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Cambiamenti incantevoli: bellezza e possibilità di apprendimento

Docente: Emanuela Mancino

Capitolo 1

La bellezza è connessa all’apprendimento. La dimensione estetica suggerisce una cornice dell’imparare e dell’insegnare. Il bello incontra l’apprendimento costituendo condizioni di selezione e attenzione e fatica dell’apprendere. Appare importante cogliere il ruolo dell’attenzione ai nostri legami apprenditivi con la bellezza, per poter altresì far emergere come il desiderio e il piacere di imparare siano una fondamentale condizione in grado di veicolare l’esperienza della formazione.

La pratica di imparare implica un piacere: un piacere che comprende fatica e che insegna, per chi voglia o sappia o sia educato a coglierla, l’arte stessa di imparare. La bellezza, vissuta come linguaggio dell’apprendimento, arricchisce la pratica di apprendere ad apprendere. Ecco che il godimento di imparare può allora declinarsi ulteriormente e divenire parola più lenta e quasi esitante: la pratica di conoscere si fa piacevolezza. Ma anche angoscia. Il bello non viene assunto consapevolmente.

La bellezza non chiede di essere definita, ma di essere riconosciuta. Per farlo disponiamo di strumenti critici messi a punto tramite l’interazione di intenzionalità e incantamento. Queste due sono andamenti, sono azioni e permettono al soggetto di andare a spostarsi, realizzando al contempo una re-visione del bagaglio di tali percorsi. Lo sguardo che ne deriva invera una crisi che si muove all’interno del tempo.

La possibilità di leggere gli intrecci di bellezza suggerisce una ricerca di quelle tesi del mondo che sono sottese al nostro pensiero, al nostro agire e sentire. Per questo la bellezza sarà anche mostruosa esaminatrice, interrogandoci come un mostro che con gli occhi ridenti schiuda le porte di uno spazio vietato. La bellezza connessa all’apprendimento permette di rendere più facile l’accesso ai propri progetti interni e si disegna un campo vasto che comprende il piacere, il desiderio, l’appagamento e la mancanza.

La bellezza di apprendere non manca di racchiudere la multiformità delle motivazioni che spingono all’apprendimento e tale tratto ne amplifica le possibilità di azione, offrendo alla bellezza lo spazio più potentemente formativo: l’ambiguità. Conoscere ha a che fare con la bellezza perché imparare è gesto che seduce chi impara. L’apprendimento ha a che fare con la bellezza perché entrambi stimolano il pensiero a muoversi verso spazi difficili da dire, verso luoghi da descrivere di volta in volta, disegnando sempre nuove appartenenze.

Impossibile sarebbe fondare un pensiero sulla bellezza dell’apprendimento come principio critico assoluto. La dimensione estetica dell’imparare si intende nella possibilità della bellezza di farsi segno verbale. Nell’esperienza estetica quel che rimane della bellezza è rintracciabile nei momenti in cui essa entra in gioco con l’esperienza della conoscenza e dell’immaginario. Così si vedrà il vissuto estetico nella possibilità che il soggetto possiede di esprimere ciò che rinvia alla bellezza e che quindi la mette in opera.

Ciò pone l’attenzione all’evento di relazione, all’evento di apprendimento. Questo sarà allora pratica di senso, quel che acquistiamo possiede un carattere seduttivo che si connette al piacere estetico. Lo stupore non è da apprendersi solo lontano dalla selva che popoliamo nel nostro immaginario e il nostro agire quotidiano. È nella radura che impariamo ad abitare le cose e le relazioni. Lo stupore è compagnia indispensabile del pensiero. Stupirsi allora non sarà come immortalare la bellezza. Il gesto di osservare il mondo non era solo nello stupore, ma nella passione di vedere.

Il rapporto che stabiliremo con la bellezza si svolge quindi all’insegna della possibilità di ricercare il senso della bellezza di imparare, nella multiformità delle possibilità che abbiamo di guardarlo. Così l’ambiguità della bellezza sarà maestra di apprendimento mostrando altre vie di godimento: il piacere non risiede unicamente nella soddisfazione epistemica.

