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Introduzione allo studio del latino

Il latino in italiano

Il latino è una lingua “morta”: non esiste più alcuna comunità umana in cui il latino sia utilizzato come sistema di comunicazione quotidiana fra parlanti nativi, i quali l’abbiano appreso, in modo diretto e spontaneo, come madrelingua. Una lingua “muore” perché subisce la concorrenza di un’altra lingua politicamente e/o culturalmente predominante, cosicché i parlanti finiscono per abbandonare il loro idioma originario. Questa è la sorte toccata ad esempio a tutte le lingue dell’Italia antica dinanzi alla supremazia del latino. Il latino ha continuato ad essere parlato in vaste regioni d’Europa, fino a che la sua stessa evoluzione lo ha condotto a trasformarsi in diverse lingue autonome che sono tuttora praticate da centinaia di milioni di parlanti.

La romània

Nel latino degli ultimi secoli dell’Antichità, il nome Romània indicava il “mondo romano” in opposizione alle nazioni barbare che vivevano al di fuori di esso; in età moderna, il termine è stato ripreso per designare lo spazio geolinguistico dell’Europa occupato dalle lingue derivate dal latino. All’epoca della massima espansione territoriale dell’Impero Romano, tra II e III sec. d.C., il latino, sua lingua ufficiale, oltre ad essere parlato in Italia, in Sicilia e nelle isole tirreniche, era diffuso sulla costa dell’Africa settentrionale, in tutta l’Europa Occidentale dallo stretto di Gibilterra al Reno, nell’arco alpino e nelle regioni comprese tra il medio corso del Danubio, l’Adriatico e i Balcani e, al di là del Danubio, nella Dacia; esso era inoltre presente nella parte meridionale della Britannia romana. Nei cinque-seicento anni successivi, gli eventi storici connessi con la crisi della romanità occidentale provocarono una contrazione dell’area latinòfona, che perdette via via la riva sinistra del Reno, la costa mediterranea dell’Africa e quasi tutta l’Europa continentale a sud del Danubio: è la “Romània perduta”. Nei territori in cui sopravvisse, il latino parlato concluse la sua storia trasformandosi in una serie di idiomi, detti lingue romanze o neolatine.

Le lingue romanze

All’interno del domino romanzo si distinguono cinque gruppi linguistici:

  • Galloromanzo: è l’esito dell’evoluzione del latino parlato nell’antica Gallia, che nella parte meridionale ha dato luogo alla lingua d’oc, di cui il provenzale costituisce la varietà letterariamente più illustre, e nel settentrione alla lingua d’oil o francese.
  • Iberoromanzo: il latino parlato nella Penisola Iberica ha dato luogo alle tre distinte zone linguistiche del portoghese, dello spagnolo o castigliano, e del catalano.
  • Retoromanzo: include le tre parlate derivate dal latino nell’antica provincia alpina della Rezia: il romancio del cantone svizzero dei Grigioni, il ladino della zona dolomitica e il friulano.
  • Italoromanzo: comprende l’italiano e i dialetti d’Italia, e il sardo.
  • Balcanoromanzo: dopo la scomparsa del dalmatico l’eredità del latino nell’Europa orientale è costituita dal rumeno, la varietà romanza sviluppatasi sul territorio dell’antica provincia romana della Dacia, oggi lingua nazionale della Romania e della Repubblica Moldava.

Quando si dice che queste lingue derivano dal latino, si intende che i loro sistemi linguistici sono, a tutti i livelli (fonetica, morfologia, sintassi e lessico), esiti della trasformazione del sistema linguistico del latino, così come fu parlato nelle rispettive regioni durante gli ultimi secoli di vita dell’impero. Per schematizzare questa trafila evolutiva, valga per tutti l’esempio del termine designante il ‘fuoco’, che in ciascuna lingua romanza è rappresentato da una continuazione della stessa parola latina focus.

Questa però è un’immagine semplificata della prosecuzione del latino nelle lingue romanze, che fu invece processo complesso.

