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Obiezioni al metodo del Lachmann

di Joseph Bèdier

Nel Lai de L'Ombre sono stati praticati metodi diversi per la ricostruzione del testo originale.

Ci è stato conservato da sette manoscritti.

Forse Jean Renart lo compose tra il 1217 e il 1219. Se si comparano i 7 manoscritti si riscontrano

sino a 1700 varianti.

Esiste un mezzo sicuro per ricostituire nella sua fisionomia il manoscritto primitivo?

1. Il Vecchio empirismo degli umanisti

Nel 1836 Francisque Michel aveva pubblicato il Lai de l'ombre. Aveva comparato 3 dei 7

manoscritti precedentemente riportati.

Infatti se si vuole studiare un'opera di cui si possiedono più manoscritti, si è tenuti a interrogarli tutti

e scegliere il migliore. Ma quale manoscritto sarà dichiarato il migliore?

Gli antichi sceglievano per intuizione e così Michel aveva proceduto. E' un metodo empirico ma

ogni volta che si sceglie tra le varianti, ricompare il rischio d'errore.

2. Il metodo del Lachmann: la classificazione genealogica dei manoscritti

Verso il 1830, in Germania, era stato ideato il metodo del Lachmann. Gaston Paris se ne era servito

per pubblicare la sua edizione dell' Alexis.

Il principio del metodo: due copisti indipendenti l'uno dall'altro non fanno lo stesso errore nello

stesso punto; se in certi passi, alcuni manoscritti presentano degli errori comuni, ciò capita perchè

uno stesso modello glieli ha trasmessi. Per questo essi formano una “famiglia” riconoscibile dalle

tare ereditate dall'antenato comune. E da tale osservazione deriva l'arte di “classificare” i

manoscritti. I seguito si disegna uno schema che rappresenta i rapporti tra i vari manoscritti: lo

stemma codicum. 3. Sotto il segno del Lachmann. Intervento di G. Paris

Bèdier secondo il metodo di Lachmann si indirizzò quando volle studiare la tradizione manoscritta

del Lai de l'Ombre.

In seguito tuttavia questo procedimento fu criticato da Gaston Paris che affermava che la

classificazione dei manoscritti di Bèdier era falsa.

4. Nel 1913. Una legge sorprendente

Chiunque inizi a classificare i manoscritti conservati di un'opera aspira a giungere alla constatazione

che essi si dividono in parecchie famiglie. Fortunato è l'editore che dispone di 3 o 4 o 5 testimoni

indipendenti: “esiterà solo quando ogni famiglia offre una lezione differente”.

Più problematico è se le famiglie saranno solo 2, in questo caso l'editore deve scegliere solamente

per intuizione. Le classificazioni desiderabili sono quelle a rami multipli: ricordiamo Paris che

sostituisce la classificazione bipartita di Bèdier con una tripartita.

Bèdier un giorno consultò degli stemma codicum nelle prefazioni di varie edizioni e notò che tutti

avevano due rami soltanto.

Di conseguenza secondo Bèdier ne deriva una legge: ogni filologo che pubblica un testo dopo

averne studiato le copie diversamente alterate, arriva alla convinzione che queste copie, sono

derivate dall'originale attraverso l'intermediazione di due copie perdute, e di queste due soltanto.

(legge sorprendente). Critica dei testi classica e romanza

di Alberto Vàrvaro

Il filologo classico non deve dimenticare che l'uso come base di collazione di una stampa, pone il

nuovo editore in condizione di sudditanza rispetto al lavoro dei suoi predecessori.

La conseguenza più grave è quella di non affrontare il problema in modo globale e radicale.

Se gli editori si limiteranno sempre ad aggiungere al materiale in esame qualche collazione e a

scrutinarlo solo a proposito di un limitato numero di passi singoli, quando e come verrà sottoposta a

verifica la validità della ricostruzione della tradizione manoscritta di un testo nel suo insieme?

In questo modo lo studio della tradizione si trasforma in studio di loci assunti come critici.

