Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

7

Il razionale è lo stesso contenuto che si trova nel sentimento pratico buono. E’ assurdo credere

che nel passaggio dal sentimento al diritto e al dovere, il contenuto perda qualcosa; altrettanto

assurdo è considerare l’intelligenza come superflua e nociva al sentimento, al cuore e alla volontà.

La verità e la razionalità della volontà possono avere luogo unicamente nell’universalità

dell’intelligenza, non nella singolarità del sentimento in quanto tale. Per l’intelletto, una volta

separati sentimento e spirito pensante, è difficile divincolarsi da tale separazione e giungere a

rappresentarsi che nell’uomo c’è soltanto un’unica ragione, nel sentimento, nella volontà e nel

pensiero. A questa si riconnette un’altra difficoltà per l’intelletto, la quale deriva dal fatto che le idee

appartenenti unicamente allo spirito pensante (Dio, Diritto, Eticità) possono essere anche oggetto

di sentimento. Non ci si può arrestare al sentimento e al cuore e contrapporli alla razionalità

pensata, al diritto e al dovere. Ciò che nel sentimento e nel cuore è un plus rispetto alla razionalità

pensante, infatti, consiste soltanto nella soggettività particolare, nella vanità e nell’arbitrio. Per lo

stesso motivo è errato, nella considerazione scientifica dei sentimenti, mirare a qualcosa di diverso

dalla loro forma e concentrarsi sul contenuto. Per la considerazione specifica dei sentimenti pratici

restano dunque soltanto quelli egoistici e cattivi. Il loro contenuto è il contrario di quello dei diritti e

dei doveri, ma appunto per questo essi ricevono la loro determinatezza più precisa unicamente

nell’opposizione verso questi diritti e doveri.

Il sentimento pratico implica il dover-essere, la propria autodeterminazione essente-in-sé,

relazionata a una singolarità essente che sarebbe valida soltanto nella conformità a quella

autodeterminazione. Poiché a entrambe manca ancora una determinazione oggettiva, ecco che

questa relazione del bisogno all’esserci è il sentimento del piacevole e dello spiacevole.

Piacere, gioia, dolore, pudore, rimorso, ecc, da un lato sono soltanto modificazioni del sentimento

pratico formale in generale, dall’altro lato, invece, sono diversi per il loro contenuto, che costituisce

la determinatezza del dover-essere. Il male non è altro che la non-conformità dell’essere al dover-

essere; quest’ultimo ha fini accidentali infiniti. Rispetto a tali fini, il male è soltanto il diritto che

viene esercitato sulla nullità del loro carattere immaginativo. Quei fini sono già essi stessi il male.

Nella vita, e ancora già nello spirito, il concetto si erge davanti al proprio dover-essere; questa

negatività è il principio del male e del dolore.

Gli impulsi e l’arbitrio

Per appagare la volontà, ovvero affinché essa sia per sé, è necessario che essa stessa ponga

l’adeguatezza tra la sua determinazione interna e l’esserci. La volontà, secondo la forma del suo

contenuto, è inizialmente ancora volontà naturale: è impulso e inclinazione e, nella misura in cui la

totalità dello spirito pratico si colloca in una sola delle molte determinazioni limitate e in generale

opposte, la volontà è passione.

Le inclinazioni e le passioni hanno per contenuto le medesime determinazioni dei sentimenti

pratici. Per un verso hanno anch’esse come base la natura razionale dello spirito; per l’altro verso,

in quanto appartengono alla volontà ancora soggettiva, sono affette dall’accidentalità. La passione

implica il fatto di essere limitata a una particolarità della determinazione della volontà, nella quale

si immerge l’intera soggettività dell’individuo. Per via di questo carattere formale, però, la passione

non è né buona né cattiva. Senza passione, nulla di grande è stato compiuto, né può essere

compiuto. E’ solo una moralità morta, anzi troppo spesso ipocrita, quella che si scagli a contro la

forma della passione in quanto tale.