Apprendere sotto il segno della bellezza è gesto poetico e poietico: corrisponde a un dire e un fare non oggettivanti ma rilevanti. La ricerca del senso della bellezza si muove all’insegna di un atteggiamento eidetico. La forma del bello ha infatti una sua visione; questa spinge la ricerca di senso. L’assenza della bellezza non è accessibile se non attraverso la situazione singolare nella quale appare. Perciò il nostro pensiero dovrà declinarsi, muoversi, piegarsi, a una comprensione tanto più difficile quanto articolata.

Per ricostruire le forme che intrecciano i processi di apprendimento con le regioni dell’estetica si attraversano i territori della bellezza cogliendola come a-temporale e a-topica essenza mitica. La proposta di questo testo suggerisce modi e forme attraverso i quali la formazione e l’apprendimento possono beneficiare e trarre nuove potenzialità grazie a una padronanza e a un governo della relazione estetica del soggetto con la realtà.

La bellezza sarà intravista e rintracciata assecondandone l’ambivalenza intrinseca, percorrendo nei pensieri di apprendimento in cui si manifesta. L’andamento del testo si connota per una ritmicità e scansione narrativa in tensione di armonia con la temporalità che costituisce il tratto caratterizzante della sfera del sensibile.

La bellezza trascende la storia e ogni suo legame con l’apprendimento. L’esplorazione del legame tra bellezza e conoscenza non potrà pertanto avere contorni prescrittivi. Per farlo si è scelto un metodo di indagine che valorizzasse il carattere procedurale dello spazio estetico di apprendimento: il mito. Il mito è prima di tutto un insieme di enunciati discorsivi, di pratiche narrative. Bellezza e mito si assomigliano. Il mito sarà quindi un possibile dell’apprendimento, un possibile della relazione formativa con la bellezza. Il valore procedurale del mito è nel suo significato di essenza in forma verbale. È simbolo del conoscere creativo, trascendente la storia.

Accoglie atteggiamenti duplici: non prendiamo il mito ma lo apprendiamo individuandone la forma, superandone il limite, spingendolo oltre. Ogni apprendimento del mito tende a ridefinire il mito stesso. Il racconto di creature, eroi, dei e prodigi è e riesce a essere situazione concreta, esistenzialità. Da cui partire, facendone metodo, secondo un principio di bellezza che non ha come approdo l’idea mitizzata del bello, ma l’autenticità mitica. Il racconto di gesta e personaggi straordinari insegna a fare del possibile, del cambiamento – quindi dell’apprendimento – un organo trascendentale di formazione.

Con l’ausilio del mito intendiamo osservare come l’apprendimento riesca a prelevare la bellezza per i valori sempre nuovi. Il senso non è in ciò che il mito racconta, è qualcosa che lo accompagna. Non è ciò che il racconto dice, ma è il fatto che lo dica, è la possibilità che apre perché ci sia una comprensione, una condivisione. Il mythos indica il pensiero, ma anche la parola nella quale il pensiero è espresso. Tocca il sacro, il mito, perché ritualizza il gesto di imparare. È narrazione di una metamorfosi perché esibisce il cambiamento e invita, con diverso titolo, strumenti, desideri e mezzi, ad abitarlo. Il racconto antico dice la bellezza di apprendere in quanto non concede alcun valore, non spiega, non insegna.

Un mito ha un potenziale di provocare comportamenti. Se diventa uno strumento di condizionamento sociale, muove secondo vettori di etica, di condotta. Il racconto mitico è il linguaggio che produce un significato nella modificazione dei segni che lo costituiscono. La verità che ne risulta è sottratta alla verifica di ciò che effettivamente avviene. È uno spazio pericoloso, quando se ne dia una lettura chiusa. La bellezza chiede attenzione e il mito insegna a costruirla. Educare ed educarsi allo sguardo sul proprio apprendere corrisponde all’apprendere lo stupore come possibilità di una contemplazione che ammira. Il mito insegna e dice ma non predica. La sua impermanenza ci indica il carattere non risolutivo di una idea o di un concetto su di lui. Al mito e alla bellezza si deve concedere di attraversare il tempo penetrando nella realtà. Il mito e i miti che seguiranno avranno l’incarico di farsi vuoti per l’apprendimento della bellezza. Il mito è dunque esperienza di questo spazio non ancora pieno.