Basta pensare all'esperienza con la Divina Commedia: il ricorso all'esame di passi fu sistematizzato

dal Barbi che fissò un canone di 396 loci critici in base ai quali si sarebbero dovuti esaminare i

testimoni del poema dantesco. A questo metodo rimase fedele Vandelli ma egli rinunciò presto ad

usare il canone come strumento per una classificazione dei manoscritti della Commedia e ricostruì

una genealogia delle lezioni di ogni singolo passo.

Il metodo dei loci selecti ha fatto naufragio perchè è impossibile ricostruire una genealogia in

queste condizioni.

La parabola che si delinea fra la prima proposta (i loci erano una scorciatoia verso la classificazione

dei testimoni) e la prassi ultima del Vandelli (alla classificazione dei testimoni si sostiuisce quella

delle lezioni) è inerente al procedimento stesso, perchè esso implica il passaggio in secondo piano

della considerazione globale del testimonio.

Bisogna ricordare che sotto il nome di archetipo va un'entità ipotetica se non nella sua esistenza

almeno nei suoi caratteri. Inoltre non è detto che ogni tradizione faccia capo ad un archetipo.

Ma può accadere che l'archetipo si identifichi con l'autografo o che la tradizione faccia capo a più

autografi (che possono rappresentare redazioni successive o essere copie d'autore).

Un caso di tradizione senza archetipo, ma che fa capo a una successione di autografi è quello delle

poesie francesi di Charles, duca d'Orlèans.

Può anche accadere che la tradizione risalga a un archetipo, ma non rappresenti un'unica redazione,

in quanto un esemplari di uno dei suoi rami è servito come base per una nuova redazione o di essa

ha in qualche modo raccolto le modifiche (Libro de buen amor).

Quella di opere latine e greche è una tradizione libraria poco folta nel settore fra archetipo e copie

umanistiche; è una tradizione di professionisti (copisti o studiosi) rispettosi del testo tràdito: una

tradizione quiescente.

Le tradizioni di testi romanzi sono diverse per la minima distanza che intercorre fra autografo e

archetipo e per quella ridotta fra questo e i testimoni conservati; inoltre esse non sono interamente

condizionate da scriptoria professionali e quasi sempre sono anteriori all'affermazione di una

vulgata. Inoltre la posizione del copista rispetto al testo è meno rispettosa: un tipo di tradizione che

chiameremo attiva.

Per opere in campo romanzo conosciamo tradizioni che sono in parte attive e in parte quiescenti (è

il caso della tradizione della lirica trovatorica).

L'elemento determinante è l'atteggiamento dello scriba rispetto al testo: nella tradizione quiescente

il copista si sente estraneo al testo su cui lavora e ne ha rispetto; nella tradizione attiva il copista

ricrea il suo testo considerandolo attuale ed “aperto” sicchè opera innovazioni che non obediscono a

intenti di restauro.

Gli editori che si sono occupati di testi di tradizione attiva si sono trovati in difficoltà nel momento

di stabilire la situazione dei piani alti dei loro stemmi (es. tradizione trovatorica), invece è facile

individuare con precisione i rapporti interni in tradizioni quiescenti.

Il filologo classico, abituato a lavorare su quest'ultimo tipo, ha una fiducia eccessiva nella

derivazione di tutti i testimoni da un archetipo e nella corrispondenza dello stemma ad una

oggettiva realtà storica. L'editore posto dinnanzi al problema di ridurre a un denominatore unico una

tradizione eterogenea, spesso ha ceduto alla sfiducia. E' opportuno che egli se decide di ricostruire il

capostipite di un ramo tradizionale quiescente può scegliere fra 3 procedimenti:

1. limitarsi a questo testo sicuramente accertabile;

2. considerare l'ascendente ricostruito come uno dei testi del settore attivo della tradizione,

ponendolo sullo stesso piano dei diretti rappresentanti di tale fase e scegliendo la soluzione

editoriale più conveniente;

3. approfondire l'esame dei piani alti per elaborare criteri atti a precisare la posizione relativa

dei testi attivi e/o contaminati.

La critica testuale come studio di strutture

di Gianfranco Contini

Contini intende mostrare come la critica testuale è tutta strutturale.

