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Tommaso d'Aquino - Somma Teologica

Articolo 1: Se la volontà sia mossa per natura verso qualche cosa

Sembra che la volontà non sia mossa per natura verso qualcosa: secondo Aristotele, infatti, causa agente volontaria e causa agente naturale sono contrapposte come termini di una suddivisione. Inoltre, in un dato soggetto si trova sempre ciò che gli è naturale (come il calore nel fuoco), mentre nessun moto si trova sempre nella volontà. La natura è determinata senza alternative, mentre la volontà è capace di alternative opposte.

Però, il moto della volontà segue l’atto dell’intelletto, che conosce certi principi per natura, quindi anche la volontà vuole per natura alcuni oggetti.

Risponde Tommaso: come insegnano Boezio e Aristotele, il termine “natura” ha dei significati diversi:

  • A volte indica il principio intrinseco degli esseri soggetti al moto e di conseguenza la materia;
  • A volte indica qualsiasi sostanza o ente e di conseguenza ciò che è dovuto alla sua essenza.

Prendendo la natura in questo senso, è necessario che il principio di quanto conviene a una cosa sia sempre naturale; ciò conviene nel caso dell’intelletto, i cui principi sono noti per natura. Allo stesso modo è necessario che il principio dei moti volitivi sia qualche cosa di voluto per natura. È tale sia il bene nella sua universalità, verso il quale la volontà tende per sua natura come ogni potenza verso il proprio oggetto, sia il fine ultimo. L’uomo vuole per natura non solo l’oggetto della volontà, ma anche le altre cose richieste dalle altre potenze, come la conoscenza della verità per l’intelletto, l’essere, la vita e tutti i beni particolari.

Soluzione: alcune cose avvengono per natura, altre per volontà, poiché la prima è determinata senza alternative, mentre la seconda è padrona dei suoi atti. Però, siccome la volontà si fonda sulla natura, è necessario che essa partecipi in qualche modo dell’operare proprio della natura (gli effetti di una causa susseguente devono partecipare della causa primordiale). Inoltre, ciò che è naturale in connessione con la materia, non è sempre in atto, ma si trova in potenza. Quindi non è necessario che una volontà, che passa dalla potenza all’atto quando vuole qualcosa, sia sempre in atto (la volontà di Dio, che è atto puro, è sempre in atto di volere). La volontà, essendo una facoltà immateriale come l’intelletto, deve avere un carattere universale, che è il bene (per l’intelletto il vero). Il bene universale abbraccia la moltitudine dei beni particolari, verso i quali la volontà non è determinata.

Articolo 2: Se la volontà sia mossa in maniera necessitante dal proprio oggetto

Sembra che la volontà sia mossa in maniera necessitante dal proprio oggetto: secondo Aristotele, l’oggetto sta alla volontà come il motore sta al mobile. Quindi, essa può essere mossa in maniera necessitante dal proprio oggetto. La volontà, come già detto, è una facoltà immateriale come l’intelletto, e di conseguenza, se l’intelletto è mosso di necessità dal suo oggetto, lo è anche la volontà. Inoltre, tutto ciò che uno vuole, o è il fine o è una cosa ordinata al fine. Il fine è voluto evidentemente per necessità e di conseguenza lo è anche la volontà.

Però, la volontà può avere due mozioni:

  • La prima in rapporto all’esercizio dell’atto, e in relazione a questa la volontà non si può muovere per necessità perché chiunque può astenersi dal prendere in considerazione un oggetto e può decidere di non volerlo in modo attuale;
  • La seconda in rapporto alla specificazione dell’atto, la quale dipende dall’oggetto; in questo caso la volontà è mossa in maniera necessaria da alcuni oggetti e non da altri.

Per esempio, l’oggetto visibile muove la vista in forza del colore attualmente visibile. Quindi, se il colore è presentato alla vista, necessariamente la muove, purché uno non distolga la vista. Ma se venisse presentato alla vista un oggetto colorato solo in parte, la vista potrebbe guardarlo da quel lato che non ha attualmente colore. Ora, come il colorato è oggetto della vista, così il bene è oggetto della volontà. Se a quest’ultima viene presentato un oggetto universalmente e sotto tutti gli aspetti buono, necessariamente la volontà tenderà verso di esso. Se invece le viene presentato un oggetto che non è bene sotto tutti gli aspetti, allora la volontà non sarà portata necessariamente a volerlo. Soltanto il bene perfetto, al quale non manca niente, è un bene tale che la volontà non può non volere: e questo bene è la felicità. Gli altri beni non particolari possono essere ripudiati o accettati dalla volontà.

