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Intervista a Machiavelli

Parte prima

Antonio De Simone

Il conoscere discosto: la vita del conflitto

Machiavelli, il potere e noi

Machiavelli, il classico nella faglia del presente! Noi e Machiavelli tra cultura, filosofia e politica!

Epilogo, Homo agonis. Conflitto e potere nell’ontologia dell’umano

Machiavelli, il classico nella faglia del presente

Per comprendere e interpretare la natura, lo spirito e la qualità dei tempi, del presente, e i possibili significati che configurano di volta in volta la complessa enigmatica morfologia dell’attualità, non solo è necessario ma è indispensabile rifarsi ai classici e all’utilità dei saperi umanistici.

L’incontro con un classico può cambiare la vita di ciascuno di noi perché quando tutto muta il classico permane.

L’agire in modo tecnologico ci ha reso confusi e disorientati. Comprendere i classici può davvero cambiare la nostra vita.

I classici decifrano le contraddizioni del presente andando oltre la loro superficialità perché, come sostiene Louis Althusser che legge e interpreta Machiavelli, “La novità può risiedere solo alla superficie delle cose, non concerne che un aspetto delle cose...”

Siamo abitatori dell’oggi, del presente a fronte di un passato, di una tradizione e di un possibile futuro.

Da come trattiamo il presente possiamo comprendere che tipo di filosofia vogliamo.

Per gli stoici il tempo è eterno e immutabile e come ha scritto Goldschmidt è soltanto nel tempo che tutte le cose si muovono ed esistono.

Il presente dunque, si presenta all’uomo come unica realtà dove poter compiere le proprie scelte.

La più sfuggente esperienza di tempo da decifrare è dunque quella del Carpe Diem.

I classici ci aiutano a dare una risposta a questa esperienza.

Seneca nel Brevitate Vitae parlando del tempo come la cosa più preziosa di tutte accusa gli uomini di essere incapaci di dare valore al tempo: “Essi non ne hanno coscienza, perché è immateriale, perché non cade ai loro occhi, ma quando sono ammalati o in procinto di morte, solo allora ne danno valore.”

Il viaggio velocissimo della vita, “non è visibile se non alla fine”; dividendo la vita in 3 tempi (passato-presente-futuro) Seneca vuole dimostrare che neppure il passato che è la parte più certa del tempo appartiene agli uomini “le cui troppe preoccupazioni e mala coscienza impediscono di guardare indietro”.

Fuga e flusso del tempo e precarietà e contingenza delle cose caratterizzano l’umano sempre più rapito in un vortice.

L’ondeggiamento continuo delle cose umane chiede alla saggezza di apprendere l’arte di morire.

Seneca sostiene che l’uomo saggio è grande se non si fa sottrarre nulla al proprio tempo. Saggezza e tempo si uniscono: il saggio trionfa sul tempo perché ne trasforma il valore qualitativo, perché non è importante la durata ma l’uso che ne fai. L’oggi del saggio è atemporale.

Passato e futuro dunque si traducono in dimensioni psichiche dove il passato ben vissuto viene recuperato dalla memoria e il futuro liberato dall’ansia e dal timore viene recuperato dalla previsione.

Per Gadamer il concetto di classico deve essere inteso come “un modo eminente dell’essere storico stesso” cioè come “l’atto storico della conservazione che mantiene in essere un certo vero attraverso una sempre rinnovata verifica”.

Classico per Gadamer è ciò che si mantiene valido di fronte alla critica storica e si fa valere in essa. Ciò che è classico dunque non soltanto è sottratto allo scorrere mutevole del tempo e dei gusti ma in quanto è “sempre immediatamente accessibile”, è anche eterno. La sua eternità è da intendere prima di tutto come un modo proprio dell’essere storico, cioè come contemporaneità ad ogni presente nel trascorrere distruttivo del tempo.