Riguardo alle inclinazioni, ci richiede poi quali siano buone e quali siano cattive; quindi si pone la

questione fino a quale grado le inclinazioni buone restino tali. Infine, poiché le inclinazioni

particolari sono molte e si contrappongono l’una all’altra, ci si domanda in che modo esse,

trovandosi in un unico soggetto e non essendo possibile per esperienza soddisfarle tutte quante,

debbano almeno limitarsi reciprocamente. La riflessione dello spirito stesso va oltre la loro

particolarità e immediatezza naturale e conferisce razionalità e oggettività al loro contenuto; qui

impulsi e inclinazioni sono rapporti necessari, sono diritti e doveri. Nello sviluppo dello spirito in

spirito oggettivo, il contenuto dell’autodeterminazione perde il suo carattere accidentale o

arbitrario. La trattazione degli impulsi, delle inclinazioni e delle passioni secondo il loro vero

contenuto, pertanto, è essenzialmente la dottrina dei doveri giuridici, morali e etici.

Quando il contenuto dell’impulso si differenzia in quanto “cosa” rispetto all’attività

dell’appagamento (soggetto), esso implica il momento della singolarità soggettiva: tutto ciò

costituisce l’interesse. Un’azione è un fine del soggetto, ed è anche l’attività del soggetto tesa ad

attuare questo fine. Il soggetto è nell’azione mediante il proprio interesse. Agli impulsi e alle

8

passioni viene contrapposta da un lato la sciocca fantasticheria di una felicità naturale e dall’altro il

dovere per il dovere, la moralità. Impulso e passione non sono alto che la vitalità del soggetto,

secondo la quale esso è nel suo fine e nella relativa attuazione di questo. Il fatto che il contenuto

(universale) sia immanente al soggetto costituisce l’interesse e la passione.

La volontà, in quanto pensante e in sé libera, si differenzia dalla particolarità degli impulsi

collocandosi al di sopra del loro contenuto molteplice. In tal modo, l’impulso è solamente la

particolarità della volontà che si trova così nel punto in cui sceglie tra le diverse inclinazioni, ed è

arbitrio. Essa, in quanto arbitrio, è libera per sé; tuttavia, nella misura in cui il contenuto non è altro

ancora che il contenuto degli impulsi e delle inclinazioni, la volontà è reale soltanto come volontà

soggettiva e accidentale. Qui la volontà è la contraddizione di realizzarsi in una particolarità che

per essa, a un tempo, è una nullità, e di appagarsi in questa particolarità da cui a un tempo essa è

fuori. Pertanto, la volontà è innanzitutto il processo della dispersione e rimozione di un’inclinazione

o di un godimento mediante una altro, e di un nuovo appagamento mediante un altro, all’infinito.

Ma la verità degli appagamenti particolari è l’appagamento universale che la volontà pensante si

prefigge per il proprio fine come felicità. La felicità

In questa rappresentazione di un appagamento universale gli impulsi sono posti, secondo la loro

particolarità, come negativi. Essi devono essere sacrificati, da un lato, l’uno all’altro in vista di quel

fine, e, dall’altro lato, in tutto o in parte, direttamente al fine. La felicità è l’universalità che

semplicemente deve-essere. Tuttavia, la verità della determinatezza particolare e della singolarità

astratta è la determinatezza universale della volontà in se stessa, vale a dire: tale verità è

l’autodeterminazione stessa della volontà, la libertà. L’arbitrio, in tal modo, è la volontà soltanto

come soggettività pura che, a un tempo, è pura e concreta perché per contenuto e fine ha soltanto

quella determinatezza infinta, la libertà stessa. In questa verità nella sua autodeterminazione, in

cui Concetto e oggetto sono identici, la volontà è volontà realmente libera.

Lo spirito libero

La volontà libera reale è l’unita dello spirito teoretico e dello spirito pratico. Essa è volontà libera

che è per sé come volontà libera, perché sono stati ormai rimossi il formalismo, l’accidentalità e la

limitatezza del precedente contenuto pratico. Mediante la rimozione della mediazione implicata in

quel contenuto, la volontà è ora la singolarità immediata posta mediante se stessa, la quale però si

è anche purificata diventando la determinazione universale, la volontà è come intelligenza libera.