Karl Lachmann che è stato preceduto dalla “philologia sacra” a Basilea e nel sud della Germania a

fine settecento: Lachamann è una specie di Laplace dell'ecdotica, e lo “stemma codicum” appare

essere uno stemma probabilistico.

Fu Lachmann a eseguire il passaggio dalla filologia classica alla volgare, cioè da un'ambiente di

forma sacra e immutabile a uno di relativa irrilevanza formale. Questo passaggio implica

l'innovazione metodologica consistente nell'opposizione di critica delle lezioni contro critica delle

forme.

L'opposizione , nel metodo del Lachamann, dello “stemma codicum” al gusto soggettivo o

“iudicium” equivale all'opposizione di una figura, naturalmente strutturale, all'arbitrio.

Gli errori comuni sono sanati dall' “emendatio” e il loro luogo di produzione si chiama archetipo.

Gli errori comuni parziali definiscono gli antigrafi (o sub-archetipi), su cui si esegue il calcolo per

la “recensio”. L'oggettività della “recensio” è la vera innovazione lachmanniana, perchè

“l'emendatio” si è sempre praticata.

Di conseguenza: le lezioni cattive, su cui si fonda il meccanismo dell'albero, servono a decidere le

lezioni buone. Il rischio è nella possibile predicazione di lezioni adiafore come erronee.

Secondo Contini l'albero a n termini e l'albero bipartito sono strutture rispondenti a quelle

sottostrutture che sono la volontà oggettiva e il desiderio della libertà soggettiva di scelta.

L'aporia è risolta da Bèdier mediante il ricorso a un solo manoscritto, depurato soltanto degli errori

“evidenti”: del “miglior manoscritto”.

Ma la soluzione solleva delle obiezioni: che cos'è l'”evidenza” dell'errore, quale il suo limite? Come

si definisce il “miglior manoscritto”?

La soluzione di Bèdier era legata alla sua procedura di preparare edizione Lachmanniane per il fine

di individuare il “miglior” manoscritto, quindi di eseguire un edizione lachmanniana che rispetti

quel codice unico.

L'obiezione fondamentale ai bèdieriani è che la “realtà” fisica del codice unico non dà maggiori

garanzie di “verità” di un sistema documentariamente misto.

La cautela e l'attenzione verso gli “stemmata” bifidi devono essere la prima qualità dell'editore

“neolachmanniano”.

L'obiezione decisiva contro il mito del manoscritto unico è questa: che, oltre alle innovazioni

erronee facilmente emendabili, ne esistono pure di adiafore avvertibili sono dietro collazione degli

altri testimoni in quanto tutti latori di varianti ugualmente indifferenti.

Contini quindi mostra che la discordanza in varianti adiafore è una struttura significativa, così come

è significativa la concordanza in errore.

Insignificante è la concordanza in lezione buona che non diventa significante se non quando se ne

sia chiarita la natura innovativa e non necessariamente razionalizzabile è l'innovazione singola.

Perchè tutti i manoscritti hanno innovato? Non forse perchè c'era un oggettivo ostacolo

nell'originale?

Data la serie AB (divergenza di varianti per sé indifferenti in presenza di “lectio difficilior”;

divergenza di varianti almeno in parte erronee in assenza di “lecio difficilior”) si estrapola C:

divergenza di varianti almeno in parte per sé indifferenti in assenza di “lectio difficilior”.

Di conseguenza la critica del manoscritto unico “demistifica” le innovazioni mimetizzate, non

rilevabili in assenza di altri testimoni.

Errori di assonanza e rimaneggiamenti di copertura nel codice O della “Chanson de Roland”

di Cesare Segre

Con il passare del tempo si è compreso che la consequenzialità dei lachmanniani deve basarsi su

un'individuazione sicura degli errori significativi e che le norme linguistiche non sono date in

partenza, ma sono immanenti dei testi e devono essere individuate nell'atto interpretativo; si è

compreso inoltre che la ricostruzione di un testo ha limiti e gradi che di volta in volta si devono

identificare essendo scopo dell'editore quello di fornire un testo, che risultando da un calcolo esatto

si probabilità, espliciti questo calcolo per ogni ulteriore verifica.

