La lingua cinese
Introduzione
La Cina si estende su un territorio di oltre 9.560.000 kmq, di poco inferiore all'intera Europa. Questa grande estensione territoriale è costituita da due vaste aree geografiche: la Cina propriamente detta e le regioni periferiche. La Cina propriamente detta presenta confini naturali ben definiti: è delimitata a est dal Mar Giallo, dal Mar Cinese Orientale, dal Mar Cinese Meridionale, a nord dalla Pianura Manciuriana e dal deserto del Gobi a ovest e sud-ovest dall'altopiano del Tibet e a sud della pianura del Fiume Rosso. La Cina propriamente detta comprende due regioni meridionali, che in seguito a un graduale processo di sinizzazione divennero parte integrante della civiltà.
Le regioni periferiche includono i territori esterni alla Cina propriamente detta: il Xinjiang, la Mongolia Interna, il Tibet e alcune aree del sud-ovest in cui vivono prevalentemente popolazioni non cinesi. Comprendono inoltre la Manciuria.
Nella sua costituzione, la Repubblica Popolare Cinese si definisce un paese multinazionale. Dei ben 56 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente, solo i membri di uno solo, la nazionalità han, sono "cinesi" e costituiscono l'etnia di gran lunga maggioritaria, ma soprattutto sono la storia e la cultura cinese. Gli altri 55 gruppi sono le minoranze nazionali ma assommano comunque a un totale di 89 milioni di cittadini. Le minoranze etniche fanno parte di aree linguistiche diverse in cui vengono parlate lingue non siniche appartenenti a famiglie che in alcuni casi hanno legami di parentela con la lingua parlata nell'area "han" ma in altri casi possono non avere alcuna relazione genetica con essa.
Aree linguistiche
Una prima area linguistica è individuabile nella fascia settentrionale del paese; le lingue di questa area appartengono per di più al ceppo altaico e presentano alcune somiglianze relative con il coreano e il giapponese. Di una seconda area fanno parte il Tibet, la cui lingua è correlata al birmano. Una terza area comprende diverse lingue parlate nella Cina sud-occidentale che presentano legami di parentela con alcune lingue diffuse nel sud-est asiatico. Inoltre, va ricordata l'isola di Taiwan le cui popolazioni parlano lingue varie appartenenti al ceppo austronesiano o maleo-polinesiaco. L'area linguistica di gran lunga più vasta della Cina è dunque quella della maggioranza han.
Non è facile stabilire quali relazioni la lingua cinese abbia con le lingue delle aree limitrofe. Le lingue di una stessa area possono somigliarsi per motivi diversi da quelli strettamente genetici. Le divergenze di opinioni che dividono gli studiosi in merito alla classificazione della lingua cinese e alla delimitazione del suo ceppo linguistico di appartenenza derivano da diverse teorie circa l'evoluzione delle singole lingue. Secondo la tesi ampiamente più accettata, il cinese appartiene alla famiglia delle lingue sino-tibetane che comprende numerose lingue suddivisibili in quattro gruppi principali: cinese, tibeto-birman, miao-yao (lingue parlate nella Cina sud-occidentale), tai (raggruppa lingue distribuite in zone del Sud-est asiatico).
L'inserimento del cinese tra le lingue di questa grande famiglia si giustifica alla luce delle affinità tipologiche che presenta con le lingue dei gruppi tibeto-birmani, miao-yao e tai. Come queste lingue, il cinese manca totalmente di flessioni, tutte le sue unità lessicali sono forme invariabili. Similmente alle altre lingue sino-tibetane, il cinese è una lingua monosillabica in quanto i suoi morfemi sono costituiti da singole sillabe. Infine, presenta la caratteristica della tonalità; ciascuno dei suoi morfemi è contraddistinto da una certa andatura melodica.
La lingua nella Cina tradizionale
La lingua cinese hanyu è una delle lingue più antiche parlate. Ha conosciuto un'evoluzione di millenni; grazie ai gusci di tartaruga con delle iscrizioni, possiamo documentarne la storia fin dall'epoca della dinastia Shang. Ha conservato però la propria identità grazie all’unità e alla continuità storica che hanno contrassegnato la civiltà di cui era espressione.
La lingua come fattore di continuità
Identità linguistica e continuità storico-culturale sono aspetti della civiltà cinese strettamente connessi tra loro, causa ed effetto l'una dell'altra. La peculiarità più evidente della lingua cinese scritta è rappresentata dalle unità del suo sistema di scrittura; ogni carattere corrisponde grammaticalmente a un morfema e fonologicamente a una sillaba. Non contengono precisazioni del suono e non sono sensibili alle trasformazioni che si sviluppano nella pronuncia; ciò significa che un testo scritto cinese può essere letto e compreso indipendentemente dallo specifico dialetto parlato dal singolo. La lingua scritta, nonostante le varianti geografiche e dialettali, svolge un'opera di aggregazione ed è un importante simbolo di identità etnica e culturale.