L'italiano

Per quanto riguarda l’Italia, la trasformazione del latino parlato non ha dato luogo a un unico idioma romanzo, ma a quella varietà che i dialettologi suddividono nei tre gruppi dei dialetti settentrionali, dei dialetti toscani e dei dialetti centro-meridionali. Con lo sviluppo della letteratura in volgare, gran parte dei dialetti italiani diede vita a una propria varietà scritta, ma la fioritura e lo splendore della poesia e della prosa toscane fra XIII e XIV secolo – soprattutto a opera delle “tre corone” –, fecero sì che a partire dal Cinquecento il fiorentino letterario trecentesco si imponesse come lingua italiana di cultura. Essa rimase preclusa alla maggioranza incolta della popolazione e, al di fuori della Toscana, anche gli individui istruiti ne avevano spesso una competenza prevalentemente scritta.

A centocinquant’anni di distanza dall'unificazione linguistica l’italiano non ha soppiantato i dialetti, ma si è sovrapposto ad essi dando luogo a quel tipo di bilinguismo che la linguistica designa con il nome di diglossia. Accanto all’italiano standard – che corrisponde alla forma “ufficiale” e “corretta” della lingua nazionale – nel corso degli anni si è venuta imponendo anche presso le fasce istruite una varietà di italiano sia parlato che scritto di uso normale e comune, che si suole designare come italiano medio o anche neostandard, caratterizzata dall’accettazione di impieghi non previsti (ad es. i pronomi lui, lei e loro invece di egli, ella ed essi). Nel contempo, sotto l’influsso dei rispettivi sostrati dialettali, nelle varie zone d’Italia la lingua nazionale si è “colorata” di tratti locali e ha dato luogo a molteplici varietà di italiano regionale (settentrionale, centrale, romano, meridionale ecc.), più o meno vicine allo standard o, viceversa, più o meno ricche di forme regionali a seconda della volontà, dell’istruzione e dell’accuratezza dei parlanti.

Una grande quantità di regionalismi e di usi assai lontani dallo standard (dasse e stasse per desse e stesse, vadi e vadino per vada e vadano) contraddistinguono poi il cosiddetto italiano popolare, etichetta con cui si designa la varietà realizzata da persone poco istruite e prevalentemente dialettòfone quando si sforzano di esprimersi “in lingua”. Questo repertorio costituisce l’odierna situazione linguistica dell’Italia romanza, l’esito attuale dell’evoluzione del latino nel territorio della nostra Penisola.

Perché, tra le lingue romanze, l’italiano rimane simile al latino: La prima ragione è che la base della lingua nazionale riposa sulla grande letteratura fiorentina del Trecento, e si dà il fatto che all’epoca i dialetti toscani – e quindi il fiorentino – fossero, tra le varietà della Penisola, i meno evoluti rispetto al latino. Inoltre, essendo stato codificato nel Cinquecento sull’uso letterario dei grandi autori trecenteschi, ed essendo poi rimasto per altri tre secoli lingua elitaria e di impiego essenzialmente scritto, l’italiano è stato a lungo sottratto all’evoluzione linguistica che nel frattempo coinvolgeva le varietà “vive”, ivi compreso lo stesso dialetto fiorentino, cosicché, anche tenendo conto degli sviluppi compiuti negli ultimi cent’anni come lingua parlata dell’Italia unita, esso non solo non ha allentato quell’originaria vicinanza relativa alla matrice latina, ma l’ha rafforzata.

Sopravvivenza del latino

Da un lato, nel corso della seconda metà del I millennio dopo Cristo, i meccanismi del mutamento linguistico trasformavano il latino in nuovi idiomi diversi tra loro e sempre più distanti dalla “lingua madre”, dall’altro il latino sopravviveva alla sua stessa evoluzione in una forma linguistica conservativa, perdurando per tutto il medioevo e per buona parte dell’età moderna come lingua delle istituzioni religiose, come lingua ufficiale di apparati politici ed amministrativi, come principale lingua di cultura, su una scala geografica estesa praticamente all’intera Europa. Così tutte le culture europee conobbero una condizione di diglossia, per cui, accanto alla viva lingua locale che i parlanti usavano nella comunicazione quotidiana, il latino, imparato artificialmente sui libri, sussisteva come lingua settoriale di un’élite intellettuale, ecclesiastica ed amministrativa, dominando pressoché incontrastato sul versante della lingua scritta.