Gadamer intende sottolineare come il classico è ciò che si conserva proprio perché significa se stesso e spiega se stesso, in quanto non testimoniando d’altro parla a ogni presente come un discorso che si rivolge particolarmente ad esso (spiega ciò facendo riferimento a un significativo passo dell’estetica di Hegel).

La classicità del classico è dunque potenzialmente contemporanea ad ogni epoca, alla destinalità del nostro essere storici. Leggere i classici permette di riflettere nella condizione umana contemporanea.

Perché leggere i classici?

Italo Calvino a tale quesito ha risposto che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. Oggi la domanda viene riformulata in: “a che servono i classici?” facendo leva sul loro valore d’uso.

Per molti aspetti i classici sono ancora i nostri compagni di studio perché ci aiutano a comprendere cosa significa orientarsi nel mondo; se riletti e interpretati criticamente possono aiutarci a ricostruire la nostra esperienza di risveglio perché viviamo in un presente incapace di esprimere il tempo vissuto.

I classici si studiano criticamente per operare una decostruzione e successiva costruzione del presente. La loro lettura non può prescindere dal contesto storico in cui hanno vissuto. I classici aiutano gli uomini a capire la loro soggettività rapportata alla questione storico-temporale.

L’agire in modo tecnologico ci ha reso confusi e disorientati; naturale e artificiale si confondono rendendosi indefiniti. Hartog, il quale con il termine “presentismo” ha portato l’attenzione sull’onnipresenza del presente e sulla molteplicità delle esperienze del tempo. Per questo Presentismo non possiede solo la forza di un’installazione di suoni e visioni, ma anche la radicalità di una forma del pensiero, una domanda sul senso del presente. Tra spazio e tempo.

Per Hartog il regime di storicità non pretende di dire la storia del mondo del passato e neppure di quella del mondo del futuro, al massimo serve a chiarirlo. Questo movimento (regime di storicità) serve a interrogarsi sul nostro rapporto con il tempo, può aiutare a comprendere i suoi movimenti di crisi. Mentre quella storicista considera il passato per sé stesso dove l’evento non avviene più soltanto nel tempo ma attraverso esso, Hartog definisce il passato in vista del presente (presentismo).

Hartog ha definito il regime di storicità appunto un concetto che serve a chiarire il tempo presente; infatti come dicevo prima può essere utilizzato come un concetto euristico che serve per decifrare i momenti di crisi del tempo presente. La questione del tempo è diventata centrale nella riflessione della contemporaneità. Nonostante il progresso tecnologico, la globalizzazione; si ha avuto il bisogno di valorizzare il patrimonio culturale antico. In questo contesto si è imposto un tempo presente: quello che appunto Hartog definisce presentismo. Il presente è vissuto come attimo fuggente, è divenuto l’orizzonte dell’inquietudine di un futuro che è inafferabile.

Gli autori contemporanei influenzano di fatto il nostro modo di leggere i classici, ma i classici devono essere trattati con rispetto, la loro lettura non può prescindere dal contesto storico. Ma nonostante ciò l’arte di utilizzare i classici risiede in una certa libertà nei loro confronti ovvero quella possibilità di porre loro domande scabrose volte a valutare ciò che in essi è ancora vivo e cosa è caduco. Nei loro riguardi occorre praticare la “libertà della riverenza” cioè la libertà di spirito critico in grado di ricostruirne il pensiero. Occorre in un certo senso metterli in scena per scoprire la posizione della concreta soggettività in un mondo della vita storico. Questo atto di lettura media continuamente con la maschera che il soggetto continuamente indossa perché a differenza del mondo antico in cui l’attore comico sul palcoscenico alla fine “gettava la maschera”, nella modernità l’umano mostra consapevolezza di stare recitando e tiene presente che il teatro fa parte della vita reale a tal punto da essere costretto ad affermare che la vita stessa è teatro.

Nella condizione umana contemporanea la confusione offusca ciò che è causa o effetto di una verità... l’io è un caleidoscopio di maschere; è sempre più difficile strappare all’uomo la sua maschera.

