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Cambiamenti incantevoli: bellezza e possibilità di apprendimento

La bellezza nella relazione con la realtà: un mito che incanta

Bellezza: gesto dell'esperienza, connessa al soggetto, ipotesi di vissuto di bellezza. Le esperienze di formazione costituiscono occasioni di conoscenza e di emersione metodologica. Dimensione estetica: cornice dell'imparare e dell'insegnare. Il bello incontra l’apprendimento, la bellezza assume il ruolo magico della sacerdotessa protettrice di chi impara e celebra i riti del contatto del mondo.

Un buon maestro è metodo, è linguaggio, che sa divenire luogo di apprendimento, che diviene moneta di scambio. La bellezza possiede un suo apparire, una retorica, un vocabolario. Imparare implica un piacere. La bellezza non chiede di essere definita, ma di essere ri-conosciuta. Strumenti critici: intenzionalità e incantamento. Sono andamenti, azioni e permettono al soggetto di andare e spostarsi. La bellezza connessa all’apprendimento permette di rendere più facile l’accesso ai propri progetti interni.

Impossibile fondare un esempio sulla bellezza dell’apprendimento come principio critico assoluto. Il discorso estetico non assume forme di un ideale regolativo lontano. Nell’esperienza estetica quel che rimane della bellezza è rintracciabile nei modi in cui essa entra in gioco. Lo stupore non è da apprendersi solo lontano dalla selva che popola il nostro immaginario.

Lo stupore è, con Kant, compagnia indispensabile del pensiero. È per i greci contemplazione dell’eidos. Platone ci consegna l’immagine di un’umanità in tensione continua. Hannah Arendt ci ricorda che, secondo la religione omerica, ciò che gli uomini avevano in comune con gli dei era una sensibilità per la qualità spettacolare del mondo. L’essenza della bellezza, direbbe Merleau-Ponty, non è accessibile se non attraverso la situazione singolare nella quale appare. Il mito sarà un possibile dell’apprendimento, ogni apprendimento del mito tende a ridefinire il mito stesso. Apprendere nel segno della bellezza sarà un’esperienza estetica del pensiero.

Non ci sarebbe alcuna bellezza nell’oggettività di qualcosa che rimane muta. Non è oggetto, la bellezza, e neppure è “negli occhi di chi guarda”, ma è nello spazio potenziale. Per questo è narrazione di una metamorfosi. Il racconto mitico è linguaggio che produce un significato nella modificazione dei segni che lo costituiscono. Al mito e alla bellezza si deve concedere di attraversare il campo, penetrando nella realtà. La bellezza che salverà il mondo deve essere profondamente instabile. Il mito è esperienza, di spazio non ancora pieno, della possibilità di stare sulla soglia del vuoto. Conoscere la bellezza sarà rispondere al richiamo di ciò che è terribile. Abitiamo nell’in-canto della bellezza, nella dinamica della conoscenza al lavoro, imparando dal passaggio, apprendendo con il poeta in esergo.

Identità e bellezza: Persefone

Identità e apparenza

Il tema dell’identità necessita di definire e riconoscere. Il legame tra apprendimento e identità richiede uno sforzo volto a imparare l’identità attraverso strumenti per avvicinarla, osservarla, favorirla e comprenderla. Imparare l’identità implica l’apprendimento di una bellezza in fuga. Heidegger: identità una questione aperta, un possesso, una caratteristica di un ente o di un soggetto, ma una sua modalità di rendersi visibile, comunicabile. L’identità appare in dialogo e confronto non solo con ciò che le è differente, l’alterità, ma anche ciò che nell’identità è molteplice, peculiare.

L’identità è soggetta all’altro, al dubbio e alla sua forma e al tempo. Esiste un’identità che permane, secondo una modalità idem. Linguaggio, tempo e alterità divengono misura dell’identità. Il linguaggio dell’identità si disegna nei modi in cui risponde ai richiami dei cambiamenti e della relazione. Il linguaggio diviene la possibilità espressiva del soggetto, un modo per mostrarsi, passaggio attraverso cui il soggetto si media nel linguaggio.

Il soggetto si costituisce attraverso la percezione storica del tempo e di sé nel tempo. Connettere apprendimento, identità e bellezza implica considerare l’esperienza come un territorio in cui è necessario scoprirsi “gettati” in dinamiche di smarrimento. Apprendimento suggerito dalla connessione di bellezza e identità corrisponde a un percorso continuo dell’esperienza come enigma. L’esperienza del margine diviene un percorso iniziatico. Apprendendo da un viaggio oltre la bellezza. In un “oltre-mondo”. Mito di Persefone.