Rilatinizzazione dell’italiano

L’emersione dei vari “volgari”, cioè delle vive lingue parlate, alla dignità di lingue letterarie è una storia che procede di pari passo con quella delle rispettive letterature nazionali. In Italia la sfida, iniziata nel XIII secolo era già conclusa a favore del volgare nei primi decenni del Cinquecento, ma nel frattempo l’italiano, cioè il toscano letterario era assurto al rango di lingua d’arte e di cultura anche in virtù di una continua immersione nel latino, al quale si sforzava di avvicinarsi sia attraverso l’imitazione stilistica, sia mediante gli imprestiti lessicali e l’assunzione di strutture morfologiche e sintattiche. Fu il latino a guidare il fiorentino letterario, cioè il futuro italiano, al rapido raggiungimento della sua pienezza espressiva; e fu sempre il modello del latino a imporre l’esigenza di individuare e di codificare le regole dell’italiano sulla base dei maggiori scrittori toscani del Trecento. Né poi il latino mancò mai, almeno fino alla fine dell’Ottocento, di costituire un tesoro di finezze stilistiche, così da improntare sensibilmente la forma della lingua letteraria italiana.

L'esempio del superlativo

Molti dei recuperi che miravano a conferire all’italiano letterario la patina di nobiltà di una forma latineggiante si sono pienamente naturalizzati perdendo del tutto la loro originaria connotazione dotta. Tale è ad esempio il caso del sistema latino della suffissazione di superlativo. In latino la maggior parte degli aggettivi assumeva il grado superlativo mediante il suffisso -issimus, a eccezione di quelli come acer ‘acre’ o integer o di quelli come facilis o similis. La regola cadde in disuso nel latino parlato, che preferiva formare il superlativo premettendo agli aggettivi appositi avverbi come ualde, bene, sane, multum e questo è il sistema trasmesso alle lingue romanze. L’originario superlativo italiano è dunque quello avverbio + aggettivo come molto alto, assai forte, ben pochi, ed è solo in un secondo momento che la nostra lingua ha reintrodotto il tipo suffissale a imitazione del superlativo latino. Così, se da un lato forme latineggianti come acerrimo, celeberrimo e integerrimo hanno sempre avuto impieghi isolati e ancor oggi occorrono solo al livello dell’italiano “forbito”, il suffisso -issimo, recuperato dal latino già agli inizi della letteratura volgare, è divenuto altamente produttivo per formare il superlativo di aggettivi (altissimo, bellissimo, fortissimo), participi (amatissimo, diffusissimo), avverbi (benissimo, malissimo, prestissimo) e sostantivi (generalissimo: il generale investito del comando supremo di un esercito in guerra).

Il latino come fonte di prestiti

Il livello linguistico in cui l’italiano registra la maggior sudditanza nei confronti del latino è quello lessicale. Contatti linguistici e relazioni culturali hanno arricchito l’italiano di termini stranieri, provenienti soprattutto da lingue romanze e germaniche: la maggior parte dei germanismi risale al dominio ostrogoto, longobardo e franco; l'influenza della tradizione letteraria provenzale e francese sui primi tre secoli della nostra letteratura è responsabile dei gallicismi più antichi; un cospicuo numero di ispanismi si deve al prestigio culturale e alla presenza spagnola in Italia fra la metà del XVI e la fine del XVII secolo; nell’Ottocento inizia il flusso degli anglismi, destinati a dilagare nella seconda metà del XX secolo fino ai nostri giorni.

Per quanto riguarda il latino, l’italiano non solo ha attinto migliaia di parole letterarie (elementi lessicali atti ad ornare e ad elevare con il loro pregio stilistico la lingua d’arte), ma anche il lessico relativo a interi ambiti del sapere umano, e il latino ha ceduto all’italiano i territori culturali di cui aveva detenuto il monopolio (teologia e filosofia, grammatica e filologia, scienze fisiche e matematiche, scienze naturali e medicina, diritto e amministrazione, ecc.), tanto maggiore è stato il flusso di termini tecnici e specialistici transitati nella nostra lingua.

