La comunicazione è un problema filosofico
Un animale che comunica
La parola “comunicazione” è relativamente nuova, almeno nel senso in cui la usiamo noi oggi. Per fare solo un esempio, ancora nel 1941 il dizionario italiano dello Zingarelli definiva il verbo “comunicare” solamente nei termini di “far partecipe, rendere comune ad altri, dividere insieme” e il sostantivo “comunicazione” come “partecipazione, mezzo di corrispondere, impulso, trasmissione, passaggio”, traendo esempi principalmente dai mezzi di trasporto fisici e soltanto secondariamente e senza speciale distinzione da quelli informativi: “comunicazione ferroviaria, stradale, marittima, telegrafica, telefonica, aerea”.
È evidente però che, da quando esiste la civiltà umana, essa ha avuto al suo centro innanzitutto quel fenomeno fondamentale dell'umano che è il linguaggio. Noi siamo disposti a riconoscere come propriamente umane nella preistoria solo quelle tribù di primati in cui siamo in grado di ravvisare fenomeni simbolici o di comunicazione, non puramente strumentali. Questa osservazione ci riporta al linguaggio, che per noi oggi appare evidentemente il principale strumento comunicativo; l'uomo è politico o se si vuole urbano, sociale, naturalmente immerso nella vita comunitaria, perché è portatore di linguaggio (anthropos zoon logon echon/zoon politikon).
Vale la pena però di sottolineare come sia la voce che gli uomini condividono con gli animali, sia la parola o il discorso che è specifico degli uomini, sono analizzati come strumenti di espressione o indicazione; voce e soprattutto parola hanno dunque sì un riferimento o un significato, ma allo stesso tempo hanno anche la funzione di riportare tali contenuti agli altri animali o esseri umani, di renderli significativi o manifesti per loro, di condividerli: cioè in senso proprio sono strumenti di comunicazione.
Si individuano così i due grandi vettori o assi dell'attività comunicativa:
- Il primo è l'asse verticale o semantico che lega l'attività espressiva al mondo rispondendo alla domanda “che cosa stiamo parlando? di che cosa stiamo dicendo?”
- Il secondo, quello più propriamente comunicativo, è l'asse orizzontale in grado di unire gli interlocutori intorno al discorso, secondo la domanda “a chi, con chi, per chi sto comunicando?”
Proprio le capacità comunicative del linguaggio e degli altri sistemi di segni costituiscono il fondamento della dimensione sociale degli umani e dunque ne fondano la dimensione politica e buona parte di quella etica: siamo animali sociali perché “non è possibile non comunicare” perché la comunicazione è sempre per gli altri.
Iscrizione, interazione, significazione, traccia
Iscrizione
È certamente vero che l'iscrizione è una delle condizioni preliminari necessarie di ogni possibile comunicazione, in primo luogo perché i singoli messaggi per agire devono essere memorizzati e dunque lasciar traccia, in maniera naturale o su un supporto fisico. L'uso di un suono, di una forma visiva o di altro segno standard, socialmente stabilito, implica necessariamente il suo riconoscimento come esemplare di una certa forma, non importa se convenzionale o naturale, il che a sua volta presuppone un qualche deposito di questi modelli e dunque una loro traccia mnestica o sociale: un'iscrizione.
Il fatto di essere tracce fa sì che questi oggetti agiscano comunicativamente sempre dall'esterno secondo la logica dell'esteriorità e del modello che richiede sempre un lavoro interpretativo più o meno spinto perché essi siano compresi. L'intimità, la verità, la presenza della comunicazione, viene sempre preceduta dall'esternità e dall'opacità della traccia materiale che la costituisce, anche se della logica della comunicazione fa spesso parte il tentativo di cancellare, di nascondere, di mascherare questo carattere, di far passare i propri effetti come diretti, immediati, non filtrati da un'interpretazione. Tracce e iscrizioni si limitano a sottolineare certe discontinuità materiali di oggetti e processi che si ritrovano continuamente nel mondo e sono l'esito inevitabile di ogni attività: buona parte di queste tracce nel mondo umano sono volontarie e dunque rientrano nell'ambito delle iscrizioni: il lavoro ha sempre un lato di iscrizione in quanto dà alle cose una certa forma determinata, fa lunga la pagnotta e rotondo il vaso, dà uno stile al mobile e una misura al mattone, ma infinite altre tracce sono insignificanti.