Esercitò un ruolo fondamentale nel processo di unificazione dell'impero e nel mantenimento dell'unità; una scrittura di tipo alfabetico avrebbe infatti portato a una disgregazione culturale, così come era avvenuta nell'Europa medievale. Il potere unificante della scrittura cinese fu così forte da operare anche fuori dai confini dell'impero in aree come Corea, Giappone e Vietnam.
Lingua scritta e lingua orale
L'indipendenza della scrittura cinese si rivelò un fattore determinante di unità e di continuità anche perché facilitò l'impiego di una lingua letteraria: wenyan che si è modificata ben poco nel corso dei secoli. La lingua dei testi di epoca Zhou corrisponde alla lingua parlata al tempo. La separazione tra scritto e orale cominciò a profilarsi in epoca Han, quando venne codificata. Sotto gli Han le differenze tra la prosa dei secoli precedenti e lo stile letterario del tempo si erano fatte manifeste e erano sorte varie scuole per lo studio del testo antico (guwen) opere risalenti all'epoca Zhou, la gran parte delle quali era andata distrutta nel rogo dei libri del 213 a.C voluto da Qin Shi Huangdi.
Il decreto con cui si ordinava che tutti i testi antichi venisserero bruciati, fu emanato dal fondatore del primo impero nel tentativo di cancellare il ricordo del passato. Dopo la caduta della dinastia Qin venne meno il divieto di possedere biblioteche private e quindi, cominciarono a tornare alla luce volumi salvatisi dalla distruzione. Il confronto tra i testi originali e quelli scritti in epoca Han mise in luce le differenze linguistiche, inducendo i letterati a uniformarsi ai grandi maestri del passato. Sul cinese classico fu modellato il wenyan (cinese letterario) che era quindi una lingua artificiale di imitazione nata in epoca Han, la cui distanza dalla lingua orale andrà progressivamente aumentando; il wenyan, a confronto della lingua orale che si evolveva in maniera naturale, assumeva un carattere sempre più arcaicizzante.
Come il latino nell'Europa medioevale, il cinese letterario fu un veicolo esclusivamente scritto, impiegato parallelamente alle varietà orali della lingua. In Cina si venne consolidando una vera e propria tradizione scritta caratterizzata da una vera e propria stratificazione testuale. L'accesso ai testi era circoscritto ai pochi che erano in grado di cogliere le allusioni, i riferimenti, le citazioni che costituiscono parte integrante del wenyan. In Cina si stabilì uno stretto legame tra potere politico e testo scritto, questo legame rappresenterà una costante nella storia della civiltà cinese. La figura del letterato era investita di un prestigio indiscusso, grazie alle sue competenze che gli permettevano l'accesso ai testi scritti. Il wenyan costituì il fattore che operò a favore della continuità linguistica e storica della civiltà cinese.
Un altro contributo non marginale fu dato anche da un altro stile scritto basato sulla lingua parlata nelle regioni settentrionali: baihua o "lingua piana". Questo stile vernacolare trovò impiego nella produzione narrativa e teatrale; nonostante si basasse sul dialetto specifico di un'area geografica non vide mai lo sviluppo di altre varietà regionali. Il successo ottenuto dal baihua, che si impose in tutto il paese, consentì alla Cina di non incorrere in quello che era successo in Europa dove il latino medievale, venne sostituito da varietà linguistiche locali.
In Cina, dunque, per quanto riguarda lo stile scritto, fin dai tempi antichi si è tramandata una lingua letteraria, il wenyan, che si potrebbe definire standard, alla quale si è affiancata il baihua. Per quanto riguarda la lingua parlata, furono in uso, oltre a una molteplicità di dialetti, una serie di lingue franche non ufficiali che consentivano la comunicazione orale tra i funzionari dello stato, provenienti da aree geografiche diverse. Si basavano su alcune varianti colte del dialetto parlato nella regione in cui di volta in volta veniva insediata la capitale dinastica, la stessa varietà dialettale fissava in genere anche la pronuncia che veniva considerata raffinata e adatta quindi per la recitazione dei testi classici e per la composizione di versi.
All'epoca delle dinastie straniere dei Liao e degli Yuan, che stabilirono le loro capitali nell'area dell'odierna Pechino, cominciò a svilupparsi il guanhua "lingua dei funzionari" o "lingua mandarina", dalla quale la lingua standard trae le sue origini. Questa lingua franca venne impiegata diffusamente a fini amministrativi a partire dal XV secolo.
La formazione della lingua moderna
All'inizio dell'attuale secolo, la situazione linguistica si presentava estremamente complessa: la lingua cinese era differenziata in un insieme di stili scritti e forme orali e nessuna delle quali rappresentava una vera lingua nazionale in grado di soddisfare le esigenze del Paese. Tra tutte le varietà del cinese parlato, l'unico che, attraverso il guanhua, godeva di una sorta di diffusione nazionale era il dialetto di Pechino; la capitale era stata il centro dell'amministrazione.
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