Soluzione: il motore di una potenza è solamente l’oggetto che non è manchevole di niente; l’intelletto è mosso da tutti gli oggetti che sono necessariamente e sempre veri. Il fine ultimo muove per necessità la volontà perché è il bene perfetto (così come l’essere, la vita e simili). Ma le altre cose, non indispensabili al raggiungimento del fine, non sono volute per necessità da chi vuole il fine.

Articolo 3: Se la volontà subisca una mozione necessitante dagli appetiti inferiori

Sembra che la volontà subisca una mozione necessitante dalle passioni degli appetiti inferiori: l’apostolo scrive “poiché non faccio il bene che voglio; ma il male che non voglio, questo io faccio”; dunque la volontà è mossa necessariamente dalla passione. Inoltre, secondo Aristotele, non è in potere della volontà sbarazzarsi subito della passione. Come la ragione universale sta all’estimativa particolare, così la volontà sta all’appetito sensitivo. Se quest’ultimo è predisposto da una data passione, la volontà non potrà muoversi in senso contrario.

Però: sta scritto che “l’appetito tuo ti sarà sottoposto, e tu lo dominerai”; dunque, la volontà dell’uomo non è mossa necessariamente dagli appetiti inferiori.

Risponde Tommaso: l’uomo, turbato da una passione, è portato a giudicare buona e conveniente una cosa, che avrebbe giudicato altrimenti se libero da quella passione. Questo turbamento può avvenire in due modi:

  • In maniera da legare del tutto la ragione, cosicché uno viene a perdere l’uso della ragione (pazzi furiosi e dementi). Per tali uomini vale quanto si dice degli animali irragionevoli, che seguono necessariamente l’impulso della passione: in essi manca un moto qualsiasi della ragione, e quindi della volontà;
  • In maniera da non legare del tutto la ragione, rimane qualche cosa della mozione della volontà. Quindi, la ragione rimane libera e non soggetta alle passioni, e il moto della volontà rimane libero dalla necessità di tendere verso l’oggetto al quale inclinano le passioni. Perciò, o nell’uomo non rimane nessun moto della volontà, oppure esso non segue necessariamente la passione.

Soluzione: sebbene la volontà non possa impedire che nascano i moti della concupiscenza (Apostolo), tuttavia essa può non volere la concupiscenza e può non consentirvi. Essendo nell’uomo due nature, intellettiva e sensitiva, talora uno è con tutta la sua anima a una certa maniera: o la parte sensitiva è totalmente sottomessa alla ragione, come avviene nelle persone virtuose, o la ragione, al contrario, è totalmente sopraffatta dalla passione, come avviene nei pazzi. Spesso, sebbene la ragione sia offuscata dalla passione, rimane in essa una certa libertà. In forza di questa, uno ha il potere o di allontanare del tutto la passione, o almeno di trattenersi dall’assecondarla. La volontà viene mossa anche dal bene percepito dai sensi; perciò essa può muoversi verso un bene particolare, senza una passione dell’appetito sensitivo. Infatti, noi vogliamo e facciamo molte cose senza passione, per sola deliberazione: come è evidente specialmente in quei casi in cui la ragione è in contrasto con la passione.

Articolo 4: Se la volontà sia mossa in maniera necessitante da quel motore esterno che è Dio

Sembra che la volontà sia mossa da Dio in maniera necessitante: a Dio è impossibile resistere, essendo egli di potenza infinita. Infatti, sta scritto “chi può opporsi alla sua volontà?”. Dunque, Dio muove la volontà in modo necessario. Inoltre, la volontà è portata a volere necessariamente le cose che desidera per natura. Ora, al dire di S. Agostino “per ciascuna cosa è naturale ciò che Dio opera in essa”. Dunque, la volontà vuole necessariamente tutte le cose alle quali è mossa da Dio.

Se si presupponesse che la volontà non voglia Dio, si avrebbe un impossibile, perché l’operazione che Dio compie sarebbe inefficace. Quindi, non è possibile che la volontà non voglia ciò cui Dio la muove.