Se ci si limita ad analizzare i fenomeni comunicativi in termini di traccia e iscrizione si perde un passaggio essenziale, non prendendo in carico la doppia relazione che la comunicazione analizza: in primo luogo quella fra questa traccia e certi contenuti ed in secondo luogo l'altra relazione, quella fondamentalmente comunicativa, che si instaura fra produttori e destinatari. La relazione sociale non è mai fatta d un'iscrizione ma sempre da due in relazione asimmetrica fra loro: la prima che di solito è un fenomeno fisico o percettivo rimanda all'altra che di solito è un oggetto mentale o sociale e non viceversa.
Interazione
Un'altra nozione che copre lo stesso ambito di quella che usiamo chiamare comunicazione è stata proposta da Goffman con la sua ricerca sull'interazione a faccia a faccia. Le sue osservazioni si possono sintetizzare innanzitutto nell'idea che le persone interagiscono fra loro in modi regolati in maniera molto complessa da grammatiche socialmente determinate; in secondo luogo queste interazioni derivano da progetti individuali che calcolano le possibili reazioni degli altri interlocutori; da ciò conseguono strategie molto complicate e spesso non trasparenti in cui hanno uno spazio molto importante le credenze, aspettative e reazioni reciproche, secondo una logica che Goffman stesso ho definito strategica.
Goffman sembra credere che le relazioni sociali siano pure azioni e che la loro dimensione di senso non sia rilevante, mentre il punto di vista di chi si occupa di comunicazione è opposto: le relazioni sociali e anche le azioni che le formano sono simboliche e si svolgono cioè attraverso la costruzione e la manipolazione del senso.
Significazione
È essenziale per l'analisi dei testi comunicativi l'intuizione di Greimas per cui essi vanno visti come oggetti sociali costituiti su molti livelli di articolazione diversa, in parte non direttamente percepibili all'osservatore e che dunque vanno ricostruiti teoricamente e non semplicemente per quel che sembrano dire alla loro superficie. Altrettanto importante l'altra idea per cui questa struttura profonda dei testi ha sempre un certo carattere narrativo e si riferisce alla circolazione sociale di valori che il testo serve in definitiva a legittimare. È quindi la significazione a essere prodotta per la comunicazione e non viceversa.
Lo schema elementare della significazione
Analizzando in termini di comunicazione le interazioni sociali, noi implichiamo che queste relazioni avvengano per mezzo di oggetti o fenomeni materiali (espressioni) che sono stati iscritti secondo certe regole di solito assai complicate in maniera tale da riferirsi a un contenuto. La significazione è realizzata in vista di un destinatario, non è un fenomeno autosufficiente ma mira a influire sulla mente di altri; da questo concetto fondamentale deriva la celebre schematizzazione che Roman Jakobson (1963) dà della comunicazione, in termini di sei fattori sempre presenti in quanto costituiscono il quadro sintattico di ogni comunicazione:
- Emittente, messaggio e destinatario;
- Codice, contatto e contesto.
“Con qualunque cosa possa”, come scrive Umberto Eco (1975: 20), “essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunta come un sostituto significante di qualcosa d'altro. Questo qualcosa d'altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso”.
Certamente la possibilità di menzogna, della simulazione e della dissimulazione, del fingere di comunicare, e di numerose altre figure strategiche della comunicazione, non è messa in evidenza dalla linearità di questo schema di Jakobson, ciò che in una certa misura lo rende inadeguato. Lo è almeno se lo si interpreta semplicisticamente secondo l'idea che lo scopo dell'emittente sia di trasmettere un messaggio chiaro e in-equivoco al suo interlocutore, perché questo sia esattamente compreso: un pensiero certamente irrealistico rispetto alle circostanze reali della comunicazione che noi sperimentiamo quotidianamente e anche alla maggior parte dei processi culturali.