Il problema di cui Segre si occupa è quello degli errori d'assonanza del codice O della “Chanson de

Roland” cui Bèdier aveva già affrontato e aveva affermato che 54 supposti errori d'assonanza non

sono da ritenere tali. L'ipotesi di partenza è che il copista avendo turbato lo schieramento di

assonanze regolari, abbia cercato, avvedutosi dell'errore, di mimetizzarlo fornendo in appoggio al

verso con terminazione anomala in un altro, con la stessa assonanza.

Stemmi bipartiti e perturbazioni della tradizione manoscritta

di Sebastiano Timpanaro

La discussione sulla frequenza degli stemmi bipartiti ha dato luogo alle più svariate prese di

posizione e a risultati di notevole interesse metodologico. Di recente si è ridestato l'interesse di

questo problema. In quell'articolo sul Lai de l'Ombre, Bèdier osservò che gli stemmata codicum

tracciati dagli editori di testi medievali erano nella maggioranza a 2 rami: i codici venivano quasi

sempre fatti risalire a un archetipo, non direttamente, ma attraverso 2 subarchetipi e anche quando

era stata supposta l'esistenza di 3 o più famiglie, l'editore aveva ridotto il numero delle famiglie a 2.

Parrebbe dunque – osservava Bèdier – che quasi tutti gli archetipi avessero avuto una discendenza

diretta di due soli apografi.

Bèdier constatava un'analoga frequenza di stemmi bipartiti anche nelle tradizioni manoscritte di

testi classici (pg. 171).

La causa di questo fenomeno Bèdier la ravvisava in un'inconscia aspirazione dei filologi a

conservarsi le mani libere nella scelta delle varianti. Se infatti, la tradizione manoscritta è a 3 o più

rami, la lezione dell'archetipo può essere stabilita per via meccanica; se invece è a due rami la

decisione è affidata solo a criteri interni.

Il metodo del Lachmann, elaborato per espellere dalla critica testuale il giudizio soggettivo,

verrebbe applicato dai filologi in modo da riservare al giudizio soggettivo il più vasto campo

possibile. Ma accanto al desiderio di conservarsi la libertà di scelta, Bèdier indicava anche un'altra

causa della tendenza dei filologi al bipartismo: l'abitudine a cercare sempre nuove connessioni tra

gruppi di codici, a risalire a raggruppamenti sempre più comprensivi, fino a ridurre i

raggruppamenti fondamentali a due soli.

Quindi Bèdier esortava ad abbandonare ogni tentativo di recensio e ad attenersi a un codice solo.

Questione della frequenza degli stemmi bipartiti: furono date 2 risposte:

1. Giorgio Pasquali: in un primo tempo negò, riguardo ai testi latini e greci, la rarità di

stemmi a più di due rami. Ma Pasquali anche là dove accetta uno stemma pluripartito come

punto di partenza del suo discorso sulla tradizione di un autore, finisce col osservare che la

distinzione in “rami” è meno netta di quanto si è soliti credere o col far risalire tali rami a

stadi anteriori all'archetipo. Anche in filologia classica tradizioni manoscritte che dapprima

erano state considerate tripartite erano state poi ricondotte a due soli subarchetipi iniziali;

2. Paul Maas: ammise la prevalenza di stemmi a due rami ma ne cercò la spiegazione in

ragioni di ordine statistico: con 3 testimoni sono possibili 22 tipi stemmatici. Si tratta di sei

combinazioni in cui da un primo codice deriva un secondo e da questo un terzo; tre

combinazioni in cui da uno dei tre codici derivano gli altri due; tre combinazioni in cui due

codici derivano dal terzo attraverso un intermediario perduto; tre combinazioni in cui da un

archetipo perduto sono derivati uno dei codici superstiti e un codice perduto da cui, a loro

volta, hanno tratto origine gli altri due superstiti; sei combinazioni in cui un archetipo

perduto ha dato origine a due codici superstiti, da uno dei quali è poi derivato il terzo

superstite; e una combinazione in cui ciascuno dei tre superstiti è derivato da un archetipo

perduto. Quest'ultima sarebbe l'unica combinazione tripartita, di contro alle altre 21 non

tripartite.

