo di "aspro" ereditato dal latino,

"asperrimo", con la forma "asprissimo", dotata della desinenza più comune in italiano.

RISEGMENTAZIONE MORFOLOGICA = Importante è la risegmentazione morfologica grazie alla

quale il parlante isola all’interno di una parola un nuovo morfema e lo utilizza in processi derivativi

per coniare parole nuove: ad esempio nel termine tedesco ham-burger i parlanti anglofoni hanno

riconosciuto (risegmentato) due morfemi, dove il primo indica il ‘prosciutto’ e il secondo indica il

suffisso riutilizzabile in altri termini come cheese-burger, ecc.

ETIMOLOGIA POPOLARE = E’ una sorta di metamorfosi lessicale voluta dal parlante nell’intento

di rimotivare un’espressione oscura.

Lez.49.2. Gli errori infantili e il loro meccanismo – p.244-245

In una fase più avanzata il bambino impara il meccanismo sintattico dell’affermazione, della

negazione e della domanda. Le sue operazioni linguistiche manifestano un continuo incremento

delle abilità, comprese quelle analitiche che risultano interessanti nel caso di “errori”. E’ il caso

delle falsi analisi, tipo scriva-mia per scrivania o mia-lette per toilette in cui il bambino sente in

scrivania un mia di possesso (e può arrivare ad usare il nome scriva per indicare l’oggetto),

analogamente ritiene di poter essere interpellato con riferimento ad un suo possesso quando

ascolta la sequenza *tua-lette.

In una fase ancora più avanzata, la maggior parte degli errori infantili rientra nel meccanismo

operativo dell’analogia: è il caso di uomi come plurale di uomo (sul modello gatto-gatti), di

tossazione anziché di tosse, e cosi via. Questi errori sono effimeri in quanto vengono corretti

prontamente nella società, ma in altri casi possono invece costituire le premesse di un mutamento

linguistico basato sull’innovazione analogica.

Selezione e combinazione – p.124-125

Ogni segno linguistico comporta due modalità di realizzazione.

1.La combinazione: ogni segno è composto da segni costitutivi e/o appare in combinazione con

altri segni.

2.La selezione: la selezione tra termini alternativi implica la possibilità di sostituire uno dei termini

con l’atro. Il ruolo fondamentale che svolgono queste due operazioni è stato inteso chiaramente da

Saussure. Al fine di delimitare i due modi di ordinamento (combinazione e selezione), Saussure

afferma che la prima avviene in praesentia, cioè si fonda su due o più termini ugualmente presenti

in una serie effettiva, mentre la seconda collega dei termini in absentia. ES: il destinatario avverte

che il periodo è una combinazione di parti costitutive (frasi, parole, fonemi …) selezionate in quel

deposito di tutte le possibili parti costitutive che è il codice.

Funzioni ET/AUT – p.124

Un’altra distinzione importante per la teoria linguistica è quella fra la funzione “e” (o congiunzione)

e la funzione “o” (o disgiunzione). Consideriamo l’esempio grafemico:

m a n i

p e r o

Scambiando le lettere di queste due parole otteniamo parole diverse, cioè mani, pani, mero, pero,

ecc. In mani c’è congiunzione o coesistenza fra m a n i ; allo stesso modo c’è congiunzione tra

p e r o. Ma fra m e p c’è disgiunzione o alternanza: ciò che di fatto abbiamo davanti agli occhi è

m o p.

2.3.3.c I livelli dell’analisi linguistica – p.125 (da tradurre)

2.3.4.b Monema, lessema, morfema – p.133 (da tradurre)

2.3.4.c Morfema, parola, sintagma – p.133-134 (da tradurre)

COMBINAZIONE DI PAROLE . LA SINTASSI

Lez.29.3. I processi grammaticali secondo Edward Sapir – da p.132 a p.135

I processi grammaticali teorizzati da Edward Sapir rientrano nella dimensione sintagmatica della

lingua. Si tratta in tutto di cinque possibilità.

I. ORDINE DELLE PAROLE: in italiano un caso molto evidente è dato da certi ordini

sequenziali di nome e aggettivo e viceversa (diversamente motivati sono i diagrammi

sintagmatici galant(e)uomo, pover(o)uomo dove si palesa un fenomeno definito da Sapir

come fusione che consiste nell’annullamento dei precedenti confini morfematici e nella

conseguente risegmentazione). Il frutto della fusione è detto sintema.