Però, sta scritto che “Dio da principio creò l’uomo, e lo lasciò in mano del suo arbitrio”, quindi egli non muove in maniera necessitante la volontà.

Risponde Tommaso: Dio muove la volontà in maniera da non determinarla a una data soluzione, conservando il moto di essa, eccetto verso quelle cose verso le quali ha una spinta naturale (Dionigi: “la divina provvidenza non ha il compito di alterare la natura delle cose, ma di conservarla”).

Soluzione: la volontà di Dio giunge a far compiere una cosa in conformità alla natura dell’essere. Per ogni essere è naturale ciò che Dio vi opera in modo che sia cosa naturale per esso: cosicché ciascuna cosa ha precisamente quelle proprietà, che Dio ha voluto conferirle. Vuole che per l’uomo sia naturale la subordinazione al potere divino.

Kant - Fondazione della metafisica dei costumi, sez. III

Passaggio dalla metafisica dei costumi alla critica della ragione pura pratica

La Fondazione della metafisica dei costumi fu la prima opera del filosofo tedesco Immanuel Kant dedicata interamente alla filosofia pratica. L'opera venne pubblicata nel 1785, tre anni prima della Critica della ragion pratica; nel 1797 seguì La metafisica dei costumi. L'opera è costituita da tre sezioni, ciascuna definita come un "passaggio" e preceduta da una Prefazione.

La terza ed ultima sezione della Fondazione consta di cinque paragrafi e il tema centrale è quello della libertà. La libertà, infatti, è la condizione di possibilità dell'imperativo categorico. La libertà è propria di ogni essere razionale e deve essere intesa come la capacità della ragione di dare legge a se stessa (“cosa può allora essere la libertà della volontà se non autonomia, ossia la proprietà della volontà di essere legge a se stessa?”); ne deriva quindi che una volontà libera e una volontà sotto leggi morali sono la stessa cosa (“la proposizione <> designa solo il principio che dice di non agire secondo alcun’altra massima se non quella che può avere se stessa ad oggetto anche come legge universale. Questa è però appunto la formula dell’imperativo categorico, e il principio della moralità: dunque una volontà libera e una volontà sotto leggi morali sono lo stesso”).

Ogni essere razionale è dunque libero e agisce solo sotto libertà (“la ragione deve considerare se stessa come autrice dei propri principi, indipendentemente da influssi esterni, dunque, in quanto ragione pratica ovvero in quanto volontà di un essere razionale, deve considerarsi libera; vale a dire che la volontà di un essere razionale può essere una volontà propria solo sotto l’idea di libertà e questa deve perciò essere attribuita dal punto di vista pratico a tutti gli esseri razionali”).

Kant, espressa la necessità di presupporre la libertà, introduce il concetto di interesse. La legge morale deve, infatti, sollevare una certa forma di sentimento. Se così non fosse, l'agire per dovere sarebbe identico ad un semplice adeguamento esteriore alla legge, che il filosofo chiama legalità (“i principi soggettivi delle azioni devono sempre essere assunti in modo tale che essi, come principi, valgano anche oggettivamente, ossia universalmente, così che possano servire per la nostra propria legislazione universale. Ma perché devo dunque assoggettarmi a questo principio, proprio in quanto essere razionale in generale, e perciò devono anche farlo tutti gli altri essere dotati di ragione? non posso non prendere a ciò un interesse”).

La libertà è il presupposto della legge morale, ma l'uomo è libero solo se si sente sottomesso a tale legge (“noi certo vediamo che possiamo prendere interesse per una qualità personale che non comporti affatto interesse per lo stato. Ci consideriamo liberi nell’agire, e dobbiamo tuttavia ritenerci sottoposti a certi leggi per trovare, semplicemente nella nostra persona, un valore che possa compensarci di ogni perdita di ciò che procura un valore al nostro stato, e come ciò sia possibile, quindi perché la legge morale obblighi, non possiamo in questo modo ancora comprenderlo”).

Come uscire da questo circolo vizioso, come lo chiama Kant? (“qui, bisogna ammetterlo francamente, si mostra una sorta di circolo, dal quale a quanto sembra non è possibile venir fuori”). L’essere razionale è sia membro del mondo sensibile che del mondo intelligibile e può arrivare solamente alla conoscenza dei fenomeni, ma mai delle cose in sé. Il mondo sensibile può essere, a seconda di chi lo osserva.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carlotta.mariano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Pagani Paolo.
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