L'elemento comune ai 22 tipi elencati dal Maas è il fatto è che i codici superstiti sono sempre 3. ma

di combinazioni genealogiche di 3 codici superstiti su un numero imprecisato di codici

originariamente esistenti ve ne sono non 22, ma infinite.

Dal punto di vista della recensio questi infiniti stemmi sono riconducibili ad uno dei 22 elencati dal

Maas. Lo stemma che il critico arriva a tracciare in base agli indizi forniti dalle corruttele comuni è

infatti uno stemma semplificato: il metodo delle corruttele comuni permette di stabilire che due

codici AB discendono entrambi da un codice perduto a, ma non permette di individuare le eventuali

copie intermedie tra a ed A e tra a e B.

Ai fini della recensio i nostri stemmi funzionano per ricostruire la lezione dell'archetipo. Ma quando

si vogliono calcolare le probabilità che hanno 3 codici di appartenere a uno stemma bipartito o

tripartito non è lecito trascurare gli stemmi reali ed assegnare una probabilità a ciascuno stemma

semplificato (es. pagina 140).

Se dunque ci si chiede “Dai 3 codici superstiti su un numero imprecisato di codici originariamente

esistenti, quali probabilità hanno quei codici di appartenere ad uno stemma bipartito o tripartito?”

Il problema è insolubile: le probabilità di tre codici superstiti di appartenere a due o a tre rami

diversi della tradizione manoscritta sono diverse a seconda che la consistenza originaria della

tradizione sia stata di 4 o 50 manoscritti e a seconda che dall'archetipo si siano dipartiti in origine 3

o 10 rami distinti di tradizione.

Se invece si precisa, oltre al numero di manoscritti superstiti, anche quello dei manoscritti

originariamente esistenti, allora il calcolo delle probabilità è possibile, ma esso non indica una

preponderanza del bipartitismo sul pluripartitismo.

Inoltre la maggior parte degli stemmi maasiani presenta codici che vanno eliminati in quanto

descripti: in 18 casi su 22, 2 dei 3 codici sono copie di un codice superstite, e quindi la recensio non

ha luogo (codice unico) o si riduce a due soli codici e allora non si può prospettare l'eventualità di

uno stemma tripartito. Ma quando Bèdier notava la grande prevalenza degli stemmi bipartiti si

riferiva a stemmi tracciati dopo che l'eliminatio codicum descriptorum aveva già avuto luogo.

Maas da un lato esclude dal suo elenco gli infiniti “stemmi reali” a cui possono appartenere tre

codici superstiti, dall'altra gonfia l'elenco includendovi tutti i casi in cui uno o due dei 3 codici

superstiti sono da eliminare.

Quindi si tende a dimenticare che il processo storico reale è la filiazione di un certo numero di copie

da un modello e poi di un certo numero di sottocopie e così via. Il processo inverso è astratto.

Quindi non si tratta di vedere in quante combinazioni bipartite o pluripartite può raggrupparsi un

dato numero di codici, ma di stabilire se è più probabile che da un archetipo siano state tratte

inizialmente due sole copie, o 3,o più. Impostato così il problema, esso non può venir risolto con un

calcolo matematico: che un manoscritto venga copiato una volta sola e due o 10 volte, dipende da

una serie di condizioni culturali-economiche /numero di persone che vogliono leggere quel testo,

numero di copisti ecc..). E così anche da condizioni storiche dipende la maggiore o minore

probabilità che le copie di quel testo si siano tutte conservate o siano andate distrutte.

In conclusione non è possibile risolvere il problema della grande prevalenza di stemmi bipartiti per

via meramente deduttiva, con un astratto calcolo delle probabilità non sorretto da dati empirici.

Inoltre Maas afferma che “nel caso di testi poco letti, soltanto raramente dal medesimo archetipo

fossero tratte 3 copie e che ancora più raramente queste copie si sino conservate fino a oggi: nel

caso invece di testi molto letti sopravviene la contaminazione e nel campo della contaminazione

viene meno il rigore della stemmatica”.