Nella storia del pensiero occidentale antico, moderno e contemporaneo, le figure della menzogna e della verità impegnano quasi tutte le grandi menti dei filosofi soprattutto dei filosofi politici. Nell’antica Grecia la posta in gioco è la pratica della PARRESIA intesa come attività di dire il vero a quanti detengono il potere. Per il cristianesimo e i padri della chiesa vige fermamente la convinzione che non si deve mai mentire e di non rendere falsa testimonianza. Montaigne non solo era nemico della menzogna ma era un paladino della veridicità (il primo e fondamentale elemento della virtù). Egli riteneva il mentire un maledetto vizio. La menzogna spacca il legame tra gli uomini e dissolve il vincolo umano: impedisce la comunicazione tra gli uomini rendendoli estranei reciprocamente.

Menzogna/verità: Non dimenticando che gli esseri umani come specie fanno parte anche della natura e come tali hanno l’impulso di mentire, di ingannare e di autoingannarsi possedendo quindi la virtù dell’artificialità (ovvero l’arte di nascondere e mentire). Machiavelli interessato a conoscere e scoprire la realtà effettuale dell’umano ci ha ricordato che gli uomini sono simulatori e dissimulatori. Tema principale nel pensiero di Machiavelli è l’uguaglianza tra cui ricordiamo le ISTORIE FIORENTINE. Infatti egli dice che gli uomini sono tutti uguali per natura e solo la ricchezza e la povertà li rendono diverse. “SPOGLIATECI TUTTI IGNUDI E CI VEDRETE SIMILI.”

Nei discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli scrive che “la natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa e non possono conseguire ogni cosa” perché essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquisire, ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede.

L’inquieto vincolo dell’umano si consuma dunque nella pratica del disvalore che induce l’uomo nell’uguaglianza disuguale della natura nei giri della sorte, nella sella oscura della fortuna, dell’occasione, alla grande ricerca della possibile virtù e gloria. Una visione è questa maturata dopo un’attenta ricognizione delle azioni degli uomini segnate da una conflittualità ontologica e costitutiva. Nei discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli sostiene che il tempo è padre di ogni verità perché nei vari tempi gli uomini si muovono e la qualità dei tempi è caratterizzata dall’urto dei desideri, delle paure, delle ambizioni. Dunque, l’accidentalità degli eventi, la varietà delle disposizioni e delle condizioni giocano un ruolo fondamentale nel caratterizzare la qualità dei tempi nella vita così come nella politica. La fortuna dunque secondo Machiavelli svolge un ruolo fondamentale nella qualità dei tempi. In termini Machiavelliani la fortuna è quel fattore dinamico extrasoggettivo che solo il tempo dispone. La fortuna cambia la qualità del tempo umano. La fortuna è l’incrocio tra gli uomini e i loro tempi. Solo la morte è l’accadimento estremo che lascia alla fortuna il suo tragico primato anche sui tempi. Machiavelli si è posto il problema dell’antropologia delle passioni senza aspirare ad una loro sistematicità come Hobbes e Cartesio. Senza passioni non c’è vita. L’uomo per Machiavelli è una figura contraddittoria complessa, un uomo che vive un precario equilibrio le cui azioni sono soggette all’azione cieca della fortuna che lo rendono insicuro. Per Machiavelli gli uomini sono dei simulatori alla ricerca di sicurezza. L’uomo è produttore di inquietudine perché è in continua trasformazione. È il protagonista indiscusso dell’inquieto conflitto, è capace di approfittare del male ma possiede anche virtù piene di idee e progetti.

Gadamer e Calvino

Gadamer e il suo concetto di classico

È chiaro che il classico sia per Gadamer parte integrante della tradizione che costituisce il bagaglio culturale dell’uomo. Esso è un perfetto esempio di autorità che viene riconosciuta volontariamente, che non s’impone con la forza, ma in virtù delle sue qualità e della sua capacità di perdurare nel tempo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martinajagothor di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della cultura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof De Simone Antonio.
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