Un ratto provvidenziale tra scompiglio e trasformazione

Persefone è una giovane donna, il mito coglie la potenzialità femminile non ancora espressa. La madre, Demetra, le ha chiesto di raccogliere dei fiori di zafferano. Ade rapisce la giovane e la trascina con sé nel regno dei morti. Le dita di Ade premono sulla carne di una giovane che si divincola atterrita. Lei prova dolore. La torsione ha attraversato la visione di Bernini, gruppo marmoreo in grado di avvitare le forme di Ade e Persefone. La maggior parte delle energie e delle metamorfosi avviene nell’istante in cui il dio afferra e trascina con sé la ragazza.

La bellezza di Persefone attira il desiderio di Ade. Il tipo di bellezza colta nel suo esser potenziale è quanto di più affascinante esista. La disperazione di Demetra alla notizia del rapimento della figlia descrive tutta l’angoscia al pensiero di non poter assistere alle trasformazioni cui va incontro una figlia.

L'identità come metafora viva

L’identità di Persefone appare simile a quella del ricorso alla metafora in formazione. La vicenda della ragazza esercita la funzione che in formazione si affida al linguaggio metaforico. La metafora è strumento cognitivo. Una buona metafora può essere metodo, Persefone è metafora da esplorare. L’attimo del rapimento è spazio e luogo della produzione del linguaggio creativo. Quel che Ade rapisce e quel che fa disperare Demetra è la mancanza-perdita e il possesso-dominio.

Dopo l'istante, l'intanto

La madre (Demetra) si rivolge al più potente degli dei, Zeus, il quale decreta che la giovane trascorrerà le stagioni invernali e autunnali come divinità degli Inferi, ma durante la primavera e l’estate la ragazza potrà riunirsi alla madre e far rinascere la natura. Il passaggio dall’adolescenza a donna, la avvicina sempre di più alla madre. Attraverso il suo passaggio all’età matura, Persefone diventa Demetra.

Il tempo di Persefone ha una doppia modalità per l’esperienza dell’apprendimento e del bello: bellezza di imparare per rapimento istantaneo, per folgorazione. Il dire nasce dal silenzio e dall’esperienza del silenzio. La visione deriva dall’intuizione e dall'esplorazione del buio. Persefone viene portata via ora alle cure e attenzioni materne, ora all’amore nuziale di Ade. Rispetto alla progettualità educativa di Demetra, Persefone opera uno scarto di percorso. I tempi, le parole e i sogni di Demetra devono cedere il passo, alle parole e al destino della figlia. La progettualità di Ade deve fare i conti non solo con i legami pre-esistenti della sua annata, ma anche con la sua resistenza all’adattamento nell’aldilà.

L'enigma di Persefone

Persefone-donna offre modi di conoscenza della Persefone-kore e viceversa. La cornice di tempo e di senso creata dal ripetersi della frattura esistenziale permette l’apparire identitario. Il nome stesso di Persefone significa portatrice di distruzione, di morte. La visione di Persefone appare come una possibilità di continua trasformazione per la donna. L’identità appare mutevole non solo per le diverse relazioni che lei intesse ma soprattutto per le prospettive che lei assume.

Un’altra giovane fu strappata alla vita, Euridice, amata da Orfeo, morsa da un serpente e portata nel regno dei morti. Orfeo muoverà ogni sua nota e ogni persuasione per riavere con sé l’amata. Persefone concede che la giovane faccia ritorno al mondo terreno, seguendo Orfeo, a patto che egli non si volti mai. Orfeo cede alla tentazione perdendo Euridice.

La visione di Euridice, la sua identità, sono differenti dalla visione e dall’identità di Persefone. Quel che Euridice ha visto e che Orfeo ha intravisto è un regno in cui non ha spazio di espressione di parola. Persefone è sguardo che è apprensione, è apprendimento. Da un punto di vista cognitivo guardare non corrisponde a ricevere, guardare è ordinare il visibile, organizzare l’esperienza. Persefone diviene anche guida nei percorsi di conoscenza dell’Aldilà, diviene formatrice al mondo dei morti.

Il melograno, ovvero l'enigma dell'unità

Il mito di Persefone è questione complessa. Come spesso accade non poche divinità hanno complottato per intrecciare le fila esistenziali della giovane. Il tempo dell’apprendimento in cui si assuma la caducità del bello non ne implica uno svilimento. La bellezza identitaria dell’apprendimento che Persefone suggerisce disegna un percorso faticoso, di discesa agli Inferi. L’apprendimento di Persefone mostra l’identità divenir bellezza pur nella dimensione del ritiro e della discesa.