Capitolo 2

Il tema dell’identità scatena la necessità di definire e riconoscere. Il legame che si crea connettendo apprendimento e identità richiede uno sforzo a imparare l’identità attraverso l’acquisizione degli strumenti per avvicinarla, osservarla, favorirla. Il confronto con l’identità mette in campo un’esperienza di attenzione alla bellezza. Si tratta di una bellezza che quasi più di altre è connessa al cambiamento, alla trasformazione, allo sguardo. È Heidegger a inaugurare un pensiero più mobile: l’identità va considerata come una questione aperta che appare dunque in dialogo e in confronto.

L’identità appare soggetta all’altro, al dubbio e alla forma. Esiste un’identità che permane, resta e resiste. Tale resistenza sembrerebbe esserne la sostanza che fa sì che l’identità assuma un ruolo. Linguaggi, tempo e alterità divengono misura dell’identità. Il linguaggio dell’identità risponde ai richiami del cambiamento e delle relazioni. Tale richiamo corrisponde a una vera e propria vocazione.

L’identità trova nel mito una struttura e uno strumento in grado di definire i contorni di ciò che rimane e di ciò che muta; di ciò che è l’identità. Il soggetto di fronte all’identità si costruisce attraverso la percezione storica del tempo e di sé nel tempo. Il linguaggio dell’identità ha sempre più a che fare col tempo e ancora di più con il cambiamento. Connettere apprendimento, identità e bellezza implica considerare l’esperienza come un territorio in cui è necessario scoprirsi.

L’instaurarsi lento della bellezza corrisponde a un apprendimento in grado di assaporare il dialogo e l’integrazione con ciò che si nasconde o che è in ombra. L’apprendimento suggerito dalla connessione di bellezza e identità corrisponde dunque a un percorso di attraversamento continuo dell’esperienza come enigma. Diviene un percorso iniziatico in grado di far attraversare le soglie non solo di ciò che sia già noto, ma finanche di ciò che è armonioso, bello e felice. Apprendendo un viaggio oltre la bellezza come accade a Persefone.

Persefone è una giovane donna con tratti infantili e ingenui ma caratterizzata da una bellezza promettente. La madre le ha chiesto di raccogliere per lei dei fiori di zafferano e la fanciulla è catturata dall’inatteso splendore e dal profumo del fiore. In quell’istante fu vista e in un sol colpo amata e rapita da Ade e fu trascinata nel regno dei morti. Lei è tanto bambina da provare dolore anche per la perdita di tutti i fiori raccolti tanto meticolosamente. La maggior parte delle energie e delle metamorfosi avviene nell’istante in cui il dio afferra e trascina con sé la ragazza. La rigogliosa bellezza di Persefone attira il desiderio di Ade. È difficile resistere alla tentazione di afferrarla con rapacità e di usare quella bellezza per farla propria. Il tipo di bellezza colta è quanto di più affascinante esista. Appare materia grezza da plasmare e da indirizzare.

La vicenda della ragazza rapita esercita la funzione che in formazione si affida al linguaggio metaforico. La metafora è ritenuta uno strumento cognitivo ma corre il rischio di chiudere il suo potenziale. Persefone è metafora da esplorare: trovare un territorio la cui identità è metaforica significa incontrare delle fortunate eventualità di una bellezza sempre pronta a declinarsi a seconda delle potenzialità espressive che più siano opportune.

Persefone è stata rapita e la notizia arriva alla madre che si lacera per il dolore e vaga alla sua ricerca. Si rivolge a Zeus il dio dell’Olimpo che pensa di risolvere la questione e di placare la madre. La giovane sarebbe stata restituita alla madre solo nel caso in cui nel periodo della sua reclusione non avesse toccato cibo. La ragazza aveva ceduto in un sol punto mangiando un chicco di melagrana ed in questo era stata osservata e spinta dal delatore di turno. Zeus decreta che la giovane trascorrerà le stagioni autunnali e invernali come divinità degli inferi, sposata forzatamente con Ade, ma durante le stagioni estive e primaverili la ragazza potrà riunirsi alla madre.