Il richiamo del Maas a “testi poco letti” può spiegar bene la mancanza di stemmi a 10 o a 20 rami,

ma non basta a spiegare l'enorme divario di frequenza tra stemmi a due e stemmi a tre rami.

Sarebbe ovvio aspettarsi una frequenza gradualmente decrescente degli stemmi in

corrispondenza con un altrettanto graduale aumento del numero di rami.

Tuttavia non si comprende un così brusco salto fra il numero di stemmi bipartiti e il numero dei

tripartiti. Per il Maas parrebbe che le sole tradizioni a un unico ramo e a due rami costituissero la

categoria delle “tradizioni povere”; a partire da 3 rami incomincerebbero le “tradizioni ricche”. Ma

ricordiamo che proprio perchè una tradizione tripartita è pochissimo più ricca di una bipartita,

dovrebbe essersi prodotta abbastanza di frequente anche nel caso di testi poco letti.

Anche riguardo alla contaminazione il Maas fa un uso distorto, esonerando dalla contaminazione le

tradizioni bipartite e postulando, a cominciare dalle tradizioni tripartite, una contaminazione così

intensa da cancellare ogni rapporto genealogico.

Ma contaminate sono più o meno tutte le tradizioni e le tradizioni più ricche sono le più

contaminate e quindi ci si domanda perchè non dovrebbero esistere numerosi casi intermedi, di

tradizioni non tanto contaminate da esse irriducibili a qualsiasi stemma e non tanto esili da limitarsi

a due soli rami.

Ora ci si può chiedere se le condizioni della trasmissione dei testi del Medioevo siano state tali da

render ragione di questa preponderanza di stemmi bipartiti.

Ipotesi:

1. Castellani: osserva che grande diffusione di un testo e stemma a molti rami non sono cose

necessariamente connesse tra loro. A chi voglia ottenere un certo numero di copie da un

manoscritto nel più breve tempo, conviene far copiare il modello una prima volta, poi far

copiare contemporaneamente, da due diversi copisti, il modello e la prima copie e così via.

Con questo procedimento chiamato production maximum si possono ottenere in due unità

di tempo 3 copie, in 3 unità di tempo 7 copie e in 4 unità di tempo 15 copie. E mentre con il

metodo delle copie successive, una produzione di sette copie significa uno stemma a 7 rami,

con il metodo sopra citato una produzione di 7 copie dà luogo a uno stemma a 3 rami, una di

15 copie a uno stemma a 4 rami e così via. Dunque questo tipo di diffusione porta a una

riduzione della ramificazione iniziale dello stemma, in confronto al metodo delle copie

successive da un unico modello. Ora resta da vedere fino a che punto un simile meccanismo

corrisponda a ciò che sappiamo sulla trasmissione dei testi classici del Medioevo. E'

probabile che non vi sia stata una produzione intensiva di copie di un dato testo classico ma

piuttosto una produzione scagionata nel tempo. Il modello della production maximum si

adatta alla “pubblicazione” di un'opera nuova di autore medievale che alla trasmissione

medievale di un testo antico, Comunque quello schema mantiene anche per i testi classici

una certa validità e pu contribuire a spiegare la rarità degli stemmi a molti rami. Il fatto più

difficile da spiegare rimane la rarità degli stemmi a tre o quattro rami.

2. Arco Silvio Avalle: la bipartiticità di tanti stemmi dipenderebbe da un procedimento di

“pecia embrionale”: il modello sarebbe smembrato in due parti, due copisti ne avrebbero

copiato una metà ciascuno e si sarebbero scambiate le parti; in tal modo era possibile

compiere due trascrizioni impiegando lo stesso tempo in cui un solo copista avrebbe

compiuto un'unica trascrizione; poi perduto il modello, dalle due copie avrebbero avuto

origine i due rami dello stemma. Appare poco credibile che con tanta costanza venissero

tratte dal modello due copie e che il modello, ogni volta, non sia stato più trascritto prima di

andare perduto. Nel sistema della pecia ciascun copista trascriveva un fascicolo, non mezzo

codice; e ciò condurrebbe a stemmi molto ramificati. Tutto ciò è inimmaginabile nelle

condizioni di trasmissione testuale lenta dell'alto Medioevo; ma queste condizioni fanno

supporre che da un codice venisse tratto un limitato numero di copie, spesso a intervallo di

tempo.