Il melograno è un frutto della simbologia multiforme. In alcune tradizioni orientali, la mela offerta da Eva e Adamo fu proprio un frutto del melograno, ha caratteristiche psicotrope che il frutto è in grado di esprimere. Maometto ne raccomanda l’uso per evitare l’invidia altrui, nella tradizione ebraica è simbolo di produttività, ricchezza. Il melograno rappresenta due aspetti enigmatici e di apprendimento:

  • Il frutto del melograno è unità che contiene e garantisce la molteplicità.
  • Il melograno è contemporaneamente uno e molti, in termini di coesistenza di chiaro-scuro. Il frutto singolo dà accesso a una visione determinata e possibile, il frutto composto apre l’immaginazione a una nuova pertinenza concettuale.

Ogni mito terminava con un apprendimento proposto. L’identità appresa e da apprendere era ed è un’identità che è fatica e cucitura di senso. È storia. Durante le feste in onore di Persefone e Demetra l’uomo imparava a pacificarsi con la fatica e con l’apparire e lo sparire dei frutti del proprio lavoro.

Relazioni e bellezza: Orfeo

Apprendere l'altro

Apprendere significa imparare, acquisire conoscenze e abilità che ci mutano, tra le più impegnative vi è conoscere l’altro. Imparare l’altro lo fa essere simile o differente da me. L’altro richiede apprendimento attraverso il quale l’altro diventa relazione con me.

Il sentimento dell'altro

L’altro è condizione di relazione e pensiero, prima di ogni riflessione è rappresentazione concettuale. Nel sentimento si esprime il nostro “sentire”, il modo con cui ci impossessiamo del mondo. Il sentimento è il modo in cui siamo coinvolti nella comprensione e nel riconoscimento degli altri. L’altro è immediatamente sentimento, guidandoci nel pensarlo nel farcene un’idea. Il sentimento è una condizione imprescindibile attraverso la quale si apprende il mondo e la realtà. Il rapporto che lega sentimento ed emozioni costituisce la direzione, la via che pre-dispone le emozioni a manifestarsi.

Nel sentimento non troviamo una reazione ma una relazione. Il sentimento è fondamento prioritario e imperativo di conoscenza.

Per un'educazione sentimentale

Apprendere l’altro richiede di dedicarsi a comprendere anche ciò che ci coinvolge, conoscenza di sé che hanno sagomato i modi con cui sentiamo, le nostre percezioni e le nostre emozioni plasmano la vicinanza con l’altro. Nel sentire l’altro siamo sempre in ascolto di noi stessi. Com-prendere i nostri sentimenti significa disvelare la trama che li indirizza. Imparare ad apprendere l’altro è un’educazione sentimentale, se il nostro modo di sentire si è plasmato sulla base della nostra esperienza.

Educare i nostri sentimenti significa interrogarci e di distanziarci da noi stessi. Husserl ha chiamato questo atteggiamento epoche: capacità di sospendere ogni convinzione, valutazione, attenzione, attenzione al mondo delle idee e dei concetti. Porci in ascolto del nostro sentire significa adottare allo stesso tempo una prospettiva dubitante e accogliente. Via dell’educazione sentimentale è un progetto di autenticità, che porta ad arricchire il respiro con cui sentiamo il mondo e lo facciamo nostro. È imparare a stare nei labirinti e nelle ambiguità del sentimento attraverso il dubbio.

Orfeo e la bellezza

Orfeo nasce da Eagro, re della Tracia e dalla musa Calliope. Per altre versioni sarebbe figlio di Apollo e Calliope. È una figura ispirata da Apollo, è eroe benefattore del genere umano, promotore di sviluppo e delle arti. Orfeo è artefice di bellezza, non solo contemplativa ma produttrice. Apollo dona a Orfeo la lira e le muse gli insegnano a usarla. Abilità di generare bellezza, che accompagna Orfeo e ne decide le sorti. Dapprima partecipando alla spedizione degli Argonauti, alla ricerca del vello d’oro.