II. COMPOSIZIONE NOMINALE E VERBALE: parliamo di composti coordinati, distinti in

copulativi (venti-quattro) e iterativi (fuggifuggi); subordinanti che consistono nella

lessicalizzazione di un sintagma che può essere di tipo verbale (tagliacarte) o nominale (NA

o AN, NN, AA). I composti nominali possono poi essere concepiti come endocentrici se la

loro conversione frastica comporta l’uso del verbo essere, esocentrici se comporta l’uso del

verbo avere.

III. AFFISSAZIONE: combina non parole con parole, ma morfemi con morfemi che non sono

liberi ma legati. Esistono tre possibilità in rapporto ad un morfema lessicale: la

prefissazione, la suffissazione e la infissazione.

IV. MUTAZIONE VOCALICA O CONSONANTICA (APOFONIA): la mutazione vocalica o

consonantica è in realtà il fenomeno morfologico dell’apofonia. In linguistica, apofonia è

l'alternanza di suoni vocalici e/o consonantici all'interno del tema di una parola che dà

informazioni di tipo grammaticale (spesso riguardo alla flessione della parola), marcando le

differenze tra casi, categorie o tempi verbali.

Es. sing, sang, sung, song.

V. RADDOPPIAMENTO: è il processo grammaticale più iconico in quanto si basa sulla

ripetizione di un morfema o di un complesso di morfemi.

Lez.37.2. I referenti epistemologici della sintattica – p.178-179

La sintattica da un punto di vista epistemologico ha tre punti di riferimento nella riflessione

linguistica moderna:

I. STRUTTURALISMO: massimi interpreti Saussure, Hjelmslev, Bloomfield e Sapir che

hanno una concezione sistematica della lingua con scarsa sensibilità per gli aspetti

normativi e processuali.

II. FUNZIONALISMO: Trubeckoj, Martinet e Jakobson. Ritengono che la lingua sia data

dall’insieme delle funzioni dove riconosciamo un causalismo (funzione assunta come

causa) e teleologia (funzione assunta come scopo).

III. GENERATIVISMO: riconducibile al pensiero di Chomsky. Questo linguista considera la

lingua non come il prodotto di un’attività psichica bensì come un meccanismo di produzione

psichicamente preordinato.

Lez.29.4. La grammatica generativa di N.A. Chomsky – p.135

Chomsky è il fondatore della grammatica generativa. Per Chomsky esiste una sorta di competenza

del parlante che lo guida nella generazione delle frasi corrette ed accettabili e pertanto

grammaticali di una lingua. Il tratto saliente dell’accostamento chomskiano è l’attenzione non al

prodotto (quindi il sintagma) bensì alle modalità di produzione.

2.3.5.b. Casi profondi – p.148-149

2.3.5.b. Topic/comment – p.150 IL TESTO

Lez. 30.1. Definizione di testo

Gli indici necessari di un contesto situazionale si strutturano come testi, cioè combinazioni tipiche

di icone motivate consistenti in sintagmi linguistici. Il testo è il livello più alto della strutturazione

della lingua ed è il concreto punto di partenza per l’individuazione di sintagmi e delle unità.

Nonostante l’importanza del testo, una linguistica testuale è ancora impegnata nella definizione e

ridefinizione dei propri strumenti, anche una definizione di testo non è immediatamente evidente.

Quindi, esiste una definizione “provvisoria” di testo, che riconosce due condizioni necessarie,

quella sintattico-designativa delle unità e quella semantico-significativa dei sintagmi. Un testo, è

un insieme finito e ordinato di elementi (unità) combinati in modo predicibile (sintagmi) in un modo

tipico e definitivo (testo), quindi le unità sono simboli arbitrari che designano in modo

convenzionale, che i sintagmi sono icone che significano in modo fortemente motivato, che il

risultato, il testo, è costituito da una serie di indici che comunicano. Infine il testo non è un

complesso di segni (simboli, icone, indici), ma un segno complesso.

Lez. 30.2. Fenomeni testuali specifici

La linguistica testuale riconosce alcuni fenomeni linguistici, tra questi, la coesione, che è data da

alcuni fenomeni specifici, tra i quali la ripresa anaforica o l’anticipazione cataforica o ancora la

ripetizione o, infine, la coreferenza. Altri aspetti importanti della testualità sono: la coerenza, che

riguarda la compattezza semantica di un testo e le sue relazioni con il mondo, l’intenzionalità e la

sua accettabilità, che investono dimensioni concrete dell’atto linguistico, cioè i rapporti tra

emittente e ricevente, l’informatività e la situazionalità, che si legano alle teorie generali della

comunicazione ed alle implicazioni psicolinguistiche di tale fenomeno.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Lingue e Letterature Straniere)
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher salvatore.ven98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Di Pace Lucia.

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