La qualità più importante della comunicazione umana e in particolare del linguaggio rispetto a quella animale è la sua capacità di produrre senso intorno a ciò che non esiste o non è presente, come concetti astratti, personaggi inventati, situazioni contro-fattuali, eventi solo possibili, oppure avvenuti nel passato e previsti nel futuro: tutte cose che letteralmente non ci sono e che però sono paradossalmente rese presenti. Bisogna, inoltre, sottolineare la necessità di un'analisi più approfondita di quel che viene chiamato messaggio: esso non è semplice ma sempre almeno doppio perché funziona grazie alla sua capacità di richiamare o sostituire qualcos'altro, anzi, come sottolinea Eco, di essere assunto in quanto richiamo di qualcos'altro da parte del suo ricevente. Ogni messaggio dice più di quel che è, provoca quindi una forma di presenza dell'assenza.
Ambienti comunicativi
Sfere, cerchi, aree
Per quanto riguarda l'aspetto spaziale della comunicazione, a partire da Arendt e Habermas si è parlato di sfere anche se questa nozione è letteralmente impropria in quanto bisognerebbe piuttosto parlare della figura del cerchio di uditori. Parleremo dunque di ambienti comunicativi o, indifferentemente, di aree comunicative.
All'inizio, la comunicazione
Il linguaggio e in generale la comunicazione sono costitutivi della condizione umana: non è possibile pensare un'esperienza umana senza che ne faccia parte essenziale uno sfondo linguistico e comunicativo. Questo influsso si può descrivere dicendo che il linguaggio e le varie abilità comunicative sono dentro di noi, danno forma alla nostra attività intellettuale e cognitiva. La comunicazione è una condizione preliminare all'acquisizione dell'umanità: la comunicazione è necessariamente intorno a ogni neonato prima che egli acquisti le sue prime capacità intellettuali e di coscienza, senza di essa, sotto forma di manifestazioni di affetto, di stimolo linguistico e tattile, egli non sarebbe in grado di svilupparsi in maniera sana.
Il discorso, dentro e fuori di noi
La comunicazione non è solo intorno a noi, ma innanzitutto dentro di noi, perché la nostra mente è plasmata su quello strumento essenzialmente comunicativo che è il linguaggio. La comunicazione umana è tutta determinata in sostanza dall'innovazione del linguaggio (il sistema modellizzante primario come diceva Lotman), anche i nostri altri regimi di comunicazione, come le immagini, i media, il linguaggio del corpo (sistemi modellizzanti secondari) condividono con il linguaggio in misura più o meno vasta le opportunità offerte dall'arbitrarietà linguistica, dalla sua capacità metaforica, dalla possibilità di designare entità inesistenti o non presenti nello spazio e nel tempo: noi siamo linguaggio. Pur essendo essenziale dentro di noi, il linguaggio esiste soprattutto fra noi perché è usato per mettere in relazione le persone fra loro, sull'asse deittico io-tu.
Il linguaggio può interagire con la nostra cognizione anche quando non lo usiamo, semplicemente perché ci ha presentato il mondo secondo certe categorie, cioè ci costringe a classificare le cose secondo certe etichette; il suo uso comunicativo, invece, presuppone sempre degli utenti. Il linguaggio e in generale la comunicazione è un tramite che unisce e insieme distingue le persone nella loro pluralità irriducibile. La comunicazione che è esercitata tra gli uomini è il discorso (in quello visivo, gestuale…) primo luogo quello verbale, ma anche che è estremamente variabile in quanto cambia le sue forme a seconda delle diverse culture, dei contenuti, delle occasioni d'uso ecc.
Gli atti comunicativi o discorsi si creano i loro caratteristici spazi di esistenza, i luoghi e gli ambiti in cui possono manifestarsi, da quello più vasto (cultura) al più minuto e sfuggente (una conversazione occasionale). L'ambiente comunicativo è quello spazio vasto e articolato che mi circonda in tutta la mia vita e che mi definisce come animale che comunica sempre, anche quando non se ne rende conto: nell'ambiente comunicativo infatti ogni gesto, ogni atteggiamento, ogni modo di essere risulta significativo per gli altri che compartecipano in quello spazio.