La sua esistenza sarà dicotomica: da una parte il buio dell’oltretomba e dall’altra il recupero del legame che le permette la levità di una fanciullezza primaverile e perenne. L’esperienza di donna adulta ha trovato nel caso di Persefone un sofferente passaggio evolutivo; la trasformazione della ragazza a donna è stata segnata da una violenza. Il mito di Persefone rappresenta un interessante riferimento identitario relativo alle trasformazioni e ai passaggi esistenziali. Il passaggio dall’adolescenza che rende Persefone non più ragazza ma donna la avvicina sempre più alla madre. L’identità rapita si trasforma in identità consapevole del proprio potere di risvegliare il desiderio.

Il tempo di Persefone ci suggerisce una doppia modalità per l’esperienza dell’apprendimento e del bello: la bellezza di imparare per folgorazione. Ade fa tutt’uno del vedere la ragazza, trovarla irresistibile e farla sua. Per contemplazione analitica, invece, Persefone coglie i fiori e ne fa ghirlande. Da una parte si impara per folgorazione e intuizione. Dall’altra si apprende per un lento assaporare di ciò che si impara. Ciò significa anche accettare la non immediata visibilità di ciò che si impara e dei cambiamenti che la propria identità riporta grazie all’apprendimento.

Il momento fondamentale di tale trasformazione identitaria e del sapere si realizza attraverso a necessità dell’istante sopra esplorato. Dal punto di vista dell’evoluzione identitaria della ragazza, che transita dalla condizione di figlia a quella di moglie, il passaggio assume sia i contorni di un continuo possibile rinnovamento, sia la rappresentazione simbolica di una convivenza di personalità e maschere relazionali.

Il mito di Persefone ci mostra una discesa agli inferi come via per la risalita primaverile alla condizione di giovinezza che transita attraverso passioni tristi. La riflessione filosofia del mito si sofferma sulle due dimensioni identitarie della donna. Le due identità permettono di avvicinarsi alla bellezza di ciascuna condizione cogliendola come evento.

Il narciso è il fiore e il veicolo che addormenta nella ragazza i miti dell’identità identica a se stessa. Con un narciso che attrae per bellezza e mistero era iniziato il ratto di Persefone e con un melograno si compie il suo ciclico destino diviso. Da una parte un fiore che si rinnova, che rappresenta l’irrefrenabile amore per la conoscenza di sé. Dall’altra un frutto dalla simbologia multiforme.

La caratteristica che ne fa un elemento proibito si connette ad alcune caratteristiche psicotrope che il frutto è in grado di esprimere: dai fiori e dalla corteccia si ricava un’essenza allucinogena, tossica, in grado di aprire porte tra i mondi. La sua proprietà di frutto che contiene numerosissimi semi ne fa un evidente simbolo di fertilità. Si può notare come il melograno rappresenti essenzialmente due aspetti enigmatici e stimolatori di apprendimento:

  • Il frutto del melograno è un’unità che contiene e garantisce la molteplicità. Racchiude nel suo senso la possibilità di differenti esperienze e convivenze dell’identità.
  • Il melograno è contemporaneamente uno e molti, rappresenta la possibilità di trasformare la nostra visione del mondo. La parte più fenomenica è visibile. Il melograno proprio come fa la metafora, sospende la referenza ordinaria del frutto e ne apre una secondaria che si mostra divisa e proporzionata.

Dopo aver mangiato i chicchi di melograno Persefone ha accesso a una dimensione che la lega all’esperienza di un doveroso passaggio di identità.

Capitolo 3

Se apprendere significa imparare, acquisire conoscenza e abilità, tra le più impegnative e determinanti esperienze di apprendimento vi è conoscere l’altro. Imparare l’altro in ciò che lo fa essere simile o differente da me, c’è impadronirmi delle modalità per ascoltarlo in modo da comunicare efficacemente con lui. Altro, prima di ogni modalità, è condizione di relazione e pensiero e un’esperienza sentimentale. Il sentimento costituisce quella modalità di entrare in relazione con il mondo. Nel sentimento si esprime il nostro ‘sentire’, il modo con cui ci impossessiamo del mondo. Il sentimento è il modo con cui siamo coinvolti nella comprensione e nel riconoscimento degli altri. Non vi è conoscenza dell’altro senza un sentimento, ovvero senza l’esperienza immediata, diretta di ciò che proviamo e accogliamo attraverso lo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marta.franceschina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Mancino Emanuela.
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