La bellezza del suo canto che utilizza per cercare di riavere Euridice, morsa da una serpe. Orfeo commuove gli abitanti dell’Ade, per essere traghettato negli Inferi, e Persefone che commossa persuade Ade a lasciare che Euridice torni a casa. Ed è infine la bellezza la ragione della morte di Orfeo. Disperato per la perdita di Euridice, cessa di cantare, scelta che lo condanna a essere dilaniato dalle Menadi. Aspetti importanti del mito:

  • L’apprendimento dell’altro come desiderio;
  • Morte ed equilibrio del desiderio;
  • Incontro dell’altro e pathos;
  • La distanza della bellezza;

Apprendimento dell'altro come desiderio

Platone: connessione tra la possibilità di conoscere il mondo e la relazione con la bellezza e il desiderio. Non esiste idea che non sia anche collegata a un sentire, a un percepire, un immaginare. Non esiste rappresentazione del mondo che non sia anche un sentire. Orfeo è eroe capace di bellezza, che appartiene all’aspetto del corpo alle sembianze fisiche. La bellezza che produce con la musica, che utilizza per generare relazioni e per influenzare le relazioni. Le sirene, incantano gli Argonauti, ma il canto di Orfeo supera quella del canto delle sirene e sblocca l’incantesimo conquistando il cuore degli argonauti.

Orfeo ci mostra il legame che salda le persone a un desiderio attraverso la bellezza e come il desiderio, è connesso alla bellezza, sia il modo più profondo attraverso il quale la persona indirizza le proprie relazioni. Non vi è possibilità di vivere e sentire la bellezza senza un potenziale desiderio. Anche nell’amore per Euridice troviamo il legame tra bellezza, desiderio ed eros. Apprendere l’altro non significa semplicemente saperne descrivere aspetti, tratti e modi comportamento. Allora non vi è apprendimento dell’altro senza desiderio. Il desiderio è una cerniera sensibile e sentimentale con il mondo che agisce lungo la rotta della bellezza. Orfeo, tiene legati a sé gli Argonauti e ottiene partecipazione, ascolto e aiuto.

Morte ed equilibrio del desiderio

Non tutto il desiderio ha modalità e forme che producono un apprendimento degli altri. Vi sono desideri che danneggiano la relazione. La relazione tra morte e desiderio è un tema centrale nella possibilità per il desiderio di essere viatico di incontro dell’altro. La morte come cessazione è fonte e indirizzo del nostro desiderare. Mito di Orfeo, principali temi: relazione desiderio-morte-bellezza. Relazione complementare e non solo antagonista. Orfeo si trova ad affrontare e a contrastare la morte. Alla morte si oppone la vita.

Orfeo conquista cooperazione e aiuto attraverso l’infinito del desiderio. Per avvicinare l’altro il desiderio deve essere consapevole di ciò che può distruggere e danneggiare questo legame. Si apprende l’altro avvicinandolo con una bellezza capace di contrastare ciò che è l’altra faccia della relazione. Per com-prendere l’altro occorre squilibrarsi, affrontare la separazione di ciò che mi appartiene come pregiudizio. Il desiderio che avvicina l’altro sa il rischio che corre, di poter soffrire, di poter essere deluso. Ognuno costruisce un proprio equilibrio emozionale, che stabilisce il mondo che si accoglie, ma anche quello che si rifiuta o si ignora. L’incontro con la bellezza produce un varco in questo equilibrio, desiderio che potrà incontrare l’altro. Imparare l’altro significa allenare un sentimento per la bellezza.

Incontro dell'altro e pathos

Il nostro sistema emozionale classifica la natura delle relazioni che instauriamo con le persone. Le emozioni, vigilando sulla nostra sopravvivenza. L’altro, difficilmente rimane una persona neutra. La passione è un sentire che non ha un legame esplicito e diretto con la conoscenza. Pathos nell’esperienza della Grecia antica assume illuminanti significati: affetto, dolore, emozione. Pathos è la risposta emotiva funzionale a poter orientare il nostro comportamento. Ci informa se possiamo avere fiducia o timore, sono tre i modi attraverso i quali si manifesta il nostro pathos: simpatia, anti-patia, em-patia.

Simpatia significa con, ma anche insieme a. simpatia è necessaria per delimitare un terreno di socializzazione e di relazioni, di legami e di comunicazioni. Antipatia significa invece di, in cambio di. La persona antipatica non è la persona che rimane indifferente. L’empatia esplora un’altra dimensione complessa di relazione. Essa implica una profonda connessione emotiva e comprensione dell’altro, permettendo di vedere il mondo attraverso i suoi occhi e di sentire le sue emozioni. Questo livello di connessione può facilitare un apprendimento più significativo e trasformativo, in cui si accetta l'altro in tutta la sua complessità e diversità. L'empatia richiede un'apertura e una disponibilità a comprendere realmente l'altro, promuovendo una relazione basata su un genuino interesse e rispetto reciproco.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tinez1999 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Mancino Emanuela.
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