Reboul – Apprendimento, insegnamento e competenza
Apprendere, che cosa significa?
I tre significati di apprendere.
- Apprendere che (sapere che): questa costruzione fa dell’atto di apprendere un atto di informazione. Il suo risultato è la conoscenza di una notizia, di un dato informativo.
- Apprendere a (imparare a): l’atto dell’apprendere è un apprendistato, nel vero senso della parola.
- Apprendere: il verbo qui si usa come intransitivo. Indica un’attività il cui risultato è comprendere qualche cosa.
Imparare ad essere
Ci sarebbe una quarta forma dell’apprendere, che non avviene in un’istituzione formalizzata, ma nella vita e che si potrebbe indicare con “Imparare ad essere”. Essa è un’esigenza fondamentale: se così non fosse, tutto ciò che viene appreso rimane esteriore e futile. Di fatto, ad essere non si impara su comando; così come non si impara ad essere genitori senza esserlo nel momento.
Apprendere e insegnare
Apprendere non è un verbo passivo. Di fatto, apprendere è un atto che il soggetto esercita su sé stesso. Inoltre si può apprendere senza insegnante, e anche senza insegnamento. Apprendere diviene il correlativo di insegnare sotto due condizioni: che si sia sottoposti a un insegnamento e che esso abbia raggiunto il suo scopo.
La scuola nella vita
Taluni, come Carl Rogers, vorrebbero trasformare la scuola sopprimendo l’insegnamento e lasciando liberi gli alunni di organizzarsi per apprendere per conto proprio. Altri, come Ivan Illich, arrivano fino a richiedere la soppressione della scuola a profitto della vita. La tesi che l’autore propone a questo punto è: “L’insegnamento prepara alla vita creando situazioni che simulano quelle della vita senza confondersi con esse”.
Che cosa è apprendere? È acquisire un’informazione, o un saper fare, o una comprensione. L’autore propone tre tesi:
- Ci sono tre maniere di apprendere che differiscono non soltanto per la loro struttura, ma per il loro valore; l’apprendimento pratico è superiore all’informazione e la comprensione all’apprendimento pratico.
- Per apprendere molte cose al di fuori di ogni insegnamento è necessario un apprendimento organizzato per far apprendere che prepara ad affrontare le situazioni della vita simulandole.
- Dimostrare che l’insegnamento è a servizio dell’alunno.
Capitolo 1 – L’informazione
Informazione e formazione. È impossibile reperire un’informazione in modo tale che non comporti alcuna attività da parte del ricevente. In argomento sono possibili tre osservazioni:
- Ci si informa, si va alla ricerca di una notizia. C’è quindi un’attività.
- Per quanto semplice, l’informazione deve essere assimilata dal suo destinatario.
- Ognuno riceve l’informazione più o meno bene a seconda che essa corrisponda ai suoi bisogni e interessi.
Le due fonti dell’informazione
- La prima è quella che Spinoza chiama “il sentito dire”, cioè tutto quanto si riceve dagli altri. Può essere diretta (da bocca a bocca) o indiretta (nel caso dei media).
- La seconda è l’esperienza, e cioè tutto ciò che i nostri sensi ci insegnano sulle cose e sul mondo. È superiore al sentito dire poiché implica un’attività: l’uomo fa le proprie esperienze.
Spinoza stesso afferma che entrambe le fonti sono ingannevoli. Di fatto, tutto ciò che si apprende dagli altri o dall’esperienza, lo si apprende senza comprenderlo.
L’informazione è un insegnamento?
Per questo molti razionalisti tendono a ridurre nell’insegnamento la parte informativa, screditando l’insegnamento in quanto informazione. L’informazione si oppone alla formazione in quanto è nello stesso tempo passiva e disorganica, specie nel caso in cui le informazioni sono date in massa. Si rimprovera questo anche all’insegnamento tradizionale. Qualunque sia la sua fonte, il sentito dire o l’esperienza, la pura informazione è analoga a un lessico senza sintassi. Apprendere una massa di parole, infatti, non vuol dire apprendere una lingua.
Il valore dell’informazione
L’informazione è essenzialmente pragmatica. I sensi, per Cartesio, forniscono indicazioni che non sono ingannatrici, proprio perché non pretendono di essere vere per la mia mente, ma semplicemente utili alla mia natura composita. Con la loro varietà, le percezioni mi informano non sulla natura delle cose, ma sulla loro utilità o la loro nocività nei miei confronti, in quanto totalità organica, essendo queste informazioni messe in me per significare alla mia mente quali cose sono convenienti o nocive al composto di cui è parte. E se la verità di un’informazione è nella sua utilità, la sua utilità è in funzione del codice che le dà potere significante.
Informazione e pubblicità
Il linguaggio corrente distingue chiaramente i due termini, la prima come disinteressata e la seconda come utilitaria e parziale. In realtà la distinzione non consiste in questo. L’informazione diffusa dai media non è disinteressata né obiettiva. Dipende dall’informatore, dal destinatario, dal media stesso. D’altra parte, la pubblicità pretende anch’essa di informarci, di farci conoscere l’esistenza e il valore di un prodotto. La differenza è questa: che la pubblicità informa soltanto per spingere in una certa direzione.