Stratificazione del lessico latino in italiano

Un massiccio numero di elementi mutuati dal latino è andato ad aggiungersi sul fondo di parole latine che l’italiano possiede fin dalle origini. Di conseguenza, le parole italiane di origine latina non hanno tutte la stessa storia, e si possono distinguere, a seconda della loro modalità di ingresso nel patrimonio lessicale della lingua, in tre grandi categorie:

  • Voci ereditarie o popolari: sono le parole giunte all’italiano dal latino vivo, tramandate da una generazione all’altra in modo spontaneo e naturale attraverso l’uso dei parlanti, e passate attraverso i meccanismi dell’evoluzione linguistica. Queste parole sono fonologicamente innovative, cioè appaiono modificate dall’evoluzione fonetica avvenuta nella lingua parlata prima latina e poi romanza. Esse mostrano spesso cambiamenti semantici (di significato), alcuni risalgono al latino parlato, mentre altri sono sviluppi peculiari dell’italiano. Ad esempio il nome focus, che in latino classico designava il ‘focolare’, nel latino parlato di epoca tarda era già passato al significato che mantiene l’italiano fuoco. Invece domina ‘padrona, signora’, divenuto domna e poi donna, rimase termine di distinzione fino al XIII secolo, allorché la poesia stilnovistica toscana, lo elesse come parola-base per la ‘donna’ in luogo del comune femmina; in italiano il valore di partenza perdura in madonna, appellativo di rispetto (m(i)a donna > madonna = ‘mia Signora’ come il francese madame).
  • Nel percorso che porta dal latino all’italiano, una stessa parola latina può aver subíto differenti sviluppi formali e può quindi aver dato origine a degli allòtropi (gli esiti diversi di una medesima forma), cioè a più voci ereditarie, spesso distinte anche per significato. Tale è ad esempio il caso del latino tegula ‘lastra di laterizio per la copertura del tetto’, che nella lingua parlata poteva assumere la forma *tegla, con scomparsa di -u- interna: da tegula, con -u- conservata, deriva l’italiano tegola, mentre *tegla è divenuto l’italiano teglia ‘padella bassa e larga’ (in toscano anche tegghia).
  • Voci dotte o latinismi: sono parole transitate dal latino all’italiano non attraverso l’uso ininterrotto dei parlanti, ma per tradizione discontinua, prestiti attinti al latino, divenuto ormai una lingua diversa. I latinismi giungono all’italiano senza passare attraverso gli sviluppi dell’evoluzione fonetica, e tendono pertanto ad avere una forma fonologicamente conservativa. Essi possono essere italianizzati, adattati alla struttura fono-morfologica delle parole italiane, o non integrati, mantenendo inalterata la loro forma di voci latine (ad es. il latino lapsus ‘scorrimento, scivolamento, caduta’, dà come prestito integrato la voce dotta lasso ‘periodo di tempo’ e come prestito non integrato lapsus ‘errore involontario’). Salvo il caso dei termini di tipo tecnico-scientifico, che possono avere significati specialistici diversi da quelli originari (ad es. il nome virus, che in latino significava ‘succo nocivo, veleno’), le parole acquisite per via dotta riproducono il valore semantico che hanno in latino.
  • Formazioni italiane: l'italiano dà poi vita a tutta una serie di formazioni autonome o endògene, che non hanno un corrispondente nella “lingua madre”, ma sono pur sempre derivate o composte da materiale linguistico latino: il sostantivo fischio, ad esempio, è formazione italiana derivata da fischiare, che è l’esito diretto del verbo tardolatino fistulare ‘suonare lo zufolo’; capocuoco è formato dalle voci ereditarie capo e cuoco, capostazione e capoufficio da capo + le voci dotte stazione e ufficio.

Allòtropi dotti

Molte voci dotte derivano da parole presenti nel latino letterario, ma assenti o cadute in disuso nel latino parlato della tarda antichità, e quindi inizialmente “perdute” all’italiano e poi riacquisite come prestiti; molte altre però riprendono dal latino parole che si erano mantenute nella lingua parlata e che sono pertanto giunte all’italiano anche per tradizione continua: in questo caso una medesima parola latina, avendo seguito entrambe le trafile, ha generato due o anche più allòtropi, cioè sia una voce popolare che una o più voci dotte. Ad esempio il lat. angustia ‘strettezza, povertà, difficoltà’ ha prodotto sia l’esito popolare angoscia che la voce dotta angustia; nella lingua parlata il lat. fuga è diventato fóga, che significa ‘slancio, impeto’: l’italiano fuga ‘atto del fuggire’ è un recupero dotto.

Nella seguente tabella riuniamo un po’ a caso una serie di sostantivi latini che hanno dato luogo ad analoghe serie di allotropi (il segno > precede la voce popolare, il segno → la parola dotta). Vedi schemi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nora96_96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Mondin Luca.
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