La volontà ha ora come suo oggetto e fine soltanto questa determinazione universale. E poiché si

pensa e sa questo suo Concetto, la volontà è come intelligenza libera. Lo spirito che ha per

determinazione e fine la propria essenza è in generale la volontà razionale. Vale a dire: qui lo

spirito è in sé l’idea, e perciò è soltanto il Concetto dello spirito assoluto. L’idea esiste soltanto nella

volontà immediata: essa è il lato dell’esserci della ragione, è la volontà singolare in quanto sapere

che sa quella sua determinazione, la quale costituisce il suo contenuto e il fine e di cui la volontà

stessa è soltanto l’attività formale. Questo è lo spirito oggettivo.

Di nessun’altra idea, come dell’idea della libertà, è così universalmente nota l’indeterminatezza;

tutti riconoscono che essa è suscettibile di grandi fraintendimenti e che, di conseguenza, è

realmente soggetta a equivoci. Questa idea è venuta al mondo con il Cristianesimo, secondo il

quale è l’individuo in quanto tale ad avere un valore infinito: l’uomo, essendo oggetto e fine

dell’amore di Dio, è destinato ad avere il suo rapporto assoluto con Dio come spirito. In altre

parole: l’uomo è in sé destinato alla libertà suprema. Questa idea è la realtà degli uomini; essi non

hanno, ma sono quest’idea. Questo volere la libertà non è più un impulso che pretende di essere

appagato, ma è il carattere, è cioè la coscienza spirituale divenuta l’essere privo di impulsi. Questa

libertà è essa stessa innanzitutto solo Concetto, ed è destinata a svilupparsi in oggettività, in realtà

giuridica, etica e religiosa, come pure in realtà scientifica.

9

ARISTOTELE - De Interpretatione, capp. 9 e 13

Sull'interpretazione è un trattato di Aristotele, raccolto nell'Organon, che tratta il rapporto tra

linguaggio e la logica delle parti del discorso (nome e verbo) e del modo in cui esse si combinano

per dar luogo a frasi o giudizi. Spesso ci si riferisce a quest'opera con il suo titolo latino (De

Interpretatione) o greco (Peri Hermeneias).

Capitolo nove

In questo capitolo viene presentato un argomento contro il "principio di bivalenza", ovvero la tesi

secondo cui ogni enunciato assertivo dev'essere vero o falso (“nel caso dunque delle cose che

sono o che sono state è necessario che l’affermazione sia vera o falsa; e nel caso delle

enunciazioni contraddittorie relative agli universali esperti in forma universale ed in quello delle

enunciazioni contraddittorie relative agli individui, sempre l’una è vera e l’altra è falsa, come s’è

detto. Invece nel caso delle enunciazioni contraddittorie relative agli universali espressi in forma

non universale non è necessario. E s’è detto anche di queste”). Per Aristotele, però, quando il

soggetto è individuale ed il tempo è il futuro questo non è sempre vero: “ma nel caso delle cose

individuali e future non è nello stesso modo. Se infatti ogni affermazione o negazione è vera o

falsa, è necessario anche che ogni cosa o sussista o non sussista. Se infatti uno dirà che ci sarà

una certa cosa ed un altro dirà che quella medesima cosa non ci sarà, è chiaro che uno o l’altro di

essi dice necessariamente il vero, se ogni affermazione è vera o falsa: poiché entrambe le cose

non sussisteranno contemporaneamente in tali i casi. Tutte le cose saranno o non saranno

necessariamente e non indifferentemente secondo una delle due possibilità. Infatti nulla impedisce

che uno dica che fra diecimila anni si avranno delle cose e un altro lo neghi, cosicché allora era

vero dire che di necessità vi sarebbe stata una o l’altra di quelle cose. Ma neppure questo ha

importanza, che cioè alcuni abbiano o non abbiano proferito due enunciazioni contraddittorie:

giacché è chiaro che i fatti stanno in un determinato modo, anche se l’uno non l’abbia affermato e

l’altro non l’abbia negato. Che non è a causa dell’affermare o del negare che un fatto sarà o non

sarà, né che si verificherà tra diecimila anni piuttosto che in un qualunque altro tempo”. E ancora:

“è chiaro pertanto che non tutte quante le cose né sono né divengono per necessità, ma che le

une realizzano indifferentemente una delle due possibilità e che per nulla di più o l’affermazione o

la negazione è vera, le altre realizzano piuttosto e per lo più una possibilità, ma tuttavia è possibile

che si verifichi anche l’altra e non la prima”. Per esempio, la proposizione "domani ci sarà una

battaglia navale" o corrisponde ad una realtà futura o nega quest'ultima, nel qual caso la battaglia

navale avrà luogo necessariamente, o non avrà luogo necessariamente. Ma, in realtà, un tale

evento potrebbe altrettanto facilmente non accadere come accadere; è impossibile discriminare tra

verità e falsità per proposizioni di questo tipo. Vediamo che ciò che sarà ha origine sia dal

deliberare che dall’agire, e che in generale, nelle cose che non sono sempre in atto c’è la

possibilità di essere e di non essere; qui le possibilità sono aperte, sia l’essere che il non essere, e

di conseguenza sia l’aver luogo che il non aver luogo. Molte sono le cose che ci è manifesto che

stanno in questo modo. E’ lo stesso per tutti gli eventi di cui si parla nei termini di possibilità.

Chiaramente, dunque, non ogni cosa è o accade di necessità; alcune cose accadono

fortuitamente, e per nulla di più l’affermazione o la negazione è vera. Per quanto riguarda il futuro,

ogni asserzione non necessaria si presuppone possibilmente vera o possibilmente falsa, dove per

possibile si intende potenziale. Si apre qui la disanima degli enunciati contingenti che aprono al

dilemma dei futuri contingenti. Se il primo principio analizzato è quello della bivalenza, il secondo è

quello del terzo escluso (tertium non datum), mentre il terzo ed ultimo riguarda il principio di non

contraddizione: tra due enunciati contraddittori non può esservi un medio.

Capitolo 13

La relazione tra proposizioni: conseguenze logiche seguono da particolari disposizioni. Ad

esempio, dalla proposizione “è possibile” consegue che è contingente, che non è impossibile, o

dalla proposizione, “'non può essere il caso’" segue che “non è necessariamente il caso”. Le

potenze razionali sono le medesime di una pluralità di effetti, vale a dire di effetti contrari, invece

quelle razionali non lo sono tutte, ma, come s’è detto, il fuoco non è possibile che riscaldi o non

riscaldi; né hanno questa duplice potenza tutte le altre cose che sono sempre in atto. Inoltre,

alcune potenze sono omonime; infatti possibile non si dice in senso assoluto, ma per un verso

perché è vero in quanto è in atto: per esempio, è possibile camminare perché si cammina, ed in

generale è possibile essere perché ciò che è detto possibile è già in atto. Per un altro verso perché

10

potrebbe attuarsi: è possibile camminare perché si potrebbe (vale per le cose in movimento). Da

quello che si è detto è chiaro che ciò che è di necessita è in atto; cosicché, se le cose eterne sono

anteriori, anche l’atto è anteriore alla potenza. Ed alcune cose sono atti senza potenza, per

esempio le sostanze prime; altre sono atti uniti a potenza, ed esse per la natura sono anteriori, ma

per il tempo sono posteriori; altre ancora non sono mai atti, ma soltanto potenze.

ARISTOTELE - Metafisica, libro Theta

La potenza come principio del movimento

L’essere è il primo al quale si riferiscono tutte le categorie della sostanza; in quanto lo intendiamo

anche secondo potenza e atto e secondo attività, è necessario trattare anche di questi argomenti.