Porre l’informazione al suo livello
La pubblicità ci insegna in ogni caso che un’informazione è tanto meglio ricevuta e ritenuta quanto più risponde a un bisogno del destinatario. DI fatto, l’informazione diventa condannabile quando essa non rimane sul piano dell’utilità, ma si atteggia a verità. Per esempio quando si scambia un rimedio da comare per una regola di medicina. Un’informazione per sua natura non è mai scientifica. Nel XIX secolo, Le Verrier scoprì l’esistenza di Nettuno attraverso il calcolo. Fu sicuro della sua esistenza solo quando all’osservatorio di Berlino apprese che il suo pianeta era presente all’appuntamento. Mentre per gli astronomi si trattava di un’informazione scientifica, per i giornalisti no; essi la diffusero senza conoscerne la spiegazione. Apprendere che non permette mai di sapere, ma di vivere.
Informare e Insegnare
Pedagogia della continuità o della rottura? Se la verità dell’informazione si riduce alla sua utilità, in che modo essa è utile all’insegnamento? Sentito dire e esperienza costituiscono ciò che gli Antichi chiamavano la Doxa, l’opinione. L’opinione, in quanto sostanzialmente pragmatica, avendo come fine l’utilità e non la verità, poiché tende a prendere e non a comprendere, costituisce un vero ostacolo epistemologico. Una pedagogia vera non può accontentarsi di insistere sulla continuità necessaria tra l’esperienza del bambino e la sua vita scolastica; in breve, sulla continuità tra il bambino e l’alunno. Una pedagogia vera ha l’obbligo di insistere in ugual misura sulla rottura: rottura indispensabile tra la doxa e l’episteme, il sapere che soltanto l’insegnamento gli può permettere di acquisire.
Del buon uso dell’informazione nell’insegnamento
- L’informazione nell’insegnamento è sempre al servizio di un’attività superiore, cioè dell’apprendimento pratico e teorico: non è mai fine a sé stessa.
- Se l’insegnamento non vuole cadere nell’indottrinamento, utilizza l’informazione in maniera critica, fornendo agli alunni tutti i mezzi per sottoporla a ricerche e sviluppando in essi lo spirito di analisi e di confronto.
- L’insegnamento, infine, deve insegnare ad informarsi, a riunire i documenti concernenti una questione, ad analizzarli e classificarli.
La memoria e i punti di riferimento
L’informazione, nell’insegnamento, è data per essere ritenuta. Ciò non è necessario in altri casi. Vi è anche da considerare la distinzione delle due espressioni “a memoria” e memoria: da una parte l’eliminazione progressiva degli errori, dall’altra un metodo attivo che fa sì che venga ritenuta l’informazione di cui si ha veramente bisogno. È fondamentale il riconoscere ed utilizzare punti di riferimento. Essi sono informazioni privilegiate che permettono di localizzare una massa di informazioni nello spazio e nel tempo, di distinguere un elemento in un insieme. Concludendo, apprendere che resta la forma inferiore dell’atto di apprendere; e l’informazione, nella misura in cui rimane non compresa, non ha altra verità che la sua utilità. L’informazione non è dunque insegnamento, poiché in sé stessa non dà né saper fare né sapere. Tuttavia essa è indispensabile.
Capitolo 2 – L’apprendimento pratico: Apprendistato
L’acquisito e l’appreso. L’apprendistato non è l’acquisizione di un comportamento qualsiasi, ma del potere di produrre dei comportamenti utili al soggetto o agli altri. Esso è quindi l’acquisizione di un saper fare, cioè di una condotta utile al soggetto o ad altri, e che egli può ripetere a sua volontà se la situazione è adatta.
L’addestramento
La qualità di un saper fare dipende dalla maniera in cui è stato acquisito. Questa ipotesi è confermata dalla scarsa stima che viene accordata all’addestramento.
Il condizionamento Pavloviano
L’addestramento, nel senso più tecnico, corrisponde al condizionamento Pavloviano che, per associazione, trasferisce il potere di un dato stimolo su un altro oggetto. Osserviamo infatti che l’addestramento degli animali si fa in larga parte proprio in questo modo. Lo schiocco della frusta diventa segnale del dolore e lo sostituisce, ad esempio.
L’addestramento in senso popolare: automatismo e sofferenza
- Un risultato, una condotta automatica, utile a tutt’altri che al soggetto stesso.
- Un mezzo di acquisizione.
Si potrebbe dire che la sofferenza sia una lezione in quanto essa dissuade il soggetto dal compiere atti dannosi a sé o agli altri; ad esempio, il bambino che si è scottato, non toccherà più il fuoco. Resta però da dire che la sofferenza non è affatto sempre educativa. Può inasprire o scoraggiare. Non è la sofferenza in sé che educa, ma quella forma tutta particolare della sofferenza che è la prova. La prova eleva l’uomo perché gli fa prendere dolorosamente coscienza dei suoi limiti dandogli nello stesso tempo sufficiente slancio per superarli. In questo caso, essa eleva l’uomo.
Addestramento e apprendistato
- L’addestramento è una costrizione esteriore che impone al soggetto di acquisire certe precise condotte, senza che venga fatto appello alla sua iniziativa.
- L’addestramento non prende in considerazione i gusti, i desideri e le aspirazioni del soggetto.
- Nell’addestramento, la correzione del comportamento si fa attraverso una pena reale che agisce meccanicamente sull’individuo.
- La condotta acquisita con l’addestramento è un automatismo cieco, che si scatena quando le circostanze sono favorevoli, senza che il soggetto possa trasformarlo per adattarlo.
- La condotta acquisita con l’addestramento non è né trasferibile né generalizzabile, contrariamente a quanto si verifica in un vero saper fare.
Anche se l’acquisizione di un saper fare comporta spesso una parte di addestramento, l’addestramento in sé non conferisce alcun saper fare.
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