Tempo e spazio degli ambienti comunicativi
Ogni discorso è interlocuzione, cioè un processo che si sviluppa nel tempo e per cui è particolarmente significativo l'ordine degli interventi o la loro punteggiatura, ma altrettanto significativo è però il fatto che gli ambienti comunicativi si collocano nello spazio per cui l'interlocuzione avviene sempre fra soggetti compresenti nello spazio sistemati in un certo modo. Goffman ci ha insegnato che in ogni comunicazione vi è una scena e un retroscena, uno spazio esterno fatto per essere visto e uno spazio interno in cui i protagonisti si preparano e gestiscono gli effetti che vengono fatti percepire al pubblico. Questa metafora teatrale è importante perché si applica a tutti gli stadi della comunicazione, contrapponendosi all'idea molto diffusa nella filosofia e nella letteratura a partire dall'epoca romantica di un'autenticità che sarebbe spontanea, interiore segreta, sottratta alla dimensione pubblica.
L'area comunicativa si sviluppa quasi sempre su una forma circolare o ellissoidale: quella degli stadi, dei cerchi che si formano intorno a uno spettacolo da strada, del Colosseo e delle sue mille repliche romane, soprattutto delle piazze delle città europee. Ciascuno di noi vive sì circondato dagli altri e dalla loro comunicazione, ma è anche e sempre di più spettatore di un ambiente comunicativo pubblico, il cui centro è comune, anche se non tutti possono accedervi. È evidente che oggi questa struttura è sempre più mediata dall'elettronica o virtuale.
Lingua
Le scelte linguistiche e comunicative non sono isolate, né spontanee o del tutto libere: ogni ambiente ne privilegia alcune e ne sfavorisce altre, sulla base di una negoziazione almeno implicita (parlare in lingua in un'osteria dove tutti usano il dialetto significa distinguersi come stranieri o membri di un altro gruppo). Il regime di autorizzazioni e divieti può essere esplicito quando un certo ambiente discorsivo è regimentato (come accade nei tribunali), esso può essere garantito da qualcuno che se ne fa carico col consenso più o meno esplicito e spontaneo degli altri partecipanti all'area discorsiva (presidente, moderatore, conduttore televisivo, insegnante), oppure il regime di autorizzazioni richieste può essere implicito, frutto di consuetudine.
Dall'autorizzazione o dall'apertura costituita da ogni ambiente comunicativo sono determinati i limiti del linguaggio e dei partecipanti. Possono essere ammessi certi contenuti e non altri (qui non si parla di politica), possono essere previste certe regole (chi vuol parlare alzi la mano), possono essere richiesti certi titoli o competenze per partecipare (in un tribunale hanno diritto di parola solo giudici e avvocati). L'ambiente discorsivo si definisce inoltre secondo certi fini (siamo riuniti in questo congresso per discutere la situazione attuale della semiotica), e usa certi mezzi intesi come mezzi di comunicazione e non solo come generici strumenti.
Apertura e chiusura dell'area
Ogni ambiente discorsivo costituisce per definizione, entro certi limiti, uno spazio aperto nel senso che la sua struttura è disponibile ai discorsi dei suoi partecipanti almeno potenziali e che la sua stessa esistenza si sostiene perché questi interventi vi sono. Questo fatto dà diritto, a chi ne ha titolo, di intervenire nell'ambiente discorsivo: dovunque vi sia discorso è possibile provare a intervenire e chi cerca di intervenire intende essere riconosciuto come interlocutore. Molti ambienti discorsivi tendono però a richiudersi intorno a certi partecipanti aventi titolo, a certi argomenti, a certe regole, che gli spagnoli chiamano “tertulia”: un così nasce quell'area discorsiva abituale e delimitata gruppo di discussione abituale informale, ma marcato da un luogo (un caffè, una taverna), da un tempo (tutti i giorni alle sei di pomeriggio) e da certi attori che si ritagliano certi ruoli.
Si possono considerare a questo proposito diverse strategie di inclusione e di esclusione: un certo gruppo, per esempio gli uomini rispetto alle donne, i liberi rispetto agli schiavi, i cittadini rispetto agli stranieri, può cercare di escludere gli altri dal discorso, avanzando riserve sulla loro competenza, sulle loro intenzioni, sulla loro maturità o prudenza; ma si può cercare anche di includere gli altri emancipandoli, difendendoli o semplicemente aprendo con loro un discorso. La chiusura degli ambienti discorsivi non è però mai completa o indiscutibile: in ogni momento ogni essere umano può almeno tentare di entrare in ogni ambiente discorsivo interrompendolo.
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