Le potenze sono tutte quante, in un certo senso, principi, e sono dette potenze in relazione a

quella che è potenza in senso primario e che è principio di mutamento in altra cosa o nella

medesima cosa in quanto altra. Infatti, c’è una potenza di patire e una di subire. In entrambe, è

contenuta la nozione di potenza nel senso originario. In un senso, la potenza del fare e del patire è

unica: una cosa ha potenza sia perché possiede essa stessa la capacità di patire ad opera di altra,

sia perché un’altra cosa può patire ad opera di essa. Invece, in un altro senso, le potenze del fare

e del patire sono diverse. Infatti, l’una si torva nel paziente e l’altra nell’agente. Inoltre, ogni

potenza si contrappone un’impotenza.

Necessità della distinzione tra potenza e atto

Alcuni pensatori, come i Megarici, sostengono che c’è la potenza solamente quando c’è l’atto, e

che quando non c’è l’atto non c’è neppure la potenza (fanno coincidere la potenza con l’atto). Colui

che non sta costruendo non ha potenza di costruire, se non nel momento in cui costruisce. Da ciò

derivano i seguenti quesiti:

- come si riacquista l’arte nel momento in cui si costruisce? come può essa essere persa nel

momento in cui non si sta costruendo?

- se freddo, caldo, dolce, e in generale le cose sensibili, non possiedono potenza sempre, come

possono essere attualmente percepite?

- come possiamo avere la facoltà di sentire se non stiamo ascoltando in ogni momento?

- ciò che non si è ancora prodotto sarà impotente a prodursi?

I Megarici sopprimono il movimento e il divenire e pongono queste affermazioni assurde. E’

evidente che la potenza e l’atto sono due cose distinte; una cosa è in potenza se il tradursi in atto

di ciò di cui essa è detta aver potenza non implica alcuna impossibilità. Se uno è in potenza di

sedersi e può sedersi, quando dovrà realmente sedersi non avrà alcuna impossibilità a farlo. Il

termine atto è principalmente il movimento. Invece, tra le cose che non sono, alcune sono in

potenza: tuttavia non esistono di fatto, perché appunto non sono in atto.

Il possibile e l’impossibile

Quando A (la potenza) è possibile, anche B (l’atto) deve essere possibile, posto che sussista tra A

e B un rapporto tale che l’esistenza di A comporti necessariamente l’esistenza di B. Se, dunque,

trovandosi A e B in tale rapporto, B non fosse possibile, allora neppure il rapporto tra A e B sarebbe

come si era posto. E se essendo A possibile, è necessariamente possibile anche B, quando A

esiste, di necessità esiste anche B. Infatti, che B sia necessariamente possibile, se A è possibile,

significa questo: posto che A sia possibile, e chi sia possibile in un dato tempo e in un dato modo,

anche B è possibile necessariamente nello steso tempo e nello stesso modo.

Il modo di attuarsi delle potenze

Alcune potenze sono congiunte con i sensi, altre, invece, sono acquisite con l’esercizio e con

l’istruzione. Le potenze si dividono inoltre in razionali e irrazionali; nelle ultime, agente e paziente

rispettivamente agiscono e patiscono. Infatti, tutte le potenze irrazionali, singolarmente prese,

possono produrre uno solo dei contrari. Ogni essere dotato di potenza razionale, quando desidera

ciò che ha in potenza e nel modo in cui ha potenza, necessariamente agisce. Egli ha la potenza

nella misura in cui questa sia potenza di fare senza impedimenti esterni. Inoltre, egli non può fare

due cose contrarie perché non esiste potenza di fare cose opposte nello stesso tempo.

Atto e potenza in relazione a bene e male

Tutte le cose che si dicono in potenza sono in potenza ambedue i contrari: per esempio, ciò di cui

si dice che può essere sano, è quel medesimo soggetto che può essere anche malato. La potenza

dei contrari, dunque, esiste ad un tempo in una medesima cosa, mentre non è possibile che i

contrari stessi esistano insieme. Ed è impossibile anche che atti opposti esistano insieme: per


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

11

PESO

152.42 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carlotta.mariano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Pagani Paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia morale

Filosofia morale I
Appunto
Riassunto esame Filosofia Morale, prof. Pagani
Appunto
Etica nicomachea. Aristotele (primi tre libri)
Appunto
Filosofia teoretica - identità e differenza
Appunto