Ricordiamo intanto che una categoria a parte è formata da quei casi in cui il “bipartitismo” consiste

nella contrapposizione fra un solo codice dell'alto Medioevo o addirittura della tarda antichità e un

numero notevole di codici più recenti. Qui la bipartizione è causata da un divario cronologico. A

Ciò si aggiunge il fatto che in molti casi il gruppo dei codici più recenti deve la sua omogeneità non

solo alle innovazioni medievali ma anche dalla sua comune discendenza da un'edizione antica,

diversa da quella di cui è rimasto un unico testimone.

3. Dain: gli archetipi possono aver subito mutamenti nel corso del tempo. Se da un archetipo è

tratto dapprima un apografo di A, poi da quel medesimo archetipo alterato, altre due copie B

e C, la tradizione è in realtà a tre rami, ma il filologo sarà portato ad attribuire le innovazioni

comuni a B ed a C ad un immaginario subarchetipo, e a tracciare quindi uno stemma

bipartito. Inoltre le “alterazioni” a cui un archetipo può andare soggetto non consistono

soltanto in correzioni ma anche in guasti meccanici. Se dall'archetipo è stata tratta la copia A

prima del guasto e le copie BC dopo il guasto, e se il filologo considerando la lacuna come

un error coniunctivus, traccia uno stemma bipartito anziché tripartito. Con questa ipotesi

dell' “archetipo mobile” siamo entrati nel campo delle tradizioni manoscritte che hanno un

aspetto bipartito, pur essendo state in realtà tripartite. L'ipotesi tuttavia spiega soltanto un

numero limitato di casi. Non si può supporre che quasi tutti gli archetipi abbiano subito, fra

la prima trascrizione e le successive, correzioni tanto numerose e di tale portata da dare

luogo a un “subarchetipo apparente”.

Esaminiamo ora le possibili cause “d'inganno” che producono errori di classificazione e fanno

apparire molto più numerosi gli stemmi bipartiti:

1. la vecchia usanza di classificare i codici non genealogicamente, ma assiologicamente,

raggruppandoli nelle due categorie dei meliores e dei deteriore: è probabile che ci sia spesso

limitati a trasferire in sede genealogica la vecchia bipartizione basata su un giudizio di

valore e siano perciò fatti discendere dall'archetipo due apografi, il “buono” e il “cattivo”,

dai quali avrebbero poi tratto origine le due stirpi dei meliores e dei deteriores. Qualche

volta accanto a queste due famiglie i vecchi editori ne collocavano una terza, dei mixti ma i

successivi editori con l'aggregarli alla famiglia dei deteriores;

2. un'altra causa di erronee classificazioni bipartite è costituita dalla tendenza a individuare una

classe di codici a e chiamare poi b tutto ciò che in realtà è soltando non-a. Se un certo

numero di corruttele comuni definisce una famiglia di codici, la mancanza di quelle

corruttele non definisce alcun'altra famiglia: bisognerà dunque dopo aver identificato una

famiglia a, vedere se gli altri codici siano a loro volta collegati da innovazioni comuni o

sostituiscano diversi gruppi;

3. le più gravi cause del bipartismo consistono della contaminazione (“trasmissione

orizzontale”), nell'attività congetturale dei copisti e nella poligenesi delle innovazioni.

Possiamo indicare questi 3 fenomeni con il termine di “perturbazioni”. Soffermiamoci sul

meccanismo per cui essi portano a interporre, tra capostipite e i suoi discendenti dei

subarchetipi fittizi e quindi a conferire un aspetto bipartito alle tradizioni manoscritte: sia

data una tradizione tripartita: da un archetipo w siano tratte 3 copie che abbiano dato luogo a

tre filoni di tradizione a B Y. Se ora interviene un processo di trasmissione orizzontale, per

cui un certo numero di errori B viene trasmesso a Y o viceversa, gli errori comuni a B Y


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nora96_96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Lorenzi Cristiano.

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